Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Popolazioni indigene in pericolo

Pubblicato da brasseriefoucault su Luglio 1, 2009

L’Onu e la Dichiarazione dei diritti degli indigeni, un lungo e difficile cammino

Soltanto il 3 aprile di quest’anno il governo australiano si è deciso a sottoscrivere la Dichiarazione Onu sui diritti delle popolazioni indigene; un documento “storico”, secondo quanto ebbe a dichiarare il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, il 13 settembre 2007, all’epoca della votazione dell’Assemblea Generale. Ma che, nonostante le solenni dichiarazioni che ne accompagnarono la promulgazione, destava e desta molte critiche. indian_trader_exhibit

Basta pensare che, in quella occasione, la Dichiarazione ricevé il voto contrario di Usa, Canada, Australia e Nuova Zelanda, Paesi con numerose minoranze di aborigeni.

Il problema indio, infatti, tocca dei nervi scoperti; in primis, si tratta, per l’Occidente, di fare i conti con il proprio passato e con “il fardello dell’uomo bianco”: colonialismo, assimilazione forzata e genocidio culturale. Ma il problema dei diritti delle minoranze aborigene si estende ad un lunghissimo elenco di Paesi, anche non ex-coloniali, dove la nazionalizzazione delle masse è stata fatta con politiche di acculturazione aggressiva e limitazione dei diritti di cittadinanza, quali il diritto a mantenere una propria cultura e lingua.

Esempi non mancano: dai ladini delle Alpi, agli Ainu in Giappone o agli Uiguri e Tibetani in Cina. La definizione comunemente accettata di popolazione indigena, accolta dall’Onu, estende il concetto ai gruppi originari di un determinato luogo e che hanno sofferto una dominazione del gruppo maggioritario che li ha, in una qualche misura, ridotti in una condizione di non libertà e privazione di diritti o beni materiali.

Non si tratta, quindi, soltanto di minoranze etniche tribali, volgarmente note come “primitivi”. La condizione per essere definiti “popolazione indigena” è quella di condividere sia lingua e costumi che trovarsi in una situazione di disagio e discriminazione. Per gli studiosi, ci sono, oggi, 370 milioni di persone in questa condizione. La Dichiarazione Onu, però, vale solo per gli Stati che l’hanno ratificata. Che sono, attualmente, 143.

In molti Paesi, le violazioni ai danni degli indigeni sono patenti. Un fenomeno ubiquo è l’espulsione delle minoranze dalle proprie terre al fine di favorire la speculazione fondiaria. La presenza degli indigeni, d’altronde, attesta che la terra è buona e incontaminata. Molti indigeni, infatti, vivono secondo i costumi aborigeni; si tratta di società tradizionali che si nutrono dei frutti della terra e che hanno resistito alle spinte dell’urbanizzazione. Sono molti i casi in cui queste popolazioni hanno sofferto gli avvelenamenti causati dalle industrie: moltissimi sono i casi registrati in America Latina, ma non solo.

Tre anni fa, in Canada, scoppiò lo scandalo degli avvelenamenti ai danni dei Kashechewan. A tutt’oggi, la Dichiarazione ha avuto solo limitati effetti giuridici e materiali.

The marginal man e l’imperialismo culturale, le politiche di inclusione per i nativi

Fu lo stesso George Washington ha pensare di promuovere “la trasformazione” e “civilizzazione” degli indiani d’America al fine di “integrarli” nella cultura occidentale imperante: nasce così l’infausta idea cherokeedell’assimilazionismo, purtroppo destinata a giocare un ruolo principale in tutte le politiche culturali americane per molto tempo. E che avrebbe operato su due piani: sui native americans e sugli immigrati non anglosassoni provenienti dall’Europa.

Nonostante quest’approccio fosse profondamente etnocentrico, cioè fondato sulla presunzione che la cultura americana fosse superiore alle culture indigene, era legittimato da un atteggiamento positivista, paternalistico e filantropico di miglioramento delle classi subalterne. Attraverso l’acculturazione, gli indigeni avrebbero guadagnato standard di vita occidentali.

In realtà, le popolazioni indigene vennero espropriate forzosamente delle proprie terre. A seguito dell’Indian Removal Act, con il quale si spostavano gli indiani nelle riserve, circa 4.000 Cherokee morirono lungo la marcia di spostamento, per fame e sofferenze. L’espulsione era legata alla corsa all’oro che si era scatenata in Georgia.
Negli anni ’30, la scuola sociologica di Chicago incomincia a studiare i fallimenti delle politiche di assimilazione: Ezra Park scrive il paradigmatico “The marginal man”.

“L’acculturazione” si era tradotta in vero e proprio shock. I popoli sradicati dalla propria cultura e derubati dei propri strumenti tradizionali di sostentamento scivolano ai margini della società: povertà, devianza, criminalità. Ancora oggi, secondo la Sanità canadese, gli appartenenti alle First Nations registrano le più alte percentuali di alcolismo, dipendenze da droga, disoccupazione, suicidio e fallimenti scolastici; con un’aspettativa di vita di 8 anni inferiore rispetto agli altri cittadini.

L’odiosa “cristianizzazione forzata”, parte delle politiche sociali americane di integrazione, prevedevano la messa al bando delle religioni aborigene tradizionali. Solo nel 1973 il Freedom of Religion Act consente agli indiani di riprendere a praticare la loro religione. In Canada, inuit e aborigeni conquistano il diritto di voto nel 1960. Infine, negli anni più recenti, Canada, Australia, Usa e Nuova Zelanda hanno concluso complessi accordi con i nativi in merito ai diritti di cittadinanza, alle politiche di welfare, alla concessione di status di nazioni sovrane e ai risarcimenti per i danni subiti. Alle liquidazioni per gli espropri, si sono spesso accompagnati risarcimenti per i danni ambientali. Non sono mancati casi in cui le riserve sono state avvelenate da industrie, con notevoli danni alla salute per i nativi. Dal 1996, in Canada, esiste una First Nations Commission dove i rappresentati delle tribù siedono con il governo centrale in posizione paritetica. Eppure, ancora oggi, i rappresentanti indigeni sono impegnati nel Grand River Land Dispute in Caledonia, contro un esproprio forzoso legato alla localizzazione di una centrale in un territorio indiano sovrano.

I problemi giuridici per il riconoscimento dei diritti

Il problema indigeno è multidimensionale. La dichiarazione Onu varrebbe per una pletora di “nazioni senza Stato” come i Curdi, i Ceceni, gli Yuánzhùmín (i nativi di Taiwan). Ma, nonostante i diritti degli indigeni possano immaginarsi come parte dei più generali Diritti dell’Uomo, considerati diritto internazionale universale, la Dichiarazione è diritto pattizio e vale solo fra i Paesi contraenti.

Inoltre, non sono i popoli o le persone fisiche coloro i quali possono normalmente azionare i diritti dell’ordinamento internazionale, ma gli Stati.

La tutela è affidata, quindi, soprattutto ai governi nazionali e si pone il problema di verificare le condizioni di vita degli aborigeni, qualora uno Stato tenda a minimizzare le proprie responsabilità con riferimento ai diritti dei nativi.

L’Onu ha, quindi, attivato sia un Gruppo di lavoro che un Forum per favorire il coinvolgimento diretto delle persone. L’ottava sessione dello United Nation Permanent Forum on Indigenous Issues è partito il 18 maggio e continuerà i lavori fino alla fine del mese. Un aspetto cruciale è rappresentato proprio sulla tipizzazione giuridica di alcune categorie, che sono alla base di un corretto funzionamento della Dichiarazione e che rappresentano la massima preoccupazione dei Paesi non firmatari dell’accordo.

Fra queste vi è l’articolo 3, il diritto all’autodeterminazione. Esso è sempre valso limitatamente alla decolonizzazione e si rivolgeva alle ex potenze coloniali. Nella Dichiarazione, invece, per la prima volta nella storia, si riferisce direttamente ai popoli: gli americani, ad esempio, ritengono che questa impostazione leda l’integrità e la sovranità nazionale. Gli occidentali sono molto preoccupati anche dal riconoscimento della proprietà intellettuale indigena e dal diritto dei popoli a mantenere propri costumi giuridici. Si pone, infatti, il problema di pagare le scoperte indigene e si fa strada l’idea che, dentro uno Stato, possano esistere due sistemi giuridici.ainu_yasli_adam

Riconoscendo il diritto aborigeno, cambia, infatti, la proprietà di fondi di rilevanza strategica e si ridisegna la sovranità statale: sottratta allo Stato ed imputata ai popoli-nazione.
Le famose miniere di diamante della Namibia, ad esempio, secondo il diritto locale, sono di proprietà tribale, mentre i profitti vanno alle multinazionali olandesi. Le forme di organizzazione sociale, invece, sono spesso diverse dal nostro concetto di “Stato-nazione”. Molte tribù sono organizzate “a grappolo”, sparse su un vasto territorio, fra più Stati: come gli Aro, diffusi fra Nigeria e Gabon. E’ necessario, quindi, favorire politiche di confederazione che prevedano una graduale cessione della sovranità ad organismi sovranazionali terzi che favoriscano l’autogoverno delle popolazioni divise fra più Stati, garantendo l’unità statale.

