Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Archivio per Luglio 2008

Caso Del Turco Mani pulite e menti ottenebrate

Pubblicato da brasseriefoucault su Luglio 24, 2008

Cosa pensa il Pd di Mani Pulite?
Già. Tutti i nodi vengono al pettine. E il caso di Del Turco rappresenta un altro bel nodo da sciogliere per il Pd. E sia chiaro che questa non è una polemica da “fratelli coltelli”, come Veltroni ha recentemente bollato tutti i partiti che si collocano alla sua sinistra: dichiarazioni sicuramente improvvide da parte di chi ha contribuito alla disfatta della Sinistra Arcobaleno alle recenti elezioni.
Qui il tema è un altro. La memoria collettiva su Tangentopoli.

Si tratta di un problema sottile ed etereo, leggero come una piuma, che non riguarda minimamente l’innocenza o la colpevolezza del governatore dell’Abruzzo. Una piuma, si diceva, che pesa come un macigno sulle spalle del Pd. Il punto si può riassumere rozzamente in quella domanda iniziale: secca, spietata e semplice. E sia chiaro che domande semplici possono ricevere risposte complicate. Ma ricevere una risposta, a questo punto, è ineludibile. Una risposta da avere di chi ha del Pd la tessera numero 1. Walter Veltroni.
L’Italia, ahinoi, è la patria della “memoria divisa” e del “passato che non passa”. I lutti politici, ma anche fisici, di Tangentopoli non sono stati realmente elaborati. E’ stata elaborata, piuttosto, un’altra memoria, un’agiografia, per la quale Mani Pulite era una congrega stalinista e Craxi, prima, un esule politico, poi, un martire morto in esilio.
La diaspora del Psi ha portato questa tesi sia nel Pdl che nel Pd. Anzi. E’ proprio questa nemesi contro Del Turco, antagonista illo tempore della linea Craxi, che rinsalda le appartenenze dei figli del garofano: “Appena Ottaviano esce, andremo ad Hamamet a posare un garofano sulla tomba di Bettino”, ha dichiarato a Repubblica Giancarlo Lehener, ex Psi ora Pdl.

Cosa dice Veltroni? “Ma anche”. Lui conferma la fiducia nella magistratura ma, proprio di questi tempi, l’anno scorso lanciava un appello affinché Roma dedicasse una via a Bettino Craxi: “La sinistra italiana, e in particolare il Partito Democratico, hanno un debito nei confronti dell’ex leader socialista”, ebbe a dichiarare.
Ma Craxi è stato condannato in contumacia da un tribunale della Repubblica Italiana. O si ha il coraggio di dire che quel tribunale era un accolita di dilettanti del diritto o si esprimono giudizi veri e ragionati su Mani Pulite; assolvendo od incolpando politicamente magistrati o politici concutenti. Giacchè i giudizi politici possono anche essere slegati da quelli penali.

Ma anche qui, parte della Sinistra, non riesce, purtroppo, a parlar chiaro. E non riesce, soprattutto, ad elaborare una memoria realmente dialogante con il ricordo revisionista. La memoria minore, che è il polo della percezione, schiaccia l’unico dato di fatto: la sentenza di condanna per Craxi.
Caro Pd, non si tratta di essere pro o contro qualcuno, come manicheamente suggerisce Di Pietro. Ma qual è la vostra Storia su Mani Pulite? Sono queste domande a cui non date risposte che fanno franare la terra sotto i vostri piedi quando “dialogate” con Berlusconi su lodo Alfano e giustizia.
La sensazione è che si biascichino “ma anche” idee altrui che non sono logicamente compatibili con le proprie; a meno che, spiegando all’opinione pubblica come, non si dimostri il contrario. Così si alimenta la percezione pubblica di una Sinistra senza idee o con troppe idee confuse. Mentre Berlusconi vince proprio perché propone poche idee (sbagliate) e chiare.
E questa volta non ci sono più Verdi, PRC e PdCI da incolpare.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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La nuova ALBA del Sol dell’Avvenir

Pubblicato da brasseriefoucault su Luglio 16, 2008

Puno, nel Perù meridionale, non lontano dai confini con la Bolivia, non è sicuramente una meta turistica. Non perché il posto non lo meriti: sorge nelle montagne, nel cuore dell’impero Incas, sulle sponde del lago Titicaca, non lontano da Machu Picchu. Ma, a Lima, sembrano essersi dimenticato di questo pueblo indio devoto alla Santìsima Virgen Marìa de la Candelaria che, durante la festa patronale, viene scorrazzata per le strade, addobbata con piume d’aquila come un imperatore quechua, facendo slalom fra le buche; a Puno, infatti, mancano anche i servizi più basilari come l’acqua e l’elettricità. Il paese versa in condizioni pietose ed i collegamenti con Lima sono solo tre volte alla settimana. Eppure su questo quarto stato creolo brilla l’alba di un nuovo sol dell’avvenir.


