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Archivio per Agosto 2008

Georgia Russia Gli errori degli USA

Pubblicato da brasseriefoucault su Agosto 26, 2008

Gli errori delle democrazie sono più gravi di quelli di Stati che democratici non sono.

Che senso ha biasimare la Russia per l’attacco alla Georgia, quando l’intervento russo è stato causato dalla strategia aggressiva di Mikhail Saakashvili e di George Bush? Cosa diversa e giusta e lamentare l’uso sproporzionato della forza da parte di Mosca.

E’ stato il presidente georgiano, infatti, lo scorso 7 agosto, ad inviare le truppe militari in Ossezia del Sud, credendo di essere spalleggiato dall’amministrazione americana, debole perché a fine mandato; la situazione di drammatica balcanizzazione che esiste nel Caucaso obbliga la Russia a risposte ferme. Ed è tristemente facile che il gigante autocratico del duopolio Medvedev-Putin sia incline a dare risposte sproporzionate.

Il problema di fondo è che l’amministrazione Bush non ha saputo gestire correttamente i rapporti con Mosca. Lo spauracchio della nuova Guerra Fredda agitato da Condoleezza Rice e dal ministro della Difesa Robert Kagan è solo un alibi per i propri errori.

L’immagine di una Russia cattiva ed imperiale diffusa da molta stampa in questi giorni non fa altro che sostenere le scuse dell’amministrazione statunitense che, in questo frangente come in molti altri, è stata ispirata da un un’agenda neoconservatrice assai bellicosa che assolutamente non serve gli interessi dell’UE.

Per ridimensionare le colpe di Mosca e per imputare più chiaramente le responsabilità degli Stati Uniti bisogna partire da lontano.
Già alcuni mesi fa avevo sostenuto come il riconoscimento statunitense dell’indipendenza autoproclamata del Kosovo avrebbe costituito un precedente pericoloso per il Caucaso.

Era “giusto” che il Kosovo si staccasse dalla Serbia, ma in politica non sempre ciò che è giusto si rivela utile.

La stampa, in quell’occasione, aveva rivelato come il riconoscimento del Kosovo fosse avvenuto attraverso una manovra assolutamente non trasparente fra Stati Uniti e Slovenia, a quell’epoca presidente di turno dell’UE, che urtava ulteriormente la sensibilità filoserba di Mosca.
L’indipendenza di Pristina, inoltre, avveniva come caso eccezionale e assolutamente non poteva trovare la propria legittimità nel diritto internazionale: il principio di autodeterminazione dei popoli che confusamente si invocava per il caso kosovaro sarebbe stato azionabile da uno Stato colonizzato ed assorbito da una potenza straniera, non da una provincia praticamente da sempre parte della Serbia.

Ma i falchi neocon, nonostante le divisioni interne all’UE e le varie opzioni, per lo meno di metodo, presenti sul tavolo, perseguivano la loro strategia non preoccupandosi di urtare Mosca. Allo stesso modo l’amministrazione Bush ha proceduto sullo Scudo Spaziale, rendendo i rapporti con il Cremlino sempre più tesi.

Infine giungiamo all’autogol di Saakashvili e l’attacco ai cittadini russi in Sud Ossezia.

Il presidente georgiano forse sperava di riguadagnare popolarità interna con questo intervento. Gli Stati Uniti, d’altronde, è su di lui che avevano puntato: ma anche in questo caso la scelta non si è rivelata azzeccata.

Come già in Ucraina, in furori antirussi scoppiati all’indomani della varie rivoluzioni rosa ed arancione sono andati scemando. Saakashvili è passato dal 96 per cento dei consensi ottenuto alle presidenziali del 2004 ad un risicato 52% nelle elezioni dello scorso marzo, dopo aver spento le contestazioni interne a suon di mazzolate poliziesche ed aver financo chiuso la rete televisiva dell’opposizione. In questi ultimi mesi le tensioni interne avevano raggiunto l’apice: e sicuramente, per gli USA, non si è rivelato opportuno appoggiare una presidenza tanto debole in un’operazione tanto insensata.

Oggi, i piani di pace americani che invocano il principio dell’integrità territoriale georgiana possono suonare beffardi alle orecchie di Mosca dopo aver ingoiato un rospo chiamato Kosovo. La situazione del Caucaso è altamente instabile ed aree come il Nagorno Karabakh o la Cecenia sono una polveriera.
Se è vero che Mosca ha interesse a cavalcare le tigri indipendentiste in Sud Ossezia, Abcazia e Nagorno, la cosa potrebbe ritorcerlesi contro per la Cecenia.

