Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Archivio per 7 Marzo 2008

Le ingenerose critiche a Grillo

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

Sono passati giorni dal fatidico V-Day, ma le polemiche generate dall’operazione del comico genovese non accennano a diminuire. Dopo aver letto e ascoltato i commenti di politici, intellettuali e giornalisti fra i più in vista in Italia, vorrei avanzare le mie modeste considerazioni.

Le critiche a Grillo si sono aggrumate, soprattutto, intorno al carattere populista, demagogico, antipartitico ed impolitico della sua iniziativa. C’è chi non si è fatto scrupolo di echeggiare al fascismo e al pericolo caudillo. Addirittura. Le accuse al V-Day, inoltre, investirebbero anche chi, come i Verdi, ha, a vario titolo, appoggiato l’iniziativa. Un appoggio ancora più pernicioso e paradossale, a detta di Follini e Casini, in quanto un partito giungerebbe a legittimare una ribellione antipartitica. Vorrei, quindi, entrare nel merito di queste accuse. Ma oggetto del giudizio dovrebbero essere prima ed aprioristicamente le categorie che usiamo per giudicare: cosa è antipolitico e populista? Ma, ancora; il significato di queste parole è sempre uguale ed immutabile o, forse, relativo ad un contesto specifico? Le accuse al Parlamento di essere “un’aula sorda e grigia” (come nel celebre J’accuse di Mussolini) sono impolitiche e reazionarie? Sicuramente. E le monetine lanciate dai cittadini a Craxi fuori il St. Raphael a Roma in occasione di tangentopoli cosa sono? Leggi il seguito di questo post »

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L’affannosa ricerca dell’ideologia

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

E’ da molti anni che si parla di crisi o fine delle ideologie; e oggi se ne scontano i risultati.

La particolare situazione italiana che vede, dopo tangentopoli, al centro del sistema politico un partito ex-comunista, uno ex fascista ed un’invenzione mediatica di un noto tycoon delle televisioni, rende il problema ancora più esorbitante. Dalla critica marxiana dell’ideologia come “falsa coscienza” si è giunti alla speranza di trovarne una qualsiasi, non importa quanto falsa o vera possa essere: la gestazione della “cosa” e, ora del PD, ne è la riprova. Leggi il seguito di questo post »

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Politiche simboliche, sicurezza e marginalità

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

Sul Notizie Verdi di sabato proponevo una spiegazione in merito al protagonismo dei sindaci con le loro ordinanze su lavavetri e sicurezza nei termini del continuo ricorso alle politiche simboliche al fine del rafforzamento della loro posizione elettorale e mediatica, dettato dalle logiche connesse all’elezione diretta del primo cittadino. Le politiche simboliche dei sindaci, era la mia tesi, hanno effetti nulli o scarsi sulla sicurezza reale, ma hanno un impatto reale sulla sicurezza percepita. Inoltre, consentono alla dimensione locale di influenzare la politica nazionale dettando l’agenda a Roma. I temi posti all’attenzione dei media dai sindaci potranno poi essere affrontati dallo Stato centrale, dotato degli strumenti autoritativi tali da poter incidere fattivamente sulla sicurezza reale, anche attraverso gli strumenti repressivi. Il tam tam mediatico innescato in questi giorni dalle dichiarazioni di Amato, la fronda della sinistra radicale e il piano sulla sicurezza lanciato dal Governo, mi permette di ritenere che avevo visto giusto. I sindaci hanno dettato l’agenda e, nel momento in cui il Viminale si appresta ad affrontare concretamente il problema sicurezza, viene fuori l’annosa contrapposizione ideologica fra riformisti e radicali. La pietra dello scandalo è la sicurezza, o meglio le politiche per affrontare la microcriminalità e i reati comuni contro i patrimoni, giacchè ci dovrebbe essere un consenso bipartisan su come affrontare i reati violenti e la criminalità organizzata. Da questo punto di vista il confronto politico è essenzialmente uno scontro ideologico; ovvero fra due diverse visioni relative alla così detta devianza sociale o anomia. Ma di che cosa si tratta?

