L’insostenibile stigma di essere intellettuali
Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008
Il sociologo Ilvo Diamanti ha recentemente commentato gli ultimi risultati elettorali parlando di “sinistra impopolare”: l’analisi dei dati elettorali permette infatti di sostenere che, mentre la destra è forte fra lavoratori autonomi, imprenditori ed operai, la sinistra raccoglie ormai consensi soprattutto presso i ceti intellettuali, formati da professori, mandarini e giovani altamente scolarizzati.
E’ da parecchi anni, in pratica, che si assiste a questo trend. A partire dalla crisi della sinistra operaista e l’emergere di gruppi e movimenti di sinistra alfieri dei diritti di terza generazione, come i diritti ambientali e i Verdi che li rappresentano.
La sinistra post-moderna sembra essere la scelta distintiva di gruppi ed elite colte.
Questa mutazione antropologica, da partiti popolari a elite impopolari, rende spesso vulnerabili e schizzofreneci. Si oscilla fra nannimorettismo acuto, come il protagonista di Caro Diario che grida al mondo che non potrà mai fare a meno di sentirsi parte di una minoranza (illuminata ed intellettuale, ovviamente!), e paura di scoprirsi qualunquisti, come è successo a quel lettore di Repubblica che scriveva al giornale dicendo che incominciava a comprendere le argomentazioni di una destra che, per pudicizia ideologica, egli aveva sempre ritenuto xenofoba ed intollerante.
La superbia intellettuale non ci fa forse comprendere adeguatamente l’arido vero?
Diciamocelo francamente: i secchioni non sono mai stati simpatici a nessuno durante gli anni scolastici: il primo Berlusconi, non a caso, si poneva in rapporto carismatico diretto coll’elettorato, insistendo col suo non essere un intellettuale paludato, ma un pragmatico uomo d’azione, a riprova della cordiale antipatia che suscita tale categoria.
Sembra ora più chiaro perchè i partiti di centro destra siano riusciti, negli ultimi anni, a dare delle risposte che, per quanto affrettate e sbrigative e puramente simboliche (cioè, di concreto, non servivano a niente), apparentemente soddisfavano meglio certi reazioni di “pancia” di parte del paese. Si è assistito così sia ad una monopolizzazione da parte della destra di temi come ordine, sicurezza, controllo dell’immigrazione, declinati in modo qualunquista (si pensi alle amenità di Calderoli e della Lega quando parlano di castrazione chimica e pena di morte), sia ad una brutalizzazione del linguaggio che ha imposto mantra ed equazioni false (immigrati=criminali, politiche autoritarie=sicurezza) in parte dell’opinione pubblica; e ciò è dipeso largamente con l’incapacità di ricondurre sui binari della ragionevolezza un discorso pubblico dove gli intellettuali non sono riusciti a parlare a parte dell’elettorato, prima che intervenisse questa degenerazione populista.
Quando negli anni 70 Tom Wolfe sul New Yorker apostrofava il grande compositore Leonard Bernstein inventando il termine “radical chic”, c’erano ancora le grandi fabbriche fordiste a sostenere l’anima popolare della sinistra. Ora è necessario riformulare una nuova koinè popolare che parli a chi è stato sedotto da queste logiche qualunquiste. Ed è tutt’altra cosa da riprodurre, in subalternità ideologica, discorsi criptopopulisti.
Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi del 07/06/2007)
















