Aborto: quando la società espropria l’individuo
La proprietà privata può essere espropriata in casi di pubblica utilità. Esiste una ragione per la quale possiamo espropriare la donna del suo corpo? Che ruolo hanno i saperi, le scienze e la morale nel controllo delle coscienze?
L’aborto, l’individuo e la morale hanno sempre combattuto una battaglia biopolitica, e non è un caso che il tema sia ancora al centro del dibattito.
Ferrara ha confessato che porterà avanti la sua campagna pro-life, anche senza il placet del Centro-Destra, perchè si tratta di una battaglia superpolitica, etica. Questa constatazione non fa che preoccuparci ancora di più, giacchè la subordinazione delle donne nelle nostre società è stata resa possibile e socialmente accettabile attraverso meccanismi di spersonalizzazione del dominio che, di volta in volta, assumevano i connotati di categorie trascendenti quali morale, Stato, buon costume, Natura. Ferrara dice di non essere contro le donne, ma di essere contro un modello culturale edonista che rimuove l’assassinio che si cela nell’aborto e ne tace le caratteristiche di selezione della razza che sempre più spesso assume. L’abile polemista gioca con le parole: eu-ge-ne-ti-ca, scandisce; con-ce-pi-men-to, insiste. L’aborto, a suo dire, si è trasformato da lecito in moralmente legittimo e, soprattutto, in procedura eugenetica.
Ferrara ha avuto buon gioco nel portare acqua al suo mulino informando i lettori del Foglio su cosa sia la sindrome di Klinefelter che affliggeva il feto abortito e poi sequestrato dalla polizia di Napoli. Si tratta di una alterazione cromosomica che fa nascere bambini affetti da ipogonadismo, ovvero testicoli piccoli. Esistono delle probabilità, stimabili intorno al 40%, che i soggetti affetti da questa sindrome sviluppino dei ritardi mentali; sono più inclini ad ammalarsi di diabete e di osteoporosi; ma è ancora più probabile che siano degli individui come tutti gli altri, anche se necessitano di un particolare supporto medico e psicologico. Ferrara incalza: è ammissibile abortire per non mettere al mondo un figlio che, forse, non è un malato cronico e disperato, ma solo un diverso, con meno muscoli e meno peli di un maschio normale? Sono argomentazioni interessanti: peccato che Ferrara, parlando di eugenetica e morale, operi quelle stesse rimozioni che imputa alle femministe.
L’aborto e l’infanticidio sono una pratica bi millenaria ed un campo di battaglia della guerra ombra, silenziosa, fra individuo, non solo le donne, e la società, al fine di determinare i limes fra pubblico e privato.
L’antropologia e la storia ci spiegano che esistono ed esistevano civiltà che permettevano e legittimavano queste pratiche, altre che le avversavano. Questo perché tutte le società tendono a rendere pubblico il sesso che deve essere sottratto alla sfera privata nella misura in cui dalla normazione delle attività sessuali individuali, dipendono i benefici collettivi della comunità. Nelle società della scarsità e della povertà – che sono tutte le società della Storia, con l’eccezione di quelle Occidentali dal Novecento in poi – c’erano gruppi che, in tempo di carestie, ricorrevano all’infanticidio come pratica volta a mantenere il controllo demografico. Per quanto la cosa possa essere repellente, era, ed ancora è lo stato delle cose, per chi vive nei loculi del Cairo o nelle favelas di Rio.
Il paradigma dominante, comunque, accolto nel Cristianesimo e nell’Islam, ad esempio, è quello della proibizione dell’aborto e dell’infanticidio; carestie e guerre mietono molte vittime nell’Europa del Medioevo. Fate dieci figli, tanto ne diventeranno adulti forse tre. La società, per sopravvivere, deve sconsigliare agli individui di sbarazzarsi dei nascituri. “I popoli forti, sono popoli fecondi”, diceva Mussolini: infatti, fino al Novecento, si è convinti che la quantità è la forza di una Nazione; gli uomini sono carne da cannone e anche ai proletari è resa più tollerabile la loro condizione nella misura in cui hanno una ricchezza: la prole, dalla quale prendono il nome.
La crescita democratica e liberale dello Stato e le trasformazioni sociali occorse nel dopoguerra, reintegrano le donne della responsabilità sul proprio corpo. Le logiche economiche favoriscono differenti politiche demografiche. Ma ciò non di meno, continuano ad esserci centri di produzione del sapere che, anche inconsciamente, non sono disponibili a cedere quello che avevano espropriato. Il controllo del corpo coincide con il controllo della mente e quello sociale. La controbattaglia sull’aborto è, quindi, parte di un progetto di restaurazione ad opera di quei gruppi che si sono indeboliti con l’avvento del liberalismo: che, d’altronde, fu avversato e anche scomunicato.
Ritorniamo, allora, al merito delle obiezioni di Ferrara. Quando nasca la vita, e l’aborto sia assimilabile ad un omicidio, pertiene al campo delle ipotesi. Ogni religione ha un’idea, e lo stesso dibattito è attivo fra gli scienziati. Parlare di assassinio è fuorviante ed è basato solo su una in-ter-pre-ta-zio-ne personale. La società compie aborti eugenetici? Io chiederei a Ferrara: può la società imporre morali, i cui costi ricadono sugli individui? Non dubito che ci siano gli imbecilli che sono pronti ad abortire bambini solo perché non siano belli e perfetti. Nelle nostre società, i bambini, come le mogli/mariti, come i cani e le macchine possono essere uno status symbol. Ferrara, però, prima di parlare di “assassinio a Napoli” dovrebbe chiedersi: le cure, l’impegno, i soldi e l’attenzione di cui un piccolo affetto dalla sindrome di Klinefelter necessita, erano nelle disponibilità della donna di Napoli? Che, fra l’altro, era sola; del padre non vi è traccia.
Nella nostra società iniqua, la maternità, qualsiasi maternità, è diventato un diritto che costa caro. Non è né può essere un dovere pubblico.
Chi ha cuore i diritti dei nascituri, dovrebbe porre prima il problema dei diritti dei nati.
“I cattolici rivendicano le loro libertà in base ai principi nostri e negano le nostre libertà in base ai principi loro”. Gaetano Salvemini
Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)
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