All’antica e reazionaria interpretazione del criminale come soggetto biologicamente portato a delinquere, come è nella fondazione dell’Antropologia Criminale di Cesare Lombroso, hanno fatto seguito, attraverso il behaviourismo, teorie che sottolineavano le cause ambientali e sociali della criminalità: l’uomo non è cattivo, e quindi da reprimersi coattivamente attraverso la violenza legittima e monopolizzata dello Stato; ma è reso tale da un ambiente sfavorevole e da stimoli sociali criminogeni. Questa impostazione, scientificamente valida, va subito a nozze, ovviamente, colla dottrina sociale della Chiesa e il background umanista delle ideologie di Sinistra; ai poveri, derelitti e sfruttati dai capitalisti, non resta che piangere o delinquere. Questa interpretazione sociologica, liquidata dal Ministro Amato come “sociologismo d’accatto” di cui è prigioniera la sinistra radicale, ha retto bellamente per molto tempo. Il lavavetri e lo scippatore erano, in fin dei conti, dei poveri scugnizzi. La vittima derubata del proprio Rolex era un po’ il vero carnefice del ladro, poiché il criminale era tale in virtù della redistribuzione iniqua dei redditi e della società classista che non dava opportunità agli ultimi. Ma questo sentimento di pietas cristiana, e di senso di colpa della borghesia, non c’è più: perché? Innanzitutto la microcriminalità è diventata più violenta. Inoltre la società postmoderna si è dimostrata, apparentemente, più giusta dell’Italia della repressione poliziesca e di Bava Beccaris. In una società più ricca e con più opportunità, anche per gli ultimi, chi delinque non viene percepito come uno sfortunato costretto dagli eventi. Nei riguardi dell’immigrato, ci siamo liberati del “fardello dell’uomo bianco” e non ci sentiamo più in colpa per la spoliazione coloniale. Chi, un tempo, era poco abbiente, oggi, in Europa è più ricco e magari i suoi figli si sono laureati; quindi il borghese non è più un nemico di classe, ma uno status alla portata di tutti, da emulare subito o da consegnare ai propri figli. In una società più aperta e competitiva il criminale non ha scuse. E soprattutto non vesserà, solo, la nobildonna ingioiellata; ma deruberà i simboli della nuova opulenza di un piccolo commerciante, ad esempio, segno tangibile di una faticosa emancipazione sociale. Quante lacrime abbiamo pianto per tabaccai e benzinai? Questi nuovi borghesi hanno dimostrato a sé stessi di potersi riscattare; non si sentono dei privilegiati e non sono disposti ad interrogarsi sulle cause sociali del crimine.

La nostra società è, quindi, seppur non “il paradiso in terra”, giusta ed equa? La nostra società è, oggi, più giusta di ieri. Ma, a me sembra, stia operando una rimozione simbolica e spaziale della marginalità: il problema c’è, ma non lo vede. La nuova urbanistica ha, effettivamente, risanato molte periferie e concesso nuove opportunità: attraverso la riqualificazione, la delocalizzazione di centri di ricerca e università. Ma altre periferie hanno subito un processo di brutalizzazione e ghettizzazione senza precedenti. Quali chance la nostra società concede alle banlieue di Parigi, alle baraccopoli degli immigrati, allo Zen di Palermo, alla 167 di Scampia a Napoli?

La Sinistra oggi deve parlare di legge e ordine; perché i nuovi borghesi, i cui padri lavoravano nella fabbrica rossa, sentono questo bisogno e sono un bacino elettorale determinante. Sarebbe sbagliato lasciare questo tema al monopolio della Destra. Bisogna mettere al centro la sicurezza per tutelare i più deboli, fra l’altro. Chi avverte questo problema è, soprattutto, questa borghesia fragile, non la grande borghesia che non mette un piede fuori dal salotto buono di via Montenapoleone e San Babila.

