Sul Notizie Verdi di sabato proponevo una spiegazione in merito al protagonismo dei sindaci con le loro ordinanze su lavavetri e sicurezza nei termini del continuo ricorso alle politiche simboliche al fine del rafforzamento della loro posizione elettorale e mediatica, dettato dalle logiche connesse all’elezione diretta del primo cittadino. Le politiche simboliche dei sindaci, era la mia tesi, hanno effetti nulli o scarsi sulla sicurezza reale, ma hanno un impatto reale sulla sicurezza percepita. Inoltre, consentono alla dimensione locale di influenzare la politica nazionale dettando l’agenda a Roma. I temi posti all’attenzione dei media dai sindaci potranno poi essere affrontati dallo Stato centrale, dotato degli strumenti autoritativi tali da poter incidere fattivamente sulla sicurezza reale, anche attraverso gli strumenti repressivi. Il tam tam mediatico innescato in questi giorni dalle dichiarazioni di Amato, la fronda della sinistra radicale e il piano sulla sicurezza lanciato dal Governo, mi permette di ritenere che avevo visto giusto. I sindaci hanno dettato l’agenda e, nel momento in cui il Viminale si appresta ad affrontare concretamente il problema sicurezza, viene fuori l’annosa contrapposizione ideologica fra riformisti e radicali. La pietra dello scandalo è la sicurezza, o meglio le politiche per affrontare la microcriminalità e i reati comuni contro i patrimoni, giacchè ci dovrebbe essere un consenso bipartisan su come affrontare i reati violenti e la criminalità organizzata. Da questo punto di vista il confronto politico è essenzialmente uno scontro ideologico; ovvero fra due diverse visioni relative alla così detta devianza sociale o anomia. Ma di che cosa si tratta?
All’antica e reazionaria interpretazione del criminale come soggetto biologicamente portato a delinquere, come è nella fondazione dell’Antropologia Criminale di Cesare Lombroso, hanno fatto seguito, attraverso il behaviourismo, teorie che sottolineavano le cause ambientali e sociali della criminalità: l’uomo non è cattivo, e quindi da reprimersi coattivamente attraverso la violenza legittima e monopolizzata dello Stato; ma è reso tale da un ambiente sfavorevole e da stimoli sociali criminogeni. Questa impostazione, scientificamente valida, va subito a nozze, ovviamente, colla dottrina sociale della Chiesa e il background umanista delle ideologie di Sinistra; ai poveri, derelitti e sfruttati dai capitalisti, non resta che piangere o delinquere. Questa interpretazione sociologica, liquidata dal Ministro Amato come “sociologismo d’accatto” di cui è prigioniera la sinistra radicale, ha retto bellamente per molto tempo. Il lavavetri e lo scippatore erano, in fin dei conti, dei poveri scugnizzi. La vittima derubata del proprio Rolex era un po’ il vero carnefice del ladro, poiché il criminale era tale in virtù della redistribuzione iniqua dei redditi e della società classista che non dava opportunità agli ultimi. Ma questo sentimento di pietas cristiana, e di senso di colpa della borghesia, non c’è più: perché? Innanzitutto la microcriminalità è diventata più violenta. Inoltre la società postmoderna si è dimostrata, apparentemente, più giusta dell’Italia della repressione poliziesca e di Bava Beccaris. In una società più ricca e con più opportunità, anche per gli ultimi, chi delinque non viene percepito come uno sfortunato costretto dagli eventi. Nei riguardi dell’immigrato, ci siamo liberati del “fardello dell’uomo bianco” e non ci sentiamo più in colpa per la spoliazione coloniale. Chi, un tempo, era poco abbiente, oggi, in Europa è più ricco e magari i suoi figli si sono laureati; quindi il borghese non è più un nemico di classe, ma uno status alla portata di tutti, da emulare subito o da consegnare ai propri figli. In una società più aperta e competitiva il criminale non ha scuse. E soprattutto non vesserà, solo, la nobildonna ingioiellata; ma deruberà i simboli della nuova opulenza di un piccolo commerciante, ad esempio, segno tangibile di una faticosa emancipazione sociale. Quante lacrime abbiamo pianto per tabaccai e benzinai? Questi nuovi borghesi hanno dimostrato a sé stessi di potersi riscattare; non si sentono dei privilegiati e non sono disposti ad interrogarsi sulle cause sociali del crimine.
La nostra società è, quindi, seppur non “il paradiso in terra”, giusta ed equa? La nostra società è, oggi, più giusta di ieri. Ma, a me sembra, stia operando una rimozione simbolica e spaziale della marginalità: il problema c’è, ma non lo vede. La nuova urbanistica ha, effettivamente, risanato molte periferie e concesso nuove opportunità: attraverso la riqualificazione, la delocalizzazione di centri di ricerca e università. Ma altre periferie hanno subito un processo di brutalizzazione e ghettizzazione senza precedenti. Quali chance la nostra società concede alle banlieue di Parigi, alle baraccopoli degli immigrati, allo Zen di Palermo, alla 167 di Scampia a Napoli?
La Sinistra oggi deve parlare di legge e ordine; perché i nuovi borghesi, i cui padri lavoravano nella fabbrica rossa, sentono questo bisogno e sono un bacino elettorale determinante. Sarebbe sbagliato lasciare questo tema al monopolio della Destra. Bisogna mettere al centro la sicurezza per tutelare i più deboli, fra l’altro. Chi avverte questo problema è, soprattutto, questa borghesia fragile, non la grande borghesia che non mette un piede fuori dal salotto buono di via Montenapoleone e San Babila.
Ma la Sinistra deve anche porsi il problema dei nuovi marginali, che sono chiusi nei loro ghetti, lontano dai nostri occhi e che non votano e non sono rappresentati. E’ un problema di civiltà: non sociologismo.
Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi il 12 09 07)