ALBA è l’acronimo che campeggia su più di 100 strutture a Puno. La prima casa ALBA risale solo al 2004. In quattro anni questa associazione ha raggiunto una presenza capillare sul territorio. Proprietà immobiliari ed un giro d’investimenti di capitali stranieri da lasciare di stucco: ma di che si tratta?

L’Alternativa Bolivariana para los pueblos de nuestra Amèrica (ALBA) non si discosta da altri gruppi di estrema sinistra latinoamericani; ha un forte background culturale basato su marxismo, terzomondismo e panamericanismo. Un calderone con dentro Francisco de Miranda, Simon Bolivàr e Che Guevara che dovrebbe operare attraverso il principio cooperativo, come una sorta di associazione transnazionale che promuove self-help e reti di solidarietà, fornendo le comunità locali di servizi primari. Già nel nome, infatti, si gioca con le parole in opposizione all’ALCA,

l’Area de Libre Comercio de las Americas, accordo di libero scambio patrocinato dagli States e criticato da molte sinistre latinoamericane come l’ennesima operazione neoliberista, ossequiosa della dottrina Monroe, che null’altro interesse se non quello delle elites latifondiste può realisticamente perseguire. ALBA, d’altronde, è penetrata nel Perù a seguito di un progetto benemerito a latere del quale si forniscono cure sanitarie per i non abbienti.

Peccato che sull’organizzazione pesi come un macigno il fatto di essere una creatura del ministero per il commercio estero venezuelano e di essere presieduta da Hugo Chavez. Una commissione d’indagine del Congresso peruviano avrebbe scovato una rete dentro ALBA che lega il presidente venezuelano, Evo Morales e Fidel Castro direttamente con Sendero Luminoso e Tupac Amaru, fra i gruppi rivoluzionari di ispirazione comunista più sanguinari del Perù. Ovviamente quando si analizza la storia di questi gruppi ci si confronta con situazioni di estrema complessità .

Sendero Luminoso, ad esempio, è un gruppo maoista-polpottista (!) che alle operazioni di guerrilla affiancava una fitta rete di solidarietà volta ad assistere i più umili, tanto da essere considerato interlocutore per alcuni gruppi religiosi ed aver financo ricevuto – a detta del Congresso USA – finanziamenti dai gesuiti inglesi. In quegli anni, inoltre, era presidente del Perù Alberto Fujimori, attualmente detenuto in un carcere di massima sicurezza cileno e in attesa di giudizio per casi di violazione di diritti umani di rara atrocità. Anche su Sendero Luminoso, d’altronde, pesano gravi accuse, come l’aver ucciso molti innocenti e vari missionari dell’operazione Mato Grosso, nonostante i presunti legami con la chiesa. Da questo punto di vista ALBA sarebbe un cavallo di Troia attraverso il quale la nuova leadership latinoamericana coagulatasi attorno a Chavez cerca di destabilizzare gli altri Paesi.

La rete del presidente venezuelano è a maglie larghe. Soprattutto gli Stati Uniti sono convinti che i suoi finanziamenti spazino dalle FARC, IRA, ETA fino alle varie sigle islamiste presenti dalla Cecenia all’Iraq. Il Venezuela, d’altronde, ha siglato un importantissimo accordo con la Cina e l’Iran per lo sfruttamento dei giacimenti di Yadavaran.
Nel frattempo si è acuita la frattura fra le varie sinistre latinoamericane, divise fra Lula – oramai filoamericano – la riformista Michelle Bachelet ed il terzomondismo radicale di Chavez.

Di certo a Puno, in un distretto dove la povertà supera il 75% della popolazione, secondo un indagine del giornale El Universàl, cresce la fiducia dei cittadini verso ALBA e verso il presidente venezuelano. Interrompere le attività dell’associazione sarà molto difficile, anche qualora si dovesse svelare incontrovertibilmente la natura di copertura di attività terroristiche legate a Sendero Luminoso.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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Il Paese del Turpiloquio

Pubblicato da brasseriefoucault su Luglio 15, 2008

Si è da poco conclusa la manifestazione No Cav Day e non accennano a spegnersi le polemiche. Non quelle che riguardano le leggi ad personam, si badi bene, ma quelle che ineriscono la deriva coprolalica che ha assalito alcuni protagonisti della stessa manifestazione.
Lo stesso Di Pietro, dopo aver dato dello sfruttatore a Berlusconi, sbotta inorridito contro questo profluvio di turpiloqui. Le anime belle insorgono contro due comici e gli elementi più prettamente politici della manifestazione vengono espunti dal dibattito mediatico. Peccato. Soprattutto perché le parolacce sono state utilizzate da comici, non da politici. E da quando mondo è mondo, esistono comici che ricorrono alla parolaccia per suscitare ilarità. Stranamente lo stesso scandalo non viene suscitato dal celodurismo eletto a sistema di comunicazione politica. Già.

