La storia delle relazioni fra Cina e Giappone è sempre stata burrascosa. Da quando il Giappone rilevò il posto di attore principale nell’area, si sono succeduti una serie di episodi che hanno assunto raramente la forma dello screzio banale e più frequentemente quella della brutale violenza.
Il punto più alto della tensione è sicuramente legato all’occupazione nipponica della Cina e alle atrocità commesse dagli occupanti, come quelle tristemente famose del Massacro di Nanking. In quella occasione, nel 1937, le truppe giapponesi si lanciarono in una serie di crudeli violenze a danno dei civili della città di Nanjing, ricorrendo in modo sistematico agli stupri che venivano comminati a migliaia al giorno, strappando – secondo quanto emerse dalla testimonianza rilasciate al Processo di Tokyo, che in Asia svolse il ruolo ricoperto in Europa dal Processo di Norimberga – finanche le bambine dalle braccia dei genitori.
Il Massacro di Nanking ha subito ricoperto un ruolo simbolico molto forte: è diventato una specie di Olocausto fondativo del nazionalismo cinese mentre, di convesso, ha trovato in Giappone una folta schiera di negazionisti che ne hanno fortemente limitato la portata. L’eco del caso ha dispiegato i suoi biliosi effetti fino al 1997 con il caso dei libri di testo scolastici giapponesi che ancora “censuravano” l’episodio (The Ienaga textbook incident).
Il nuovo ruolo economico della Cina sta però imponendo ai governi dei due paesi una normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Da questo punto di vista assume un valore simbolico molto importante il recente preliminare di accordo del 18 giugno fra Pechino e Tokyo per lo sfruttamento congiunto delle riserve di Longjing. Si tratta di due imponenti riserve di petrolio e gas localizzate nel mar Cinese Occidentale al confine fra le Zone Economiche Esclusive dei due stati.
Abbiamo già detto su queste pagine di come l’evoluzione tecnologica stia rendendo sempre più obsoleta e lacunosa la disciplina del diritto internazionale del mare, creando lo spazio per contenziosi sempre più aspri fra gli Stati limitrofi relativamente allo sfruttamento di risorse delle quali viene contestata la titolarità.
Da questo punto di vista il Mar Cinese Occidentale è un grosso focolaio di conflitto sul quale gli opposti nazionalismi hanno in passato montato molti casi; il più increscioso dei quali è stato l’incidente di Chunxiao del 2005. In quell’occasione, una nave cinese, mentre le aziende di Pechino continuavano il trivellamento dei fondali nonostante la diffida ad interrompere le attività di sfruttamento delle riserve mossa da Tokyo, puntò le armi contro un aereo giapponese in ricognizione. L’affaire dello sfruttamento delle riserve contese ha, inoltre, creato una certa pressione sulle opinioni pubbliche dei due Paesi.
In questi ultimi anni i tentativi di risolvere il conflitto sono proseguiti a singhiozzo e con esiti incerti e fallimentari. La recente intesa fra Hu Jintao e il premier giapponese Yasuo Fukuda segna un’importante tappa. In assenza di regole internazionali certe ed evitando la delimitazione delle piattaforme continentali adottata al Polo Nord, che per ora sta solo aumentando i contenziosi, i due Capi di Stato hanno siglato un’intesa a sottoscrivere un accordo che prevede la divisione degli investimenti e dei profitti e che annuncia una nuova era di armonia e prosperità fra i due Paesi.
L’incredibile ed insolito idillio, però, può ancora essere turbato: da Taiwan.
I buoni rapporti fra Taipei e Tokyo, infatti, sono un asset strategico nelle relazioni diplomatiche dell’area e confliggono colla tradizionale politica di isolamento imposta da Pechino.
Il 10 giugno c’è stato un caso fra Taiwan e il Giappone: uno skipper taiwanese è stato erroneamente affondato da una nave guardiacosta giapponese al largo delle isole di Senkakus, controllate de facto da Tokyo ma rivendicate dalle due Cine. Le mancate scuse formali giapponesi hanno indotto Taipei a ritirare gli ambasciatori. Nei giorni immediatamente precedenti la sottoscrizione del preliminare fra Pechino e Tokyo la situazione si stava normalizzando.
Molto maliziosamente, però, il governo cinese vorrebbe includere nell’accordo per lo sfruttamento delle riserve marine con Tokyo un gasdotto che dovrebbe passare attorno le isole Senkakus.
Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)




























