Nuove tecnologie, subito
Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 17, 2008
La Rilevazione sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle imprese (anni 2005 e 2006), recentemente pubblicata dall’ISTAT, fotografa la diffusione delle ICT nelle imprese con almeno 10 addetti, esplicitando quale ritardo ci sia in Italia, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno (v. tab 1), in tema di Nuove Tecnologie.
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Imprese con personal computer |
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Addetti che utilizzano computer |
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Addetti che utilizzano computer connessi ad Internet |
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Italia |
97 |
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45,4 |
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34,2 |
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Nord ovest |
97,8 |
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43,6 |
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31,3 |
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Sud e isole |
93,6 |
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27,2 |
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19,1 |
Il Rapporto Svimez 2007 sull’Economia del Mezzogiorno ha evidenziato, invece, come nel 2006 il Pil del Mezzogiorno sia cresciuto dell’1,5%; si tratta del maggior incremento registrato dal 2001 a oggi. Ma questo dato ci inganna. Si tratta, di fatti, di un incremento sempre inferiore rispetto alle altre zone del Paese. Una lettura comparata dei dati consente di ritenere il gap infrastrutturale tecnologico come uno degli aspetti chiave dell’attuale forbice. Il Sud va avanti; ma mentre gli altri corrono, le imprese dell’Italia Meridionale trottano. Il divario Nord-Sud, quindi, aumenta, non diminuisce; pure se il Sud migliora. Infatti, se analizziamo anche gli altri paesi della Unione europea, i nuovi stati membri sono cresciuti dal 2000 al 2004 del 5% in termini di Pil, ma il Mezzogiorno solo dello 0,4%. La competitività del sistema produttivo è, secondo i parametri Svimez, difatti, insufficiente; l’Italia Meridionale si attesta su livelli di investimento in ricerca e sviluppo dello 0,8% del Pil, mentre la media nazionale è dell’1,1% e quella europea dell’1,8%. La stessa media nazionale, fra l’altro, è più bassa della media europea.
Uno studio della Bocconi (Net Impact) ha stimato, fra l’altro, che in Italia solo l’11,4% delle organizzazioni che operano sul territorio utilizza tecnologie IBS (Internet Business Solutions). Non siamo solo lontani dagli USA (61%) ma anche dagli altri paesi europei (47% medio tra Gran Bretagna, Germania e Francia).
Franco Arzano, presidente della Commissione Economia Digitale, difatti, ebbe a dichiarare nell’ambito di un convegno alla Banca d’Italia come “A fronte del ritardo italiano la Bocconi ha calcolato che esiste un evidente beneficio per le imprese ad adottare Internet Business Solutions: in effetti le organizzazioni oggetto dello studio che hanno adottato IBS hanno realizzato nel periodo 1996-2001 un risparmio di costi cumulato pari a 9.17 miliardi di euro e un aumento dei ricavi pari a 6.69 miliardi di euro”.
Il quadro generale è che, in pratica, in Europa fanno meglio di noi; e al Sud si fa di meno che nel resto del Paese.
I risultati delle rilevazioni sulla Ricerca e Sviluppo intra-muros (R&S) in Italia, riferiti alle imprese, alle istituzioni pubbliche e alle istituzioni private non profit, pubblicati nell’ottobre 2007 dall’ISTAT, mettono ancora una volta in evidenza come sia necessario investire soprattutto sul settore della ricerca e dell’ICT per avviare un processo di sviluppo e come ciò sia avvertito come un’esigenza irrinunciabile da parte delle forze produttive. Il confronto tra i dati del 2004 e del 2005 nel rapporto SVIMEZ mette in evidenza un incremento significativo della spesa delle imprese (+7,7 per cento), con un leggero ridimensionamento della spesa delle istituzioni pubbliche (escluse le università; -0,8 per cento). Le imprese hanno bisogno di investire in formazione e nuove tecnologie e soddisfano questa esigenza, in pratica, da sole. E’ opinione comune che il prezioso ruolo dell’Università, fortemente ma esclusivamente legato al settore della ricerca di base, si debba estendere anche alla ricerca applicata e allo sviluppo sperimentale che – secondo R&S intra-muros – è ancora principalmente finanziato dalle Imprese. Il rapporto IRES Innovazione tecnologica nel Mezzogiorno del 2005, difatti, ritiene che “uno degli obiettivi primari per il Mezzogiorno [sia] proprio lo sviluppo quantitativo e, soprattutto, qualitativo del sistema imprenditoriale, poiché l’incremento della competitività delle imprese passa attraverso la nascita e il consolidamento delle attività a più alta tecnologia”. Ed ancora, al Sud “l’80% della spesa è indirizzata verso l’acquisto di macchinari ed impianti e solo l’11% a R&S. Questo dato ci aiuta a spiegare, in parte, anche la difficoltà delle imprese industriali meridionali ad avere una significativa percentuale innovativa nei processi di produzione”. Riguardo al ritardo del Sud, nelle analisi degli economisti, non è raro incontrare, quindi, una critica che ricorda la polemica crociana verso il primato meridionale della formazione “classica”. Sono le Università in ritardo? Le varie riforme, che promettevano alunni in linea con le richieste delle aziende, hanno fallito? In realtà ogni bagaglio culturale può risultare un vantaggio competitivo laddove le istituzioni riescano a connettere in modo virtuoso il sistema della formazione e delle Università con il mondo produttivo. Sia l’approccio neoistituzionale di March & Olsen – ormai invalso come autorevole paradigma di sviluppo – che l’esperienza dello sviluppo locale avviata dalle amministrazioni negli anni 90 – sembrano indicare la possibilità che le strutture di governance attivino dei circoli virtuosi facendo si che le Università formino risorse skillate nei settori in grado di soddisfare gli stakeholder ed il mondo produttivo; incidendo, così, positivamente sul trend migratorio dei giovani del Mezzogiorno verso il Nord Italia. Gli attuali programmi avviati dai Ministeri competenti sembrano andare in questa direzione. E non è ancora agevole misurare l’impatto di tutte le scorse riforme universitarie. Sicuramente le nuove tecnologie possono portare rapidissimi tassi di crescita e sembrano, ormai, l’unica freccia che il meridionalismo può scoccare per accorciare il gap col Nord-Italia.
Alessio Postiglione



