Siamo passati dalla metafora del corpo politico di Menenio Agrippa a quella dei “membri politici” di Bossi che, con il suo “la Lega ce l’ha duro”, guidava i suoi novelli priapi secessionisti, sorretti da un’acqua del Po più taumaturgica del Viagra.
Contemporaneamente al No Cav Day, poi, il nostro premier pavoneggiava nella terra del Sol Levante. Sotto braccio a Sarkozy, mandava baci alle bellezze locali, fra il divertimento e lo sconcerto del presidente francese che lo rimbrottava.
Ma il cipiglio da tombeur de femme di Berlusconi “trascende ogni suo controllo”, come ammette il libertino delle Relazioni Pericolose di Choderlos de Laclos.

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Ed ecco che il Nostro, alla vista della fulgida bellezza teutonica del cancelliere Merkel, si lanciava in un balletto, dopo averla omaggiato di un salame (avete letto bene!) avvolto nel tricolore. C’erano gli estremi per vilipendio di bandiera! E intanto Angela era divertita e sconcertata. Divertimento e sconcerto che assale chi, da altri Paesi, deve pesare il carattere guascone ultraitaliano del Nostro che sguazza nei più beceri stereotipi machisti.
E’ l’evoluzione della specie. Il berlusconismo piacione e seduttore sta al celodurismo di Bossi, come il socialismo scientifico a quello utopistico. E’ un passo avanti, figlio – e che figlio! – di una grande tradizione italica che ha assunto la più grande sistematizzazione estetica con i film di “genere” di Pierino degli anni 70.

Mentre la sinistra, noiosa, senile e pure impotente se non checca, si esprimeva nei capolavori di Fellini, Antonioni, Pasolini – e che palle! – l’italiano ruspante e maschio finalmente poteva rispecchiarsi in “quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda”. Gouaches carnali, non freddo erotismo intellettuale, dove si palpeggiavano glutei, si consumavano con lo sguardo, dai buchi della serratura, turgidi seni, il tutto sonorizzato dalle musicali flatulenze di Alvaro Vitali.
Già. Perché, in fin dei conti, la sinistra, oggi, viene percepita come una “setta penitenziale”. Predica austerità: monetaria e anche morale. E’ la provocazione lanciata da Raffaele Simone nel “Mostro mite”.

In un mondo consumistico, del “tutto e subito”, della tv spazzatura, che senso ha predicare uguaglianza, redistribuzione, “emancipazione delle donne e dei proletari”, quando le ragazze vogliono fare le veline e i proletari aspirano ad accompagnarsi alle prime?

Resta, però, la malafede di chi fa da cassa di risonanza alle esternazioni della Guzzanti e di Grillo. Ci si indigna per battute – sicuramente volgari e grossolane – di due comici e non per il manomortismo verbale del nostro premier o per aver incardinato una soubrette nel dicastero delle pari opportunità. Fantastico!

E’ la normalizzazione di una cultura machista per la quale un uomo – non importa il suo stato civile – può e deve essere sempre seduttivo, malizioso e ammicante. Poco importa che, obnubilati dal testosterone, aumenti il rischio gaffe; né il ritegno, né l’importanza dell’ufficio fanno desistere il “cuccador” dal mandare bacetti, o scherzar in modo da attirare l’attenzione femminile, come nel celebre caso della corna fatte con la mano da Berlusconi.

E’ l’italianità. O meglio: quell’italianità provincialotta che manda in visibilio la stampa estera e nel quale si riconosce la cultura nazionalpopolare, lo Strapaese, alieno dalla temperanza professata dagli intellettuali di sinistra, vil razza dannata; e che si identifica in un’iconografia pop ricca di belle macchine e di belle donne ridotte, quest’ultime, come gli altri beni di consumo, ad una pura funzione ornamentale. Chi ha i soldi, tromba: soprattutto belle donne. Gli altri? Sono sfigati.

