Le nuove misure ambientali dell’UE
Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 9, 2008
Nell’ultimo incontro di mercoledì 25 gennaio la Commissione dell’Unione Europea ha proposto una serie di nuove misure relative agli obiettivi che gli Stati membri dovranno raggiungere in merito all’utilizzo di fonti di energia rinnovabili e agli obblighi relativi ai permessi per inquinare.
La proposta della Commissione ora dovrà passare al vaglio del Parlamento Europeo e ricevere l’approvazione degli Stati membri. La proposta si basa sulla bozza già approvata marzo scorso che è conforme al European Union Emission Trading Scheme, l’EU ETS, ma rispetto alle fase precedenti si propone come un salto qualitativo. L’ EU ETS è lo strumento che l’Unione ha adottato, in fase sperimentale, a partire dal 2005, per raggiungere gli obiettivi del Protocollo di Kyoto e che proprio nel quadriennio 2008-2012 vivrà la sua fase principale.
Il concetto del commercio dei permessi di emissione è legato all’idea che le aziende, acquistando i permessi per inquinare, internalizzano i costi relativi alla produzione dei beni. Per dare un idea ai non addetti ai lavori, il concetto è che chi produce, ricava un utile privato, ma scarica sulla collettività i costi legati all’inquinamento, in quanto è lo Stato che paga per i cittadini che si ammalano o per l’ambiente che si depaupera. L’economia quantifica il danno che arreca un tot di inquinamento e lo imputa alle aziende attraverso gli emission permit, che le aziende possono liberamente vendere fra di loro. Ci sarà, allora, chi è disponibile a pagare di più, acquistando un permesso da un’altra azienda, che in tal modo è compensata. Rispetto alla prima fase dell’EU ETS, Barroso ha proposto l’abbandono del grandfathering; i permessi non saranno ceduti come crediti alle aziende ma saranno direttamente venduti. La preoccupazione principale sollevata delle industrie è che questi costi per le aziende rappresentino uno svantaggio competitivo rispetto ai prodotti provenienti da Paesi che non perseguono politiche ambientali di questo tipo; è ovvio che le aziende si riferiscono soprattutto all’India e alla Cina: il presidente della Commissione ha, però, garantito che la proposta prevede anche per gli importatori di beni inquinanti extra UE l’obbligo di acquistare i permessi. Ma la cura UE, al meno per le industrie, è peggiore del male. Alcuni osservatori hanno dichiarato che l’idea di imporre agli importatori i permessi può portare ad una serie di contenziosi senza fine, a causa della palese difformità con il divieto di imporre tariffe previsto nel GATT e dalla WTO: e non è un caso che il problema sia stato sollevato, ad esempio, dall’ambasciatore WTO indiano Ujal Singh Bhatia. Il diciassette gennaio la Confindustria europea, l’ERT, aveva scritto alla Commissione una lettera molto critica, soprattutto per quello che concerneva il passaggio da un sistema di libero mercato di permessi gratuiti, ad uno basato sulle aste.
Molte aziende, quelle inquinanti, minacciano di trasferirsi fuori l’Unione o di scaricare sui consumatori i costi relativi all’acquisto dei permessi. Cosa, fra l’altro, non nuova.
Gli ultraliberisti contrari ad ogni regolazione accusano l’UE di praticare delle tariffe che, seppur ambientali, sono sempre protezionistiche: l’Unione impone una tariffa del 66% sulle lampadine a risparmio energetico della Cina o del Pakistan per rendere competitive quelle della tedesca Osram, di proprietà Siemens. In realtà l’obiettivo dell’Unione è più ambizioso. La Commissione, allo stato attuale, è consapevole del rischio free riding da parte degli altri Paesi; perché questo è il punto. Per intenderci, mentre l’Unione pratica delle politiche virtuose per la riduzione dell’inquinamento, gli altri ne beneficiano ma continuano ad inquinare. Solo l’azione diplomatica di un grande attore globale come l’UE può costringere gli altri Paesi ad implementare un circolo virtuoso. Ma mentre altre nazioni nicchiano, cosa potrebbe fare l’UE per salvare l’ambiente e non affossare le proprie imprese, se non praticare delle tariffe? Ma è ovvio che se l’ERT interpreta il liberalismo come un dogma al quale la realtà si debba conformare, piuttosto che una misura economica da scegliere fra varie opzioni per raggiungere un obiettivo condiviso di benessere ed equità, la questione non si pone ed ogni critica non è altro che una capziosa riflessione interessata.
Gli obiettivi UE proposti sono ambiziosi: per il 2020 le emissioni di gas serra saranno ridotte del 20% rispetto al 1990 e il 20% della nostra energia dovrà provenire da fonti di energia rinnovabili come l’eolico o il solare.
Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)



