Il desiderio segreto del Cremlino sarebbe quello di mettere le mani sulle pipeline georgiane costruite da europei ed americani; ma per ora la politica di Medvedev prevede esclusivamente la creazione di una zona cuscinetto.

La Russia è un partner fondamentale su energia, lotta al terrorismo islamico ed equilibrio geopolitico, con riferimento alla funzione di bilanciamento regionale di Mosca nei riguardi dell’Iran. Inasprire i toni non giova a nessuno.

Ora Sarkozy ha convocato un vertice d’emergenza della UE per il I settembre per discutere le misure da adottare contro la Russia. Sarebbe opportuno che il filoatlantismo di molte capitali europee non si appiattisse sulle posizioni dei falchi di Washington o di quelli che, per motivi storici, sbocciano copiosi fra Baltico e Varsavia.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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Repubblicani, Obama e il voto latino

Pubblicato da brasseriefoucault su Agosto 26, 2008

La caccia al voto latino è cominciata. Non ci riferiamo alle preoccupazioni adolescenziali di Obama e McCain per le versioni di Cicerone, ma al “peso” complessivo della comunità Spanish-speaker che è sempre più determinante in alcuni stati chiave. Le statistiche parlano del 12% dei votanti del Colorado e del Nevada, del 14% in Florida e del 37% in New Mexico.

Ma chi sono i Latinos e qual è il loro comportamento elettorale?
Anche se alcuni giornali americani trattano i Latinos come un soggetto sociale chiaro e ben definito, le cose stanno diversamente. Il gruppo è accomunato dalla lingua spagnola, ma è composto da varie comunità. In gran parte si tratta di esuli cubani e di messicani, ma altre nazioni latinoamericane stanno aumentando la loro presenza.

L’orientamento politico di questi gruppi non è omogeneo. Tradizionalmente gli esuli cubani sono sempre stati repubblicani radicali: votavano a destra e spingevano per un attacco statunitense contro il regime di Castro.
Diverso è il caso dei messicani. La politica repubblicana di “tolleranza zero” verso gli immigrati clandestini, in gran parte provenienti dal vicino Messico, ha assunto, a volte, un atteggiamento antimessicano tale da portare molti votanti a sinistra.
In America si è sempre sostenuto che i Latinos erano conservatori e, anche se non lo fossero stati, mai avrebbero votato un nero. Ma con Obama queste certezze stanno venendo meno.

Solo nel 2004 George Bush vinse la presidenza grazie proprio a questi Stati. Il presidente in carica ha sempre ostentato una certa familiarità con la comunità latina parlando in spagnolo. La dinastia Bush ha seminato bene. Il fratello del presidente e governatore della Florida, Jeb Bush, sposò addirittura un’ispanica. Ma quei giorni sembrano lontani.
La comunità messicana non ha apprezzato la stretta del Gran Old Party sull’immigrazione clandestina e certe dichiarazioni dei falchi conservatori che hanno paragonato i messicani ai terroristi. Il fronte latino-repubblicano si è spaccato. Non è detto che Obama saprà mantenere le preferenze dei messicani delusi, ma ora le poll sembrano dargli ragione. Eppure, durante le primarie democratiche, gli ispanici si erano espressi chiaramente per la Clinton. E’ probabile che oggi l’America possa eleggere un presidente nero: ma può fare altrettanto la comunità ispanica? Quel che è certo è che per McCain i peggiori incubi stanno diventando realtà. Trattare gli ispanici come un feudo conservatore non è più possibile.
Gli errori dei repubblicani sono stati grossolani. All’inizio, infatti, Obama era apertamente inviso ai latinos. Troppi atteggiamenti liberal, percepiti come anti-patriottici, gli avevano completamente alienato le simpatie degli ispanici, molto sensibili all’iconografia nazionalista dell’American Dream. Gli analisti avevano addirittura inizialmente ipotizzato che McCain avrebbe potuto surclassare la performance elettorale di Bush.
In poche settimane la situazione è cambiata. Sicuramente la volatilità delle proiezioni degli orientamenti di voto rende sempre più difficile fare previsioni. Ma la sensazione è che i messicani preferiranno il gospel nero al country bianco.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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