Ma la Sinistra deve anche porsi il problema dei nuovi marginali, che sono chiusi nei loro ghetti, lontano dai nostri occhi e che non votano e non sono rappresentati. E’ un problema di civiltà: non sociologismo.

 

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi il 12 09 07)

 

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Sindaci, protagonismo e politiche simboliche

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

I sindaci sono diventati i veri protagonisti della cronaca politica. Dicono, propongono, fanno, disfano: sembrano dotati di un potere normativo quasi legislativo e taumaturgico, a giudicare dai proclami che accompagnano le loro ordinanze. L’immagine del “sindaco mediatore” del nostro dopoguerra, pacioso e pronto a soddisfare le più svariate richieste della cittadinanza, anche a costo di prosciugare le casse pubbliche, sembra ormai eclissata di fronte ai nuovi sindaci dal cipiglio impositivo-autoritativo, favorevoli ad innescare un’alta conflittualità pubblica ed amministrativa, ogni qual volta si tratti di istituire aree pedonali invise ai commercianti o a vietare la vendita di alcolici fuori i luoghi di ritrovo giovanile.

Nervo scoperte della nostra società, il tema sicurezza viene manipolato simbolicamente dai nostri amministratori attraverso delle misure per le quali la stampa prontamente li ribattezza sindaci-sceriffo. Leggi il seguito di questo post »

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La fine del Kemalismo? Cosa succede in Turchia con l’elezione di Gul?

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

Alla fine ce l’ha fatta. Abdullah Gul è stato eletto presidente della Turchia nata dalle ceneri dell’Impero Ottomano per mano di Mustafa Kemal Ataturk. E’ Presidente della Repubblica uno dei fondatori del partito islamico Giustizia e Sviluppo (AK). E’ la fine del kemalismo? Il “padre della patria” volle fare della Turchia un moderna democrazia di stampo occidentale. Nella convinzione che democrazia e modernizzazione fossero sinonimi di occidentalizzazione, Kemal impose una serie di riforme dall’alto, come un radicale francese giacobino a capo di un comitato di salute pubblica; addirittura mandando in pensione il diritto turco ed applicando la legislazione elvetica, ritenuta più capace di gestire i rapporti in uno stato moderno. Per carità, non che questo approccio non trovasse un’elite felice di farsi interprete di questo “grande balzo in avanti” o che non abbia seminato ottimi frutti. Le manifestazioni contro Gul testimoniano il grande fervore della Turchia laica e fiera delle proprie istituzioni repubblicane. Per quanto ingenuo possa suonare il mese di Brumanio o la Madeleine tempio della dea ragione, le rivoluzioni sono fatte anche di immagini e allegorie. Ma non cessano, per questo, di essere tali, proprio come quella che ha fatto Kemal in Turchia. Leggi il seguito di questo post »

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Le nuove strategie di Tokyo

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

E’ dai tempi dell’anticomintern che Tokyo aveva rinunciato ad una vera politica internazionale, nei timori di ripresa di un vecchio spirito nazionalista aggressivo che aveva visto il Giappone infausto protagonista in Asia. Ma la nuova strategia dell’Arco della prosperità e della libertà, messa a punto dagli strateghi di Tokyo, e perseguita con l’ultimo incontro fra Shinzo Abe e Manmohan Singh, segna una nuova stagione diplomatica per la potenza nipponica. Le scelte energetiche fondamentali per il pianeta, che si svolgono in Asia, l’ascesa dei colossi Cindia e le turbolenze Nord-Coreane sono alcuni avvenimenti che hanno portato ad un ripensamento del ruolo del Giappone nello scacchiere asiatico, non a caso appoggiate da Washington. Leggi il seguito di questo post »

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Patrimonio UNESCO. Italia brava, ma…

