Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Archivio per Marzo 2008

Concussione, raccomandazioni e clientelismo

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 31, 2008

L’affaire Mastella è scoppiato, portandosi dietro tutto il suo corollario di complesse implicazioni e travolgendo, alla fine, financo il governo.

mastella1Uno degli aspetti più interessanti che sono venuti alla luce è legato alle presunte irregolarità relative alla nomina di primari, o comunque di figure apicali nella PA. Quasi contemporaneamente l’operazione “onorata sanità” in Calabria riporta ai disonori della ribalta i medesimi temi. Nulla di nuovo sotto il sole, purtroppo.

Eppure la (forse conclusa) stagione dell’Ulivo/Unione aveva fortemente rappresentato questa istanza palingenetica in politica: una voglia di cambiamento che continueranno ad incarnare Pd e Sinistra-Arcobaleno, soprattutto dopo che il grillismo e la Casta di Stella-Rizzo hanno riproposto, a modo loro, il tema della questione morale.

Ritornando al caso Mastella, chi ha polemizzato con l’intervento inutilmente clamoroso della magistratura “ad orologeria” ha rilevato che le contestazioni sarebbero delle bolle perché “così fan tutti”.

L’ex Guardasigilli insorge, adducendo di non aver preso o ricevuto neanche una lira.
Peccato che l’articolo 317 del codice penale ci dica che la concussione è quando un pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, abusando dei propri poteri, costringono o inducono qualcuno a dare o promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro od altra utilità. La concussione, quindi, non ha carattere esclusivamente patrimoniale ed è chiaro come in questa definizione rientrino tutte le “raccomandazioni”, così radicate nella nostra italica cultura.

“Così fan tutti”, però. C’è da chiedersi, allora, se è vero che questa pratica è così normale, come mai il Parlamento non abbia pensato di depenalizzarla. Evidentemente, pur nel naufragio morale in cui si trova il Paese, resiste una sorta di super-io civile che fa propendere il legislatore per la necessità che ogni tipo di raccomandazione concutente debba considerarsi illecita, oltre che immorale. Insomma, il senso comune da solo basterebbe a discriminare ciò che è “segnalazione” da ciò che è lecito spoil system, ciò che è immorale raccomandazione da ciò che è illecita concussione.

Questo genere di casi, fra l’altro, ingenera molte perplessità anche sulla normale e fisiologica potestà del governo di selezionare figure apicali per orientare l’operato dell’Amministrazione, la cui discrezionalità è da intendersi sempre in modo riduttivo, giacché la burocrazia deve essere sempre e solamente sottoposta all’imperio della legge.

La ribalta toccata al manager sanitario Annunziata ci ha mostrato un professionista immerso in un pantheon creolo dove trovavano posto San Gennaro, amuleti e cornetti, in un delirio apotropaico assolutamente poco il linea con l’austerità del controllo di gestione o il rigore dell’analisi scientifica.

Qualunque sia l’esito del processo che coinvolge i Mastella, è già possibile dire che è immorale, anche qualora la magistratura accertasse la liceità di questi comportamenti, giustificare certe prassi di tipo clientelare.

Ma ha senso giudicare l’operato dei politici immorale, se è vero che essi devono comportarsi secondo la weberiana etica della responsabilità ed essere furbi come le volpi, come dice Machiavelli?
Ha senso, io credo, se assumiamo che il clientelismo italiano è assolutamente inefficiente ed improduttivo.

Se le figure cooptate tramite raccomandazioni o financo minacce fossero per lo meno sufficienti, forse lo scandalo non ci sarebbe.
Le statistiche di rendimento della PA ci segnalano, invece, delle performance negative che è opinione condivisa imputare alla scarsa qualità delle risorse in organico, assunte quando il ministro delle poste trasformava in postini tutti gli elettori del suo collegio.
La teoria economica della democrazia di Schumpeter e Downs ha ampiamente dimostrato che i sistemi politici occidentali ingenerano fenomeni noti come “cattura” e “rent-seeking”.

Il rapporto clientelare è un rapporto di mutuo beneficio apparente: il politico ingrossa il suo consenso o conserva la poltrona, il cliente ha una promozione od un nuovo lavoro. Peccato che questi benefici partigiani siano pagati con soldi pubblici e le scelte assunte non siano quasi mai quelle socialmente ottimali.
Per i cinici, quelle scelte ottimali potrebbero essere compiute solo se al posto di uomini normali ci fossero dei santi. Ma in “questa valle di lacrime” come aspettarsi di meglio?
In realtà, il realismo giustificazionista non coglie la particolarità della situazione italiana.

“La burocrazia non è un ostacolo della democrazia, ma ne è un inevitabile complemento”, diceva Schumpeter, con riferimento alle burocrazie gonfiate per fini elettorali. Chi oggi pone la questione morale, però, non è un utopista che vuole eliminare dal globo il clientelismo; vuole solo far funzionare meglio una PA disastrata.

Paradossalmente, il clientelismo ha segnato positivamente il passaggio dalla politica notabiliare post-unitaria a quella di massa, attraverso l’inclusione sociale di ceti che prima non accedevano a cariche elettive.

Ma quello che rende il sistema italiano ingiustificabile è il carattere chiuso del clientelismo e la sua sovrapposizione col familismo, come evidenziato già parecchi anni fa dal politologo Joseph La Palombara.
La casta agisce in modo autoreferenziale, impedendo ai soggetti posti al di fuori del sistema la possibilità di accedervi o di creare una competizione all’interno del sistema stesso. Le qualità del burocrate sono di tipo ascrittivo, non acquisitivo: egli non sarà mai in competizione con un altro raccomandato, magari migliore, favorendo così l’efficientazione del sistema.

I gruppi di potere, inoltre, assumono delle strategie claniche e financo endogamiche per chiudere l’accesso del sistema. Detto in soldoni, ciò significa che anche in America ci sono le famiglie di potere; il fatto è che in Italia ci sono solo le famiglie al potere. In America i raccomandati saranno anche scadenti: qui sono solo scadenti.

Ma come può un politico rinunciare a servirsi delle clientele senza accusare uno svantaggio competitivo?
Già; soprattutto a livello locale ed ad inizio carriera, rinunciare al clientelismo è rinunciare alla politica. Sarebbe necessario che i partiti facessero un grande patto, anche rinunciando a candidare certi “mister100milavoti”. Ma ci vorrebbe, anche, una magistratura diversa: glorificata da alcuni come la “grande igiene della politica”, che agisce per nettare il sistema, come non notare che interviene sempre alla fine di un processo che, invece, se “così fan tutti” è ab origine?
Il clientelismo in Italia è inaccettabile non perché sia solamente immorale: ma perché è assolutamente inefficiente.

