Russia: vittoria di Medvedev
Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 9, 2008
Già il poster dice tutto. Nel manifesto elettorale si vede un compassato, imbolsito, grigio burocrate, affianco ad un giovane ed energico atleta in giubbotto di pelle che lo precede. Il primo è Medvedev, il secondo Putin. D’altronde quest’ultimo già era stato immortalato dai paparazzi a torso nudo, a caccia, nella gelida steppa o vestito da campione di arti marziali. Insomma, l’iconografia autocratica c’era tutta; come nei servizi dell’Istituto Luce dove Mussolini trebbiava il grano del Tavoliere. Un leader maschio che possiede una Patria femmina. Questo manifesto elettorale che ha tappezzato i muri della città russe ci racconta due cose. Che il vero leader è sempre lui: Putin. E che il delfino, la cui iconografia è diversa, potrebbe rappresentare un cambiamento, per quanto piccolo ed impercettibile.
Le elezioni in Russia sono state registrate in Europa per il loro discutibilissimo carattere plebiscitario che ci descriverebbe un Paese che ha abbondantemente eroso i confini di una qualche decenza democratica: Dmitry Medvedev ha conquistato circa il 70 per cento dei consensi. Una vittoria che non sarebbe altro che il successo personale di Putin; il sistema politico gli impedisce di concorrere per un altro mandato ed egli “si accontenterebbe” di fare il primo ministro; sperando in un riaggiustamento semipresidenziale che gli consentirebbe sempre più poteri, anche ora che la sua esperienza presidenziale si è conclusa. Eppure, anche se la caratura democratica della Russia lascia l’amaro in bocca agli osservatori, giova ricordare che gli antagonisti di Medvedev erano assolutamente meno presentabili. Il comunista Ghennadi Zjuganov, che si è fermato al 17 per cento dei voti, e l’ultranazionalista Zhirinovskij, avrebbero mai potuto avere maggiori credenziali democratiche? Queste elezioni, anche senza brogli, avrebbero certificato, comunque, la vittoria di Putin. L’oramai ex presidente è stato “person of the year” per Time magazine: questo non edulcora la sua cifra autocratica. Ma fa capire come goda di un vasto consenso. E, tutto sommato, egli sta favorendo una lenta trasformazione del sistema in senso meno autocratico. La così detta guerra siloviki (NdA, l’elite di mandarini nei posti chiave del Paese) che è implosa l’anno scorso ha mostrato come il blocco di potere che sorreggeva Putin non fosse, poi, così compatto e come poteva ingenerare un’involuzione ancora più totalitaria del sistema politico: da una parte il capo del Sevizio Federale antidroga, Viktor Cherkesov, dall’altra Nikolai Patrushev, capo della Sicurezza e, soprattutto, Igor Sechin, capo staff di Putin e colui che più di ogni altro voleva un colpo di mano dal Presidente per cambiare al volo il sistema politico e consentirgli di tenere la presidenza per un altro mandato. Se questa fronda di burocrati sono le redini di Putin per domare Medvedev, attorno al neopresidente si potrebbero coagulare forze più liberali tali da consentirgli maggiore autonomia, come il ministro delle Finanze Aleksei Kudrin e il capo della Unified Energy Systems Anatoly Chubai. Il rapporto fra Putin e il suo delfino, infatti, potrebbero rivelarsi molto complicato: è vero che fra i due, sin da quando lavoravano insieme al Comune di Sanpietroburgo, si è creato un legame personale molto forte. Ma è anche vero che la formazione di Medvedev è abbastanza eterodossa; è un uomo colto e di idee abbastanza liberali. Se si può generare una competizione nella nomenclatura russa, a questo punto, è perché Putin ha concesso questo grazioso dono all’establishment; consentendo la formazione di gruppi che, forse, per bocca di Medvedev, non giungeranno a minacciare di “puntare i missili sull’Europa”, come lo scatenato Presidente aveva fatto in occasione della questione Scudo spaziale. Il vero problema per Medvedev è, allora, che per smarcarsi da Putin, ha bisogno di appoggiarsi a quella parte di nomenclatura – i siloviki, ma anche i governatori federali, di nomina centrale – che, per quanto più liberali, sono essi stessi la causa del problema, non la soluzione. Secondo l’economista Vladislav Inozemtsev (fonte: Global Affairs Journal), la burocrazia si è gonfiata fino a raggiungere la mostruosa cifra di 1,45 milioni di persone e, anche grazie ai meccanismi immanenti di corruzione che presiedono al suo funzionamento, essa pesa circa il 3 per cento all’anno del PIL russo. La stessa enorme partecipazione elettorale riscossa in queste ultime elezioni è stata possibile attraverso un ciclo economico elettorale imponente. Fin quando ci sarà abbastanza crescita e abbastanza consenso il sistema si auto sosterrà con solo leggere e piccole modifiche.
Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)




























