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Archivio per Maggio 2008

Il mercato dei taxi.

Pubblicato da brasseriefoucault su Maggio 22, 2008

Dopo la storica vittoria di Alemanno, che ha portato un ex missino in cima al Campidoglio, i più felici sono stati sicuramente i tassisti. Ancora si ode il loro melodioso strombazzare per le vie della Città Eterna. Era una vendetta da gustare fredda. Una ritorsione contro il Pd che con Veltroni cercò un po’ di tempo fa di privatizzare il mercato dei yellow cab.

Allora, le rivolte dei tassisti assunsero una forma che fu da alcuni, addirittura, definita “squadrista”. Eppure il mercato dei tassì – in quanto parte di un più generale progetto di gestione della mobilità urbana – è un settore cruciale delle politiche pubbliche locali: un comparto che in Italia non funziona.

A Roma, ma anche in qualsiasi altra grande città italiana, i cittadini pensano che ci siano pochi taxi e che siano carissimi. Già: ma più licenze comporterebbero una sostanziale perdita economica per i tassisti. Rendita parassitaria? Vallo a raccontare a chi ha speso nel mercato nero delle licenze taxi anche 200.000 euro. Colpa dei furbi, si dice. Di chi ha avuto una licenza gratis dal Comune e c’ha, poi, lucrato su. Sono una casta; forse. Ma non certo l’unica. Ricordate cosa successe dopo il decreto Bersani?

Il mercato del taxi è una brutta faccenda. Dagli anni 80 in poi gli economisti hanno cominciato a studiarlo con equazioni sempre più complesse che tenevano conto di tante variabili: asimmetrie informative, oligopoli collusivi, scarsa qualità del servizio.

Il dilemma del regolatore è la selezione del prezzo, al quale corrisponde necessariamente uno standard di servizio. Ma il ventaglio di preferenze dei consumatori è, in vero, molto variegato. Nel mercato del taxi il consumatore, poi, non ha la possibilità, per esempio, di pagare di più per ridurre i tempi di attesa del vettore.

La caratteristica di questo mercato è che ci si imbatte in una serie di problemi unici; affrontati con misure tese a regolare l’ingresso nel mercato e a fissare tariffe. Proprio come si fa nei casi di monopolio naturale.

Sgombriamo subito il campo da dubbi. La deregulation serve. Città che hanno deregolato l’ingresso e le tariffe non hanno sperimentato particolari fallimenti del mercato; ci sono contesti dove la riforma non ha portato i vantaggi sperati, ma mai ha fallito. Il problema è, quindi, politico. Chi fa il Sindaco può permettersi il lusso di inimicarsi una categoria solo se avrà la riconoscenza dei suoi cittadini.

La maggiore difficoltà che il decisore deve affrontare, infatti, è che gli alti profitti garantiti dalla protezione rendono molto complicato liberalizzare il mercato dei tassì; le proteste sono sempre molto violente.

Con l’ aumento delle licenze, infatti, si riduce per i tassisti il valore di mercato delle stesse; i conducenti, inoltre, temono una riduzione dei loro ricavi per la nuova concorrenza, che a sua volta deprezzerà ancora di più la licenza nel mercato. Si sa che i tassisti hanno pagato molto caro la loro licenza ed essa rappresenta una sorta di premio-pensione. In realtà, molti studi dimostrano che laddove la domanda dei tassì è aumentata, perché si sono liberalizzate le tariffe, è aumentato il lavoro e sono aumentati anche i guadagni per i conducenti.

L’idea proposta dall’ex Sindaco di Roma di accordare un aumento sulle tariffe dei tassisti di Roma, in contropartita all’aumento del numero di licenze, però, non andava, soprattutto in un’ottica consumeristica.

Ma come compensare, allora, la perdita di valore delle licenze per i tassisti e contemporaneamente rendere il servizio migliore e più disponibile per tutti? Già: perché il problema della compensazione è fondamentale. La riforma del mercato dei taxi ha questa caratteristica. Può portare un beneficio per tutti, ma l’ostilità della classe che viene danneggiata è fortissima. Nel mercato politico l’opposizione della casta danneggiata può costare la rielezione del politico, e nel caso dell’elezione diretta del Sindaco il rischio è ancora maggiore, con conseguente rischio politico che la riforma venga dopo poco disfatta. Il politico, però, può blindare la sua policy se riesce ad ottenere un forte ed esteso consenso anche dopo la riforma. E per far ciò è necessario che i cittadini di Roma domani dicano: “oggi veramente è più facile trovare un taxi, ed anche più economico”.
Insomma, o si fa una vera riforma o sono guai. E siamo di nuovo punto e a capo. Ai consumatori sembrerà che nulla è cambiato e i tassisti odieranno a morte il politico riformatore.

La proposta all’epoca formulata da Veltroni aveva il merito di incidere realmente sul mercato; 500 licenze avrebbero migliorato sensibilmente il numero di taxi per abitante [ci sono infatti statistiche che ci dicono qual è il rapporto ottimale, Nda].

Ma i soldi per compensare i tassisti vanno trovati altrove, non scaricati sui consumatori con l’aumento della tariffa che fu in quel caso proposto.

La soluzione più efficiente, allora è proprio quella di legalizzare il mercato nero e con i proventi compensare i tassisti, come previsto sia dal decreto Bersani che dalla legge di conversione; così si affidano al mercato le licenze, e alla regolamentazione le tariffe; ed i soldi esatti dal comune vengono liquidati ai tassisti come indennizzo. Se le tariffe fossero anche liberalizzate, inoltre, calerebbero; e si raggiungerebbe il duplice scopo di aumentare la domanda, migliorando i profitti per i tassisti e rendere l’opzione taxi più praticabile per un numero maggiore di cittadini.