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Magdi Allam e l’uso pubblico del privato

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 28, 2008

La recente conversione di Magdi Allam al cristianesimo ha suscitato da più parti preoccupazioni e critiche. Si tratta di una inaccettabile interferenza, a detta di Allam, su scelte sovrane e libere dell’individuo. La materia del contendere, stranamente, non è né la religione né la fede ma i concetti di privato e di intimità. Al vicedirettore del Corriere viene imputato uno stile plateale che mal si addirebbe al carattere intimo e privato di una scelta religiosa, mentre i difensori di Cristiano Allam, come si è ribattezzato il giornalista, oppongono l’idea che siano pretestuose tutte le polemiche che investono proprio quello spazio dell’individuo che deve essere lasciato alla totale sovranità dell’Uomo. Allam, d’altronde, ha puntualizzato come i riti religiosi siano pubblici; nonostante una certa tendenza, potremmo dire “illuminista”, di voler circoscrivere la religione nella sfera del privato. E’ una bella battaglia. I confini fra privato e pubblico non sono mai dati una volta per tutte. Sono qualcosa di labile e controverso che coinvolge il rapporto fra individuo e poteri. Per capire la conflittualità di questo nodo vi invito ad immaginare cosa accadrebbe nel vostro animo se lo stato vi ingiungesse di sgombrare la vostra casa per un esproprio di pubblica utilità.

Eppure le moderne tecniche di controllo sociale hanno proprio puntato sulla pubblicizzazione del privato. Se da un lato è lo Stato che si fa più invasivo, legiferando su riproduzione, staminali, omosessualità, ovvero tutta una serie di campi che dovrebbero riguardare “il privato” – e da questo punto di vista l’emergere della legislazione sulla privacy è centrale – d’altra parte è proprio l’uomo che, piuttosto che fuggire l’invasività dello Stato, lo chiama in causa in continuazione. Per certi versi, in ossequio a quella logica paternalistica che sovraintende al funzionamento dello Stato keynesiano che con il welfare si “prende cura di noi”. Ecco, allora, che sono state proprie le femministe a dire “vogliamo pubblicizzare il privato”, “la sessualità è un dato politico”, per spuntare diritti civili come la riforma del diritto di famiglia. Paradossalmente non possono più dire allo Stato “non toccare la 194”, dopo averlo chiamato in causa. Allo stesso modo il caso Allam è drammaticamente pubblico. Egli ha rinunciato al riparo dell’intimità, scrivendo una lettera-confessione illuminante (magdiallam.it) e ricca di spunti politici. Ecco, quindi, che è legittimo parlare delle scelte personali di Allam perché egli stesso vuole che se ne parli. La lettera del vicedirettore del Corriere è molto interessante, sia dal punto di vista religioso, psicanalitico che politico. Anzi, potremo dire che queste ultime due categorie si sovrappongono. Allam, infatti, confessa quello che ha nel suo cuore. La pratica della confessione è infatti centrale sia nella religione, che nella psicanalisi, che nell’esercizio del potere biopolitico dello Stato. In una sorta di interscambio simbolico, anzi, sono gli ultimi due poli che hanno scippato alla religione lo strumento confessorio. La lettera aperta di Allam, quindi, ci legittima a parlare del suo intimo. E dobbiamo rilevare come la sua missiva, per quanto poetica e delicata nella sua dimensione religiosa, sottintenda un discorso politico per noi assolutamente preoccupante. Ed il fatto che la logica delle parole di Allam sia blindata attraverso il ricorso all’ispirazione religiosa, o al concetto di Verità al quale il giornalista si richiama, rende la nostra critica ancora più serrata.

La lettera del giornalista, infatti, è molto mistica e risulta di difficile comprensione anche per i cristiani “deboli”. Ma Allam non vuole far parte dei pensatori deboli o scettici: è un fiume in piena. In assoluta conformità con la dottrina Ratzinger. Dice che la sua mente “si è affrancata dall’oscurantismo di un’ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all’omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia, permettendo[gli] di aderire all’autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà. Nella mia prima Pasqua da cristiano io non ho scoperto solo Gesù, ho scoperto per la prima volta il vero e unico Dio, che è il Dio della Fede e Ragione”. Qui, infatti, si fa chiaro riferimento alla dottrina tomistica, di cui Ratzinger è un attento interprete, dell’identità di fede e ragione. Per alcuni teologi il pensiero di San Tommaso è la forza di una religione che sa essere al passo con il progresso e la scienza. Per altri è alla base delle pretese del cattolicesimo di interloquire con la scienza in base ad una identità euristica grazie alla quale sia la religione che la scienza perseguono il razionale e, visto che ciò che è contro la fede è contro la ragione, la scienza è anche alla fede che si deve sottomettere se vuole perseguire il Logos. Il fatto che la scienza dubiti, però, non insinua dubbi nei novelli epigoni dell’aquinate.

Ma la cosa sulla quale siamo meno d’accordo con Allam è un’altra. Egli dice: “Ho così dovuto prendere atto che, al di là della contingenza che registra il sopravvento del fenomeno degli estremisti e del terrorismo islamico a livello mondiale, la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale”. Insomma Allam si fa interprete dell’approccio per il quale l’Islam non si accorda con la pace e la modernità. Ora, questa idea è legittima e dovrebbe essere discussa; ma è ovvio che quando si pone come verità a-problematica ed auto evidente non c’è spazio alcuno per la riflessione. Allam ha tutto il diritto di dire che il Cattolicesimo è la vera religione, l’unica razionale e che l’Islam è violento. Ci rammarichiamo, però, che nei suoi slanci mistici blindi questi argomenti che diventano epifenomeni del Logos e della luce. Da parte nostra, siamo assolutamente contro questa mistica manichea ed intollerante. Si decostruiscono le categorie altrui, ma le proprie no: sono la Verità. Eppure anche la Chiesa aveva inizialmente scomunicato la modernità (Nda, con il Sillabo, nel 1864, Pio IX condanna Liberalismo, Socialismo e pure il matrimonio civile!): non se ne avvedono i sostenitori del cattolicesimo “fisiologicamente razionale”? Cosa dovremmo farne, poi, degli islamici “fisiologicamente cattivi”? D’altronde, qualora fosse vero che l’Islam è intrinsecamente violento, c’è sempre una bella differenza fra la purezza normativa del dasein, del dover-essere, delle Idee, e la verità dell’Essere e delle persone. Allam, infatti, accoglie questa distinzione sottolineando che se il dialogo è impossibile con l’Islam, è possibile con i mussulmani. Segnaliamo solo che l’anticonformismo di Allam non concilia un clima di dialogo.

Il giornalista, da parte sua, ama le provocazioni intelligenti: non ama il politically correct e il relativismo, e vuole dire le sue verità per quanto scomode. Peccato che il senso del sacro porti con sé il senso del blasfemo, e non credo che la sensibilità di Allam non sarebbe toccata qualora un libero pensatore musulmano trinciasse simili giudizi sulla religione cristiana. Non si tratta quindi di vacuo formalismo.

Noi non abbiamo confessioni da fare; né un’anima da denudare in pubblico; né una religione a cui aderire. Solo la voglia di discutere. Forse la nostra è un’ideologia: ma non la spacciamo per Verità.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi del 30/03/08)

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Le elezioni si vincono al Centro?

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 27, 2008

Poi dicono che uno si butta a sinistra! Sentenziava Totò. Ma c’è un posto – politico, ovviamente – verso cui conviene buttarsi per vincere le elezioni? O magari, resistendo alla voracità di poltrone che sembra affliggere gli italici politici, c’è un area politica dove valga la pena collocarsi per risolvere i problemi del Paese? L’Italia ha bisogno di più Destra, più Sinistra o più Centro? L’ossessione di buona parte del PCI, in seguito alla scomparsa di PSI e DC a causa di tangentopoli, è stata proiettarsi al centro per vincere le elezioni.