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

L’Italia ha il primato di essere il paese con il maggior numero di siti dichiarati dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità. Il nostro paese ha, anche, il merito di non essersi visto iscrivere dall’UNESCO nessun patrimonio nella lista dei “beni in pericolo”. La stessa organizzazione delle Nazioni Unite effettua, infatti, periodicamente un report che stila la lista di quei beni che sono messi a rischio dall’inquinamento, dai cambiamenti climatici, dalle guerre, dalla speculazione o anche solo dall’inefficienza delle istituzioni nazionali o locali preposte alla salvaguardia degli stessi. E’ questo un merito indiscutibile per le nostre istituzioni. Se è, infatti, vero che la lista dei Patrimoni in Pericolo è affollata da Stati prevalentemente non occidentali affetti da drammatiche crisi economiche e politiche, l’UNESCO, quando si tratta di tutelare le ricchezze del pianeta, non guarda in faccia a nessuno. Attualmente addirittura la città di Dresda è inscritta in questa lista nera, in virtù di un progetto comunale di costruzione di un ponte ferroviario sull’Elba che correrebbe di fronte ai principali monumenti cittadini; ed in passato anche gli USA ne hanno fatto parte. Leggi il seguito di questo post »

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Equivicinanza? La Sinistra e Israele

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

Assolutamente pretestuose sembrano le polemiche suscitate dalle recenti dichiarazioni di D’Alema in occasione di una festa dell’Unità a San Miniato, vicino a Pisa: “Hamas è una forza reale che rappresenta tanta parte del popolo palestinese”, aveva detto il Ministro. A quel punto, leader dell’opposizione e svariate testate giornalistiche, anche straniere, hanno fatto gonfiare e rimbalzare la polemica. D’Alema appoggerebbe Hamas, organizzazione fondamentalista nel cui statuto si legge chiaramente della volontà di distruggere lo stato d’Israele. Ma D’Alema aveva solo posto il problema che questa forza politica, per quanto terroristica od antisemita possa essere, rappresenta i palestinesi ed anche il governo di Gaza: insomma, le sue parole erano una constatazione di fatto, oltre che di buon senso. Senza cadere nell’errore dell’appeasement, in questa fase del processo di negoziazione della pace in Medioriente, non si può non trattare con chiunque. La democrazia è negoziazione, anche con chi si pone, evidentemente, al di là della democrazia.

Ma, purtroppo per la Farnesina, l’argomento toccato è un nervo scoperto della Sinistra. E’ strumentale scambiare le parole di D’Alema per un messaggio filoterroristico o, peggio, antisemita. Ma, evidentemente, il clima creato dalle manifestazioni formate da reduci del 68 o da giovanissimi dei collettivi con kefhie e bandiere di Israele bruciate in piazza, è uno scotto da pagare. Da far pagare a D’Alema. In realtà, per quanto la polemica circa l’inopportunità delle parole del Ministro sia pretestuosa, c’è un problema che cova nel ventre molle della sinistra radicale: l’antisemitismo di sinistra.

Il rapporto dell’Osservatorio Europeo dei casi di razzismo e xenofobia del 2003 parlava chiaro: e, soprattutto, parlava all’Italia. C’è nel nostro paese, sostenevano i ricercatori Bergmann e Wetzel,  un antisemitismo di sinistra nascosto dietro la foglia di fico dell’antisionismo. Quando lo stato d’Israele viene associato a simboli nazisti, imputandogli di compiere genocidi e deportazioni, si assiste ad un fenomeno di omologazione degli ebrei ai nazisti, scambiando le vittime per carnefici e depotenziando simbolicamente la Shoah. Gli Ebrei fanno ai Palestinesi quello che hanno subito dai nazisti. Ecco che le camere a gas, nel pattume del revisionismo, diventano una giustificazione inventata per legittimare uno stato abominevole, Israele, che pratica politiche fasciste. E tutto questo prescinde dai colori dei governi dello stato. Anche senza essere negazionisti, il linguaggio politico è, quindi, quello dell’antisemitismo. Il rapporto citato avvertiva come questo antisemitismo di sinistra era ed è anche più subdolo. Di certo dai centri sociali non ci aspettiamo agguati o profanazioni di cimiteri ebraici. Ma questo sentimento rinvigorisce ed alimenta altre forme, magari violente e più pericolose, di antisemitismo. Si tratta di un pregiudizio, per certi versi, più rispettabile, che si insinua nei salotti buoni, fra i giornalisti  sensibili alle sorti “degli ultimi e dei più deboli”. E’ una storia vecchia, in realtà, che risale alla Guerra Fredda. Gli intellettuali comunisti, al di là dei rapporti fra Palestinesi e URSS, sono sempre stati filoarabi. La costituzione dello stato d’Israele, inoltre, si è iscritta nel complesso processo di decolonizzazione. Ecco che molte posizioni filopalestinesi si colorano di terzomondismo, anticolonialismo ed antimperialismo, per cui “tifare Palestina” diviene moralmente accettabile anche a costo di non vedere quali folli posizioni abbia assunto, a suo tempo, ad esempio, Arafat, proprio nei riguardi del popolo palestinese; e che cosa rappresenti, oggi, l’integralismo islamico.