Il celodurismo non ci scandalizza più. Perché lo Strapaese sogna le veline e chi se le rimorchia merita ammirazione.
Questa è l’Italia allattata dalla tv commerciale. Ragazzotti playboy con i capelli fonati a rimorchiare bionde con il più improbabile inglese. Sono simpatici. Solo che qua non stiamo a Rimini. Stiamo in politica.
Ma forse sono solo un altro moralista di sinistra.

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Ambiguità, politiche e biocarburanti

Pubblicato da brasseriefoucault su Luglio 11, 2008

La strada che conduce all’inferno è lastricata di buone intenzioni, dicono gli inglesi. E la politica non fa eccezione. Il ruolo giocato dai biocarburanti – che a questo punto si potrebbero benissimo ribattezzare tanatocarburanti – nella recente biocarburanti sembra essere un buon esempio.
La faccenda ci consente di sostenere come l’ambiguità delle politiche possa dispiegare effetti assolutamente contrari alle premesse di partenza. E, là dove l’ambiguità è voluta, ciò è possibile attraverso la machiavellica capacità dei decisori di manipolare il capitale simbolico dei gruppi di pressione di opposizione. Facciamo il punto. Come già sostenuto su queste pagine, l’amministrazione americana aveva avuto un’inaspettata svolta verde. Basta petrolio, guerre per il petrolio, eccetera. Puntiamo sui carburanti ecologici per sottrarci al ricatto degli Stati canaglia produttori di greggio. Un buon modo per quadrare il cerchio fra le esigenze di realpolitik, la riduzione dell’inquinamento legata ai combustibili fossili, soddisfare un’opinione pubblica sensibile alle tematiche verdi.

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Oggi, ahinoi, nel valutare gli effetti di queste misure, ci accorgiamo che gli obiettivi sono stati assolutamente disattesi, al meno per quanto riguarda gli aspetti che erano stati patrocinati dai gruppi progressisti ed ambientalisti. Il recente aumento nella produzione di biocarburanti è, infatti, una concausa della crisi dell’aumento del prezzo del cibo. La riconversione di terre destinate alla produzione agricola alla produzione di biofuel ha ingenerato una riduzione dell’offerta della materia prima ed un aumento del prezzo del bene finale.
Ma il gioco non è semplicemente “ambiente Vs poveri”, come già successo altre volte nelle relazioni internazionali fra Stati eco sensibili perché ricchi e i Paesi di più recente industrializzazione pronti a devastare l’ambiente pur di veder migliorare le proprie condizioni di vita. Vari studi stanno evidenziando come il ciclo totale di produzione dei biocarburanti attualmente in uso generi più gas serra rispetto ai combustibili fossili. Le colture utilizzate per il biofuel, infatti, assorbono meno CO2 rispetto le altre coltivazioni che rimpiazzano. Insomma, una politica che doveva essere ambientalista e progressista si svela regressiva ed inquinante. Come è possibile? Grazie all’intrinseca ambiguità delle politiche.
Lungo l’iter decisionale, gli attori impegnati nel policy making possono manipolare il provvedimento a vari livelli fino a cambiarne sostanzialmente la natura, grazie ad una ambiguità politica che, lungi dall’essere avversata dalla classe dirigente, è incoraggiata, anche se “sotto banco”. I politici, in genere, hanno due obiettivi: mantenere la poltrona il più a lungo possibile ed implementare le politiche che favoriscano il gruppo d’interesse di cui sono espressione.
Sono, quindi, a loro agio in un ambiente decisionale fumoso che consenta loro di approvare provvedimenti che poco o nulla hanno a che fare con “il bene comune” e che renda impossibile una chiara imputazione delle responsabilità da parte dell’opinione pubblica che, da parte sua, si trova in una chiara situazione di asimmetria informativa cronica.

Venendo all’Italia, un buon esempio è proprio il decreto sicurezza, dove Berlusconi ha cercato di infilare norme ad personam per risolvere i suoi guai giudiziari.
Il caso del biocarburante, però, ci dice di più. Bush è riuscito a manipolare un capitale simbolico ambientalista e di sinistra per raggiungere obiettivi di segno completamente opposto. Partiamo da Bush perché il cuore della crisi è negli States. Gli Stati Uniti sono il più grande produttore globale di biocarburanti, quindi, a meno che l’amministrazione attuale non inverta la rotta, nulla o poco cambierà sul prezzo del cibo. Ma se ora l’appoggio dei progressisti e degli ambientalisti è venuto meno, l’opzione biofuel ha già saldato le file dei soli veri beneficiari.