Sembrano lontani i tempi in cui Moretti implorava D’Alema di dire qualche cosa di Sinistra, per poi accontentarsi di qualsiasi cosa, a patto che fosse sensata.

A chi imputa all’operazione PD una certa dose di trasformismo, ma soprattutto la ratio centrista, Veltroni, l’ecumenico e politically correct, se la cava con il famoso “ma anche”. “Fra l’operaio Thyssen e Colannino Jr c’è uno di troppo”, pungola Bertinotti; ma Vetroni, ribaltando l’accusa, sostiene che il valore aggiunto del PD è proprio quello di poter realizzare due interessi diversi, che non si escludono a vicenda. Partiamo allora da queste considerazioni. Una vera vittoria del PD si realizzerà al Centro? Potrà il PD sintetizzare “proletari e padroni”, come si sarebbe detto un tempo?

Il Centro, per Duverger, studioso di ingegneria costituzionale, è, essenzialmente, un non-luogo politico. Non esiste, non c’è, non funziona, è solo un modo per inceppare il sistema. Una combutta di moderati di Sinistra e Destra per fare un pastrocchio al centro e tagliare le ali estreme: e creare, così, una marais che blocca il sistema o, come diceva il costituzionalista, una “democrazia senza popolo”. Ma è altrettanto vero che in tempi di crescita e ricchezza le opzioni politiche si depolarizzano e i partiti fanno la corsa al centro. Percy Allum sostiene che “la logica della competizione elettorale implica la deradicalizzzione ideologica in quanto il partito è costretto ad adeguarsi alla logica del mercato politico”. Ronald Inglehart, da sociologo, spiega che con la crescita economica ed una certa ridistribuzione della ricchezza – possibile attraverso politiche socialdemocratiche, fra l’altro – gli elettori preferiscono politiche “centriste”. Ci si trova in una congiuntura dove le politiche non sono giochi a somma zero. Ci sono risorse tali che possono essere ridistribuite a Colannino e all’operaio; quest’ultimo, di convesso, per far valere i propri interessi, non è più costretto ad un’alta conflittualità. C’è, quindi, un momento in cui – pur essendo vana l’idea di occupare il Centro del sistema – la battaglia si vince verso il Centro e quelle politiche possono rappresentare il bene del Paese perché c’è abbastanza ricchezza per tutti. Ecco che, dopo la Thatcher e Reagan, varie socialdemocrazie hanno incominciato a seguire strade centriste o, addirittura, liberali. I partiti socialdemocratici sono diventati i paladini della stabilità e del monetarismo, come dimostra la scelta dei vari centro-sinistra di incardinare “tecnici” nei dicasteri dell’economia. E’ bastato che Strauss-Khan, nuovo presidente del FMI, plaudesse alla nuova politica dei tassi americana per uscire dalla crisi, che i nuovi difensori dell’ortodossia, i social-monetaristi, rabbrividissero sdegnati. Un parterre di fini liberisti come Giavazzi, Alesina e Zingales ha investito il PD del compito di essere l’aedo del laissez faire, il nuovo mentore dell’economia neoclassica. Proprio venerdì 29, dalla pagine del Corsera, Giavazzi bocciava Tremonti come la ”tentazione protezionista”: è a sinistra che si collocherebbero i liberali.

Se c’è, allora, un trend storico della Sinistra verso il centro, l’operazione Veltroni è giusta? Può funzionare? Crediamo di no. Ora ci si trova in una congiuntura diversa e dare un colpo al cerchio ed uno alla botte sarà difficile. Insomma: fra Colannino e l’operaio Thyssen c’è uno di troppo. In tempi di prosperità la Sinistra può andare verso il Centro, ma in tempi difficili, deve scegliere quali interessi servire, perché non ci saranno abbastanza risorse per accontentare tutti quanti.

Le risorse vanno ridistribuite, ora, fra tre poli: capitale, lavoro e Stato. Veltroni non può ridurre la pressione fiscale, ma anche sostenere i servizi sociali, ma anche dar fiato alle imprese, ma anche liberalizzare, ma anche sostenere chi è travolto dalle ristrutturazioni dell’economia.

Forse al PD tutto questo non interessa e vuole solo vincere le elezioni? Ma, anche qui, la strategia non convince.

In questo momento, un partito di Centro-Sinistra, potrebbe vincere guardando a Sinistra, non al Centro. Gli indizi non mancano.

Le ultime elezioni in Germania, infatti, hanno segnato una grande vittoria della Linke che accresce incredibilmente i suoi consensi, ora, anche nella ex Repubblica Federale Tedesca. Siamo in tempi difficili? Si. Si ripolarizza il sistema ed escono fuori i comunisti extraparlamentari? No. L’idea che i partiti che si posizionano alla sinistra dei socialmonetaristi siano “radicali” non è sempre vera e sembra più legata al desiderio di alcuni di stigmatizzare negativamente chi potrebbe scippare “voti utili”. In questa sede non vogliamo vestire i panni dell’ortodossia sinistrorsa ed accusare Veltroni di non essere di Sinistra: notiamo, solo, come questa operazione verso il Centro possa essere strategicamente inutile.

In tempi difficili, c’è qualcuno che vince e qualcuno che perde; e la pretesa di mettere insieme Colannino e l’operaio è solo demagogica.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi 03/03/08)

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Polarizzazione ed ideologie. Cosa genera ingovernabilità.

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 27, 2008

Nella falsificazione dei fatti che accompagna i tentativi del PD di imputare agli altri l’imperfetto funzionamento del governo Prodi, un ruolo principale gioca il mantra delle coalizioni eterogenee. O meglio, l’individuazione di quei soggetti dell’Unione portatori di valori altri ed eterodossi rispetto all’ortodossia, all’intrinseca capacità dei DS di consentire la governabilità. Un’individuazione falsa e sbagliata, a quanto pare. Il depositario di questi valori irriducibili alla governabilità, secondo gli interpreti di questa ideologia, è la Sinistra, poi confluita nella Sinistra Arcobaleno. Tutti coloro i quali, alla sinistra dei DS, avevano assunto un ruolo critico di certe scelte, sono stati bollati nei modi più svariati: massimalisti, radicali, movimentisti, ambientalisti del no. La cosa più paradossale è che molti di quei media sostenitori del progetto coagulatosi attorno al PD hanno, in quest’ultima legislatura, più volte sottolineato come la sinistra abbia “ingoiato grossi rospi” e dimostrato “senso di responsabilità”; salvo poi, per legittimare la novella purezza e verginità di Veltroni, riprendere a strombazzare la litania dei comunisti irriducibili, colpevoli dell’eterogeneità della coalizione Prodi.

Forse, vale la pena fare un po’ il punto della situazione. Il governo Prodi è caduto per il fuoco amico dei moderati, non della sinistra. E se non fosse caduto per mano di Mastella, ci avrebbe pensato Dini. E sia Dini che Mastella hanno una comune identità moderata e provengono dallo stesso milieu sociale. E’ indubbio che la polarizzazione ideologica ingeneri ingovernabilità. Diversi politologi come Duverger e Sartori hanno imputato alla polarizzazione ideologica dei partiti l’involuzione del sistema politico: multipartitismo polarizzato, palude centrista, multipartitismo non competitivo: qualunque fosse l’eziologia sempre quella era la patologia. Peccato che la sinistra dell’Unione non fosse formata da quelli che tecnicamente si chiamano partiti antisistema. Dipingere Bertinotti o Pecoraro come degli estremisti di Democrazia Proletaria è ridicolo, prima che falso.