C’è poi un altro problema che la querelle D’Alema ha evidenziato. Da quando il PCI si è trasformato in un partito socialdemocratico, è come se una serie di test di moderazione istituzionale, da partito di governo e non più di lotta, venissero regolarmente somministrati dall’opinione pubblica agli ex compagni.  Fra questi il filoatlantismo è spesso una prova del nove. A quest’ultimo sembra essersi aggiunta una valutazione molto severa circa le politiche della Farnesina in Medioriente e la possibilità che ricadano nel calderone ideologico di posizioni aprioristicamente filoarabe. Interpellato sulla questione israelo-palestinese il Ministro degli Esteri, con una frase ad effetto, ha parlato di una politica di equidistanza, anzi, di equivicinanza fra Israele e Palestina. Parole ragionevoli. Autorevoli osservatori come Magdi Allam, però, hanno bocciato quest’uscita. Come si può essere equivicini ad uno stato democratico come Israele e ad organizzazioni che legittimano il ricorso alla violenza, sostiene Allam? Eppure l’equivicinanza ad un popolo non può essere ristretta ad un movimento terrorista come Hamas. In realtà, per quanto sensate ed equilibrate possano essere le posizioni di D’Alema e del Governo sulla faccenda, c’è un problema ancora non risolto fra certe frange della sinistra radicale ed una vera equivicinanza fra Israele e Palestina; tutto ciò rende la faccenda una buccia di banana per tutto il Governo. Una buccia schivata, ma sulla quale l’opposizione ti spinge.

 

Alessio Postiglione

(pubblicato su Notizie Verdi il 28 07 07)

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Il Congresso fa breccia nello Scudo di Bush

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

Il piano del Presidente Bush di realizzare lo Scudo Spaziale, o meglio quella parte dello SDI, Strategic Defensive Initiative, previsto in Europa, è stato bloccato al Congresso.

Le camere hanno tagliato 139 milioni di dollari dai 310 che servirebbero per realizzare lo scudo. Ciò significa che le postazioni radar in Repubblica Ceca si faranno; ma il sistema di intercettamento missilistico che si sarebbe dovuto realizzare in Polonia, ovvero la parte più controversa e per la quale si è accesa la polemica con Putin, non si realizzerà. Almeno per ora. Il presidente della Commissione Parlamentare che ha bloccato i fondi, John Murtha, ha detto che Bush deve convincere il Congresso che questo fantasmagorico sistema antimissile sia utile. L’arma del veto sui budget è il mezzo che le Camere hanno negli USA per influenzare la politica di Bush. Questo stop al Congresso pesa molto su un progetto politico discutibile e che ha sollevato molte tensioni internazionali. I parlamentari, infatti, piuttosto che sostenere un programma di difesa i cui benefici sarebbero nella lunga durata, sembrano più propensi a finanziare progetti a breve termine. Necessari, non solo nell’ottica della costruzione del consenso o per scopi elettorali, ma soprattutto per porre rimedio ad una serie di emergenze sociali che conseguono all’essere un paese in guerra. Il Congresso è infatti attualmente orientato nel migliorare l’assistenza sanitaria per i reduci ed ad aumentare gli stipendi dei soldati. Lo scandalo dei marines ammalati di cancro per l’uranio impoverito o abbandonati al loro ritorno in patria, commesso in occasione delle ultime guerre in cui sono stati impegnati gli USA, è assolutamente un errore da evitare.