Arcipelago Asia

Il 70% dei 370 milioni di indigeni sparsi sul globo vive in Asia. Un dato spesso sottostimato giacché il tema indigeno è monopolizzato dagli amerindi. Il Giappone, ad esempio, riceve molte pressioni internazionali per riconoscere i diritti degli Ainu, popolo nativo attualmente localizzato nell’Isola di Hokkaido. Nonostante il rappresentante degli Ainu sia sempre presente ai Forum Onu, il Giappone ancora nicchia: Tokyo dovrebbe, infatti, fare i conti con una triste pagina del proprio passato, fatta di abusi e violenze.

La politica giapponese durante l’occupazione della Manciuria o di Formosa è, infatti, costellata di soprusi. I giapponesi, accusati di aver compiuto stupri di gruppo ai danni degli Han – l’etnia cinese dominante -, furono ancora più crudeli con gli aborigeni taiwanesi, ad esempio: negli anni ’30 compirono, infatti, una strage di 800 civili taiwanesi aborigeni, nota col nome di massacro di Wushe. Durante la II Guerra mondiale, i giapponesi compirono molti massacri di Karen, in Birmania, con l’aiuto dello stesso governo birmano che Tokyo allora combatteva. In Cina, le cose non sono andate in modo dissimile: e non c’è solo il problema Tibet. La Cina è essenzialmente un Paese multietnico dove l’etnia dominante, gli Han, ha sempre mantenuto una posizione di prestigio e tutte le minoranze – definite Fan, ovvero “barbari” – hanno dovuto negoziare, di volta in volta, pochi limitati diritti.inuit_sm

Particolarmente triste è la storia delle popolazioni altaiche. Sotto la Russia zarista erano utilizzate nelle miniere della Siberia. All’epoca della Rivoluzione, presero parte per i menscevichi. Quando Stalin salì al potere sancì che gli Oyrot (come erano chiamati) erano “controrivoluzionari”. Stalin decimò l’80% della loro popolazione. Un’altra popolazione delle steppe, i Buriati, buddisti, furono perseguitati quando Stalin lanciò la sua guerra contro la religione.

Complesso è anche l’intreccio etnico e sociale nel subcontinente indiano. Con l’istituzione del sistema feudale fondiario mogul, il zamindari, gli Adivasi furono trasformati in un umilissimo proletariato agricolo, sottoposto ad ogni forma di vessazione. Durante la diffusione di un’epidemia fra gli Adivasi, gli inglesi cercarono addirittura di sterminarli per arginare la malattia. Ancora più impattante è stata la politica mogul e inglese sulle popolazioni tribali.

Gli Andamanesi, ai tempi dell’impero britannico, erano 5.000: oggi ne rimangono circa una cinquantina.

Il Pakistan, invece, a tutt’oggi è praticamente un’etnocrazia punjabi con Sindhi, Baluch e Pukhtun spoliati dei propri diritti.  Nell’Asia centrale, sia la Tailandia che la Cina hanno raso al suolo interi villaggi Akha, per produrre grano e legname. La politica di trasmigrazione indonesiana, per la quale il governo muoveva coattivamente i residenti delle aree sovrappopolate verso Suma e la Papua – e che anche la Banca Mondiale ha finanziato – ha creato un vero conflitto etnico permanente. Con centinaia di morti fra i Maduresi e i Dayak.

Emergenza indigena

Fra i più convinti sostenitori della Dichiarazione Onu sugli indigeni ci sono stati Morales e Chavez. L’America Latina è il continente, infatti, che ha visto emergere il problema indio con più virulenza. Massacri, stermini, cristianizzazione forzata: per il filosofo Tzvetan Todorov, la conquista dell’America è stata, anche, la scoperta dell’altro, un momento di forte riflessione dell’Occidente su identità e alterità. A tutt’oggi esiste un serio problema di espulsione di indios dalle foreste: ciò non ostante, l’azione di Morales, Chavez o Marcos testimonia la nuova centralità della cultura amerinda nella costruzione di un’identità panamericana di stampo bolivariano. Brazil. Yanomami Indian

Soltanto nel 1989 la Norvegia ha concesso l’elezione di un parlamento Sami, avviando un momento di riflessione sulle violente politiche di assimilazione – che imponevano il divieto ad usare la propria lingua – intraprese per la prima metà del Novecento.

Particolarmente confusa si presenta la situazione in Africa. Gli imperi coloniali, infatti, stabilirono il proprio dominio appoggiando dei gruppi etnici ed instaurando delle etnocrazie dove una minoranza schiacciava altri gruppi etnici.
E’ il caso degli Acholi nell’Uganda del generale Idi Amin, ad esempio. La guerra in Nigeria fra Ijaw e Itsekiri  per le terre di Warri, ricche di petrolio, originano proprio dal favoritismo concesso dagli inglesi agli Itsekiri. I presunti conflitti etnici africani, in realtà, nascono da interessi materiali ed errori delle potenze coloniali.
La divisione fra Hutu e Tutsi fu operata dagli ufficiali dell’anagrafe tedesca attraverso il conteggio delle pecore possedute. Nel frattempo, i pensatori razzisti elaboravano la teoria delle razze amitiche, per la quale, in Africa era possibile individuare delle stirpi di ceppo caucasico ma di pelle nera, più vicine agli Europei, che le potenze coloniali dovevano sostenere: come i Tutsi. Una teoria alquanto grottesca se si pensa che il “ten-cow rule” (la regola di chi possedeva 10 vacche) postulava che i proprietari Tutsi, proprio in quanto “più simili agli europei”, oltre ad essere più ricchi dovevano essere anche più belli ed alti: quindi, tutti quelli bassi venivano schedati come Hutu.
In Africa, la variabile etnica è rilevante: anche se l’etnicizzazione dei conflitti è legata a precisi interessi materiali volti a camuffare la realtà economica della guerra.

La lista dei conflitti etnici africani continua, infine, con i massacri di Anuak nella regione di Gambella da parte degli etiopi, con la guerra fra eritrea ed Oromo, e con il conflitto in Darfour fra Fur, Zaghawa, e Masalit.

Gli articoli precedenti costituiscono un unico speciale sulle Popolazioni indigene, uscito sul quotidiano Terra, il 27 maggio 2009.

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Verso un nuovo Stato sociale

Pubblicato da brasseriefoucault su Luglio 1, 2009

Nascita dello Stato sociale

Lo Stato liberale classico riteneva che il governo dovesse limitarsi a battere moneta e a difendere i confini. Quando, come e perché nasce l’idea che lo Stato debba prendersi cura di noi?
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L’età dell’oro del welfare è nel XIX secolo. Tuttavia, dei primi abbozzi di Stato sociale sono già ravvisabili nel Medioevo, insieme alla comparsa di una nuova concezione sociale del concetto di povertà.
Nelle società tradizionali, la povertà era considerata ineluttabile e naturale. Se c’era una carestia, la gente moriva.

Tuttavia, i poveri e i contadini, attraverso gli usi civici, avevano la possibilità di procurarsi i mezzi di sostentamento. L’indigenza era, quindi, naturale ma anche non assoluta. E’ con le enclosures che nasce una nuova povertà, prodotta socialmente, e che priva completamente gli indigenti dei mezzi di sostentamento. Con le enclosures, nell’Inghilterra del XIV secolo, i boschi, che erano di tutti, e sui quali tutti vantavano diritti di pascolo, di raccolta dei frutti, etc., venivano cinti e privatizzati; si gettavano le basi della moderna economia capitalistica ma nasceva una nuova idea di povertà.

La privatizzazione dei beni comuni spingeva gli uomini a vendersi nel mercato della forza lavoro come merce e, molte volte, per un salario da fame.

Di fronte ai costi sociali indotti dalle enclosures, Elisabetta d’Inghilterra vara, nel 1611, le Poor Laws, a favore degli indigenti.

E’ sintomatico che nel 1786, Joseph Townsend, un autore che influenzerà molto Adam Smith, pubblichi una dissertazione contro le Poor Laws sostenendo che i poveri debbano essere lasciati nella povertà, in modo che la fame li spinga a vendere la loro forza lavoro al prezzo più basso possibile.

