Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Guerre polari

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 9, 2008

C’era da aspettarselo. Dopo che l’esploratore Artur Chilingarov, alla fine di un viaggio a 14.000 piedi di profondità degno di Jules Vernes, aveva piantato la bandierina russa al Polo Nord il 2 agosto, ora è il turno del sottomarino danese. Canadesi, americani e norvegesi sono già all’opera. Ma cosa sta succedendo? Si da il caso che l’aumento della temperatura e lo scioglimento dei ghiacci permetterebbe di rendere accessibili all’uomo una quantità di gas e petrolio inimmaginabili: almeno un quarto delle intere riserve del pianeta è concentrato al Polo Nord. Ciò che prima non era una risorsa sfruttabile, lo potrebbe diventare. Nonostante la comunità internazionale vada nella direzione di arginare il surriscaldamento del pianeta, gli stati che si affacciano sull’Artico pensano che, tutto sommato, non tutti i mali vengono per nuocere; se i ghiacci si scioglieranno, potranno mettere le mani su queste enormi risorse. Ma qual è la situazione al Polo e perché i russi lo rivendicano come parte del territorio di Mosca? Il diritto internazionale ha sempre postulato la libertà dei mari. Da quando le tecnologie consentono lo sfruttamento delle risorse marine ed aleutiche, il diritto è andato sempre più nella direzione della privatizzazione, o meglio, della demanializzazione dei mari. Ma a tutt’oggi non è agevole per i giuristi stabilire quale legge abbia carattere consuetudinario e sia, quindi, vincolante per tutti gli stati, e quale tragga legittimità soltanto dalla sottoscrizione di un accordo. Già l’istituto consuetudinario della zona economica esclusiva (ZEE) aveva fatto a fette, come una torta, il Polo; ma, in fin dei conti, non si era mai preso in considerazione la possibilità di sfruttare queste risorse. Ma ora le cose stanno diversamente. Potrebbe valere la pena rivendicare la calotta artica attraverso la piattaforma continentale. La piattaforma è un concetto giuridico tipizzato dalla Convenzione di Montego Bay, sottoscritta da tutti i paesi di questa disputa, originariamente creato nel 1945 dal presidente americano Truman. La convenzione dice che “lo Stato costiero ha il diritto esclusivo di sfruttare tutte le risorse della piattaforma, intesa come quella parte del suolo marino contiguo alle coste che costituisce il naturale prolungamento della terra emersa e che pertanto si mantiene ad una profondità costante (200 m circa) per poi precipitare o degradare negli abissi”. La ZEE di 200 miglia marine fu istituita proprio per le difficoltà tecniche di tracciare queste placche continentali con esattezza e per tutelare i paesi che erano privi di piattaforme. Ma ecco che gli scienziati russi, navigando negli abissi, dicono di aver scoperto che la loro placca arriva proprio fino al Polo. La fetta della Russia è ben oltre la ZEE: si tratterebbe di circa 463.000 miglia. La prima rivendicazione risaliva al 2001, in realtà. Allora la Russia fece formale richiesta di vedersi riconosciuta la Piattaforma Continentale per il tramite della placca di Lomonosov che dalla Siberia giungerebbe al Polo; gli arbitri internazionale ritennero le prove addotte insufficienti.

La spedizione di Chilingarov è volta, quindi, ad ottenere nuove evidenze. Ma ha innescato, intanto, un’escalation scientifica della rivendicazione. Il ministro danese della ricerca, Helge Sander, ha già dichiarato che ci sono buone probabilità che la placca della Groenlandia si spinga proprio fino al Polo, proprio attraverso Lomonosov, che fra l’altro è anche collegata al Canada tramite le Isole Ellesmere; nel frattempo, il miraggio dell’oro nero, ha alimentato un forte movimento separatista groenlandese dalla madre patria. Norvegia, Canada e Stati Uniti non sono stati certo a guardare ed hanno presentato le loro rivendicazioni, supportati dai loro esploratori. Cosa potrà succedere adesso? Innanzitutto l’istituto della Piattaforma Continentale è un diritto funzionale: lo Stato può esercitare il proprio impero esclusivamente per controllare e sfruttare le risorse della piattaforma. Insomma, senza la capacità tecnologica per impossessarsi delle risorse, la rivendicazione non esiste. Se tutti vantassero una placca al Polo Nord, eventualmente, si potrebbe ricorrere ad una delimitazione delle zone di sfruttamento mediante il principio dell’equidistanza, qualora questo principio, non consuetudinario, fosse accolto dai ricorrenti. Per ora, comunque, nessuno sembra essere disposto a farsi una guerra per tutelarsi. Le Nazioni Unite, infatti, visioneranno le prove raccolte dagli stati nel 2014 per poi decidere a chi debba, eventualmente, appartenere il Polo Nord. Fino ad allora è solo un Risiko.

I paesi che si affacciano sul Polo Nord e che possono aspirare a promuovere delle rivendicazioni territoriali sono la Russia, la Norvegia, il Canada, la Danimarca (tramite la Groenlandia) e gli USA (tramite l’Alaska).

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)

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Una Risposta a “Guerre polari”

  1. [...] Cinese Occidentale al confine fra le Zone Economiche Esclusive dei due stati. Abbiamo già detto su queste pagine di come l’evoluzione tecnologica stia rendendo sempre più obsoleta e lacunosa la disciplina del [...]

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