Allo stato attuale, con la bocciatura dello scudo in Polonia, il governo procede in modo casuale con singoli accordi bilaterali. Per ora Bush ha ottenuto dal Regno Unito l’autorizzazione a potenziare la base di Menwith Hill nello Yorkshire e il via libera su un progetto che prevede la costruzione di una nuova stazione radar nelle vicinanze della stessa base. Le due strutture sarebbero parte dello Scudo Spaziale; certo, senza la Polonia, il progetto resta monco e per ora rappresenta solo un aggravio di costi. Fra l’altro, la boutade di Putin, tanto contrario al progetto americano al punto di dichiarare che avrebbe puntato i suoi missili contro l’Europa, continua a pesare. Non è semplice, quindi, prevedere un futuro roseo per il programma di Bush. Il Presidente, in base al sistema politico americano, potrebbe superare il veto parlamentare, ma è improbabile che lo faccia: la fronda congressuale è, infatti, bipartisan. I Rappresentanti sono più consapevoli dei rischi che l’unilateralismo di Bush comporterebbero per la nazione e, ora che i falchi neocon volano basso dopo tutte le batoste prese sull’Iraq, considerata unanimamente un’avventura fallimentare, sembra giunta l’ora di rimettere in discussione anche lo scudo. Almeno questo progetto, senza il consenso di Mosca. Il tentativo di convincere Putin che lo scudo è progettato unicamente contro il pericolo nucleare iraniano e non anche contro la Russia, sono caduti nel vuoto.

Stretto fra la bocciatura al Congresso e l’ostilità del Cremlino, la non-strategia di implementare in modo casuale uno scudo che scudo non è, potrebbe essere un altro cattivo esempio, da parte di Bush, di come scialacquare i soldi dei contribuenti. E si sa che gli americani sono sempre molto sensibili su come si spendono i loro soldi.

Alessio Postiglione

(pubblicato su Notizie Verdi il 29 07 07)

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Quando la Chiesa sposava i gay

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

Fra l’esercizio più sfrenato della fantasia parlamentare nella composizione di acronimi, che fra PACS, DICO e CUS dovrebbero consentire, anche in Italia, l’unione civile per i gay, e le reprimende omofobe di molti conservatori, può essere interessante soffermarsi su una parte del dibattito rimasta un po’ all’ombra dei riflettori: il rapporto fra cristianesimo ed omosessualità. Nonostante si dia per scontato che la chiesa debba avere un rapporto inconciliabile con l’omosessualità, nella misura in cui il gay è accettato fin quando si astiene dagli “atti impuri” e pratica una vita casta, la cosa sembra essere più complicata e problematica di quanto non ci sembri a prima vista. C’è una folta schiera di studiosi e teologi che mette in discussione l’assunto che il cristianesimo debba condannare inappellabilmente l’amore gay. E lo fa anche dall’interno e all’interno della tradizione cristiana cattolica, lontano dagli eccessi laicisti dei gay più radicali che, a volte, sembrano stretti fra una rinuncia alla propria sessualità od alla propria affiliazione religiosa.

Non è un caso, inoltre, che questo dibattito sia in fase molto avanzata in America, paese tradizionalmente religioso, dove molti prelati accettano apertamente di parlare del rapporto controverso fra gay e teologia, senza per questo essere oggetto di sospensioni a divinis od altre pratiche censorie. Insomma, un po’ come in Italia si impartisce la comunione ai divorziati pure se non si dovrebbe, in quanto le esigenze della “base” sono lontane dalle speculazioni altissime della teologia ufficiale, così il dibattito, senza censure, verte su temi che, a prima vista, potrebbero far sobbalzare dalla sedia il lettore. Negli anni 90 John Boswell, rinomato professore di Yale ha addirittura sostenuto (nel libro The Marriage of Likeness: Same-Sex Union in Premodern Europe) che la chiesa delle origini officiasse le nozze gay. Ed una celebre coppia sono stati nientepopodimenoche i Santi Sergio e Bacco!

