Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Archivio per Settembre 2008

Crisi finanziaria, Stato e mercato

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 24, 2008

Eccessi di regolamentazione o laissez faire sono ugualmente deleteri. La Fed è stata lassista? Forse. Ma le banche universali hanno creato una situazione di conflitto d’interessi sistemico.

Con la recente crisi finanziaria americana siamo tornati al capitalismo di Stato? E’ la fine del mercato?
In realtà, la storia del capitalismo ci suggerisce una cosa diversa. Stato e mercato sono due poli dialettici che dovrebbero stare in equilibrio fra di loro.


Se la vita è un pendolo che oscilla fra noia e dolore, come diceva Schopenhauer, l’economia capitalistica oscilla più prosaicamente fra regolamentazione e laissez faire; a volte allontanandoci sia dalla noia che dal dolore, grazie alla ricchezza che il capitalismo stesso riesce a produrre.
Quante accuse ha ricevuto nella storia l’economia di mercato? Innumerevoli: basta rileggersi Marx, Lenin, Nyerere e Polany ; eppure nessun sistema è riuscito a produrre tanta ricchezza come il capitalismo stesso. E tutte le “terze vie”, alla fine, sono state sconfitte dalla Storia.

Se sono accorti anche i suoi più acerrimi nemici che hanno, in seguito, individuato le cause dei costi sociali del capitalismo stesso nel liberismo. Keynes dimostra che non è il mercato lasciato a sé stesso che può ottenere le prestazioni migliori e il ruolo dello Stato è fondamentale non solo per garantire maggiore equità ma per far funzionare il capitalismo stesso in modo più efficiente. In quel periodo storico il pendolo si muoveva verso il polo della regolamentazione; fin quando gli eccessi di interventismo statale in economia non ridanno fiato alle trombe dei neoclassici.
Negli anni 80, i governi Reagan e Thatcher, prima degli altri, pongono l’accento sulla necessità della deregulation. Il capitalismo, imbolsito da un capitalismo di Stato elefantiaco, ha bisogno di più mercato, più innovazione, anche a costo di far pagare alle classi più deboli i costi per una ristrutturazione dell’economia. Gli economisti della scuola di Chicago, i marginalisti, i public choice sostengono, semplicemente, che i fallimenti dello Stato, in economia, siano peggiori di quelli del mercato. La crisi dell’Alitalia starebbe lì a dimostrarlo. Una società sull’orlo del fallimento perché protetta dal “piede invisibile del mercato”, pronto a buttarti fuori se non sei competitivo, allattata dalla tetta di uno Stato paternalistico che ha utilizzato l’azienda per piazzare chi, di volta in volta, votava la maggioranza di governo. Eppure la crisi americana ci dice il contrario. Anche un eccesso di laissez faire può essere dannoso.
C’è chi, autorevolmente, dissente. Ostellino, dalle pagine del Corsera, punta il dito contro la Fed e la sua politica monetaria sbagliata: troppo espansiva.
E’ assolutamente vero che Greenspan abbia schiacciato troppo sull’acceleratore abbassando i tassi d’interesse – mentre, di converso, la BCE pratica una politica di segno opposto – ma, a monte, è un sistema troppo deregolamentato che è stato messo in discussione.
In effetti, con il ritorno dei paladini del laissez faire nella stanza dei bottoni – ritorno che ha coinciso con la vittoria di una scuola economica che è bipartisan, capace di stare sia a destra che a sinistra – il pendolo, in America, si è spinto troppo verso la deregulation. Questa crisi è innanzitutto finanziaria, certo. La crisi dei creativi maghi della borsa.
Si è puntato troppo sui titoli sintetici, con gli infausti subprime dentro. Ma, in realtà, è il ruolo del regolatore (lo Stato) che è stato troppo depotenziato. Si pensi alla graduale abrogazione del Glass-Steagall Act, non a caso, iniziata da Reagan e perfezionata da Clinton. La rigida distinzione fra banche d’affari e commerciali che il Glass-Steagall Act istituiva affidava anche al mercato una funzione di controllo: le banche d’affari valutavano da una posizione di terzietà le banche commerciali. La nascita delle banche universali fa sì che la vigilanza sia affidata esclusivamente ad agenzie di rating od autorità pubbliche; ed è probabile che ciò sia troppo poco se è vero che Moody’s ha declassato il debito di Lehman Brothers solo dopo il fallimento ed il regolatore pubblico si trova ad osservare i fenomeni spesso da una situazione di cronica asimmetria informativa.
Ecco, allora, che l’analogia con la crisi del 29 si rafforza: ed, in entrambi i casi, si tratta di una crisi del laissez faire. Il Glass-Steagall Act, infatti, fu la misura presa da Roosevelt per sciogliere questo intreccio fra le banche che fu fra le cause principali della Grande Depressione. E bisogna guardare a questo intreccio per risolvere a livello di sistema l’attuale crisi.
Il modello basato sullo stesso Glass-Steagall Act, d’altronde, è stato messo in soffitta per una serie di pressioni lobbistiche che hanno denunciato non una pervasività, un eccesso di Stato, ma una grande debolezza della politica, caduta sotto i colpi di gruppi d’interesse finanziari. Quando, nel 1998, Citibank completò la fusione con Travelers, l’amministrazione Clinton non trovò di meglio che accettare ex post il fatto con il Gramm-Leach-Bliley Act.
Quel capitalismo sconfitto dal New Deal c’aveva messo 70 anni per rispuntare fuori. E sono bastati solo altri dieci anni per verificare nuovamente che non è praticabile.