Il dramma delle enclosures diffonde in Europa un’alta conflittualità, scoppiano le jacquerie, le lotte contadine contro i nobili, che spesso si sovrappongono alle lotte di religione (permeate dal pauperismo del cristianesimo delle origini); è il caso delle rivolte dei tuchini in Piemonte, degli albigesi in Francia, degli hussiti in Boemia o dei protestanti in Valtellina.

Lo Stato sociale si sviluppa, quindi, per assistere i poveri prodotti dalle meccaniche dell’economia capitalistica e sgonfiare il conflitto sociale. Infatti, il welfare si accompagnava a due istituti: l’healthfare, attraverso il quale lo Stato – fornendo cure mediche – provvedeva a trasformare i contadini in robusti proletari che potevano reggere gli infernali turni lavorativi dei primi opifici industriali; e il warfare, il sistema pubblico di repressione che fronteggiava il conflitto sociale, dalle jacqueries medievali, alle moderne lotte di fabbrica.

Ascesa e declino del welfare in Italia

Nell’Ottocento, i Paesi più industrializzati, si dotano di welfare.
Lo Stato, per favorire lo sviluppo dell’economia capitalista, istituisce una burocrazia efficiente che reprime i movimenti d’opposizione ad un sistema sociale che produce molta ricchezza ma anche ineguaglianze. L’Inghilterra è scossa dalle lotte dei luddisti, nate con l’urbanizzazione e la trasformazione dei contadini in proletari.
Il valore della forza lavoro è data dalla buona salute degli operai e dalla loro capacità di fare figli, prole, da cui l’etimo.

Lo Stato sociale costituisce uno strumento di riproduzione efficiente della forza lavoro. In Italia, il welfare, si sviluppa più tardi.
Dopo l’Unità d’Italia, la Destra storica è insensibile al tema povertà e sostiene uno Stato ultraleggero. E’ con la Sinistra storica che nasce lo Stato Sociale italiano. Le iniziative più importanti sono: l’istruzione elementare obbligatoria e gratuita (legge Coppino: 1877); la parziale depenalizzazione del diritto di sciopero (codice Zanardelli: 1889); e l’introduzione di una legislazione sociale a tutela dei lavorati e contro la povertà, a seguito dell’inchiesta Jacini, che svelava la diffusa condizione di sottoalimentazione delle plebi rurali.
welfareWelfare e warfare, aiutare e punire: nel 1898, sotto il governo di Rudinì, il generale Bava Beccaris spara cannonate contro la folla che a Milano protestava per il prezzo del pane.
Nel 1911, parte il progetto riformatore di Giolitti: nascono l’Ina (Istituto nazionale assicurazioni) e l’Ipab (Istituzioni pubbliche assistenza e beneficenza), al via il suffragio universale maschile (per le donne bisognerà aspettare il 1946!). Si sviluppa l’idea che i diritti e benefit pubblici, oltre ai salari che superino la soglia di sussistenza, possano sgonfiare le pretese rivoluzionare dei marxisti.
Sia la socialdemocrazia keynesiana che il popolarismo cattolico o i totalitarismi fascisti vogliono, infatti, proporre una “terza via”, fra liberalismo e comunismo, dove lo stato sociale permetta di superare i conflitti di classe fra capitale e lavoro.

Negli anni 30, il New Deal in America e il corporativismo fascista propongono entrambi un nuovo Stato regolatore che favorisca le condizioni materiali di vita delle classi popolari. Il dopoguerra è l’apogeo della Socialdemocrazia. Ancora più Stato sociale, ma soprattutto concertazione, superando il paternalismo proprio dei regimi totalitari.
Lo Stato fa tutto: in Germania ti paga pure le cure termali. Per raggiungere l’obiettivo della piena occupazione, lo Stato si fa impresa. Anche a costo da far scavare le buche per poi riempirle, come sosteneva Keynes.
In Italia, con Cirio e Sme, lo Stato giunge a produrre panettoni e conserve di pomodoro. Capitale e lavoro non sono più in opposizione, lo Stato non è più disinteressato al mercato ma dialoga con Confindustria e i sindacati per promuovere la pace sociale, sostenere il profitto e i lavoratori. Il ricco Occidente può permettersi di ridistribuire la ricchezza a varie classi sociali. Ma fino a quando?

La crisi dello Stato sociale

Gli anni ’60/70 sono l’età dell’oro dei diritti sociali. Nasce lo Statuto dei lavoratori. Gli operai smettono di essere proletari; non percepiscono più un mero salario di sussistenza, ma devono “far girare l’economia”: più diritti e più soldi.
Il keynesismo ritiene che l’equilibrio fra domanda ed offerta si realizzi non nel punto di massima efficienza sociale. Lo Stato deve, quindi, favorire un sistema di salari più alto, attraverso il quale stimolare l’economia. Lo Stato sociale spende: e spreca. I governi praticano sistematicamente il deficit spending. L’economia sociale di mercato sembra essere il migliore sistema possibile. I capitalisti sono liberi di accumulare indefinitamente, e i salariati possono permettersi una vita fatta di “pane e rose”.social card

Per i teorici delle socialdemocrazie, gli obiettivi rivoluzionari dei marxisti o l’anticapitalismo non hanno più ragione d’essere. Con la conferenza di Bad Godesberg, l’Spd tedesca abbandona il marxismo nel 1959; in Italia il Pci è sempre più partito di governo e meno di lotta. Il laissez faire sembra un reliquato ottocentesco, i liberisti vengono trattati come dei folli, Von Hayek, padre del neoliberismo, abbandona Chicago e va a Friburgo, i partiti di Destra europei cessano di essere liberali, le elezioni le vincono o i partiti popolari o i socialisti.

E’ il trionfo del Big State. La povertà e la devianza non sono più stigmatizzate come un fallimento individuale, o addirittura genetico, come era nelle teorie razziste di Niceforo o Lombroso. Nelle scienze sociali trionfa il comportamentalismo. Povertà e devianza hanno origini sociali, sono colpa della società. Si può risolvere il problema solo con più welfare e diritti.
Questo idillio si incrina con gli shock petroliferi e si rompe definitivamente negli anni ‘80 – in America e Inghilterra, con i governi Reagan e Thatcher – e, in Italia, negli anni ’90.

Da un punto di vista economico, si abbatte la stagflazione, l’Occidente patisce la concorrenza delle nuove potenze, fenomeno che dura ancora oggi. Le ragioni dell’incapacità di competere in Europa sono individuate nei pilastri della socialdemocrazia. Lavoro e Stato.

La forza lavoro costa troppo, troppi diritti; via la scala mobile, nascono i contratti a progetto, si comprimono i salari. Le imprese pubbliche sono inefficienti, la pubblica amministrazione sovradimensionata; si privatizzano gli enti pubblici economici, si deve ridurre l’amministrazione, ci vuole più mercato e meno Stato. Contemporaneamente cambia la sensibilità pubblica verso il tema della povertà. Secondo i critici dello Stato keynesiano, l’assistenzialismo ha essenzialmente deresponsabilizzato i poveri o i fruitori dei servizi sociali. Bisogna, quindi, implementare politiche di assistenza attiva, di workfare, che incentivino la partecipazione dei poveri al mercato del lavoro o la compartecipazione economica degli utenti nell’erogazione dei servizi di welfare. In questo momento il welfare è in crisi irreversibile: quale sarà il futuro dei servizi sociali?

I fallimenti dello Stato sociale poverty_homeless

In un bizzoso gioco di corsi e ricorsi, lo Stato keynesiano doveva rappresentare il superamento del modello liberale ottocentesco.
Oggi, nel nuovo millennio, il mercato viene invocato per supplire ai fallimenti dello Stato. Ma quali sono le critiche principali che investono lo Stato sociale? In primis, questo sistema viene messo in discussione quando la spesa pubblica diventa insostenibile, a seguito della crisi di competitività che investe l’Europa negli anni 80, e che continua ancora oggi. Alcuni studiosi, tuttavia, ritengono che i fallimenti dello Stato sociale vadano al di là della sua (attuale) antieconomicità.

I sistemi universalistici, basati su molti diritti e benefit per tutti, indurrebbero un comportamento noto, in economia, come “azzardo morale”: un esempio è rappresentato dall’esplosione dei costi nella Sanità. Un cittadino, ad esempio, grazie alla Sanità pubblica, preferisce comportarsi in modo azzardato nella misura in cui, se si ammala, guadagna lo stesso e i costi sanitari sono imputati alla collettività, piuttosto che porre in essere misure preventive di responsabilità, i cui costi (la prevenzione) sono individuali.
E’ per queste analisi che si punta sulla compartecipazione dei cittadini alla spesa (i ticket). L’azzardo morale funzionerebbe, quindi, come una tendenza da parte dei cittadini ad abusare di un sistema universale (che vale per tutti) e i cui costi, pagati da una collettività generica, non vengono percepiti come direttamente imputabili allo stesso cittadino.