Il mantra della irriducibilità delle ideologie, quindi, è esso stesso un’ideologia. Si tratta, poi, anche di una boutade infelice per chi ha una certa sensibilità democratica. La politica dovrebbe essere luogo di confronto e composizione di idee ed interessi, piuttosto che uno spazio tecnico in cui è legittimata ad operare solo l’ortodossia efficientista che ordina il caos della realtà impartendo ordini; che devono essere eseguiti, non discussi, pena bollare come ideologi rivoluzionari gli altri. Insomma, in Democrazia non dovrebbero esserci idee inconciliabili. Ma la questione, evidentemente, è un’altra. Ci si nasconde dietro la polarizzazione ideologica che allontana la Sinistra Arcobaleno dal PD, che potrebbe essere una risorsa in più, quella del confronto: ma non si vede la polarizzazione degli interessi che è ancora dentro il PD e potrebbe essere la causa di altre paralisi della governabilità. Gli interessi di Dini e Mastella sono ancora lì; si sovrappongono a quelli di Calearo. Saranno conciliabili con la sinistra del PD? Il PD nasce perché l’Unione è andata male, non perché il Paese vuole il nuovismo e Veltroni è il nuovo unto del Signore. Si imputa a Bertinotti e soci di essere la causa dell’eterogeneità. Ma il governo Prodi è caduto sull’inconciliabilità degli interessi moderati; non sull’irriducibilità dei valori con la Sinistra Arcobaleno.

Alessio Postiglione

(pubblicato su Notizie Verdi del 27 marzo 08)

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Padre Pio, Lenin e il corpo

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 27, 2008

Allo scienziato Aleksej Abrikosov non si ascrivono particolari meriti scientifici; ma almeno uno è stato tale da portare i malpensanti a credere stesse barando. Egli mummificò la salma di Lenin, esposta nel mausoleo suprematista di Aleksej Ščusev, dal 1924. Lo stato di conservazione del corpo era tanto perfetto da suscitare l’idea si trattasse di una statua di cera.

La cosa non deve stupire. Quando si è aperta la cripta di Santa Maria delle Grazie, anche l’arcivescovo Domenico D’Ambrosio, ha detto che il corpo di San Padre Pio era perfetto. Il corpo del campione, del leader, del santo, recano nella propria carne lo stigma della loro forza interiore, morale o fisica. Nella nostra mitologia dei corpi, è il corpo che dà forma alla bellezza e alla nobiltà dell’anima. E’ una cosa singolare. La nostra cultura crea i concetti di corpo e anima, dai quali discendono altre fondamentali categorie euristiche attraverso le quali pensiamo il mondo – come Ragione e Sentimento, Eros e Thanatos – ma sottomette la materia alla ragione dello Spirito, per provare attraverso l’unico dato certo, il corpo, l’esistenza del polo metafisico, il pneuma, il soffio vitale. Sembra, infatti, che l’invenzione dell’anima – e la sistematizzazione del polo opposto che in difetto precisa la prima, ovvero il corpo – risalga soprattutto a Sant’Agostino che importò nell’escatologia cristiana la distinzione di anima e corpo propria di Platone; ma ancora più probabilmente di Plotino.

Il termine ebraico con il quale si descriveva il corpo che rinasce con la Resurrezione, ad esempio, è nefas che descriveva, però, l’interezza dell’essere, non un corpo disgiunto dalla Spirito. Da quel momento in poi, però, la filosofia costruirà sempre di più la mitologia del corpo. Attorno alla quale, fra l’altro, in un incessante interscambio simbolico fra religione e politica, si struttureranno varie teofanie e teleologie. L’Eucarestia è il Corpo e il Sangue di Cristo che è consustanziale, cioè della stessa sostanza, rispetto al Padre e allo Spirito Santo. Il corpo eucaristico è tanto materico da poter essere manducato, mangiato simbolicamente dai fedeli. La manducazione del corpo (simbolico?) della divinità, d’altronde, si presenta come un archetipo universale, presente sia presso le mitiche popolazioni mediterranee pre-indoeuropee, come nell’antico rito miceneo della “manducazione del Re Saggio”, sia nelle popolazioni tribali, come attestano gli studi di Durkheim sull’intichiuma.

L’esposizione del corpo di Padre Pio, quindi, scava nelle viscere della Storia e ripropone un fenomeno molto arcaico, eppure attuale. Con lo Stato moderno il potere politico diventa essenzialmente un potere sul corpo, biopolitico. Con questo termine si descrive un nuovo Stato che, piuttosto che controllare i sudditi attraverso la minaccia della morte, controlla e disciplina con una serie di pratiche che hanno per oggetto il corpo e la vita; è in questo solco che nascono la fisiognomica, la psichiatria e l’antropologia. Un esempio lampante e attuale di questo trend sono le leggi sulla procreazione, sull’aborto, sull’eutanasia. Il corpo, così, non esce mai di scena è afferma un primato politico. I cittadini sono riuniti nel corpo politico; e il corpo del politico veicola la forza dello Stato. Sia il Mussolini a torso nudo a trebbiar grano, che il maschio proletario dell’iconografia comunista, che lo scattante Cavaliere dopo il lifting, sono accumunati da una mitologia del Corpo che – quale paradosso! – vuole incarnare la giovinezza e l’immortalità della’anima, alla quale si contrapporrebbe.

E’ proprio in base al primato politico del corpo che si inscrive l’esposizione o il vilipendio del corpo. Dalla bellezza de I funerali di Togliatti di Renato Guttuso, all’obbrobrio del corpo del Duce, appeso come al macello dai partigiani. E’ proprio grazie a questa centralità che il corpo diventa un oggetto sociale, al centro di densi discorsi estetici ed etici. Il corpo va depilato, rasato, profumato, scolpito, isolato, separato, segregato, abbellito, colorato, vestito, mostrato. Non si dice, forse, che la seduzione è l’arte del celare? Per poi mostrare il corpo ad un fortunato partner?

