Il ruolo dei sogni nella politica
Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 4, 2008
Sognare, in politica, fa bene o fa male? I candidati premier alle prossime elezioni intavolano, in un modo o nell’altro, un discorso politico immaginifico ed onirico. Il leader sognatore non è una novità; ma lo è per lo meno questa volta in Italia. Berlusconi è dal 94 che incarna più che l’uomo dei sogni, l’uomo della Provvidenza e l’unto del Signore: dimensione trascendente, più che onirica, si direbbe. Lui, uomo d’azione, che ha creato un impero finanziario e messo su il Milan dei campioni, nonostante le sue credenziali imprenditoriali, si esalta nella sua vocazione poetica: d’altronde poesia viene dal greco poieo, fare. Quindi fra intraprendere e poetare ci sarebbe più di un’affinità. Evidentemente, se dalla tua agiografia imprenditoriale espungi il ruolo di Craxi, vale la pena traslare anche le tue gesta imprenditoriali sul piano simbolico.
Negli anni scorsi, al Cavaliere, si è contrapposto Prodi, l’uomo dell’IRI, il grigio burocrate. Le sue vittorie hanno avuto un duplice significato. Nella prima vittoria elettorale era ancora presente la dimensione del sogno: per quanto Prodi si presentasse come l’uomo dell’efficienza, il burocrate di professione, la sua prima vittoria fu sospinta dal sogno del “popolo della sinistra” di vincere, finalmente, le elezioni, dopo cinquant’anni di dominio democristiano e una manciata di governi “tecnici”. Prodi, però, ha riaffermato subito la natura “effimera” dei sogni: dobbiamo fare sacrifici, entrare in Europa, il Patto di stabilità e bla, bla, bla. “Italiani! Sveglia!” Il pragmatismo ed il realismo, pur dopo un’altra vittoria, sono costati alla fine a Prodi, probabilmente, la fiducia da parte degli elettori: oggi, nessuno potrebbe pensare che egli sia rieleggibile. Ed ecco, infatti, che ritorna il sogno: Veltroni. “Cambiamo. Cambiamo l’Italia. Si può fare. L’Italia ha bisogno di. Ma anche. Mettiamo insieme laici e credenti, operai e industriali”. Insomma, Veltroni, è un grande leader sognatore; proietta fortemente l’attenzione pubblica sul futuro, eccitata l’idea del cambiamento.
Poi, oggi, abbiamo Bertinotti: un nuovo tipo di sogno, forse. Nella comunicazione massmediatica egli è dipinto come l’utopista: l’uomo che vuole cambiare il sistema, che sogna un mondo più equo, di pace, di democrazia dal basso, diritti civili, responsabilità ambientale. Benchè alla sinistra abbiano ricucito addosso questa etichetta di sognatori par excellence, la comunicazione di Bertinotti, però, non utilizza sogni. D’altronde egli è l’erede del socialismo scientifico e la scienza non si trastulla. Il leader della Sinistra Arcobaleno non agita più il tecnicismo della “caduta tendenziale del saggio di profitto”, ma la sua comunicazione è, però, sempre tecnica, pur se fortemente imbevuta di umanesimo. “Il sistema economico è insostenibile”; “il paradigma energetico si basa su fonti non rinnovabili”; “il sistema sociale si articola attraverso logiche non inclusive”. Insomma, il passionario Bertinotti è il meno sognatore di tutti.
Ma, ritorniamo alla domanda iniziale: si fa bene o male a sognare in politica? Il giudizio, in realtà, non può essere formulato una volta per tutte. C’è, infatti, chi ritiene che promettere e – nella stragrande maggioranza dei casi – non mantenere sia un tratto fondamentale dei sistemi democratici che funzionano attraverso un “deficit spending simbolico”. Le logiche sono quelle della manipolazione, della costruzione del consenso e del mantenimento del potere. Per Schumpeter, Pareto, Buchanan il sogno rientra nelle strategie delle elites politiche utilizzate per ottenere potere per il potere. Questo approccio, incentrato sul potere discendente, ovvero sul ruolo degli attori istituzionali, valuta il sogno negativamente. Ci sono però altre teorie meno severe. Molti osservatori hanno considerato anche positivamente il fascino carismatico di certi leader. Il problema è che un approccio istituzionale al potere carismatico, che interpreta, cioè, il potere dall’alto verso il basso, mette in evidenza anche la natura autoritaria e leaderistica di questo government; sono leader carismatici figure positive come Lincoln, Kennedy o Churchill, ma soprattutto personaggi come Mussolini e Stalin.
Un contributo meno allarmato riguardo l’importanza dei sogni in politica, però, ci viene dagli studiosi di policies. Questo approccio si basa sull’idea che le politiche non siano esattamente ciò che ha legiferato il Leviatano, ed il potere fra governanti e governati è bidirezionale: nella catena del policy making, ci sono molti attori coinvolti, ed ognuno manipola le risorse in modo autonomo; ed il risultato reale delle politiche può essere diametralmente opposto da quanto progettato in seno alla Politica. Bryson sostiene che ciò che una policy è, è determinato da come gli attori la interpretano. Theodor Lowi, ad esempio, ha ampiamente descritto il concetto di policy making simbolico. Ciò che questi studiosi pongono in rilievo è che i discorsi, ed estensivamente, i sogni, saranno fondamentali nella costruzione dell’agenda politica, nell’interpretazione dei soggetti preposti alla implementazione della politica (governo, commissione, parlamento, regolamento amministrativo, parere amministrativo, operatore tecnico di sportello) e nella finale trasformazione della policy in un effetto reale (beneficiario finale del provvedimento). Si pensi, ad esempio, a tutti problemi interpretativi posti dall’applicazione delle norme. Da questo punto di vista, il sogno cessa di essere una proiezione del leader che investe chi è soggetto alla politica, ma diventa un interscambio fra governanti e governati.
I sogni, quindi, possono far bene alla politica: dipende dai sogni. E sta ai cittadini rimanere con gli occhi ben aperti.
Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)



























