Vizi privati e pubbliche amministrazioni
Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 21, 2008
(Pubblicato su Notizie Verdi 11/12/07)
Benvenuti a Canischio. E’ un posto incantato, non c’è che dire. Stiamo in Piemonte, nella provincia di Torino, nella parte superiore della valle percorsa dal torrente Gallenga, affluente dell’Orco, fra boschi, Alpi, natura incontaminata e financo un bel campanile dell’XI secolo. In questo bel centro la leggenda vuole che amasse soggiornare Adelaide di Susa che, alla sua morte, fu qui sepolta. Canischio ha un passato glorioso: fu sede di una miniera d’oro di proprietà di una società inglese e centro d’attività di una importante scuola di pittori del circolo di Defendente Ferrari, al quale si deve il rinnovamento del linguaggio figurativo piemontese del rinascimento.
Cosa c’è, allora, a Canischio che non va? Nulla: tranne che questo bel borgo conta 270 abitanti ed è un Comune.
E’ da anni che se ne parla. Burocrazia inefficiente ed ipertrofica. “Il nuovo sport nazionale è parlare male della pubblica amministrazione”, insorge il ministro Nicolais. L’altro giorno, invece, Montezemolo tuonava contro gli sprechi e le inefficienze della pa che ci costerebbero un punto percentuale del nostro pil; e quasi in contemporanea usciva il rapporto Censis che documentava come il bilancio degli enti pubblici fosse quasi sempre in rosso. Che succede?
La burocrazia italiana, in effetti, non ha una buona fama. Troppi enti, il più delle volte inutili. Personale poco qualificato e fannullone. Miti o realtà? Alle parole di Confindustria i sindacati reagivano stizziti. Non si fidano dei “padroni del vapore”. Il deficit sarebbe legato agli “stipendi d’oro”. Cerchiamo di capire un po’ meglio la situazione, allora.
Dalla legge 241 del 90 in poi, con tutte le riforme dette Bassanini, l’amministrazione è stata dominata da un solo, pressante obiettivo. Ridurre gli sprechi e le inefficienze. Prima c’erano state altre leggi sulla soppressione degli “enti inutili”. L’aggettivo qualificativo non lascia dubbi sulla bontà di quelle organizzazioni. Fra patto di stabilità e parametri di Maastricht si è scoperto che la nostra burocrazia costava troppo e rendeva poco. La preoccupazione del legislatore, quindi, è stata quella di “privatizzare la pa”, ovvero di renderla più efficiente sottoponendola ai principi meritocratici delle aziende private. Ciò dimostra che il problema c’era. Si sono istituiti i nuclei di valutazione. Si voleva quantificare il rendimento della pa per misurarne l’efficienza. Si è, poi, voluto stabilire un principio forte di imputazione delle responsabilità dei burocrati attraverso l’istituzione della figura del ”responsabile del procedimento”; visto che i cittadini non sapevano mai “a quale santo votarsi” per il disbrigo di una pratica. Tecnicamente si è anche affievolita la distinzione giurisprudenziale, tutta italiana e sconosciuta agli altri paesi dell’Ue, fra diritto soggettivo ed interesse legittimo, limitando la discrezionalità pubblica e ristorando economicamente gli interessi dei cittadini danneggiati dall’inefficienza amministrativa.
Insomma, tutte queste riforme segnalano che la nostra burocrazia non andava. La critica di Montezemolo, però si è concentrato sulla qualità delle risorse che compongono la pa. Troppi giorni di assenza, ovvero dipendenti scansafatiche. Il problema, quindi, non era solo organizzativo e strutturale, ma qualitativo, ovvero legato alle risorse che compongono la burocrazia. Ritorniamo a Canischio, allora. La Fondazione Agnelli, anni fa, presentò un progetto di accorpamento degli Enti territoriali. Secondo la Fondazione erano troppi. Troppi comuni, molte Regioni si sarebbero potute fondere in Macroregioni (Molise con Abruzzo e Basilicata, ad esempio), le Provincie, brutta eredità napoleonica, erano semplicemente da sopprimere.
I Comuni, però, in un raffronto con gli altri Paesi Ue, non sono troppi. Abbiamo circa 8100 Enti locali. Molti di più delle 468 Autorità di Governo Locale Inglese, ma meno sia della Francia, che Napoleone dotò di più di 36.000 comuni senza potere, che della Germania, che fra distretti urbani, rurali e gemeinde, ha circa 12.000 unità di governo locale. Insomma, potremmo discutere dell’utilità di finanziare Municipi di 200 anime, ma il problema della burocrazia risiede nella preparazione e produttività del personale. La pa non è efficiente. Ed, inoltre – e qui hanno ragione i sindacati – costa tanto. Draghi costa di più del Governatore della Federal Reserve. Il Presidente della Regione Sicilia costa di più dei Capi di Stato delle nazioni del Nord Europa.
L’Ocse, d’altronde, ci dice che la percentuale di spesa pubblica sul PIL in Italia è la quarta più alta in Europa: dopo Svezia, Danimarca ed Olanda. Nazioni che hanno una burocrazia indubbiamente migliore.
Alcuni anni fa Lorenzo Bordogna e Giancarlo Provasi hanno proposto un’interessante teoria sull’inefficienza della burocrazia italiana. La pa è stata utilizzata per costruire il consenso politico assumendo persone non sempre all’altezza e in modo scriteriato, duplicando funzioni e sovrapponendo uffici. La loro idea era che il nostro sistema economico fosse una particolare versione (o degenerazione) del keynesismo per economie dipendenti e subordinate. Lo Stato, in pratica, finanziava la domanda attraverso una spesa pubblica che prendeva la forma di un esercito di statali, in gran parte formato da italiani provenienti dalle zone più povere, Sud ma anche Nord-est: dipendenti pubblici la cui unica funzione sociale era acquistare i beni prodotti nel ricco Nord-ovest e stimolare la domanda interna. Insomma gli “scansafatiche” sono stati prodotti dallo Stato stesso, subalterno rispetto agli interessi economici di quel Nord che, con la fine del keynesismo e della lira debole, incomincerà a lamentarsene. La pa è sistemicamente legata all’evoluzione del capitalismo italiano che è nato sotto la protezione dello Stato che praticava defecit spending, svalutazione ed assunzioni facili. Dagli anni 90 in poi, conseguentemente al clima di austerità resosi necessario a partire da alcune trasformazioni economiche globali, la spesa pubblica, da benemerita che era, diventa una zavorra. Ma, attenzione: ora il costo sociale dell’inefficienza della pa non lo pagano sole le imprese. I sindacati sbagliano a fare quadrato attorno alla burocrazia perché i primi a subire le distorsioni dell’amministrazione sono soprattutto i cittadini più deboli e maggiormente legati ai servizi pubblici. Una cattiva amministrazione depaupera i diritti di cittadinanza. Un ricco può scegliere di curarsi in una clinica privata; un povero no. Le maggiori difficoltà che il decisore politico incontrerà nel riformare la pa, allora, è che essa è diventata una struttura autoreferenziale e che, ancora, rappresenta un bacino di voti considerevole. Eppure, garantire la qualità dei servizi e l’effettività dei diritti coincide con sottoporre la pa ai principi di efficienza, celerità ed efficacia.
Alessio Postiglione




























