The Three Trillion Dollar War. Le analisi costi-benefici della guerra in Iraq
Un anno prima della guerra in Iraq, William Nordhaus, professore di economia a Yale, provò a calcolare i costi possibili per il conflitto che si stava profilando; effettuò dei calcoli per i quali la guerra sarebbe potuta costare come minimo, ovvero prevedendo lo scenario più favorevole agli americani, 100 miliardi di dollari. Sei mesi dopo Larry Lindsey, appartenente allo staff dell’amministrazione Bush, propose una stima più pessimistica, o forse soltanto più realistica, parlando di un costo complessivo di circa il doppio di quanto previsto da Nordhaus. Nonostante quella cifra permettesse ancora di ipotizzare che i benefici sarebbero stati superiori ai costi, in quanto molti analisti allora erano convinti che il costo del petrolio dopo la guerra si sarebbe sensibilmente ridotto, Lindsey perse immediatamente il suo posto. Nessun membro dello staff repubblicano poteva mettere in dubbio la stima proposta dal segretario della difesa Donald Rumsfeld. 50 miliardi di dollari. Una quisquilia che dovrebbe farci ridere, se non ci fosse da piangere: anche per i contribuenti americani. Quasi nessuno dei benefici immaginati dai falchi neocon che hanno voluto la guerra si è verificato. Il petrolio è schizzato, il terrorismo non è stato debellato e la pacificazione dell’area sembra lontana. Neanche i benefici classici delle guerre si sono verificati. E’ brutto dirlo all’opinione pubblica sensibile ai bambini vestiti in stracci che piangono col viso coperto dalla spessa coltre di fumo delle bombe, ma le guerre, di solito, hanno degli ottimi effetti sulle economie dei Paesi che le vincono. Nonostante siano passati novant’anni da quando Hobson teorizzava che la guerra era “il prodotto naturale della pressione economica” che, a causa di un incremento del capitale e non trovando impiego in patria, aveva bisogno di mercati stranieri conquistati con le bombe, c’è una ricca tradizione repubblicana, molto vicina a noi, in fatto di guerre profittevoli. Vari economisti hanno dimostrato che anche la punta di diamante dei liberali repubblicani, Ronald Reagan, nel mentre proponeva libero mercato nel welfare (Nda, stato sociale), praticava il più keynesiano dei deficit spending nel warfare (Nda, la spesa pubblica militare), gonfiando budget a dismisura e sostenendo l’economia statunitense.
Ma sei i benefici attesi in Iraq non ci sono stati, quanto è costata, allora, la guerra? Una prima stima, anche questa volta ottimista per Bush, è stata proposta da un comitato tecnico del Congresso, il Joint Economic Committee: alla fine dell’anno fiscale 2007, la cifra era stata di 413 miliardi di dollari. A seconda di quanto tempo le truppe resteranno, la cifra prevista per Afganistan e Iraq, da oggi al 2017, oscillerà fra i 570 miliardi e i 1.055. Ma se si computano gli interessi sui pagamenti sul debito schizzato a causa del conflitto, la cifra complessiva attualizzata sarà di circa 2.000 miliardi.
Ma la stima più precisa l’ha appena fatta il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, in un libro scritto con Linda Bilmes, The Three Trillion Dollar War. Stiglitz enumera una serie infinita di dati che sfuggono all’opinione pubblica. Come l’aumento delle indennità per i reduci e i feriti di guerra e gli assegni per le vedove; internalizza il costo sociale non pagato dal governo come la perdita di produttività dovuta al consumo di capitale umano, che fuori dal linguaggio dell’economia sarebbe la morte della gente(!). In fine aggiunge i costi macroeconomici derivanti dai prezzi più alti del petrolio e l’aumento degli interessi. Il libro non copre il computo secondo il costo-opportunità dei capitali, ovvero non ci dice quanto si sarebbe guadagnato di più se quelle cifre, invece di essere investite in bombe e missili, fossero state devolute, per esempio, all’assistenza medica universale.
Beh, la cifra complessiva ammonta a tre trilioni di dollari.
Ma visto che qualche conservatore potrebbe sostenere che ci siano stati vantaggi maggiori, vi forniamo gli unici dati relativi ai benefici generati. Scott Wallsten e Katrina Kosec, in uno studio condotto per l’American Enterprise Institute e la Brookings Institution, hanno calcolato i benefici nei termini della riduzione dei costi legati alle sanzioni Onu, quelle commerciali e alle no-fly zones; visto che per ora l’abbassamento del costo del petrolio proposto da Rumsfeld non c’è stato. I benefici ammontano a 116 miliardi di dollari. Un po’ poco per giustificare questo patatrac. E, dato che per tutto il resto, alla Casa Bianca, non hanno la mastercard, bisogna solo sperare che il prossimo presidente raggiunga la pace nel minor tempo possibile; e, anche, nel modo più economico.
Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi del 23/04/0
Postato in: Economia, Medio Oriente, Relazioni Internazionali, USA | Contrassegnato da tag: Analisi costi-benefici, guerra Iraq, Joint Economic Committee, Joseph Stiglitz, Larry Lindsey, Linda Bilmes, William Nordhaus



























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