Medioriente e nucleare
Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 2, 2008
Samuel Huntington è un vecchio conservatore pessimista e scettico. Ha fatto parte della Commissione Trilaterale e nel 1993 anni fa diede alle stampe quello “Scontro di civiltà” che oggi sembra essere uno dei paradigmi più accreditati nella comprensione Occidente-Oriente: libro che, come diceva Churchill a proposito del Capitale di Marx, tutti citano ma nessuno legge. Ad Huntington non sono mai piaciuti i terzomondisti e i sostenitori dell’economia della dipendenza; ovvero, non ha mai creduto che tutti i problemi dei Paesi sorti dalla decolonizzazione fossero imputabili ai perfidi Occidentali. Uno dei suoi cavalli di battaglia era l’analisi del budget militare e nucleare. Se questi Paesi non hanno uno stato sociale degno di questo nome e soffrono per un’estesa povertà, come è mai possibile che spendano la maggior parte del proprio PIL in armamenti? Tralasciando le spiegazioni, che pure ci sono, Huntington lamentava, ad esempio, l’inutilità di spese relative alla bomba nucleare per il Pakistan. Se al tempo della corsa agli armamenti c’era una diffusa percezione nelle opinioni pubbliche mondiali che il nucleare fosse cattivo e pericoloso, oggi esistono diversi gruppi di pressione che riabilitano l’atomo: basti pensare al nostrano Casini. Non stupisca allora se è venuto meno un freno inibitorio nei confronti del nucleare e si assista drammaticamente ad una corsa al reattore proprio da parte di quei Paesi che avrebbero ben altri problemi a cui pensare. Sia detto senza offesa ma, in un momento in cui l’atomo sembra essere assurto al ruolo di status symbol della potenza dello Stato, si diffonde, parafrasando Lenin, un vero e proprio nuclearismo degli straccioni.
Il Medioriente è oramai una polveriera. Gli ultimi venuti sono, ora, gli Emirati Arabi: 100 milioni di dollari sono stati stanziati per un’agenzia nucleare a Dubai, con l’aiuto tecnologico della Francia. Un progetto colossale, fanno sapere, che servirà solo per scopi pacifici come la desalinizzazione dell’acqua. Come se gli Emirati Arabi Uniti fossero un Paese con cronica deficienza energetica(!): per chi non lo sapesse, si tratta dell’ottavo produttore al mondo di petrolio e del terzo esportatore globale. Con l’eccezione dell’Iran, nell’area, tutti i governi strombazzano la natura civile dei loro progetti, mentre l’Agenzia Atomica Mondiale si limita a registrare queste dichiarazioni. Peccato che di tanto in tanto spuntino fuori notizie – non tutte verificate – che turbano questo clima idilliaco: proprio gli Emirati avrebbero intrattenuto rapporti con scienziati cinesi e pachistani al fine di importare le tecnologie militari e starebbero costruendo una centrale, non civile questa volta, ad El Solayil. Le notizie che trapelano suggerirebbero la costituzione di equivoche alleanze: come quella fra Siria e Corea del Nord per dotare Damasco di armi atomiche. Mentre la Francia, ubiqua, presta ingegneri specializzati ai novelli Stranamore. Allo stato attuale quasi tutti i Paesi dell’area hanno avviato o dichiarato di voler attuare un programma “pacifico”. Arabia Saudita, Giordania, Yemen, Qatar. Poi ci sono le nazioni che hanno avviato un progetto congiunto nell’ambito del Consiglio di Cooperazione del Golfo: Bahrein, Oman, Kuwait. Infine, il Mediterraneo: Libia, Marocco, l’Egitto, che iniziò gli esperimenti già negli anni 50, l’Algeria che negli anni 80 si era già dotata di reattori costruiti illegalmente con l’aiuto di Argentina e Cina, e, come se tutto ciò non bastasse, la Turchia, che costruirà una centrale a Sinop.
Nell’area, ovviamente, c’è Israele che per motivi di difesa e deterrenza è da tempo dotato di un vero e proprio arsenale nucleare tecnologicamente innovativo. Questa escalation, comunque, camuffata dietro la foglia di fico degli “usi pacifici”, è stata innescata dall’Iran. C’è poi il problema degli Stati dotati di infrastrutture e materie prime nucleari, nonostante dal punto di vista giuridico abbiano aderito alla non proliferazione. Kazakhstan, Krygyzstan, Tajikistan, Turkmenistan, and Uzbekistan hanno sottoscritto due anni fa il Central Asian Nuclear Weapon Free Zone (CANWFZ); eppure in questi Paesi c’è ancora materiale nucleare che risale all’Unione Sovietica, come nel famoso caso del plutonio della centrale di Semipalatinsk in Kazakhstan. In Uzbekistan, fra l’altro, è presente una fortissima organizzazione terrorista islamista, il Movimento Islamico del Turkestan. Come il nome lascia intendere, il loro obiettivo non è solo rovesciare il presidente uzbeco Islam Karimov ma creare un grande califfato comprendente tutti i Paesi turcofoni dell’area e giungere ad includere anche lo Xinjiang, regione della Cina a maggioranza mussulmana. La presenza di gruppi organizzati legati ad Al Qaeda rende il quadro geopolitico ancora più rischioso. Uranio impoverito e plutonio potrebbero essere trafugati ed utilizzati per costruire ordigni artigianali dalla grande forza distruttiva.
Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi del 01 04 08)



