Alessio Postiglione

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La Fiera del libro e i boicotaggi contro Israele

Pubblicato da brasseriefoucault su Maggio 6, 2008

Il Consiglio delle nazioni Unite sui Diritti Umani ha le idee chiare. Da quando è nato, a partire dal marzo del 2006, ha espresso una chiara condanna in merito al delicato tema dei diritti umani contro un solo Paese, a riprova dei propri giudizi equilibrati e realisti. Nonostante gli Stati nemici dei diritti umani abbandoni, purtroppo, nel globo, il Consiglio si esprimi cum grano salis e non si fa trascinare dagli umori. Potete essere sicuri del suo giudizio. Quale sarà mai questo Stato canaglia? Iran, dove ti arrestano se sei gay, Burma, dove ti imprigionano se sei dissidente, Pakistan, dove ti uccidono se sei democratico, Darfur, dove ti uccidono e basta? La lista è lunga, purtroppo. Bene, il Paese condannato è stato Israele. Oibò, Israele è il più cattivo di tutti. E, a quanto pare, i nazisti antisemiti che gli si rivolgono contro, pronti a lanciare boicottaggi, a firmare appelli, e via demagoggizando, non finiscono mai in minoranza. L’ultima odiosa riprova ci giunge da Torino.

L’idea della Fiera Internazionale del Libro di invitare lo Stato d’Israele come ospite d’onore, in occasione dei sessant’anni dalla sua fondazione, cosa, fra l’altro, che la Fiera fa ogni anno dedicando particolare attenzione alla letteratura di un Paese in particolare, ha comportato l’annuncio del boicottaggio della kermesse da parte di vari intellettuali arabi, Paesi arabi e dei nostrani forum per la Pace in Palestina e via marciando in kefiah. Non è una novità. Il democratico boicottaggio, o il dissenso civile degli intellettuali della meglio gioventù è quasi un riflesso pavloviano quando si parla di Israele. Ricorderete i casini all’università di Firenze quando doveva parlare l’ambasciatore israeliano o il boicottaggio proposto da Ken Loach contro il Festival del Cinema di Tel Aviv. Ha sottolineato Bertinotti che bisogna distinguere fra la politica del governo di Israele, discutibile, e lo Stato, con il suo fisiologico diritto all’esistenza; ma in realtà è proprio nel non voler riconoscere alcuna legittimità allo Stato che si annida il cancro antisemita, nascosto dietro la foglia di fico dell’antisionismo. Che colpa avrebbero i vari Oz, Yehoshua o Grossman per meritare un boicottaggio, se non la colpa fattuale e deresponsabilizzata di essere ebrei? Con il nazismo, la logica amico-nemico fa, per così dire, un salto qualitativo: dal nemico razionale, in quanto contrario ai miei interessi, si sostituisce il nemico ontologico: tu sei mio nemico solo perché sei comunista, nero, ebreo: e questo non dipende dalla tua volontà, ma dalla tua semplice esistenza.

Questa è la logica dell’antisemitismo che sopravvive pericolosamente nelle nostre società: purtroppo ammantata da una sorta di legittimità ideologica fatta a suon di intellettuali che firmano appelli.
Mario Calabresi, allorquando intervistò i maitre a pensee che addossarono al padre la morte di Pinelli, riporta che quegli stessi intellettuali in parte ammisero di aver firmato per conformismo o perché “negli anni 70 così facevan tutti”. Ma possiamo ancora credere nella buona fede di questa casta di bramini che si legittima facendo comprare i propri libri agli studenti universitari, quando già dal 2003 l’Unione Europea - attraverso l’Osservatorio Europeo dei casi di razzismo e xenofobia ed il lavoro dei ricercatori Bergmann e Wetzel – ci ha dimostrato che il ruolo più pernicioso nelle attuali strategie antisemite è svolto, oltre che dai picchiatori nazisti, proprio da questa intellighenzia da Rive Gauche pronta a firmare gli appelli pro Chavez ed ad assistere alla nuova lectio magisralis di Oreste Scalzone?

Ritorniamo, infine, al Consiglio ONU: un grave disastro che mina alla base gli sforzi fin qui fatti per creare una cultura giuridica che renda azionabili universalmente i diritti umani; validi erga omnes, anche contro il proprio Stato d’origine, attraverso l’erosione di quel particolare aspetto della sovranità statuale che definiamo domino riservato. Ovvero la possibilità, per uno Stato, di fare quello che gli pare dei propri cittadini, anche imprigionarli ed ucciderli. La crema dei giuristi e dei politici a tutt’oggi si interroga ottimisticamente sulla possibilità che i diritti universali diventino subito azionabili, ad esempio, innanzi alla Corte di Giustizia Internazionale. Ma la speranza che il Consiglio ONU possa rappresentare un passo nell’edificazione di questa civiltà giuridica è vana. Il Consiglio fu istituito sulle ceneri della sputtanatissima Commissione ONU per i Diritti Umani, monopolizzata da un cartello di potenze sorte dalla decolonizzazione e largamente governati da dittature che orientavano i giudizi dell’esecutivo in termini politici. Oggi il Consiglio è nello scacco dell’Organizzazione della Conferenza Islamica che propone un giorno si e l’altro pure mozioni contro Israele. Contro i Qassam arabi sparati sugli israeliani non si solleva una voce. L’Islamic Conference ha il Consiglio in pugno: e l’Europa che fa? Nel migliore dei casi, si astiene. Forse, varrebbe la pena mandare in pensione anche il Consiglio.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)

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