Si è assistito negli ultimi anni ad un rinascimento nucleare: molti governi occidentali, fino a quel momento ostili o comunque scettici a riguardo, hanno ammesso la possibilità di rimettere in discussione le scelte fino a quel momento compiute. Niente di male: ciò che è compreso ha bisogno di essere discusso, diceva Bertrand Russell. Ma, forse, la nuova fiducia con la quale si guarda al nucleare andrebbe anch’essa seriamente discussa e demitificata.
Le opzioni a favore dell’atomo sono attualmente rappresentate, da un lato, dalla necessità dei paesi di garantirsi scorte di energia adeguate, anche a fronte delle svariate crisi energetiche che si stanno abbattendo a causa dell’instabilità politica e geopolitica di molti paesi produttori di gas e petrolio, ad esempio, dall’altro, dagli effetti virtuosi che il nucleare avrebbe sulla riduzione di CO2. Insomma, dovrebbero essere addirittura gli ambientalisti a richiedere il nucleare. Ambientalisti, non pacifisti, probabilmente.
C’è, infine, l’aspettativa (o forse la speranza) di produrre energia pulita, economica e sicura.
La realtà è diversa, purtroppo.
La Oxford Research Group ha appena pubblicato un report illuminante a riguardo (www.oxfordresearchgroup.org.uk/publications/briefing_papers/pdf/toohottohandle.pdf) che, conti alla mano, offre notevoli spunti di riflessione.
Le centrali nucleari – sostiene la ricerca - possono contribuire alla riduzione del riscaldamento globale, ma affinché si inneschi questo effetto virtuoso, parallelamente alla produzione di energia pro capite necessaria stimata nello scenario futuro, dovremmo dotarci di circa 3000 reattori nei prossimi sessanta anni. Una cifra molto diversa da quella programmata attualmente ed effettivamente realizzabile stante i costi e i tempi di realizzazione di reattori civili.
Non è certo, quindi, che le centrali nucleari offrano un contributo significativo nella riduzione del riscaldamento del pianeta. Quel che è certo, invece, è che i nuovi reattori civili costituiranno un rischio, sicuramente maggiore dei benefici derivanti dalla loro capacità di produrre energia a buon prezzo. I benefici ipotizzabili non sono tali da ammortizzare il rischio reale: la proliferazione nucleare e il terrorismo atomico.
Le centrali del futuro utilizzeranno in misura molto minore l’uranio; adopereranno, invece, soprattutto plutonio. Un tipo di plutonio adatto alla fabbricazione di armi nucleari, facilmente realizzabili, tra l’altro. L’Agenzia ONU per l’energia nucleare – The International Atomic Energy Agency (IAEA) - è molto preoccupata del fatto l’utilizzo civile del nucleare si possa trasformare nella testa di ponte per le armi di distruzione di massa atomiche, vanificando tutti gli accordi di non-proliferazione fin qui sottoscritti.
Per scongiurare questo rischio i vertici dell’agenzia hanno studiato la possibilità di istituire una “banca di riserve nucleari” (di uranio e plutonio), gestita direttamente dall’ONU, alla quale potrebbero accedere i paesi che necessitano di riserve energetiche per alimentare i reattori civili. Ma quali garanzie ci sono che queste riserve vengano utilizzate correttamente una volta consegnate allo stato titolare del reattore? La Nord-Corea o l’Iran già si sono dimostrati abili bluffatori; per di più, molte giovani democrazie in buona fede semplicemente non hanno un reale controllo del loro territorio.
All’epoca della guerra fredda l’equilibrio fra le superpotenze si reggeva sull’equilibrio del terrore: il MAD (Mutual Assured Destruction), che già nel nome richiamava la follia di quella strategia. Il MAD si basava sull’assunto della razionalità degli attori strategici che mai avrebbero scelto di distruggere l’avversario per essere poi essi stessi annientati. La tragica esperienza dei kamikaze islamisti, oggi, ci dice l’esatto opposto: il mio odio per te è più forte dell’amore per la mia stessa vita.
Il gioco nucleare, allora, vale la candela?
Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi del 02 07 07)
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