Senza la presunzione di ricostruire l’intero dibattito scientifico e storico e consci che le discussioni sono ancora in corso, è certo che alcune letture eterodosse delle sacre scritture ci trasmettono un nuovo rapporto fra cristianesimo ed omosessualità. La chiese stesse, infatti, avrebbero praticato atteggiamenti tolleranti in passato. Gli studi di Philippe Aries e Michel Foucault hanno già svelato come la morale sessuale più rigorosa in occidente sia un’acquisizione piuttosto recente.

E’ certo che il cristianesimo abbia assunto un atteggiamento critico nei riguardi dell’amore omosessuale anche in contrapposizione identitaria con un mondo pagano molto promiscuo. Le osservazioni che sono state fatte a riguardo sono molteplici. Ad esempio Gesù mai si è espresso contro l’omosessualità. Sono altre le fonti della tradizione cristiana che costruiscono una prospettiva di rigore contro le pratiche gay. Nella società veterotestamentaria il rapporto omosessuale sarebbe stato riprovevole né più né meno come lo spreco di seme effettuato durante l’autoerotismo e il coitus interruptus. Con riferimento al peccato di Onan, all’epoca, si riteneva che il seme contenesse un omino in miniatura e la donna fosse un semplice nido. Anche il racconto biblico sul quale si è costruito l’assunto dell’opposizione di Dio verso gli omosessuali scricchiola: stiamo parlando della storia della distruzione della città di Sodoma per mano di Dio. Vari studiosi delle sacre scritture hanno evidenziato come il peccato della città, che scatena l’ira divina, sia il venir meno all’obbligo sacro dell’ospitalità; i riferimenti circa l’omosessualità dei cittadini sono, invece, labili. Il termine tradizionalmente inteso come “violenza sodomita” che i cittadini di Sodoma avrebbero praticato agli ospiti di Lot per ritorsione non è accettato da tutti i linguisti.

Vale la pena soffermarci su San Paolo ed il suo ruolo giocato nella costruzione di categorie base della nostra tradizione teologica.

Nel Nuovo Testamento, San Paolo si scaglia contro le pratiche omosessuali dei Romani; sono definite contro natura; un’espressione che diventerà ricorrente nella storia della Chiesa. Su questa idea si sono costruiti gli assunti dell’omosessuale come perversione rispetto alla legge naturale e del gay-malato, la cui sessualità poteva essere medicalizzata al fine di una guarigione in chiave etero. Anche in questo caso la critica linguistica è foriera di sorprese. San Paolo utilizza in greco l’espressione para jusin; ma “contro” in greco si esprime meglio con kata. “Para” sembrerebbe significare, piuttosto, “oltre”. I rituali orgiastici-omosex dei latini sarebbero stati, allora, non contro la Natura, ma al di là della propria natura, nel compimento di un’azione riprovevole in quanto legata all’idolatria pagana. Insomma, la critica linguistica supporterebbe la tesi di Foucault per la quale solo dall’Ottocento in poi nasce l’omosessuale. Prima di allora esistevano solo atti omosessuali.

Boswell, inoltre, ha rintracciato, nel libro citato, casi di unioni gay. Come nel rito dell’adelphopoiesis, diffuso anticamente nel mondo ortodosso e slavo, ma non solo.

E’ ovvio che ci troviamo solo in una fase del dibattito. Ma fin quando si discute, c’è la possibilità di trovare una verità condivisa. Nonostante le certezze ostentate da alcuni nei dibattiti pubblici, rispettosi della posizione ufficiale del Vaticano, il rapporto fra cristianesimo ed omosessualità è ancora aperto e destinato a sorprenderci.

 

Alessio Postiglione

(pubblicato su Notizie Verdi del 17 07 07)

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