Sangue in Zimbabwe

La situazione dello Zimbabwe sta precipitando. La violenza nelle strade regna: si susseguono senza sosta gli scontri fra le milizie governative e le opposizioni. Secondo l’Osservatorio per i Diritti Umani, lo Zanu-PF, il partito del presidente Robert Mugabe, ha aperto una rete di campi di tortura in tutta la nazione e ha messo su una precisa macchina di violenza al fine di uccidere i dissidenti e creare uno stato di terrore che anestetizzi il resto della popolazione.

D’altronde l’opposizione, dopo aver vinto le elezioni per l’assemblea, era giunta nelle condizioni di poter rivendicare anche la presidenza, mettendo fine al regno di Mugabe. Ecco che la reazione dell’attuale presidente si fa ancora più veemente.

Gli osservatori internazionali reportano di una situazione agghiacciante. Anche chi è semplicemente sospettato di essere un simpatizzante dell’opposizione, il Movement for Democratic Change (MDC), viene la notte trascinato via dalla propria abitazione, condotto nei campi della morte, torturato e brutalizzato. L’MDC ha dichiarato che dieci loro militanti sono stati uccisi, mentre 3000 famiglie sono dovute fuggire dalla capitale, Harare, e altri 400 attivisti sono stati arrestati.

E’ ovvio che Mugabe stia cercando di mantenere il controllo col terrore in attesa che vengano dichiarati i risultati delle presidenziali. La commissione elettorale, partecipe del disegno del dittatore, ha iniziato una stucchevole riconta dei voti nei 23 collegi nazionali, regalando prezioso tempo al presidente per “pacificare” il Paese. La denuncia del MDC è caduta, intanto, nel vuoto ed un tribunale nazionale ha ammesso la procedura di verifica intrapresa dalla commissione elettorale.

Le speranze dell’opposizione, a fronte di una profonda corruzione della burocrazia interna che ha scelto di appoggiare Mugabe, risiedono nell’aiuto della comunità internazionale. Morgan Tsvangirai, il leader del MDC, ha già chiesto un intervento da parte degli altri Paesi africani; ma per ora il ruolo degli altri attori istituzionali è stato blando. La Comunità per lo sviluppo dell’Africa del Sud, il SADC, si è limitato ad inviare altri osservatori nei collegi elettorali. Tsvangirai è convinto che la debolezza del SADC è legata all’incapacità di Thabo Mbeki, presidente del Sud Africa, di gestire la situazione. A riprova della crisi del SADC, c’è un grosso scandalo diplomatico che ha investito proprio il presidente sudafricano. Il suo governo ha, infatti, rifiutato di bloccare una nave cinese che conteneva armi destinate allo Zimbabwe e che si era fermata proprio nei porti sudafricani. Nonostante l’opposizione del governo, i portuali, vicini alla causa dello MDC, hanno impedito lo scarico delle armi ed ora il convoglio potrebbe far rotta verso la Cina.

A fronte dello stallo del SADC, le prossime azioni della comunità internazionale pianificate per risolvere la crisi di Harare prevedono un incontro, nei prossimi giorni, fra Tsvangira e l’ex segretario generale ONU Kofi Annan, chiamato a mediare con gli altri Stati africani, e l’attuale segretario Ban Ki-Moon. Purtroppo, mentre l’MDC si sta giocando la carta diplomatica fino in fondo con la comunità internazionale, l’unica carta vincente ce l’ha in mano Mugabe: la violenza. Ed allo stato attuale non sembra che il Palazzo di vetro abbia messo a punto nessun piano alternativo che conti su deterrenti più convincenti come, come extrema ratio, l’utilizzo della forza, per obbligare Mugabe al rispetto delle legalità.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)

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