La storia sociale degli odori di Alain Corbin, ad esempio, mette in relazione la fisiologia dell’ordine sociale con gli odori, le strategie di purificazione dello spazio pubblico attraverso la deodorizzazione dei corpi. Per il razzista, il meridionale, il nero e il rom puzzano. Il loro corpo è diverso, anormale, rozzo, deforme, sporco. Non hanno il lindore, il profumo, la freschezza, la sinuosità di un corpo di una pubblicità di Dolce e Gabbana o Benetton. Il paradosso dell’uso politico del corpo, per quanto irriverente possa suonare, è che le logiche di esposizione di Padre Pio e di un poster di moda sono simili. Anche se la Chiesa, come nel caso della malattia di Wojtyla, sottolinea l’importanza di mostrare la sofferenza, piuttosto che la potenza del corpo, per marcare la propria diversità, sarebbe preferibile fare una sola cosa. Occultare i corpi.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi del 04/03/08)

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The Three Trillion Dollar War. Le analisi costi-benefici della guerra in Iraq

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 26, 2008

Un anno prima della guerra in Iraq, William Nordhaus, professore di economia a Yale, provò a calcolare i costi possibili per il conflitto che si stava profilando; effettuò dei calcoli per i quali la guerra sarebbe potuta costare come minimo, ovvero prevedendo lo scenario più favorevole agli americani, 100 miliardi di dollari. Sei mesi dopo Larry Lindsey, appartenente allo staff dell’amministrazione Bush, propose una stima più pessimistica, o forse soltanto più realistica, parlando di un costo complessivo di circa il doppio di quanto previsto da Nordhaus. Nonostante quella cifra permettesse ancora di ipotizzare che i benefici sarebbero stati superiori ai costi, in quanto molti analisti allora erano convinti che il costo del petrolio dopo la guerra si sarebbe sensibilmente ridotto, Lindsey perse immediatamente il suo posto. Nessun membro dello staff repubblicano poteva mettere in dubbio la stima proposta dal segretario della difesa Donald Rumsfeld. 50 miliardi di dollari. Una quisquilia che dovrebbe farci ridere, se non ci fosse da piangere: anche per i contribuenti americani. Quasi nessuno dei benefici immaginati dai falchi neocon che hanno voluto la guerra si è verificato. Il petrolio è schizzato, il terrorismo non è stato debellato e la pacificazione dell’area sembra lontana. Neanche i benefici classici delle guerre si sono verificati. E’ brutto dirlo all’opinione pubblica sensibile ai bambini vestiti in stracci che piangono col viso coperto dalla spessa coltre di fumo delle bombe, ma le guerre, di solito, hanno degli ottimi effetti sulle economie dei Paesi che le vincono. Nonostante siano passati novant’anni da quando Hobson teorizzava che la guerra era “il prodotto naturale della pressione economica” che, a causa di un incremento del capitale e non trovando impiego in patria, aveva bisogno di mercati stranieri conquistati con le bombe, c’è una ricca tradizione repubblicana, molto vicina a noi, in fatto di guerre profittevoli. Vari economisti hanno dimostrato che anche la punta di diamante dei liberali repubblicani, Ronald Reagan, nel mentre proponeva libero mercato nel welfare (Nda, stato sociale), praticava il più keynesiano dei deficit spending nel warfare (Nda, la spesa pubblica militare), gonfiando budget a dismisura e sostenendo l’economia statunitense.

Ma sei i benefici attesi in Iraq non ci sono stati, quanto è costata, allora, la guerra? Una prima stima, anche questa volta ottimista per Bush, è stata proposta da un comitato tecnico del Congresso, il Joint Economic Committee: alla fine dell’anno fiscale 2007, la cifra era stata di 413 miliardi di dollari. A seconda di quanto tempo le truppe resteranno, la cifra prevista per Afganistan e Iraq, da oggi al 2017, oscillerà fra i 570 miliardi e i 1.055. Ma se si computano gli interessi sui pagamenti sul debito schizzato a causa del conflitto, la cifra complessiva attualizzata sarà di circa 2.000 miliardi.

Ma la stima più precisa l’ha appena fatta il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, in un libro scritto con Linda Bilmes, The Three Trillion Dollar War. Stiglitz enumera una serie infinita di dati che sfuggono all’opinione pubblica. Come l’aumento delle indennità per i reduci e i feriti di guerra e gli assegni per le vedove; internalizza il costo sociale non pagato dal governo come la perdita di produttività dovuta al consumo di capitale umano, che fuori dal linguaggio dell’economia sarebbe la morte della gente(!). In fine aggiunge i costi macroeconomici derivanti dai prezzi più alti del petrolio e l’aumento degli interessi. Il libro non copre il computo secondo il costo-opportunità dei capitali, ovvero non ci dice quanto si sarebbe guadagnato di più se quelle cifre, invece di essere investite in bombe e missili, fossero state devolute, per esempio, all’assistenza medica universale.

Beh, la cifra complessiva ammonta a tre trilioni di dollari.

Ma visto che qualche conservatore potrebbe sostenere che ci siano stati vantaggi maggiori, vi forniamo gli unici dati relativi ai benefici generati. Scott Wallsten e Katrina Kosec, in uno studio condotto per l’American Enterprise Institute e la Brookings Institution, hanno calcolato i benefici nei termini della riduzione dei costi legati alle sanzioni Onu, quelle commerciali e alle no-fly zones; visto che per ora l’abbassamento del costo del petrolio proposto da Rumsfeld non c’è stato. I benefici ammontano a 116 miliardi di dollari. Un po’ poco per giustificare questo patatrac. E, dato che per tutto il resto, alla Casa Bianca, non hanno la mastercard, bisogna solo sperare che il prossimo presidente raggiunga la pace nel minor tempo possibile; e, anche, nel modo più economico.

Alessio Postiglione

(pubblicato su Notizie Verdi del 23/04/08)

 

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Vizi privati e pubbliche amministrazioni

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 21, 2008

(Pubblicato su Notizie Verdi 11/12/07)

Benvenuti a Canischio. E’ un posto incantato, non c’è che dire. Stiamo in Piemonte, nella provincia di Torino, nella parte superiore della valle percorsa dal torrente Gallenga, affluente dell’Orco, fra boschi, Alpi, natura incontaminata e financo un bel campanile dell’XI secolo. In questo bel centro la leggenda vuole che amasse soggiornare Adelaide di Susa che, alla sua morte, fu qui sepolta. Canischio ha un passato glorioso: fu sede di una miniera d’oro di proprietà di una società inglese e centro d’attività di una importante scuola di pittori del circolo di Defendente Ferrari, al quale si deve il rinnovamento del linguaggio figurativo piemontese del rinascimento.

Cosa c’è, allora, a Canischio che non va? Nulla: tranne che questo bel borgo conta 270 abitanti ed è un Comune.

E’ da anni che se ne parla. Burocrazia inefficiente ed ipertrofica. “Il nuovo sport nazionale è parlare male della pubblica amministrazione”, insorge il ministro Nicolais. L’altro giorno, invece, Montezemolo tuonava contro gli sprechi e le inefficienze della pa che ci costerebbero un punto percentuale del nostro pil; e quasi in contemporanea usciva il rapporto Censis che documentava come il bilancio degli enti pubblici fosse quasi sempre in rosso. Che succede?

La burocrazia italiana, in effetti, non ha una buona fama. Troppi enti, il più delle volte inutili. Personale poco qualificato e fannullone. Miti o realtà? Alle parole di Confindustria i sindacati reagivano stizziti. Non si fidano dei “padroni del vapore”. Il deficit sarebbe legato agli “stipendi d’oro”. Cerchiamo di capire un po’ meglio la situazione, allora.