Da questo punto di vista il welfare sarebbe anche diseducativo e paternalistico, disincentivando comportamenti individuali virtuosi da parte dei cittadini.
I bisogni sociali di cui il welfare tradizionale si farebbe carico, inoltre, sarebbero espressione delle preferenze del cittadino/elettore mediano: una soluzione che vale per tutti, ma che non soddisfa alcuni. Un esempio di ciò è ravvisabile nel dibattito sulle scuole private. Esistono associazioni di cittadini, infatti, che mandano i figli a scuole cattoliche, a loro giudizio più rispondenti ai propri valori, e che lamentano di pagare per la scuola due volte: per la scuola pubblica e per quella privata. La soluzione invocata è rappresentata dai voucher, attraverso i quali i genitori utenti di scuole private, vengono reintegrati con una parte di reddito da spendere per mandare i figli nelle scuole volute.

Le politiche di redistribuzione di stampo keynesiano, essendo inefficienti dal punto di vista economico, alla fine, riducono il reddito nazionale da ridistribuire e non incidono realmente sui bisogni sociali delle persone. Secondo i critici, il welfare è un sistema inefficiente e che, alla fine, non raggiunge neanche gli obiettivi di equità che prometteva. Ma con che cosa possiamo sostituire questo costoso e bistratto Stato sociale?

I rischi del welfare market

La riforma del welfare state sembra, oggi, un dato incontrovertibile. Di fronte alle esigenze di contenimento della spesa pubblica, sia Destra che Sinistra puntano a tagliare la burocrazia. Rispetto al modello tradizionale, oggi si fronteggiano due teorie di welfare. Una neoliberale che promuove l’adozione di un welfare market con i privati che svolgono le funzioni di produzione o erogazione dei bei pubblici. L’altra che si basa sul welfare mix, un sistema misto, dove il ruolo principale lo svolge il III settore, capace di mediare egregiamente fra l’efficienza del privato e l’equità del pubblico.

Infatti, nonostante i problemi posti dallo Stato sociale tradizionale, l’adozione di un welfare market coinciderebbe con l’abbandono totale di una prospettiva di redistribuzione e di equità, accolta dalla nostra Costituzione. Esistono, infatti, molti studi che si sono occupati di privato e di welfare, giacché questo sistema già esiste in America. Ed i problemi che si delineano sono notevoli.

Un caso emblematico del fallimento del mercato del welfare, nel settore sanitario, è rappresentato, ad esempio, dalla “selezione avversa”, che funziona nel modo seguente. Il cittadino che sottoscrive una polizza privata è essenzialmente una persona di pessima salute che sa che sfrutterà abbondantemente il premio assicurativo. Una persona di buona salute, giudicando il costo della polizza troppo elevato stante le sue condizioni, non sottoscriverà nessuna polizza e rischierà.

Da ciò discendono due conseguenze altamente antieconomiche. Le assicurazioni selezionano i clienti peggiori e le loro polizze costano sempre di più. Le persone sane rischieranno sulla loro pelle, pur di non pagare polizze ritenute troppo esose, scaricando i costi delle mancate cure in gioventù sul sistema nazionale universale che in America assiste tutti quando si è anziani.

Ecco perché gli Usa, pur avendo la Sanità privata, spendono di più rispetto all’Europa.
Il fallimento del mercato dei servizi sociali si registra anche sul lato dell’offerta. I medici, infatti, sono indotti al milk-skimming. Imputano ai pazienti cure costose inutili; dirottano i pazienti sani e danarosi nella clinica privata, e lasciano nella sanità pubblica i pazienti malati e costosi.

Oggi per riformare il welfare, senza incidere sui diritti, appaiono inderogabili due punti: fissare gli standard minimi di qualità dei servizi, onde evitare che si delineino differenti livelli di cittadinanza a seconda della Regione di provenienza; stabilire cosa può fare il privato o il III settore e cosa assolutamente non può fare se non si vuole sacrificare l’equità sull’altare dell’efficienza.
Purtroppo, nel Libro Verde sul welfare, il ministro Sacconi punta proprio su un coinvolgimento indifferenziato dei privati nei servizi sociali. Si abbatteranno i costi? Forse. Ma a quali costi sociali?

Gli articoli precedenti costituiscono un unico speciale sullo Stato sociale, uscito sul quotidiano Terra.

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Praga summit, via all’Eastern Partnership

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

L’Eastern Partnership è stata lanciata. Il sette maggio sono convenuti a Praga i 27 Paesi membri dell’Ue e sette nazioni dell’Est dell’ex blocco sovietico: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Ucraina e Moldavia. Si tratta del più ambizioso progetto dell’Unione europea dai tempi dell’allargamento.

La solenne dichiarazione della Conferenza di Praga impegna la Ue a favorire pace, stabilità e prosperità in una regione, storicamente europea, e attualmente geopoliticamente strategica. Un obiettivo meno solenne, ma non meno importante, è, infatti, controbilanciare l’influenza russa nell’Est. E’ anche per questo che, alla fine, anche la Bielorussia è stata invitata: il Paese- definito “Stato canaglia” dall’ex presidente americano George W. Bush – lascia molto a desiderare dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. Ma il rischio che fosse completamente assorbito nell’orbita d’influenza del Cremlino pesa di più dell’acquis comunitarie.BELGIUM-EU-SUMMIT-PRESIDENCY-MERKEL-BARROSO

Ma, si badi bene, con questa mossa la Ue cerca solo di frenare l’influenza russa, non la neutralizza. Ed ancora esistono forti divergenze di interessi fra i 27 membri dell’Unione in merito ai Paesi invitati al summit. Dove si vuole andare con questa Eastern Partnership ancora non è chiaro.

La Ue vuole “strappare” questi Paesi a Mosca, ma cosa offre?
La controparte Ue richiede libera circolazione di uomini e merci e, in ultima istanza, ingresso nell’Unione. Peccato che molte nazioni Ue temano sia l’aumento dei flussi migratori – una vera spada di Damocle sulla testa dei governi di centro-destra – che la competizione al ribasso che i nuovi lavoratori dell’Est imporrebbero agli europei nei settori meno qualificati del mercato del lavoro – e questo è lo spauracchio per gli esecutivi di sinistra -. Quanto agli accession talk, tutti i 27 sembrano orientati a slegarli dagli accordi dell’Eastern Partnership.

Inoltre, non mancano le tensioni domestiche interne all’Unione. Ad esempio, Nicolas Sarkozy e Jose Luis Zapatero non sono direttamente presenti a Praga in segno di ostilità verso le nazioni di più recente ingresso, come la Repubblica Ceca, la Slovenia e la Polonia, forti sostenitrici di un allargamento ad Est: visto con sospetto sia da Madrid che da Parigi, in quanto capace di spostare l’equilibrio degli interessi ad ovest di Berlino. Ci sono state anche piccolissime dispute sulle frasi da scrivere nella dichiarazione che sono spie di grandi problemi: Germania, Francia e Italia volevano eliminare la definizione “Nazioni europee” utilizzata per descrivere i Paesi dell’Est convenuti, timorosi che ciò potesse significare un via libera all’allargamento.

Oggi, la dichiarazione fissa il minimo indispensabile. Una conferenza ogni due anni e quattro piattaforme di collaborazione: “Democrazia, governance e stabilità”, “Integrazione economica e convergenza con le politiche Ue”, “Sicurezza energetica” e un blando “Contatti fra i popoli”, che ha sostituito sia le più solenni dichiarazioni in merito alla libera circolazione degli individui che le più prosaiche richieste di eliminazione dei visti. Anche se la realtà della cooperazione svela un livello di integrazione ancora basso, la Conferenza di Praga è abbastanza per far arrabbiare Mosca.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha apertamente definito l’Eastern Partnership una versione rinnovata della politica delle “sfere di influenza”, un tentativo di influenzare alcuni Paesi dell’Est, come la Russia bianca, al fine di non riconoscere l’indipendenza di Abcazia ed Ossezia (tuttavia assai discutibile dal punto di vista del diritto internazionale). Con la caduta del muro di Berlino, infatti, la Ue ha incominciato a sviluppare una nuova politica verso l’Oriente – che è stata definita da Mark Leonard Eurosfera – appoggiata direttamente da Barroso.

