La società della gioventù
Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 17, 2008
In quale età della vita noi ci troviamo? Giovinezza, maturità, vecchiaia? Cos’è la morte e quando accade inconfutabilmente? Non scambiate queste mie banali domande per delle fantasticherie New Age o solo per un mio improvviso inebetimento senile. Vari episodi di cronaca dimostrano che queste domande sono attuali. La Cassazione ha aperto, infatti, il caso di Eluana Englaro, creando uno spazio affinchè si ritorni a parlare di eutanasia. Il dibattito etico e scientifico dimostra che, incredibilmente, non c’è consenso sulla morte. Stato vegetativo, coma irreversibile, coma persistente? Un fatto apparentemente evidente è dibattuto.
E’ un paradosso della postmodernità. Norberto Bobbio notava come gli Stati Democratici moderni fossero, in pratica, più assoluti delle monarchie assolute seicentesche, proprio perché legislavano su aspetti della vita, un tempo, confinati nella sfera del privato: embrioni, staminali, morte. La politica estende la sua sfera di influenza sulla società e la assorbe interamente. Lo Stato contemporaneo esercita un potere sulla vita degli individui “biopolitico” che non può prescindere dalla determinazione del suo opposto: la morte. Anche l’età è un problema. Una determinazione storico-sociale, piuttosto che un dato biologico, si direbbe. Sorpresi? Padoa-Schioppa è recentemente scivolato sulla gaffe dei “bamboccioni”. Egli guardava attraverso le lenti di una società pre-moderna. I sociologi ci dicono che le difficoltà del mercato del lavoro, la lunghezza degli studi fra lauree di I e II livello, Specializzazioni, Master, Dottorati e Tirocini e l’impossibilità di emanciparsi economicamente dalle opulenti famiglie pasciute all’ombra di un paternalistico stato sociale keynesiano, espandono i confini dell’adolescenza fino ad i trent’anni (!). Achille guerreggiava con Troia a 15 anni (ma era un semidio, in fondo), Alessandro Magno conquistava il suo impero a 21, ma la maggior parte dei “ragazzi” italiani trentenni, fra contratti a termine e a progetto, prende ancora i soldi dalla “borsetta di mammà”. I conti, però, tornano: se Veltroni viene salutato come “il nuovo” alla guida del PD, è ovvio che un trentenne sia un pischello. Già; e la vecchiaia dov’è? Ai nostri arzilli vecchietti non basta più di essere definiti eufemisticamente “terza età”. Cedere il posto ad un anziano su un bus può costarvi l’ira del beneficiato della gentilezza. Ottuagenari protagonisti dello spettacolo, tirati in lifting e sotto abuso di Viagra e pillolame vario, dichiarano alle riviste di gossip di sentirsi giovani, scattanti, pronti a tuffarsi in nuove avventure lavorative ed amorose. Le conseguenze di queste improvvide dichiarazioni è che l’età pensionabile verrà alzata e i giovani bamboccioni moriranno sul posto di lavoro, se ce l’avranno mai. In fin dei conti il lavoratore intellettuale può lavorare fin quando le sue facoltà lo consentono, e la terza età di oggi non è la vecchiezza di un tempo. Certo: l’età è una variabile dipendente dalla società in cui viviamo. Le fresche fanciulle in età da marito dell’Ottocento hanno poi studiato per emanciparsi (e ancora si devono emancipare completamente, con buona probabilità) e l’età dei matrimoni e schizzata più in là. Vent’anni per una donna non sono più l’età del matrimonio. Stante le difficoltà lavorative odierne, c’è da aspettarsi che anche l’età per avere figli si sposti; grazie alla scienza che muove le lancette dell’orologio biologico. Ma mentre l’età si dilata, fedele all’assunto che il tempo è relativo, la grande assente è la morte. Lo “scandalo” della morte è da sempre elaborato psicoanaliticamente dalle società umane attraverso il rito. Lo stesso “senso della morte” nelle nostre società ha subìto delle profonde trasformazioni. Philippe Aries parla del passaggio fra medioevo ed età moderna, dalla “morte addomesticata”, alla “morte proibita”. La prima è una morte pubblica e preparata ritualmente; dove il guerriero si eterna e il religioso si sacrifica come Cristo in croce, attraverso “mortificazioni”, cilici e martiri. Anche l’eroe romantico emula la simbologia cristiana, perché Cristo si immola per l’amore dell’umanità e Werther per amore dell’amata; la morte è percepita come un evento naturale, al centro del discorso pubblico. La “morte proibita” è, invece, privata, occultata e temuta. Allo stesso malato terminale l’equipe medica nasconde la verità. Il moribondo è sottratto al teatro della tragica rappresentazione della dipartita. Muore nell’asetticità di una stanza illuminata dal neon. Viene poi truccato affinchè non lo si mostri come morto. La morte non deve essere vista, anzi l’uomo tenta di ingannarla, dissimularla. La contemporaneità segna un ulteriore passaggio. Mentre lo Stato normativizza il concetto (morte celebrale, testamento biologico o patrimoniale), la società degli “adolescenti trentenni”, dei “giovani cinquantenni”, dove il culto della bellezza e della giovinezza è officiato, non solo dalla cultura bassa della TV, ma dalla cultura alta, borghese e legittima, dove anziani-biologici leader politici si sottopongono al lifting e si fanno ritrarre con maglioncini sportivi su barche a vela, bene, questo mondo espunge la morte da ogni narrazione. La morte dolorosa e sofferente di Wojtyla è un’eccezione. La morte semplicemente non c’è più.
Ma come può una società che non elabora la morte pensare la vita?
Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)



























