Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Le mani sulla Russia

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 21, 2008

Un Russia c’è un potere che controlla tutto e che assomiglia drammaticamente ad un regime.

I plebisciti che hanno sanzionato la vittoria di Russia Unita, il partito fantoccio di Putin, nelle elezioni parlamentari di domenica, vengono accusati di essere truccate. Osservatori internazionali, l’opposizione interna, Ocse e Consiglio d’Europa confermano le accuse, mentre il Presidente russo reagisce stizzito.

Le schede spogliate fin’ora ci dicono che Russia Unita è al 64,1, ed in alcune zone raggiunge addirittura il 99,27%. Delle cifre strabilianti. Ma c’è di più. Putin voleva che nessun russo disertasse le elezioni. Ed in pratica è stato così. Una affluenza che, per gli analisti, non è segnale di partecipazione ma l’epifenomeno di un regime totalitario. Per Radio Free Europe, l’osservatorio politico americano in Russia e Medioriente, si tratta della transizione da “una democrazia bloccata” ad una “democrazia sotto controllo manuale”. Già, perché Putin ha, durante questa campagna elettorale, affermato che alla Russia, per crescere e stabilizzarsi, servono altri 15-20 anni di “controllo manuale” delle istituzioni. E non sembra esserci dubbio alcuno su di chi debbano essere queste mani.

Allo stato attuale lo scenario politico è il seguente: Putin non può essere rieletto con un terzo mandato come Presidente. Egli ha ripetutamente sottolineato che non avrebbe emendato illegittimamente o comunque violato la costituzione. E’ fondamentale mantenere una certa rispettabilità formale democratica per sedere al tavolo dei grandi della terra. La vittoria di due terzi ottenuta domenica, dal partito di cui Putin è leader, permetterebbe alla Duma di portare a compimento una riforma costituzionale che – lungi dall’abolire il limite di mandati presidenziali – trasformerebbe il sistema politico Russo in un premierato forte. E da ex Presidente della Repubblica, Putin si trasformerebbe in Presidente del consiglio. Un altro escamotage accreditato, visto che il divieto di terzo mandato si riferisce ad incarichi consecutivi, potrebbe prevedere una presidenza interinale affidata a uomini dell’entourage di zar Putin, come l’attuale Primo ministro Viktor Zubkov o la Governatrice della Regione di Sanpietroburgo Valentina Matviyenko; al termine della quale Putin riprenderebbe le redini del potere.

Dietro questa facciata di “democrazia” sappiamo che il controllo interno su stampa e dissidenti ricorda drammaticamente l’atmosfera descritta da Solgenitzyn ai tempi dell’URSS.

Kasparov, l’ex campione di scacchi e leader dell’opposizione, ha parlato anche di minacce fisiche ai danni dei suoi sostenitori, mentre le tv trasmettevano dei documentari del regista premio Oscar Nikita Mikhalkov che lodano il carisma di Putin, degni dell’anni “bui” dell’Istituto Luce.

Eppure, per quanto truccato possa essere, il consenso di Putin è reale. Egli è espressione di un particolare humus economico e sociale. E’ il vertice di una piramide di grigi burocrati che si sono impossessati delle ex aziende di Stato sovietiche e che incarnano il capitalismo in salsa Stroganoff. Indubbiamente Putin pecca di superbia quando dice di essere l’unico leader capace di governare la lunga transizione russa, ma non va molto lontano dalla verità. Cinico e realista, Edward Keenan, esperto di Russia ad Harvard ha dichiarato a Radio Free Europe che l’unica alternativa all’autoritarismo di Putin è la completa anarchia. Ed una delle regioni più ricche del pianeta dal punto di vista energetico non può essere lasciata in balia del caos.

Putin ha, inoltre, il pregio di aver fatto rivivere i fasti di una grande Russia, in grado di giocare una partita strategica sullo scacchiere internazionale. Le elezioni di domenica, infatti, erano – per stessa ammissione di Putin – una sorta di referendum per una “politica estera imperiale” che prevedeva di risolvere il “problema” dell’Abkazia e dell’Ossezia, regioni della Georgia a maggioranza russa. Queste zone sono geopoliticamente fondamentali in quanto da qui passano gli oleodotti dai quali dipende l’approvvigionamento dell’Ue, parte dei quali è di provenienza persiana. Con l’Ossezia e l’Abkazia in mano russa la Ue sarebbe ancora più dipendente da Mosca. Cosa che non piace all’Europa; che si lamenta dei deficit di democrazia a Mosca. Fa una partita a sé la Francia, invece, che si è lanciata un astuto ridisegno dei rapporti diplomatici: Sarkozy fa i complimenti a Putin; salvo, poi, non disdegnare un intervento militare americano in Iran. Ecco che, allora, per la Ue, e soprattutto per la Germania, la Spagna e l’Italia, che hanno ingenti interessi industriali in Iran, in questo momento, essere critici con Mosca e teneri con Ahmadinejad è, praticamente, la stessa cosa.

Vale, poi, la pena sottolineare un aspetto relativo allo sviluppo industriale della Russia e che ricorre ogni volta che l’Occidente deve giudicare i Paesi di più recente industrializzazione. I maggiori studiosi come Gerschenkron, Schumpeter, Rostow e Bairoch hanno concordato su come lo sviluppo industriale moderno sia avvenuto attraverso l’intervento delle Stato e le politiche monetarie della banca centrale. Da questo punto vista lo scambio diritti civili-crescita economica è avvenuto spesso nel Novecento ed è chiaro che Russia, così come altri Paesi fuori standard per i diritti umani, siano in questa fase.

Putin, quindi, è espressione di una rete di interessi, fortemente intrecciati con Ue ed Usa, che trae vigore dal petrolio. I combustibili fossili, allora, oltre ad essere inquinanti, si dimostrano anche ostili alla democrazia.

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