L’Eurosfera si estenderebbe fino al Kazakistan e all’Iran. Zone storicamente oggetto dell’espansionismo russo, già ai tempi dello zar. Negli ultimi anni, però, la rinnovata forza diplomatica di Mosca ha portato il Cremlino a rivendicare quella che un tempo era la propria sfera. Laddove la Ue cerca di cooptare con incentivi e stabilità, la Russia ha optato per una strategia opposta. Fatta di ritorsioni (energetiche, in primis) e destabilizzazione, attraverso le riottose enclavi russe che ha dispiegato nel Caucaso. Attualmente, la politica di Brussel sembra orientata al realismo: l’Europa ha chiuso un occhio sulla situazione dei diritti civili in Moldavia e Bielorussia, ad esempio (anche se, alla fine, Brussel è riuscita a far desistere i presidenti bielorusso e moldavo Alyaksandr Lukashenka e Vladimir Voronin dal partecipare direttamente alla conferenza).
Si tratta di capire, però, fino a che punto la realpolitik europea si potrà spingere, data la frantumazione degli interessi dei 27 Paesi membri in campo. Per ora la controparte Ue ha rifiutato di riconoscere la contestata indipendenza di Abcazia ed Ossezia. Sia Est che Ovest perseguono la sicurezza energetica. Ma cosa è realmente disposta ad offrire la Ue ai Paesi dell’Est?

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Respingimenti, un mare di violazioni

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

“I confini euro mediterranei sono conosciuti in tutto il mondo per il numero delle vittime e delle violazioni dei diritti umani dei migranti che cercano di raggiungere le sponde europee dell’Andalusia, della Sicilia, di Lampedusa”.

Così inizia il report 2009 dell’Osservatorio del sistema penale e dei diritti umani, finanziato dalla Commissione europea nell’ambito del sesto programma quadro di ricerca dell’Unione, pubblicato lo scorso  27 aprile -. Con negli occhi le sofferenze dei migranti di Lampedusa, non è difficile condividere un giudizio così drastico e amaro.

Il Mediterraneo, infatti, è stato investito da un processo culturale comune ad altri confini: sotto la spinta di alcuni partiti politici, in tutta Europa, ad un concetto di confine come connettore di comunicazione o di scambio se n’è sostituito un altro dove l’accento viene posto sulla divisione, o separazione dagli altri, visti come pericolo o minaccia della sicurezza nazionale. Da ciò discende anche la progressiva trasformazione delle politiche sulla immigrazione da politiche sociali a questioni di ordine pubblico.

Il report, infatti, parla di progressiva militarizzazione dei confini, con continue violazioni dei diritti umani ed erosione del Rule of Law europeo. Questa preoccupante regressione extralegale degli strumenti e modalità di gestione legittima dell’immigrazione clandestina, inoltre, non trovano minimamente fondamento nei dati di fatto: secondo il report, solo una percentuale bassissima fra i clandestini che approcciano l’Europa via mare può legalmente classificarsi come irregolare. Il battage mediatico, e la durezza degli strumenti, eccedono la portata reale del fenomeno. ITALY-MALTA-IMMIGRATION-ARRIVAL

La Carta Europea dei diritti dell’uomo (Cedu) e varie sentenze, ad esempio, hanno più volte sottolineato l’illegittimità delle espulsioni collettive, e l’Italia è stata più volte ammonita dal Parlamento europeo.

La nostra Costituzione, d’altronde, sancisce che contro gli atti della Pubblica amministrazione è sempre possibile ricorrere; cosa che non è stata sempre concessa a molti migranti. Il paradosso giuridico è che la Carta dell’Onu e la Cedu sanciscono una serie di diritti inalienabili ed universali che le legislazioni nazionali comprimono nei limiti angusti dei diritti di cittadinanza; come se la “Libertà e Dignità dell’Uomo” potessero essere riconosciute solo a chi paga le tasse. Secondo quanto emerge dalla ricerca, il problema della mancata tutela dei diritti umani nell’ambito delle operazioni contro l’immigrazione clandestina risiedono in un buco tecnico-legislativo che favorisce un problema di giurisdizione.

Nell’ambito del programma di controllo dei confini europei (Frontex), gli Stati Ue sono autorizzati a compiere missioni anche fuori dalle proprie acque territoriali, in acque africane, ad esempio, in forza di accordi multilaterali sottoscritti con i Paesi d’origine dei migranti. Le eventuali violazioni dei diritti umani, però, non sono ascrivibili ai Paesi d’origine, ma direttamente alle nazioni europee. Esistono sentenze della Corte europea dei diritti umani (caso Stocké Vs RFT) che affermano questo principio in modo chiaro. Ecco perché le nazioni Ue devono essere richiamate seriamente, su questo tema, al rispetto della legge.

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Il mercato nero dei visti Ue e il risentimento dell’Est verso Brussels

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

A Berlino, nell’89, non è scomparso l’ultimo muro. Ce n’è ancora un altro, che allora come oggi, divide in due l’Europa. Quella “politica” da quella geografica.

Lo si potrebbe definire “il muro di Schengen”. I confini europei fra i Paesi membri dell’Unione europea e i non membri. Un vero shock per nazioni, come quelle balcaniche, che da sempre si considerano parte integrante dell’Europa. Non è casuale, ad esempio, che i serbi si siano sempre tradizionalmente sentiti i difensori dell’Europa – a seguito del sacrificio della nobiltà serba contro le truppe ottomane nella battaglia di Kosovopolje del 1389, che farà sì che i turchi non riescano a raggiungere Vienna, ad esempio – eppure, a Belgrado, hanno guadagnato consensi partiti profondamente euroscettici.

Circa il 70% dei giovani dell’ex Yugoslovia, con l’eccezione di Slovenia e Croazia, ora nella Ue, non hanno mai potuto mettere piede fuori dal proprio Paese, d’altronde.dobrovat_monastery_1504_moldavia_romania_photo_tatiana_murzin
Nel 1990 soffiava il “vento della libertà”. Gli europei dell’Est potevano finalmente viaggiare, liberi dall’opprimente burocrazia sovietica. Ma con gli obblighi sottoscritti da Polonia, Slovacchia ed Ungheria per entrare nell’Ue, la musica cambiava. Le nazioni del Caucaso, in modo particolare, non confinando direttamente con l’Ue, diventano ancora più isolate, intrappolate fra le montagne.

L’Europa pensata ad Occidente “cancella” la storia. Quanti italiani sanno che l’Armenia è stata la prima nazione cristiana d’Europa e, infatti, San Gregorio Armeno fa bella mostra di sé nel colonnato di San Pietro a Roma? Il “ghetto mentale” che rinchiude gli europei dell’Est è, da tempo, oggetto di dibattito da parte degli intellettuali di quei Paesi che si sentono esclusi dall’Europa che conta. Recentemente, Radio Free Europe ha condotto un’inchiesta che ha scoperto un vero e proprio vaso di Pandora. In molti Paesi, infatti, si è aperto un florido mercato nero per i visti europei. In Moldavia, ad esempio, secondo i giornalisti di Rfe, la concessione dei visti è completamente truccata.

Rfe ha realizzato molte interviste, soprattutto ad associazioni per la legalità. Emblematico è il caso di una donna moldava che ha pagato 2000 euro per ottenere un visto per l’Italia, mentre secondo Brussel, per le nazioni non Ue, il costo ufficiale è compreso fra i 30 e i 60 euro. Una volta in Italia, la donna ha potuto comprare al nostro mercato nero i documenti falsi che le hanno permesso di rimanere entro in confini di Schengen. Insomma, la Ue – suo malgrado – ha unificato anche i “mercati neri”.

Oggi, in Moldavia, un visto costa circa 4000 euro. Inoltre, ci sono le bustarelle da pagare in loco per ottenere i permessi di soggiorno/lavoro.
Anche quando non scatta la corruzione, ottenere un visto Ue è un’impresa ardua. In generale, il richiedente deve produrre un’assicurazione complessiva, di viaggio e di soggiorno, che includa anche i costi di rimpatrio della salma in caso di decesso; deve dimostrare un certo reddito, esibire prenotazioni dell’albergo o lettere d’invito. Si tratta di una serie di procedure stringenti, atte a prevenire l’immigrazione indesiderata.

Varie leggi nazionali declinano in modo diverso e restrittivo queste politiche. Purtroppo, nel mentre non si è riuscito ad arginare i fenomeni migratori illegali, è plausibile che queste misure abbiano favorito il mercato illegale: per tacere dei costi umani.

Il punto di fondo, in realtà, è quale sia l’idea di Europa e quanto sia condivisa da Est ad Ovest. Il risentimento dell’Est verso il muro di Schengen non esisterebbe se questa politica – per quanto odiosa in generale – fosse praticata verso i non-europei. C’è in ballo l’identità ferita di molte nazioni. Un fenomeno che coinvolge, ad esempio, anche la Russia, dove è molto radicato un senso d’identità misto euroasiatico, di cui i russi vanno molto fieri. Infatti, nell’agenda di Mosca, c’è la rimozione dei visti fra Russia e Ue.

