Una vittoria populista che chiede redistribuzione

La vittoria elettorale di Berlusconi passerà alla storia come la tornata elettorale che ha azzerato alcune fra le più significative forze politiche protagoniste del Novecento: sinistra, comunisti e socialisti. Inoltre spariscono dal parlamento i Verdi, alfieri di quel movimento dei diritti di nuova generazione che dovevano rappresentare l’essenza della politica post ideologie. Insomma, in una sola botta si chiudono i conti sia col Novecento che con la postmodernità? E’ ovvio che le stesse categorie attraverso le quali pensiamo la politica hanno bisogno di essere ristrutturate. Ciò non di meno il responso delle urne indica la vittoria di una coalizione che ha saldato, in un solo magma populista, redistribuzione e statalismo, o meglio una nuova forma di statalismo, più leggero e più interventista. Un Pdl di sinistra? Assolutamente no; proprio perché non ha più senso leggere la realtà con queste categorie. Partiamo da questo dato, però: il Pd non ha sfondato al centro. I voti raccolti sono stati vampirizzati alla Sa. Questo, stranamente, non significa che il programma politico di Pd e Sa siano intercambiabili, seppur non incompatibili, come il progetto prodiano voleva dimostrare. Ciò non di meno le culture politiche si trasformano drasticamente.

In questi ultimi anni si è assistito ad una mutazione antropologica dei partiti in Italia. Non è una novità: quando il keynesismo – cioè l’idea che lo Stato debba spendere per sostenere la domanda ed intervenire pesantemente nel mercato per correggerne i difetti – era in auge, anche le varie destre diventavano “più di sinistra” e la forza della destra liberale era prettamente simbolica, limitata all’azione di piccoli partiti d’opinione come il Pli. Fra anni 80 e 90, a partire dai governi Thatcher e Reagan, passando dalle esperienze riformatrici di Craxi e di Ciampi, il vento della politica europea aveva preso a soffiare a destra, o meglio in direzione del liberalismo. I seguaci di Hayek, letteralmente messi alla porta precedentemente, riconquistavano i posti più prestigiosi nei think tank. La caduta dell’URSS accelerava questi processi. Questo nuovo vento politico, però, non significava semplicemente la vittoria dei partiti liberali, di destra, dei repubblicani. Il liberalismo, nel senso del rigorismo monetarista, diventava il “pensiero forte”, egemonico, presso la Banca centrale europea e in molti partiti di centro-sinistra in Europa, incluso il Pds. Anzi, da semplice corrente del Pds, diventava infine maggioritario nei Ds ed anche del Pd. Anche se il prodismo significava mettere su un’alleanza che dai liberali includeva i comunisti, lo stesso Prodi era ed è esponente di quella tecnocrazia monetarista che ha fatto dell’intoccabilità del Patto di Stabilità e dell’euro il proprio mantra. La scelta, infatti, dei vari centro-sinistra italiani di incardinare nei ministeri economici i “tecnici” non è altro che un’ulteriore affermazione di questa ideologia che vuole blindare il mercato dalla politica. Mentre il centro-sinistra assorbiva il monetarismo, anche la destra mutava. Populismo e antipolitica sono i tratti distintivi di Berlusconi, sin dall’esordio. Si è passati dall’analisi liberale di Reagan che diceva “Lo Stato non è la soluzione ma il problema per l’economia” al “E’ giusto non pagare le tasse quando sono troppo alte” del Cavaliere. Ma il tratto vincente e determinante del Pdl è un altro. Il protezionismo. Oggi Tremonti è il più fine critico del tecnoprodismo. Nel suo ultimo libro, l’ex ministro, boccia senza appello le politiche “mercatiste”, come le ha definite. Il mercatismo avrebbe favorito una globalizzazione selvaggia e piuttosto che limitare i costi sociali delle trasformazioni economiche in atto, ne avrebbe drammatizzato la portata. Il neocolbertismo tremontiano ritiene che questa globalizzazione sia contro gli interessi dei lavoratori, dei dipendenti e anche degli imprenditori del “capitalismo molecolare” che sono stati i protagonisti del miracolo del Nord-est. Euroscetticismo? Forse. Ma vale la pena ricordare che gli euroscettici sono molto diffusi anche presso i grandi sindacati scandinavi, ad esempio. La critica alla tecnocrazia della BCE è comune, quindi, sia ai “padroncini” dei distretti industriali che agli operai. Ecco il miracolo interclassista che voleva realizzare Veltroni e che si bea di aver realizzato Bossi dichiarando “Siamo il primo partito operaio del Nord”. Ma in cosa consisterebbe questo nuovo statalismo? Dov’è la redistribuzione? Il colbertismo tremontiano vuole innanzitutto proteggere i ceti che rischiano di essere travolti dalla globalizzazione. La funzione redistributrice sarebbe garantita dall’antistatalismo, forte sia nella Lega che nel Pdl. Il Centro-Destra vuole letteralmente vendere lo Stato: già le cartolarizzazioni selvagge del precedente governo Berlusconi parlavano chiaro. C’è un progetto di grande dismissione dei patrimoni immobiliari demaniali e degli Enti Locali, di drastica riduzione della PA. La redistribuzione che il Pdl vuole realizzare, quindi, non è dal Capitale al Lavoro, ma dallo Stato al Capitale e al Lavoro. Inoltre, la maggioranza si permetterà anche il lusso di essere keynesiana, ovvero di rilanciare l’intervento pubblico. Infatti, oltre alla riduzione della PA, l’idea di Berlusconi è di intervenire fortemente in alcuni settori: nei lavori pubblici, ad esempio, con le grandi opere, e sbarazzandosi semmai di quelle valutazioni ambientali che appesantiscono il settore edile. Ugualmente interventista sarà il governo per salvare Malpensa.

Naturalmente questi piani di governo potrebbero causare gravi danni sociali. Se lo Stato chiude, chi produrrà i beni pubblici, le politiche sociali? Penso al Sud: quando il federalismo fiscale avrà chiuso i rubinetti dei soldi pubblici sarà una catastrofe. Ma se siamo giunti a questo punto è colpa del centro-sinistra. Lo Stato italiano, con poche eccezioni (magari nelle virtuose “regioni rosse”) è completamente inefficiente e i tentativi di riforma della PA non hanno portato risultati apprezzabili. I cittadini del Nord preferiscono sbarazzarsi con un taglio della lenta burocrazia romana. L’atteggiamento antistatalista delle “piccole patrie” è ambivalente. Vogliono pagare meno tasse, ma apprezzano gli interventi a favore di Malpensa o i sussidi dell’Alto Adige ai quali Cortina anela. Ma se questo antistatalismo si è così radicato è solo perché la nostra PA destina l’80 per cento dei fondi che riceve alla spesa corrente e i “tecnici” dell’Unione e dell’Ulivo non sono riusciti ad invertire questo trend. La Lega rappresenta gli interessi interclassisti di chi ha paura della globalizzazione, della perdita del potere d’acquisto dei salari, della competizione selvaggia, unendo operai, il popolo delle partite iva e i padroncini.

L’anima statalista del centro-sinistra ha fatto si che non si completasse una seria riforma della Pa, mentre l’anima monetarista ha imposto scelte che hanno fatto fuggire sia gli operai che i “capitalisti molecolari”.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)

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