Dalla legge 241 del 90 in poi, con tutte le riforme dette Bassanini, l’amministrazione è stata dominata da un solo, pressante obiettivo. Ridurre gli sprechi e le inefficienze. Prima c’erano state altre leggi sulla soppressione degli “enti inutili”. L’aggettivo qualificativo non lascia dubbi sulla bontà di quelle organizzazioni. Fra patto di stabilità e parametri di Maastricht si è scoperto che la nostra burocrazia costava troppo e rendeva poco. La preoccupazione del legislatore, quindi, è stata quella di “privatizzare la pa”, ovvero di renderla più efficiente sottoponendola ai principi meritocratici delle aziende private. Ciò dimostra che il problema c’era. Si sono istituiti i nuclei di valutazione. Si voleva quantificare il rendimento della pa per misurarne l’efficienza. Si è, poi, voluto stabilire un principio forte di imputazione delle responsabilità dei burocrati attraverso l’istituzione della figura del ”responsabile del procedimento”; visto che i cittadini non sapevano mai “a quale santo votarsi” per il disbrigo di una pratica. Tecnicamente si è anche affievolita la distinzione giurisprudenziale, tutta italiana e sconosciuta agli altri paesi dell’Ue, fra diritto soggettivo ed interesse legittimo, limitando la discrezionalità pubblica e ristorando economicamente gli interessi dei cittadini danneggiati dall’inefficienza amministrativa.

Insomma, tutte queste riforme segnalano che la nostra burocrazia non andava. La critica di Montezemolo, però si è concentrato sulla qualità delle risorse che compongono la pa. Troppi giorni di assenza, ovvero dipendenti scansafatiche. Il problema, quindi, non era solo organizzativo e strutturale, ma qualitativo, ovvero legato alle risorse che compongono la burocrazia. Ritorniamo a Canischio, allora. La Fondazione Agnelli, anni fa, presentò un progetto di accorpamento degli Enti territoriali. Secondo la Fondazione erano troppi. Troppi comuni, molte Regioni si sarebbero potute fondere in Macroregioni (Molise con Abruzzo e Basilicata, ad esempio), le Provincie, brutta eredità napoleonica, erano semplicemente da sopprimere.

I Comuni, però, in un raffronto con gli altri Paesi Ue, non sono troppi. Abbiamo circa 8100 Enti locali. Molti di più delle 468 Autorità di Governo Locale Inglese, ma meno sia della Francia, che Napoleone dotò di più di 36.000 comuni senza potere, che della Germania, che fra distretti urbani, rurali e gemeinde, ha circa 12.000 unità di governo locale. Insomma, potremmo discutere dell’utilità di finanziare Municipi di 200 anime, ma il problema della burocrazia risiede nella preparazione e produttività del personale. La pa non è efficiente. Ed, inoltre – e qui hanno ragione i sindacati – costa tanto. Draghi costa di più del Governatore della Federal Reserve. Il Presidente della Regione Sicilia costa di più dei Capi di Stato delle nazioni del Nord Europa.

L’Ocse, d’altronde, ci dice che la percentuale di spesa pubblica sul PIL in Italia è la quarta più alta in Europa: dopo Svezia, Danimarca ed Olanda. Nazioni che hanno una burocrazia indubbiamente migliore.

Alcuni anni fa Lorenzo Bordogna e Giancarlo Provasi hanno proposto un’interessante teoria sull’inefficienza della burocrazia italiana. La pa è stata utilizzata per costruire il consenso politico assumendo persone non sempre all’altezza e in modo scriteriato, duplicando funzioni e sovrapponendo uffici. La loro idea era che il nostro sistema economico fosse una particolare versione (o degenerazione) del keynesismo per economie dipendenti e subordinate. Lo Stato, in pratica, finanziava la domanda attraverso una spesa pubblica che prendeva la forma di un esercito di statali, in gran parte formato da italiani provenienti dalle zone più povere, Sud ma anche Nord-est: dipendenti pubblici la cui unica funzione sociale era acquistare i beni prodotti nel ricco Nord-ovest e stimolare la domanda interna. Insomma gli “scansafatiche” sono stati prodotti dallo Stato stesso, subalterno rispetto agli interessi economici di quel Nord che, con la fine del keynesismo e della lira debole, incomincerà a lamentarsene. La pa è sistemicamente legata all’evoluzione del capitalismo italiano che è nato sotto la protezione dello Stato che praticava defecit spending, svalutazione ed assunzioni facili. Dagli anni 90 in poi, conseguentemente al clima di austerità resosi necessario a partire da alcune trasformazioni economiche globali, la spesa pubblica, da benemerita che era, diventa una zavorra. Ma, attenzione: ora il costo sociale dell’inefficienza della pa non lo pagano sole le imprese. I sindacati sbagliano a fare quadrato attorno alla burocrazia perché i primi a subire le distorsioni dell’amministrazione sono soprattutto i cittadini più deboli e maggiormente legati ai servizi pubblici. Una cattiva amministrazione depaupera i diritti di cittadinanza. Un ricco può scegliere di curarsi in una clinica privata; un povero no. Le maggiori difficoltà che il decisore politico incontrerà nel riformare la pa, allora, è che essa è diventata una struttura autoreferenziale e che, ancora, rappresenta un bacino di voti considerevole. Eppure, garantire la qualità dei servizi e l’effettività dei diritti coincide con sottoporre la pa ai principi di efficienza, celerità ed efficacia.

Alessio Postiglione

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Le mani sulla Russia

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 21, 2008

Un Russia c’è un potere che controlla tutto e che assomiglia drammaticamente ad un regime.

I plebisciti che hanno sanzionato la vittoria di Russia Unita, il partito fantoccio di Putin, nelle elezioni parlamentari di domenica, vengono accusati di essere truccate. Osservatori internazionali, l’opposizione interna, Ocse e Consiglio d’Europa confermano le accuse, mentre il Presidente russo reagisce stizzito.

Le schede spogliate fin’ora ci dicono che Russia Unita è al 64,1, ed in alcune zone raggiunge addirittura il 99,27%. Delle cifre strabilianti. Ma c’è di più. Putin voleva che nessun russo disertasse le elezioni. Ed in pratica è stato così. Una affluenza che, per gli analisti, non è segnale di partecipazione ma l’epifenomeno di un regime totalitario. Per Radio Free Europe, l’osservatorio politico americano in Russia e Medioriente, si tratta della transizione da “una democrazia bloccata” ad una “democrazia sotto controllo manuale”. Già, perché Putin ha, durante questa campagna elettorale, affermato che alla Russia, per crescere e stabilizzarsi, servono altri 15-20 anni di “controllo manuale” delle istituzioni. E non sembra esserci dubbio alcuno su di chi debbano essere queste mani.

Allo stato attuale lo scenario politico è il seguente: Putin non può essere rieletto con un terzo mandato come Presidente. Egli ha ripetutamente sottolineato che non avrebbe emendato illegittimamente o comunque violato la costituzione. E’ fondamentale mantenere una certa rispettabilità formale democratica per sedere al tavolo dei grandi della terra. La vittoria di due terzi ottenuta domenica, dal partito di cui Putin è leader, permetterebbe alla Duma di portare a compimento una riforma costituzionale che – lungi dall’abolire il limite di mandati presidenziali – trasformerebbe il sistema politico Russo in un premierato forte. E da ex Presidente della Repubblica, Putin si trasformerebbe in Presidente del consiglio. Un altro escamotage accreditato, visto che il divieto di terzo mandato si riferisce ad incarichi consecutivi, potrebbe prevedere una presidenza interinale affidata a uomini dell’entourage di zar Putin, come l’attuale Primo ministro Viktor Zubkov o la Governatrice della Regione di Sanpietroburgo Valentina Matviyenko; al termine della quale Putin riprenderebbe le redini del potere.