Ed il nulla di fatto raggiunto nell’ultimo G8 sul prezzo del cibo ne è la prova. Per l’UE e l’America i sussidi pubblici per il biofuel non sono stati altro che una distorsione di mercato per proteggere il settore agricolo dei Paesi industrializzati. Una politica che, notoriamente, danneggia i Paesi del Sud del mondo e che molte lobby occidentali perseguono grazie all’ambiguità politica. Una strategia che potremmo riassumere nel principio secondo il quale va praticato il liberismo solo nei settori dove siamo forti ed il protezionismo in tutti gli altri. Non c’è nulla di male che i governi perseguano interessi di parte. Ma, per cortesia: smettiamola con la menzogna dei politici di destra che fanno politiche progressiste ed ambientaliste.

Alessio Postiglione
pubblicato su Notizie Verdi

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Polisario-Marocco. Stallo nel Sahara Occidentale

Pubblicato da brasseriefoucault su Luglio 4, 2008

Ancora un brutto stop per la negoziazione Onu fra Marocco e il Fronte Polisario per decidere il destino del Sahara Occidentale.

Il problema è sempre il referendum, sul quale il Polisario è inamovibile.

Ma c’è una novità: i rappresentanti del governo Sahrawi in esilio sono completamente in disaccordo anche con i supervisori Onu, questa volta; non più solo con il Marocco. Peter Van Walsum, l’inviato di Ban Ki-moon, infatti, ritiene l’opzione referendaria attualmente irrealistica; facendo un passo indietro rispetto al 1991 e al 1997, quando fra le possibilità vagliate dal MINURSO – la missione ONU di peacekeeping per il Sahara Occidentale – c’era una consultazione popolare che prevedeva anche l’indipendenza per la Repubblica democratica araba del Sahrawi, dichiarata unilateralmente dal Polisario nel 76 e mai riconosciuta dal Marocco.

Il sei settembre del 91, infatti, fu siglato un cessate il fuoco fra Rabat e il Fronte di Liberazione proprio sull’opzione referendaria, ponendo fine ad anni di lotte e di sangue.

Il Fronte aveva incominciato ad organizzarsi come movimento di liberazione nazionale del popolo Sahrawi sulla scia del processo di decolonizzazione avviato a Bandung nel 65. Fino alla caduta del franchismo nel 76, il principale antagonista dei ribelli era stata la Spagna. In quegli anni anche la corte dell’Aja riconobbe il diritto all’autodeterminazione del popolo Sahrawi.

Ma anche con la ritirata di Madrid, la situazione era lungi dal risolversi. Il deserto viene occupato da Marocco e Mauritania; quest’ultima esce di scena solo grazie ad un’insurrezione del proprio esercito, nel 79, nonostante gli aiuti della Francia volti a mantenere lo status quo territoriale.

Da quel momento il Marocco continua da solo l’occupazione del territorio Sahrawi, completamente travolto da una situazione di guerrilla permanente, con morti da ambo le parti.
Dal cessate il fuoco del 91, in più di un’occasione, le delegazioni marocchine e del Fronte Polisario si sono incontrate con il MINURSO, giungendo ad un nulla di fatto.
Dal 2007, infine, il Marocco ha abbandonato l’opzione referendaria a favore di un nuovo progetto di completa autonomia della regione del Sahrawi, sotto la sovranità di Rabat, riuscendo ad ottenere l’appoggio di Francia e Stati Uniti.

L’ultimo round delle negoziazioni di Manhasset (USA) di marzo, conclusesi pochi giorni fa, imprimono un’ulteriore interruzione alle negoziazioni. Peter Van Walsum ha sonoramente bocciato le velleità indipendentiste del Polisario ed ha dato la sua adesione al progetto di Rabat.

Mohamed Haddad, il rappresentante del Polisario, accusa pesantemente l’ONU, delegittimandone il ruolo di arbitro. “Giochiamo una partita nella quale l’arbitro chiede ad una squadra di ritirarsi dal campo per far fare gol all’altra”, ha dichiarato al quotidiano spagnolo El Paìs.

La situazione è complicata: il documento ufficiale ONU incriminato omette colpevolmente le relazioni di minoranza di chi, come Costa Rica e Sud Africa, continua ad appoggiare la posizione del Polisario. La “dimenticanza” del Consiglio di Sicurezza getta più di un’ombra sulla sua effettiva terzietà e solleva pulsioni complottistiche da parte degli stati vicini ai Sahrawi.

Allo stato attuale, anche se è improbabile che Ban Ki-moon cambi opinione, la posizione di Walsum vacilla sempre di più.

Alessio Postiglione
(pubblicato su www.notizieverdi.it)

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