America. Lobby sotto processo
Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 17, 2008
Un grosso scandalo editoriale sta scuotendo gli ambienti politici, accademici e l’opinione pubblica americana. Due importanti politologi, John J. Mearsheimer dell’Università di Chicago e Stephen M. Walt, della John F. Kennedy School of Government, presso Harvard, hanno pubblicato sulla London Review of Books un pamphlet intitolato “The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy” (http://ksgnotes1.harvard.edu/Research/wpaper.nsf/rwp/RWP06-011/$File/rwp_06_011_walt.pdf) che critica fortemente la politica estera di Washington, che sarebbe influenzata da gruppi di pressione pro-Israele. L’argomento è molto spinoso. Questo genere di considerazioni solleva molte reazioni di pancia acrimoniose anche in un paese come gli States che non ha vissuto direttamente la propaganda contro le “lobby ebraiche e i complotti demogiudeoplutocratici”. In realtà, come ha osservato Zbigniew Brzezinski, uno dei massimi esperti di politica internazionale, dalle pagine di Foreign Policy, il lobby etnico è un fenomeno molto radicato negli States e, in passato, si è rivelato decisivo nello sviluppo inclusivo del sistema politico e sociale americano. Il problema della ricomposizione degli interessi nel perseguimento di una politica comune e virtuosa se non per tutti, almeno per la maggioranza degli americani, è e resta, però, comunque una debolezza del sistema politico americano.
Mearsheimer e Walt parlano chiaro e parlano una lingua, soprattutto, conosciuta dai principali accusati. Si riferiscono, infatti, ai neocon sostenendo che gli interessi di questi gruppi di pressione semplicemente non corrispondono agli interessi strategici e diplomatici degli USA in un’ottica realista. Secondo gli autori, le lobby israeliane sono i deus ex machina della guerra in Iraq e sono fra chi più “spinge” per la guerra con l’Iran. La politica estera americana, improntata ad un aprioristico appoggio della politica di Israele in Medioriente, così come i tre miliardi di dollari annui di sovvenzioni, gli sconti sulla vendita di armi e i 34 veti nel Consiglio di Sicurezza ONU contro le risoluzioni critiche di Israele a partire dal 1982, non sono più giustificabili, in un’ottica di realpolitik, a partire dalla scomparsa dell’URSS. Con la fine della Guerra Fredda, vengono a mancare le condizioni di un appoggio incondizionato ad Israele. Mearsheimer e Walt giungono provocatoriamente a sostenere che financo la scomparsa di Israele, per quanto moralmente inaccettabile, non potrebbe comportare un problema per l’Impero americano. Le lobby israeliane, proseguono gli autori, hanno convinto l’opinione pubblica americana che gli interessi dei due paesi coincidono, quando, invece, non è più così. Ugualmente deprecabile è la tesi che Israele sia moralmente superiore rispetto alla controparte palestinese in virtù del fatto che è una democrazia occidentale. Mearsheimer e Walt ritengono che ogni protagonista del conflitto mediorientale si sia comportato in modo moralmente deprecabile; quindi ogni considerazione circa chi sia il buono o il cattivo è assolutamente improponibile. La politica estera si deve fare su un’esatta ponderazione degli interessi, non in base ad assunti non verificati. Gli autori, sia chiaro, non mettono in discussione il diritto di Israele a sopravvivere: ma il canale privilegiato che Gerusalemme ha con Washington è ingiustificabile.
Dietro questa etichetta di “lobby israeliana”, per gli autori, non c’è una categoria ambigua e ominicomprensiva, ma una serie precisa di think thank e advocacy coalition che hanno partecipato al progetto neoconservatore; come il Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA), che ha arruolato personaggi come Dick Cheney e Paul Wolfowitz o l’American-Israel Public Affairs Committee (AIPAC).
L’attacco dei due accademici ha, intanto, colpito nel segno, sollevando un vespaio di polemiche ed un intenso dibattito pubblico: che è, alla fine, quello che i due autori volevano. La forza del pamphlet, infatti, è quella di essere opera di autori non minimamente sospettabili di posizioni anti-sioniste sulla scia di scomodi intellettuali di sinistra come Noam Chonski. Quanto questo, o altri scandali come le pressioni delle associazioni dei petrolieri o dei costruttori di armi, possano portare ad una riforma del rapporto fra il Campidoglio e K Street (NdA, la strada di Washington dove hanno sede le lobby), è tutto da verificare.
Alessio Postiglione
















