Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

La sanità USA

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 21, 2008

 

(pubblicato su Notizie Verdi del 16/11/07)

La sanità USA è una bomba ad orologeria. Chi la tocca, muore. Eppure non c’è Democratico che si rispetti che non si confronti col problema, anche al rischio di fare delle figuracce.

Hillary Rodham Clinton, una dei candidati principali alla presidenza USA per il dopo Bush, ha sfornato un gran bel programma di riforma del sistema sanitario americano. Il recente discorso di Des Moine (Iowa), segna un nuovo tentativo da parte della senatrice di New York di cambiare il welfare dopo che proprio Bill Clinton era scivolato su un disastroso progetto, poi fallito, nel 1993. Da questo punto di vista la Clinton è in continuità con una tradizione che ha sempre visto il Partito democratico cercare di essere eletto su una piattaforma che prevedeva una riforma del Medicare e l’adozione di un sistema universale nazionale. Tradizione nobile e sfortunata, se è vero che, dall’istituzione del Medicare ad opera di Lyndon Johnson, tutti i presidenti democratici hanno fallito. Ora la senatrice torna alla carica con un piano che segue quello dei competitor Edwards ed Obama. Anzi, i più smaliziati sostengono che si tratti di una bozza copia di quella del senatore dell’Illinois. Comunque la Clinton ha dichiarato che stavolta ci riuscirà e che la nuova policy partirà da dove era fallito il marito. Insomma, qualora venga eletto un presidente democratico, assisteremo ad un nuovo capitolo di una storia il cui happy ending dovrebbe essere la nascita di un National Health Care.

Già, perché gli USA sono l’unico paese industrializzato al mondo a non avere un sistema sanitario universale gratuito per tutti i cittadini. Col paradosso che l’amministrazione USA paga la sanità universale in Afganistan ed in Iraq, ma non in patria. Ma non finisce qui. Il governo copre direttamente i costi legati alla salute per solo meno di un quarto della popolazione; eppure la sanità nazionale assorbe circa il 15% del PIL, facendo degli States uno dei paesi al mondo che spendono di più in questo settore (fonte: U.S. Census Bureau. August 2007). Un fallimento del mercato paradigmatico, visto che il sistema è un misto pubblico-privato che si regge sull’idea che il cittadino, qualora non indigente, possa scegliere su misura il programma sanitario che preferisce.

Purtroppo, alla faccia del giuramento di Ippocrate, il mercato nella sanità fallisce clamorosamente. Le asimmetrie informative fanno si che i cittadini siano in balia di medici senza scrupoli che li sottopongono a costose cure che non servono a niente. Il così detto milk-skimming comporta, addirittura, che gli studenti di medicina si specializzino solo in malattie diffuse, che “hanno mercato”; col rischio che se ti becchi qualche rara patologia, non ci sia chi te la sappia curare.

La sanità USA, quindi, è meno efficiente e costa di più. Certo i più facoltosi, attraverso le polizze private, saranno sicuri di essere curati nelle cliniche private migliori del pianeta; ma è una ristretta elite. Per gli altri, la musica è diversa. Gli USA registrano, infatti, la minore aspettativa di vita fra i paesi occidentali. Ed intanto il Medicare, va sempre peggio: qualche mese fa la situazione finanziaria del welfare sanitario spingeva Daniel Altman, dalle pagine del New York Times, ad invocare: “Volete salvare il Medicare? Morite prima!”, visto che la gran parte delle risorse veniva assorbita da pazienti nell’ultimo loro anno di vita. Il sistema fagocita risorse ma non dà output. Ma la soluzione, però, non è meno Medicare, in quanto inefficiente, ma più Medicare.

Il sistema, infatti, ingenera selezione avversa e azzardo morale. Le persone, infatti, visto che sono coperte dal Medicare dopo i 65 anni, tendono a posticipare le cure e a scaricarle sul sistema pubblico, quando raggiungono quella età; con la conseguenza che molte cure, a quel punto, possono avere impatti alquanto relativi. Al contrario di quanto si pensa in Europa, poi, il problema sanitario statunitense non riguarda i poveri ma la piccola e media borghesia. Per gli indigenti il Medicaid è un sistema universale e gratuito. Il medio borghese, a fronte di quanto incide una bella polizza privata sul suo budget, può decidere, invece, di rischiare. “Non mi copro con l’assicurazione”, pensa. Corre, in pratica, il rischio di non potersi pagare le cure e morire. Oppure, cerca di arrivare ai 65 anni, dopo aver collezionato una serie di acciacchi che l’avranno fiaccato, per scaricare i costi sanitari sulla collettività. Ma a quel punto sarà diventato un paziente non efficiente che assorbe risorse e muore presto.

La situazione è socialmente disastrosa. Alcuni Stati americani hanno, infatti, legislato per rendere obbligatoria e più economica la polizza per tutti. Ma nonostante sia chiaro che il sistema non va, lo Stato centrale non riesce a riformarlo.

Hendrik Hertzberg, dalle pagine del New Yorker, suggerisce che lo scandalo è legato al sistema politico americano. Per perfezionare la riforma, infatti, il disegno di legge presidenziale deve passare per Camera e Senato, quasi interamente composte da rappresentanti espressione del potere finanziario, non inclini ad appoggiare un progetto lesivo dei loro interessi, anche se la maggioranza degli americani vuole un sistema europeo.

La Clinton ha prospettato una sorta di National health insurance, infatti, che costerebbe solo un terzo rispetto a Medicare. Il cittadino avrebbe la possibilità di scegliere quale polizza sottoscrivere, se pubblica o privata, e – con l’eccezione dei tycoon che amano le cliniche private dotate dei più incredibili lussi – la maggioranza opterebbe per il sistema pubblico, il cui costo individuale sarebbe assolutamente più basso. Un nuovo Medicare che liberebbe gli americani dalla possibilità di dover rischiare con la propria salute. Edwards, la Clinton ed Obama ci riprovano. Ce la faranno, questa volta?

Alessio Postiglione

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