Turchia-Curdistan. Quali scenari?
C’è un’altra guerra nel globo? Forse. E, apparentemente, coinvolge proprio l’Iraq democratico; ma non era stato sanato dalla terapia dei Bush?
Si intensificano, infatti, gli scontri fra esercito turco e i ribelli curdi al confine coll’Iraq.
Il presidente Abdullah Gul ed il premier Tayyip Erdogan parlano di una operazione chirurgica e mirata che non tocca civili, volta a rimuovere i focolai più sediziosi di rivolta sobillata dai combattenti legati al PKK. Non durerà più di 20 giorni: dicono. O sperano.
Robert Gates, segretario USA alla difesa, non sconfessa l’operazione ma sottolinea che deve essere di breve durata. La Turchia è un prezioso alleato USA: che già era stato offeso dalla mozione Democratica del Congresso sul genocidio armeno.
D’altro canto il governo iracheno è indispettito e parla di minaccia alla propria sovranità.
In questa settimana è programmata una visita di Erdogan a Bagdad per trovare un’intesa diplomatica e ricucire i rapporti; ma la situazione è difficile.
Bazhoz Erdal, uno dei leder del PKK, ha richiesto una sorta di resistenza dei Curdi; ed è stato appoggiato da Massud Barzani, presidente della regione autonoma del Curdistan iracheno.
Già; perché la grande minaccia curda alla Turchia proviene proprio dalla dissoluzione del regime di Saddam Hussein. Il Curdistan iracheno, dal 2003, ha potuto finalmente autorganizzarsi come Regione indipendente, con una propria bandiera ed una propria lingua ora riconosciuta e non più perseguitata. Le strategie principali di negazione dell’identità curda e di assimilazione forzata perseguita contro i Curdi, difatti, partivano proprio dal divieto all’utilizzo della lingua. L’obiettivo delle elites curde-irachene è, ovviamente, raggiungere un alto livello di auto amministrazione sulle risorse regionali; notevoli e, come sempre da queste parti, legate a grossi giacimenti di petrolio come quello localizzato a Kirkuk, nel Nord-Iraq.
Sono le Nazioni che alimentano il nazionalismo o, piuttosto, sono le Patrie un’invenzione di una elites interessata, come lasciano supporre eminenti studiosi come Eric Hobsbawm e George Mosse? Di certo, dal 2003 in poi, la crema dell’intellighentzia curda, semmai dispersa dalla diaspora, è tornata nel Curdistan iracheno per elaborare tradizione, cultura, musica e – se non per creare – almeno stabilire la curdità.
I turchi sono molto sensibili a questo tema e molto insensibili nel cercare di risolverlo. In Turchia ci sono circa 17 milioni di Curdi, anche se solo una minima parte ha appoggiato od appoggia partiti secessionisti come il PKK; che è, vale la pena ricordarlo, considerato fuorilegge dalla comunità internazionale.
Il nazionalismo curdo, come tutti i nazionalismi europei, incluso quello turco, si è sviluppato nell’Ottocento. A partire dagli anni 20 del Novecento, i Curdi incominciarono a vibrare una serie impressionante di ribellioni; famosa fu quella di Dersim a cui prese parte su sponda proturca, ovviamente, anche la figlioccia adottiva di Ataturk, Sabiha Gökçen, armena e primo pilota donna di aerei militari della storia.
Le sorti dei Curdi, insieme a quelle degli Armeni e dei Turchi erano, allora, legati agli interessi dei Paesi coloniali. L’autonomia dei Curdi turchi, infatti, fu soppressa proprio dal trattato di Losanna che stabiliva i confini turchi allo smembramento dell’Impero Ottomano. I Turchi, dal canto loro, hanno sempre avuto la sensazione che la questione curda, insieme a quella armena e a quella del Turkestan, regione storica turco fona che dal Mar Caspio arriva alla Cina, sia stata utilizzata anche per impedire ad Ankara di diventare subito una grossa potenza regionale, antagonista degli interessi europei; percezione avallata anche dal fatto che il PKK è stato più volte appoggiato da molti Paesi.
Ecco che l’Iraq democratico è diventata la spina del fianco di Ankara. Ma come giudicare l’operazione mirata di Erdogan? Si tratta, effettivamente, di una missione che viola la sovranità di Bagdad: eppure il PKK è riconosciuto come gruppo terroristico dalla comunità degli Stati e la situazione può richiamare la caccia che il Mossad faceva ai criminali nazisti sparsi per il globo. La Turchia, se vuole mettersi in linea con i principi democratici, è bene che limiti la sua azione solo ed esclusivamente al PKK. Ma, soprattutto, è d’uopo che incominci ad affrontare il problema curdo seriamente, non limitandosi al risibile diritto di avere un’ora di programmazione al giorno sulla tv in lingua curda. Sicuramente continuare a blaterare di non aver sterminato né i Curdi né gli Armeni non giova ad un clima di verità necessario per la pacificazione e la risoluzione democratica di un conflitto. La situazione è ancora più paradossale se si pensa che il genocidio armeno ha alimentato il problema curdo, giacchè i governi turchi dell’epoca autorizzarono proprio i curdi a far mambassa e a popolare quella parte dell’attuale Turchia orientale che gli armeni chiamavano “Armenia occidentale”. I nodi vengono sempre al pettine.
Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)
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