La Russia è, d’altronde, profondamente convinta –  non a torto – che la Liberazione dell’Europa dal nazifascismo sia opera sua (i russi pagarono il più alto tributo di sangue): ma, ad esempio, negli altri Paesi dell’Est c’è una forte ostilità verso le celebrazioni russe della “Grande Vittoria”, in base alla quale si giustificava la dominazione sovietica dell’Est: e non sono stati rari i casi di incidenti diplomatici in occasione delle cerimonie congiunte Est-Ovest-Russia per celebrare la fine della II Guerra mondiale. Non è azzardato sostenere che la percezione che gli europei hanno del loro passato è ancora confusa. Ad esempio, i tedeschi erano convinti di essersi redenti dal loro passato, grazie all’Ostpolitik, promossa da Willy Brandt negli anni Settanta, per normalizzare i rapporti con la Repubblica democratica tedesca. Per i polacchi, si trattava di un’apertura verso i regimi comunisti, non verso le popolazioni. E da questa ostilità di fondo che, ad esempio, è nata la piccola crisi Berlino-Varsavia, in merito alla decisione tedesca di istituire un museo sugli espatriati tedeschi dalla Polonia, dopo il ’45.

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Conferenze sull’energia in Bulgaria e Tukmenistan

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

Si sono svolte due diverse conferenze sull’energia, praticamente in contemporanea, la settimana scorsa: una in Bulgaria, l’altra in Turkmenistan. Due agende differenti ma con degli obiettivi in comune. Dal punto di vista dell’Europa, si tratta di un nodo gordiano, semplice nella sua complessità: rendere stabili ed efficienti le importazioni di risorse energetiche in Europa, provenienti dai mercati asiatici, Transcaucasia e Paesi turcofoni al di là del Mar Caspio, in primis. Con l’obiettivo di rendere l’Europa non più esclusivamente dipendente dalla Russia come unico importatore.

Il problema si è fatto ancora più stringente dopo la recente crisi Ucraina: soprattutto per alcuni Paesi dell’Est, dipendenti quasi interamente dalle forniture russe. Allo stato attuale, la Russia esercita sulla Ue una pressione egemone attraverso il suo capitale energetico. Là dove la Russia non controlla direttamente le risorse, infatti, è sempre il Paese attraverso il quale i gasdotti e gli oleodotti devono passare per giungere in Europa.
Gran parte del petrolio che viene pompato verso l’Europa meridionale, ad esempio, ci arriva dal Caucaso. Il Caspian Pipeline Consortium e il Northern Early Oil nascono in Kazakistan e Turkmenistan, ma devono attraversare la Russia per giungere sulle sponde rumene e bulgare del Mar Nero.

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L’Europa Centrale è anch’essa blindata: dall’oleodotto dell’amicizia, Druzhba I e Druzhba II; costruiti al tempo del Comecon, quando la Russia distribuiva energia “ai fratelli” del Patto di Varsavia. I Druzhba partono ad Almetyevsk, nel Tatarstan, incanalando il petrolio degli Urali e della Siberia, e pompano l’olio nero fino in Polonia, Germania, Repubblica Ceca.
Il Nord Europa è, invece, alimentato dal Baltic Pipeline System che arriva in Finlandia, a Tallin e Riga: e ancora più ad ovest, su, fino a Danziga e Rostock. Le forniture di gas saranno, invece, garantite da Nord Stream, già in cantiere.
Il tema principale discusso dall’Europa alla conferenza di Sofia, quindi, è, ancora una volta, Nabucco. Nabucco è la grande pipeline appoggiata e sostenuta da gran parte dell’Unione, l’unico progetto in grado di pompare il gas dai Paesi turcofoni bypassando la Russia.

Il gas partirebbe da Baku, in Azerbaijan, dove terminano altri collettori fondamentali, provenienti anche dall’Iran; da lì, le condutture passano per la Transcaucasia e la Turchia; poi, Bulgaria, Romania, Ungheria e, infine, Austria. A causa dell’instabilità nel Caucaso – alimentata dalla Russia -, dove sono in atto molti conflitti territoriali, non solo in Georgia (Abcazia e Ossezia) ma anche in Armenia (Nagorno-Karabach), Nabucco ha perso gradatamente terreno rispetto al progetto South Stream, appoggiato dalla Russia.

Mosca ribatte e propone, quindi, la Carta Energetica con l’Europa, un accordo di partnership con Brussel, ma che non cambia lo status quo, assolutamente favorevole al Cremlino. Alcuni Paesi Ue sono allettati dalla Carta di Medvedev, rilanciata a Sofia. Ma la scelta è ardua. La Russia, infatti, cerca di contrattare singolarmente con i Paesi Ue, offrendo condizioni di vantaggio ad alcuni, al fine di determinare una nuova situazione in cui il progetto russo sia l’unico praticabile. Una situazione di favore, ad esempio, accordata all’Italia che si trova nella strana condizione di essere pro-Nabucco, quando veste i panni delle nazioni filo Ue, ma materialmente impegnata, con Eni, in accordi con Gazprom proprio per South Stream.
Sostituire le importazioni russe con quelle iraniane, inoltre, non è detto che per l’Europa sia un buon affare. Allo stesso modo, nonostante nei Paesi asiatici di lingua turca ci siano molti interessi occidentali, americani in primis, il pressing di Mosca su quelle aree è molto forte.

Infine, Nabucco, per riprendersi dallo stop indotto dalla recente crisi caucasica, avrebbe bisogno di essere supportato da una forte politica di Brussel a favore dell’ingresso della Turchia in Europa. E mente Erdogan ha chiaramente sottolineato che il futuro della pipeline dipende dall’ingresso di Ankara nell’Ue, ci sono molti partiti nei parlamenti di Eurolandia che hanno fatto del no alla Turchia una bandiera.

In Turkmenistan, intanto, la Germania agisce da sola. Nonostante Mosca sia il primo acquirente dell’energia turkmena, Ashgabat ha sottoscritto un accordo con Berlino per le forniture, che rilancia Nabucco, fra le ire di Medvedev. L’occasione è stata offerta da un incidente diplomatico con la Russia, a seguito dello scoppio di una pipeline: il presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhammedov aveva, infatti, stigmatizzato la necessità di intensificare i legami con la Ue. Ma, allo stato attuale, potrebbe trattarsi solo di un timido tentativo di Ashgabat di dimostrarsi indipendente dalla Russia, al quale non faranno seguito altri fatti. Alla fine, bisognerà vedere Ue e Russia cosa mettono nel piatto per l’energia del Turkmenistan.

Il prossimo capitolo, intanto, sarà scritto fra pochi giorni, nella conferenza Ue di Praga.

Si parlerà del “Southern Corridor” e delle politiche europee da sviluppare su Turkmenistan e Turchia.

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Nominato Koh, prosegue la strategia multipolare americana

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

Il preside della facoltà di legge di Yale alla posizione di consulente legale del Dipartimento di Stato, mentre i neocon insorgono

Obama ha inaugurato una nuova politica estera americana più internazionalista e multilaterale, che si sostanzia, anche, in un differente approccio verso gli strumenti di diritto internazionale. Una strategia realista – nonostante le critiche dei conservatori che lo accusano di seguir più gli ideali che gli interessi – che elabora il lutto della fine dell’egemonia americana ed accetta l’idea di un mondo multipolare.

Da questa impostazione discende la nomina di Harold Hongju Koh, preside della facoltà di legge di Yale, alla posizione di consulente legale del Dipartimento di Stato. Per i conservatori si tratta della fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso: Koh sarebbe il campione del “transnazionalismo”, quell’approccio che postula la superiorità del diritto internazionale sull’ordinamento nazionale. Il New York Post l’ha bollato come “l’asso della disobbedienza”.

HaroldKohLe preoccupazioni conservatrici hanno delle ragioni: c’è un’ostilità globale verso gli USA, in gran parte legata all’approccio unilateralista e guerrafondaio di George W. Bush. Molti organismi internazionali si ispirano ad un terzomondismo anticapitalista per il quale gli USA sono “il grande Satana”. Ma l’approccio riformista di Obama si svolge dentro le istituzioni non fuori o contro di esse. Il presidente ha, fin’ora, invertito la rotta: ma con senso della misura.

Gli USA hanno boicottato la conferenza Onu di Ginevra, la cosiddetta “Durban 2” dedicata al tema dei diritti umani, perché già sapevano ci sarebbe stato il consueto teatrino antisemita di Ahdaminejad; ma hanno, al contrario, deciso di aderire al contestatissimo Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni unite: erede dall’altrettanto contestata Commissione, famosa per produrre più risoluzioni contro lo Stato d’Israele che contro tutti gli altri Paesi messi insieme. Le critiche politiche degli americani, quindi, per Obama, non possono tradursi in un rifiuto delle istituzioni. L’idea di fondo del presidente si sostanzia nell’accettare la legittimità di una struttura terza, pur contestando la realtà di ciò che un’organizzazione effettivamente è. Lo stesso Consiglio dei Diritti Umani, d’altronde, soffre di quegli stessi problemi che azzopparono la Commissione. Vedi la maggioranza ai Paesi della Conferenza internazionale islamica.