Dietro questa facciata di “democrazia” sappiamo che il controllo interno su stampa e dissidenti ricorda drammaticamente l’atmosfera descritta da Solgenitzyn ai tempi dell’URSS.

Kasparov, l’ex campione di scacchi e leader dell’opposizione, ha parlato anche di minacce fisiche ai danni dei suoi sostenitori, mentre le tv trasmettevano dei documentari del regista premio Oscar Nikita Mikhalkov che lodano il carisma di Putin, degni dell’anni “bui” dell’Istituto Luce.

Eppure, per quanto truccato possa essere, il consenso di Putin è reale. Egli è espressione di un particolare humus economico e sociale. E’ il vertice di una piramide di grigi burocrati che si sono impossessati delle ex aziende di Stato sovietiche e che incarnano il capitalismo in salsa Stroganoff. Indubbiamente Putin pecca di superbia quando dice di essere l’unico leader capace di governare la lunga transizione russa, ma non va molto lontano dalla verità. Cinico e realista, Edward Keenan, esperto di Russia ad Harvard ha dichiarato a Radio Free Europe che l’unica alternativa all’autoritarismo di Putin è la completa anarchia. Ed una delle regioni più ricche del pianeta dal punto di vista energetico non può essere lasciata in balia del caos.

Putin ha, inoltre, il pregio di aver fatto rivivere i fasti di una grande Russia, in grado di giocare una partita strategica sullo scacchiere internazionale. Le elezioni di domenica, infatti, erano – per stessa ammissione di Putin – una sorta di referendum per una “politica estera imperiale” che prevedeva di risolvere il “problema” dell’Abkazia e dell’Ossezia, regioni della Georgia a maggioranza russa. Queste zone sono geopoliticamente fondamentali in quanto da qui passano gli oleodotti dai quali dipende l’approvvigionamento dell’Ue, parte dei quali è di provenienza persiana. Con l’Ossezia e l’Abkazia in mano russa la Ue sarebbe ancora più dipendente da Mosca. Cosa che non piace all’Europa; che si lamenta dei deficit di democrazia a Mosca. Fa una partita a sé la Francia, invece, che si è lanciata un astuto ridisegno dei rapporti diplomatici: Sarkozy fa i complimenti a Putin; salvo, poi, non disdegnare un intervento militare americano in Iran. Ecco che, allora, per la Ue, e soprattutto per la Germania, la Spagna e l’Italia, che hanno ingenti interessi industriali in Iran, in questo momento, essere critici con Mosca e teneri con Ahmadinejad è, praticamente, la stessa cosa.

Vale, poi, la pena sottolineare un aspetto relativo allo sviluppo industriale della Russia e che ricorre ogni volta che l’Occidente deve giudicare i Paesi di più recente industrializzazione. I maggiori studiosi come Gerschenkron, Schumpeter, Rostow e Bairoch hanno concordato su come lo sviluppo industriale moderno sia avvenuto attraverso l’intervento delle Stato e le politiche monetarie della banca centrale. Da questo punto vista lo scambio diritti civili-crescita economica è avvenuto spesso nel Novecento ed è chiaro che Russia, così come altri Paesi fuori standard per i diritti umani, siano in questa fase.

Putin, quindi, è espressione di una rete di interessi, fortemente intrecciati con Ue ed Usa, che trae vigore dal petrolio. I combustibili fossili, allora, oltre ad essere inquinanti, si dimostrano anche ostili alla democrazia.

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La fine del privato

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 21, 2008

(Pubblicato su Notizie Verdi del 8/11/07)

Il nostro mondo privato, i nostri affetti, le nostre inclinazioni e perversioni sono sotto l’occhio del Grande Fratello (quello orwelliano, ovviamente!).

La proprietà privata è un furto, diceva Proudhon, mentre oggi l’umanità si autoespropria della propria intimità.

Questo scorcio di millennio sembra aprirsi con un trend in antitesi rispetto alla modernità. Pallino dei padri della sociologia era l’idea evoluzionistica che l’Uomo moderno si staccasse dalla communitas, la società naturale dove egli era completamente assorbito ed annullato nella fitta rete di rapporti parentali, per approdare alla societas, caratterizzata dalla presenza di una burocrazia impersonale e non-familistica che governa i rapporti fra i cittadini e che vedeva la nascita dell’Uomo, ovvero del concetto umanista – cristiano, rinascimentale ed illuminista – di individuo autonomo ed irripetibile. Nelle comunità arcaiche era l’entità comunitaria che contava. Con la nascita dell’Uomo, il mondo diventa antropocentrico: si afferma la volontà di autoaffermazione, fondamentale nell’economia capitalistica. Nasce la cura del sé e il desiderio di distinzione: i romani dormivano in angusti cubicula, le società arcaiche svolgevano le funzioni “più umili” in compagnia, si mangiava e si dormiva insieme in promiscuità. Ora la toeletta e la camera da letto sono i templi dove si celebra l’individualità. Nella societas, infine, si mettono in discussione i rapporti tradizionali e l’Uomo Nuovo cerca di costruire nuove relazioni in autonomia e libertà. La modernità è la nascita del privato. L’associazionismo moderno, lodato da De Tocqueville, infatti, è una somma di privati esclusiva; fatta di circoli e caffè letterari dove il mistero viene nascosto ai non iniziati. Il privato è, essenzialmente, celarsi, una ou-phanìa.

Oggi, però, è tutto diverso. Siamo passati dal panopticon di Bentham e Focault, dove l’occhio del Big Brother ti scruta a tua insaputa, all’autoannullamento consenziente del privato e dell’intimità nel pubblico. L’Uomo mostra quanto ha di più intimo agli altri in modo completo, permanente ed interattivo. I miei pianti, le mie sofferenze, o più prosaicamente le mie scopate e le mie flatulenze saranno mostrate nei reality, anche al rallentatore. Il Vip ci svelerà, invece, la sua natura umana attraverso le sue cicatrici da lifting e la sua cellulite, abbandonando il suo iperuranio fatto di glutei torniti e protesi al silicone. Le mie immagini, in mutande e sbracate, i miei gusti più intimi, sono pubblicati e diffusi tramite gli strumenti del web 2.0, come Facebook e MySpace. Il privato si pubblicizza, la realtà si virtualizza, come è in Second Life, ed i confini fra queste categorie – assolutamente premoderne - si fanno confusi.

Gli esiti di questa “rivoluzione” possono, però, essere allarmanti. Siti come Facebook consentono una profilazione della clientela che neanche il più invasivo CRM avrebbe mai potuto mettere a punto. Si sa tutto di quel profilo: ex democristiano e socialista, passioni fetish, lettore di Mann, vessato a scuola ed affetto da alitosi. Altro che occhio di Allah! Il web vede proprio tutto: ed il candidato premier australiano, ora, si deve difendere dai video di YouTube che lo ritraggono con le dita nel naso. Ed è anche questo, il problema. La civiltà è stata, anche, un processo di estetizzazione, dove l’Uomo ha preso le distanze dalla natura, dalla sua animalità, lavandosi, pulendosi, truccandosi e smettendo di ruttare in pubblico, come amabilmente raccontatoci da Norbert Elias ne La civiltà delle buone maniere. Mentre la televisione esalta la volgarità e la cattiva educazione, la communitas nova regredisce ad uno stato barbaro e scorreggione, dove trivialità ed sms sgrammaticati prendono il posto del Logos, della Parola. Ma se l’Uomo pensa il mondo con la Parola, il dono che ci distingue dagli animali ed attraverso il quale si manifesta Dio nelle religioni, senza la parola cosa potremmo mai pensare? Già; c’è il rischio che si diventi tutti dei profili intercambiabili, consumer di questo e o di quel bene. E tutto finisce lì.

