CCS, Carbon Dioxide Capture & Storage. Funziona?
Mentre le innovazioni tecnologiche ci consentono di ipotizzare un mondo il cui paradigma energetico sia più sostenibile, magari completamente formato da energie rinnovabili, forse queste stesse tecnologie potrebbero prolungare la vita di attività ritenute a ragione e fino ad oggi ecologicamente incompatibili, come le centrali energetiche a carbone. Naturalmente Notizie Verdi non ama questi grigi giganti che nel nostro immaginario restano saldati alle evocazioni dickensiane dei tetri slums della rivoluzione industriale. Cerchiamo, tuttavia, di capire cosa sta succedendo. Scremado, soprattutto, la scienza dall’ideologia di tutti gli ambientalisti scettici che liquidano l’ecologismo come catastrofismo.
E’ da circa dieci anni che si sperimenta la possibilità di catturare l’anidride carbonica prodotta dall’uomo e di iniettarla sotto terra, senza esternalità negative per l’ambiente. Il procedimento si chiama, tecnicamente, CCS, cioè Carbon Dioxide Capture & Storage e, a detta dei suoi teorizzatori, potrebbe garantire una quadratura del cerchio, conciliando la sostenibilità ambientale ed inducendo effetti benefici sulle attività di sfruttamento del metano o del petrolio.
Il primo progetto fu varato dalla stessa società norvegese che sfrutta i giacimenti nel Mare del Nord, la Statoil, nel 1996. Il CCS prevede di separare dagli altri gas l’anidride carbonica - prodotta proprio dalla combustione di fonti fossili e quindi a latere delle attività di sfruttamento del petrolio, del gas naturale e del carbone - e di portarla allo stadio supercritico, trasformandola, attraverso un processo di concentrazione e compressione, quasi in un liquido: tecnicamente si può applicare il CCS anche in altri contesti di produzione di anidride carbonica, come nelle fabbriche di metalli, acciaio, ammoniaca e cemento. La CO2, dopo essere stata separata, trasportata, ed aver subito il procedimento di stoccaggio in assenza di atmosfera, viene iniettata nel sottosuolo sfruttando, semmai, proprio i gasdotti; viene così conservata nei giacimenti esauriti o negli acquiferi salini. L’ex giacimento deve essere a delle profondità tali da non correre il rischio di inquinare le falde acquifere e va, tuttavia, monitorato. I rischi per la salute e l’ambiente sarebbero i medesimi che portano i normali gasdotti; quindi ampiamente tollerabile. La selezione del punto di smaltimento adatto, dotato di uno strato di rocce porose in grado di assorbire la CO2, seguito da un mantello di rocce impermeabili, renderebbe il procedimento sicuro ed ecocompatibile. Per utilizzare il sistema di cattura ed interramento dell’anidride carbonica, inoltre, non è necessario aspettare la morte di un giacimento. Per consentire un adeguato sfruttamento delle riserve di petrolio già oggi le aziende ricorrono a delle iniezioni di acqua o gas. Questo significa che, in certi contesti, è possibile iniettare l’anidride carbonica prodotta dalle attività di sfruttamento del petrolio man mano che questa viene prodotta, consentendo allo stesso tempo un utilizzo più completo della riserva energetica. Insomma, si farebbe scomparire dal ciclo produttivo il maggiore effetto spill over negativo.
Il Terzo Report di Valutazione dell’IPCC (il panel intergovernativo che monitora i cambiamenti climatici) ha recentemente incluso il CCS nel portfolio di politiche di mitigazione che dovrebbero essere utilizzate per raggiunger gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, dopo molti anni durante i quali si è essenzialmente sottostimata quest’opzione. Lo stesso IPCC ha prodotto degli studi di fattibilità che evidenziano che, allo stato attuale della tecnologia, il CCS potrebbe essere un’opzione economicamente efficiente, qualora si presentino una serie di condizioni come la quantità di emissioni prodotte od il costo CO2 per tonnellata. Paradossalmente, quanto più un’attività è inquinante, cioè produce anidride carbonica, tanto più il CCS funzionerebbe. I costi di questa policy variano a causa di vari fattori: il tipo di impianto, il posto scelto per l’interramento, i costi di trasporto legati alla distanza del sito di interramento dal sito di compressione, i costi di monitoraggio del sito di interramento; i costi più alti sono, comunque, quelli di compressione. Per rendere il CCS economico e concorrenziale, però, sarebbero necessarie una serie di misure di incentivo pubbliche.
Gli scenari ipotizzati dal panel affermano che nella riduzione dei gas serra il CCS potrebbe, nel 2100, giocare un ruolo sempre crescente, fino alla possibilità di incidere al 55% rispetto alle altre opzioni di mitigazione dei gas serra. Ma, visto che si richiede l’intervento della longa manus dell’erario, vale la pena riflettere se valga la pena finanziare il CCS, piuttosto che altre policies.
Restano, tuttavia, delle perplessità di merito. L’idea che l’ecologismo sia anti-industriale è un pregiudizio ideologico di chi vuole inquinare, continuando a scaricare i costi sulla comunità. Ma come valutare una policy che renderebbe proprio gli industriali legati al carbone i paladini dell’ecologia? In realtà è lo Stato che dovrebbe farsi carico di molti costi legati alla possibilità di interramento della CO2. Il risultato immediato è che questi giacimenti sarebbero meglio sfruttabili dalle aziende. Costi pubblici e benfici privati? I paladini del CCS sostengono che gli incentivi statali sarebbero finalizzati all’interramento dell’anidride carbonica, seppur realizzando un vantaggio per le aziende. Il problema è che questo meccanismo potrebbe funzionare in un contesto popolato da industriali etici, dove non ci sono asimmetrie informative fra i proprietari dei gasdotti e le Istituzioni. E’ sbagliato avere un pregiudizio circa la non eticità delle aziende del settore; ma l’esperienza ci suggerisce che è meglio avere qualche perplessità. Chi garantisce che il gasdotto di proprietà della compagnia sia sicuro per iniettarvi la CO2 senza rischio di inquinamento? Possiamo chiedere che siano le stesse società interessate a certificare il processo? E’ ovvio che lo Stato dovrebbe accollarsi dei costi di gestione, monitoraggio e valutazione enormi; per poi finanziare un’attività che – seppur sicura e compatibile – migliora la redditività delle aziende e le libera, inoltre, dai costi di inquinamento. In questo quadro, la sensazione è che le Istituzioni, per combattere l’inquinamento e mantenere in vita le centrali di carbone, sostengano dei costi nettamente maggiori rispetto ad altre opzioni sul tavolo che semplicemente cancellano l’opzione carbone.
Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)
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