Ciò non di meno, Obama dimostra un’altra sensibilità diplomatica, rispetto a Bush. Il presidente ha, ad esempio, aperto a Chavez e, al termine della conferenza di Trinidad e Tobago del Sudamerica, la fine dell’embargo a Cuba – richiesto dai Paesi membri dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), che non hanno votato la dichiarazione finale del vertice – sembra una possibilità più che concreta. Obama, in realtà, non si è trasformato in un radical chic socialisteggiante: ha concesso l’impunità ai torturatori di Guantanamo, non avvia un processo di critica della politica statunitense in Sudamerica che includa l’appoggio CIA alle dittature, o ancora quello attuale concesso ad Alvaro Uribe, in Colombia. Ciò non di meno, Obama compie una scelta realistica. L’inversione di rotta che egli sta tentando di imprimere è una conseguenza dei fallimenti delle politiche neoconservatrici. Il modello economico neoliberale, infatti, ha prodotto una crisi che ha affossato gli Stati Uniti.

La condotta americana tesa a forzare il diritto internazionale è ugualmente fallita. La mostruosità giuridica rappresentata dalle “guerre preventive” ha dimostrato quanto possa essere destabilizzante per il pianeta; mentre il riconoscimento del Kosovo ha portato ad un drammatico effetto domino in Abcazia ed Ossezia; che può estendersi, potenzialmente, a tutto il Caucaso. Gli incidenti che hanno visto protagoniste le navi americane (si pensi al recente caso Impeccable) o le esercitazioni di Iran, Cina e Russia nel mare dei Caraibi sono la dimostrazione che la politica USA di tenersi in posizione defilata rispetto agli accordi internazionali e la non sottoscrizione della Convenzione sui diritti del mare sono un errore. Non è un caso che nell’agenda di Obama ci sia la ratifica di questa convenzione.

Allo stesso modo, gli USA – dopo non aver sottoscritto il protocollo di Kyoto – hanno compreso che il futuro delle energie è nelle rinnovabili. La nomina di Harold Hongju Koh si muove, quindi, in questa direzione. Koh non è un attivista: ha lavorato sia con Clinton che con Reagan. E’, invece, uno studioso che ritiene che il diritto internazionale sia una cornice indispensabile entro la quale perseguire legittimamente gli interessi nazionali. A differenza dei teorici hawkish neocon per i quali il diritto era un inutile fardello, e l’interesse nazionale (neoconservatore) un moloch di fronte al quale sacrificare il resto.

Ma, nonostante la reazione scomposta dell’opinione pubblica conservatrice che ha avuto l’ardire di sostenere che Koh avrebbe introdotto elementi di sharia nell’ordinamento interno (è il caso del National Review), il cambiamento obamiano, resosi indispensabile dopo l’era Bush, prosegue.

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I costi e le morti legate ai disastri naturali prodotti dai cambiamenti climatici

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

Ogni anno, 250 milioni di persone sono travolte da “disastri naturali” legati alle modifiche all’ecosistema indotte dall’attività economica dell’uomo: non si tratta di terremoti, infatti, quanto di carestie, legate alla desertificazione, e alla siccità.

E’ quanto emerge dal report 2009 The right to survive, della Oxfam, Onlus attiva nella ricerca sociale focalizzata sui temi della povertà e dell’uguaglianza. I ricercatori della Oxfam hanno isolato i “natural disaster” al netto di quelle calamità che sarebbero indotte da cambiamenti climatici spontanei, ovvero le cui dinamiche, secondo le stime più rigide dei ricercatori non legati a gruppi ambientalisti, non sono imputabili ad inquinamento e gas serra. Nonostante il carattere delle stime dei ricercatori sia formulato “per difetto”, si tratta di una vera e propria emergenza.

tornado-1Le proiezioni, inoltre, prevedono che il numero di persone colpite dai “climate related disaster”, nel 2015, potrebbe crescere del 50%, attestandosi su 375 milioni. I ricercatori sostengono che, anche accettando l’idea che queste proiezioni vengono effettuate su teorie non condivise da tutta la comunità scientifica, il dato di fatto che emerge dalle statistiche raccolte – dati Onu, fra l’altro – dimostra comunque una crescita significativa della percentuale di popolazione colpita dalle calamità.

Proprio l’Onu, inoltre, ha accertato come le dinamiche connesse al degrado ambientale siano concause di un circolo vizioso: più povertà, che a sua volta comporta maggiore incapacità di resistere ai climate related disaster. Con l’evidente aumento dei conflitti, indotti dalla povertà e legati ad una sempre maggiore scarsità di risorse ambientali – che una volta consumate non sono rinnovabili -. L’Oxfam cita un rapporto Onu che sostiene che la stragrande maggioranza delle 235.000 persone morte, lo scorso anno, a causa dei disastri naturali, si sarebbe potuta salvare grazie a migliori e differenti politiche da parte dei governi responsabili.

I governi nazionali e la comunità internazionale, invece, stime alla mano, sembrano indulgere in un’errata valutazione del rischio. Non si implementano, ad esempio, adeguate politiche della casa per sostituire le bidonville con case antitornado – e, analogamente, potremmo estendere il discorso anche all’Italia, con il proprio patrimonio immobiliare assolutamente inadatto dal punto di vista sismico – perché l’impegno economico viene stimato troppo gravoso e il rischio basso.

I rischi, invece, sono alti: e gli interventi ex post per ricostruire costano di più di quanto si sarebbe speso prima per prevenire. Con l’aggravante che i morti rappresentano essi stessi un reddito mancato ed un danno economico, non solo umano. I ricercatori dell’Oxfam, infatti, dimostrano che – se non si inverte il trend – la mole di disastri, in futuro, supererà la capacità economica del sistema umanitario (associazioni, enti) di operare azioni riduttive del danno. L’unica scelta sono, quindi, le azioni preventive. Le azioni proposte dalla Oxfam vanno dalle politiche di riduzione delle immissioni di gas serra, alla richiesta di un maggior finanziamento del sistema umanitario. E’, inoltre, fondamentale che anche i Paesi non Oecd – l’organizzazione per la operazione internazionale – si attestino su un monte contributi per il sistema umanitario, paragonabile a quello dei Paesi Oecd.

Il costo globale dell’operazione si attesta sui 50 miliardi di dollari l’anno. Poco in confronto al rischio reale: e soprattutto, in confronto ai 2,3 milioni di miliardi spesi da Europa e Usa per sostenere il settore finanziario in crisi.

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I conflitti geopolitici al Polo Nord

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

Le rivendicazioni territoriali russe sul Polo Nord si fanno sempre più forti. Il caso è scoppiato a seguito delle dichiarazioni del Cremlino, dopo l’ultima missione – degna di Jules Verne – dell’esploratore Artur Chilingarov, inabissatosi a ben 14.000 piedi di profondità nel mar Artico, a piantare la bandiera russa.

Sale la tensione con gli altri Stati interessati: Danimarca, Canada, Usa e Norvegia ribattono e rivendicano per sé una fetta di Polo. Altre spedizioni scientifiche di queste nazioni sono in programma. Per piantare una bandierina sui fondali. Ma non si tratta di un Risiko impazzito.
Polo

Con l’aumento della temperatura e lo scioglimento dei ghiacci sono, finalmente, sfruttabili i giacimenti di gas e petrolio del Polo. Almeno un quarto delle intere riserve del pianeta è concentrato lì. Siamo forse tornati all’epoca d’oro delle esplorazioni, quando bastava piantare bandierina per rivendicare territori?

A chi appartiene il Polo Nord? In base a quale principio i russi lo rivendicano come parte del territorio di Mosca? Allo stato attuale, diritti particolari sul Polo possono essere rivendicati solo dagli Stati costieri, che si affacciano sull’Artico. Nella disputa c’è anche la Danimarca che si protrae nell’Artico grazie alla proprietà della Groenlandia. Il diritto internazionale, in realtà, ha sempre postulato la libertà dei mari. Da quando le tecnologie consentono lo sfruttamento delle risorse marine ed aleutiche, la giurisprudenza, invece, si è evoluta nella direzione della privatizzazione, o meglio, della demanializzazione dei mari. Ma a tutt’oggi non è agevole per i giuristi stabilire quale legge abbia carattere consuetudinario e sia, quindi, vincolante per tutti gli Stati, e quale tragga legittimità soltanto dalla sottoscrizione di un accordo.