Il Garante per la protezione dei dati personali è più volte intervenuto, tra l’altro, per normare il fenomeno della profilazione della clientela che le aziende intraprendevano a nostra insaputa con questionari, cookies e web beacons. Ma ora siamo noi che vomitiamo tutto, ma proprio tutto, su FaceBook.

I giornali hanno, infatti, prontamente pubblicato immagini e notizie provenienti dai blog dei giovani protagonisti dell’assassinio della studentessa inglese a Perugia. Bene: una storiella pubblicata da Amanda racconta di un incubo noir dove una fanciulla veniva violentata ed uccisa. Un’altra foto mostra il suo fidanzato con un coltellaccio in mano. Qual è la realtà e qual è la finzione? Ora che la fiction tracima nella realtà, l’ambiguità travolge il concetto stesso di vita.

Alessio Postiglione

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La sanità USA

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 21, 2008

 

(pubblicato su Notizie Verdi del 16/11/07)

La sanità USA è una bomba ad orologeria. Chi la tocca, muore. Eppure non c’è Democratico che si rispetti che non si confronti col problema, anche al rischio di fare delle figuracce.

Hillary Rodham Clinton, una dei candidati principali alla presidenza USA per il dopo Bush, ha sfornato un gran bel programma di riforma del sistema sanitario americano. Il recente discorso di Des Moine (Iowa), segna un nuovo tentativo da parte della senatrice di New York di cambiare il welfare dopo che proprio Bill Clinton era scivolato su un disastroso progetto, poi fallito, nel 1993. Da questo punto di vista la Clinton è in continuità con una tradizione che ha sempre visto il Partito democratico cercare di essere eletto su una piattaforma che prevedeva una riforma del Medicare e l’adozione di un sistema universale nazionale. Tradizione nobile e sfortunata, se è vero che, dall’istituzione del Medicare ad opera di Lyndon Johnson, tutti i presidenti democratici hanno fallito. Ora la senatrice torna alla carica con un piano che segue quello dei competitor Edwards ed Obama. Anzi, i più smaliziati sostengono che si tratti di una bozza copia di quella del senatore dell’Illinois. Comunque la Clinton ha dichiarato che stavolta ci riuscirà e che la nuova policy partirà da dove era fallito il marito. Insomma, qualora venga eletto un presidente democratico, assisteremo ad un nuovo capitolo di una storia il cui happy ending dovrebbe essere la nascita di un National Health Care.

Già, perché gli USA sono l’unico paese industrializzato al mondo a non avere un sistema sanitario universale gratuito per tutti i cittadini. Col paradosso che l’amministrazione USA paga la sanità universale in Afganistan ed in Iraq, ma non in patria. Ma non finisce qui. Il governo copre direttamente i costi legati alla salute per solo meno di un quarto della popolazione; eppure la sanità nazionale assorbe circa il 15% del PIL, facendo degli States uno dei paesi al mondo che spendono di più in questo settore (fonte: U.S. Census Bureau. August 2007). Un fallimento del mercato paradigmatico, visto che il sistema è un misto pubblico-privato che si regge sull’idea che il cittadino, qualora non indigente, possa scegliere su misura il programma sanitario che preferisce.

Purtroppo, alla faccia del giuramento di Ippocrate, il mercato nella sanità fallisce clamorosamente. Le asimmetrie informative fanno si che i cittadini siano in balia di medici senza scrupoli che li sottopongono a costose cure che non servono a niente. Il così detto milk-skimming comporta, addirittura, che gli studenti di medicina si specializzino solo in malattie diffuse, che “hanno mercato”; col rischio che se ti becchi qualche rara patologia, non ci sia chi te la sappia curare.

La sanità USA, quindi, è meno efficiente e costa di più. Certo i più facoltosi, attraverso le polizze private, saranno sicuri di essere curati nelle cliniche private migliori del pianeta; ma è una ristretta elite. Per gli altri, la musica è diversa. Gli USA registrano, infatti, la minore aspettativa di vita fra i paesi occidentali. Ed intanto il Medicare, va sempre peggio: qualche mese fa la situazione finanziaria del welfare sanitario spingeva Daniel Altman, dalle pagine del New York Times, ad invocare: “Volete salvare il Medicare? Morite prima!”, visto che la gran parte delle risorse veniva assorbita da pazienti nell’ultimo loro anno di vita. Il sistema fagocita risorse ma non dà output. Ma la soluzione, però, non è meno Medicare, in quanto inefficiente, ma più Medicare.

Il sistema, infatti, ingenera selezione avversa e azzardo morale. Le persone, infatti, visto che sono coperte dal Medicare dopo i 65 anni, tendono a posticipare le cure e a scaricarle sul sistema pubblico, quando raggiungono quella età; con la conseguenza che molte cure, a quel punto, possono avere impatti alquanto relativi. Al contrario di quanto si pensa in Europa, poi, il problema sanitario statunitense non riguarda i poveri ma la piccola e media borghesia. Per gli indigenti il Medicaid è un sistema universale e gratuito. Il medio borghese, a fronte di quanto incide una bella polizza privata sul suo budget, può decidere, invece, di rischiare. “Non mi copro con l’assicurazione”, pensa. Corre, in pratica, il rischio di non potersi pagare le cure e morire. Oppure, cerca di arrivare ai 65 anni, dopo aver collezionato una serie di acciacchi che l’avranno fiaccato, per scaricare i costi sanitari sulla collettività. Ma a quel punto sarà diventato un paziente non efficiente che assorbe risorse e muore presto.

La situazione è socialmente disastrosa. Alcuni Stati americani hanno, infatti, legislato per rendere obbligatoria e più economica la polizza per tutti. Ma nonostante sia chiaro che il sistema non va, lo Stato centrale non riesce a riformarlo.

Hendrik Hertzberg, dalle pagine del New Yorker, suggerisce che lo scandalo è legato al sistema politico americano. Per perfezionare la riforma, infatti, il disegno di legge presidenziale deve passare per Camera e Senato, quasi interamente composte da rappresentanti espressione del potere finanziario, non inclini ad appoggiare un progetto lesivo dei loro interessi, anche se la maggioranza degli americani vuole un sistema europeo.

La Clinton ha prospettato una sorta di National health insurance, infatti, che costerebbe solo un terzo rispetto a Medicare. Il cittadino avrebbe la possibilità di scegliere quale polizza sottoscrivere, se pubblica o privata, e – con l’eccezione dei tycoon che amano le cliniche private dotate dei più incredibili lussi – la maggioranza opterebbe per il sistema pubblico, il cui costo individuale sarebbe assolutamente più basso. Un nuovo Medicare che liberebbe gli americani dalla possibilità di dover rischiare con la propria salute. Edwards, la Clinton ed Obama ci riprovano. Ce la faranno, questa volta?

Alessio Postiglione

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