Già l’istituto consuetudinario della zona economica esclusiva (zee) aveva fatto a fette, come una torta, il Polo; ma, in fin dei conti, non si era mai presa in considerazione la possibilità di sfruttare queste risorse. Ma ora le cose stanno diversamente. Potrebbe valere la pena rivendicare la calotta artica attraverso la “piattaforma continentale”. La piattaforma è un concetto giuridico tipizzato dalla Convenzione di Montego Bay – sottoscritta da tutti i Paesi di questa disputa, tranne gli USA (che accettano, però, la“piattaforma” come consuetudine) – che risale ad una intuizione del presidente americano Truman.

La convenzione dice che “lo Stato costiero ha il diritto esclusivo di sfruttare tutte le risorse della piattaforma, intesa come quella parte del suolo marino contiguo alle coste che costituisce il naturale prolungamento della terra emersa e che pertanto si mantiene ad una profondità costante (200 m circa) per poi precipitare o degradare negli abissi”.

La zee di 200 miglia marine fu istituita proprio per le difficoltà tecniche di tracciare queste placche continentali con esattezza e per tutelare i Paesi che erano privi di piattaforme. Gli scienziati di Chilingarov, navigando negli abissi, dicono di aver scoperto che la placca russa arriva proprio fino al Polo. La fetta della Russia, quindi, sarebbe ben oltre la sua zee: si tratterebbe di circa 463.000 miglia.

La prima rivendicazione risaliva al 2001, in realtà. Allora la Russia fece formale richiesta al tribunale arbitrale del diritto del mare istituito dalla convenzione di Montego Bay di vedersi riconosciuta la piattaforma continentale per il tramite della placca di Lomonosov, che dalla Siberia giungerebbe al Polo; i giudici ritennero le prove addotte insufficienti.

La spedizione di Chilingarov è volta, quindi, ad ottenere nuove evidenze. Ma ha innescato, intanto, un’escalation scientifica della rivendicazione. Il ministro danese della ricerca, Helge Sander, ha già dichiarato che ci sono buone probabilità che la placca della Groenlandia si spinga anch’essa fino al Polo, proprio attraverso Lomonosov, che fra l’altro è anche collegata al Canada tramite le Isole Ellesmere; nel frattempo, il miraggio dell’oro nero, ha alimentato un forte movimento separatista groenlandese dalla madre patria.

Norvegia, Canada e Stati Uniti non sono stati certo a guardare ed hanno presentato le loro rivendicazioni, supportati dai loro esploratori. Cosa potrà succedere adesso? Innanzitutto l’istituto della piattaforma continentale è un diritto funzionale: lo Stato può esercitare il proprio impero esclusivamente per controllare e sfruttare le risorse della piattaforma. Insomma, senza la capacità tecnologica per impossessarsi delle risorse, la rivendicazione non esiste. Se tutti vantassero una placca al Polo Nord, eventualmente, si potrebbe ricorrere ad una delimitazione delle zone di sfruttamento mediante il principio dell’equidistanza, qualora questo principio, non consuetudinario, fosse accolto dai ricorrenti.  Per ora, comunque, nessuno sembra essere disposto a farsi una guerra per tutelarsi. Le Nazioni Unite, intanto, visioneranno le prove raccolte dagli stati nel 2014 per poi decidere a chi debba, eventualmente, appartenere il Polo Nord.

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La Cina e la “battaglia legale”, cosa c’è dietro il caso Impeccable

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 22, 2009

Pechino vuole riscrivere il diritto del mare, mettere le mani su risorse e territori e rafforzare i propri confini

L’ultimo incidente, all’inizio del mese, fra alcune navi militari cinesi e l’incrociatore americano Impeccable, al largo dell’isola di Hainan, nel mar Cinese, è l’ultimo di una serie di conflitti che Pechino ha ingaggiato con la comunità internazionale sul diritto del mare e sulla titolarità di alcune isole del Pacifico.
Fonti americane parlano di intimidazione militare alla Impeccable. I cinesi avrebbero fisicamente bloccato la nave e le attività di posa di materiali tecnici sul fondale. Manovre americane senza permessi, ribatte Pechino: ed in una zona di giurisdizione esclusiva cinese.impeccable

Per Pechino, gli americani non avevano il diritto legale di stare lì. Ma cosa ci dice il diritto? Poco.
La Cina, infatti, è fra le potenze emergenti che vogliono riscrivere il diritto del mare. Per plasmarlo sui propri interessi. Partiamo da un dato geostrategico regionale. In quella parte del Pacifico, esistono molte isole il cui status territoriale è disputato. E’ il caso delle isole Diaoyu/Senkaku, rivendicate da Cina, Giappone e Taiwan; delle isole Curili, disputate fra Russia e Giappone; delle isole Paracel, contese fra Vietnam, Cina e Taiwan, ricchissime di petrolio e gas.

Le origini di questi contenziosi è legato al colonialismo. Francesi e inglesi, quando hanno abbandonato queste isole, le hanno alienate con accordi commerciali non rispettosi della storia o della composizione etnica dei territori. Alcune isole rivendicate dalla Cina, inoltre, sono state cedute al tempo dell’occupazione Giapponese o dal Kuomintang (il governo nazionalista precedente alla rivoluzione di Maozedong) e la legittimità di quelle scelte sono state sempre negate da Pechino. Piccolissime ma importantissime isole, quindi.

Oltre al gas, infatti, è attraverso la titolarità delle isole che si traccia la linea del “mare territoriale”, quella porzione di mare assimilabile alla terraferma per i poteri sovrani che lo Stato costiero può esercitare. Bisogna, quindi, capire come funziona il diritto del mare.

Il diritto internazionale, infatti, ha sempre postulato la libertà dei mari. All’epoca, gli europei, i più forti dal punto di vista tecnologico, erano gli unici che potevano godere di questa libertà.
Da quando le tecnologie hanno permesso lo sfruttamento delle risorse presenti sui fondali, il diritto si è spinto nella direzione della demanializzazione dei mari. Sono state soprattutto le ex colonie a spingere in questa direzione; giacché l’occidente faceva quello che voleva in tutte le acque.
Bisogna tenere presente, però, che gran parte del diritto del mare non è consuetudinario – cioè valevole per tutti – ma convenzionale, ovvero si applica solo a chi sottoscrive gli accordi. Scrivere un accordo bene, fra l’altro, è importante perché, laddove esista ciò che i tecnici chiamano opinio juris ac necessitatis, quella regola convenzionale si trasforma in diritto cogente e universale.

Oltre al mare territoriale, ci sono altri istituti giuridici. Come la piattaforma territoriale – il prolungamento della nazione sott’acqua – e la zee, zona economica esclusiva, estesa fino e 200 miglia marine dalla costa.
Il caso Impeccable è il seguente: la Cina sostiene di possedere, nella sua zee, il diritto di impedire il passaggio di navi militari straniere in missione.
Mentre l’opinione più diffusa è che le altre nazioni abbiano diritti di libertà di navigazione, di sorvolo, di posa di condotta di cavi sottomarini e financo di sfruttamento della pesca, qualora lo Stato titolare abbia già pescato quanto è nel suo fabbisogno (un dato che dovrebbe essere previsto dalle leggi nazionali, ma che tutti i Paesi si guardano bene dal fissare…).
L’incidente Impeccabile, dunque, sarebbe capitato proprio nella zee cinese.

Ma a chi giova una riforma della zee? Alla Cina, sicuramente.
Il governo cinese ha prodotto, infatti, un Libro bianco sulla Difesa dove punta molto su questa lawfare, o battaglia legale: parte integrante di un progetto di tutela degli interessi cinesi su scala globale.
Certamente, ci sono interessi economici dietro: ma non solo. Pechino, infatti, teme molto le Littoral Combat Ships ed il sistema americano di guerra anfibia: si tratta di una flotta che potrebbe sferrare un attacco micidiale sulla terraferma cinese, partendo proprio dalla zee di Pechino. Ecco perché è fondamentale che lì gli americani non possano vantare neanche servitù di passaggio, senza autorizzazione cinese.

Anche il problema degli isolotti contesi non è di poco conto: perché la zee si misura a partire dal mare territoriale che è delimitato dalle isole, non dalla costa. Non ostante gli attriti con Tokyo e Taipei, è, tuttavia, probabile che la Cina avvii un processo di distensione con gli altri attori asiatici. Per concentrare la propria strategia in chiave anti-americana. A giugno, ad esempio, i governi di Pechino e Tokyo hanno raggiunto un accordo storico per la delimitazione delle proprie piattaforme continentali e per lo sfruttamento congiunto delle riserve, a lungo contese, di Longjing.

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