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Turchia-Armenia: coglieranno i frutti della pace?

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 24, 2008

Il conflitto russo georgiano spinge i due alleati storici a fare pace. C’è il problema del genocidio armeno da risolvere. Ma, soprattutto, garantire energia all’Europa

I frutti della pace sono i più lenti a maturare. E il rapporto Turchia Armenia non fa eccezione.

La visita del presidente turco Abdullah Gul in Armenia, in occasione delle qualificazione mondiali di calcio, è “una piccola coincidenza che può portare a grandi risultati”, come ha sottolineato lo stesso Gul.

L’invito era partito dal presidente armeno Serzh Sarkisian ma, all’inizio, la presidenza di Ankara non sembrava orientata ad accettare. Nel frattempo, altri eventi hanno concorso per un riavvicinamento delle relazioni diplomatiche fra i due Paesi.

Il conflitto russo-georgiano innanzitutto. Nuove strategie si delineano per frenare le tendenze centrifughe alimentate dal conflitto. Il Patto di Stabilità per il Caucaso lanciato da Ankara, ad esempio, rappresenta un’occasione favorevole per permettere alla Turchia di stabilizzare l’area ed affermare un ruolo diplomatico di rilievo che controbilanci l’egemonia russa.

L’apertura armena verso la Turchia, inoltre, può consentire ad Erevan di ridurre la propria dipendenza da Iran e Russia per sicurezza ed energia.

Da questo punto di vista, la proposta di Sarkistan fatta a Gul di assistere insieme all’incontro di qualificazione si inserisce in una strategia di distensione dei rapporti diplomatici promossa da quasi tutti i governi armeni a partire dal 1991, anno d’indipendenza del Paese. Uno Stato piccolo e i cui confini si caratterizzano per una cronica vulnerabilità ha tutto da guadagnare nell’avere cordiali rapporti di vicinato con una potenza di media grandezza come la Turchia. Eppure gli armeni, nel mentre porgevano la mano ad Ankara erano inflessibili su altri temi: in primis, il riconoscimento turco del Grande Male, ovvero il genocidio e la deportazione che gli armeni subirono nel biennio 1915/16 per mano del governo dei Giovani Turchi. A ruota segue la spinosa questione del Nagorno-Karabakh, l’enclave armena storicamente controllata dall’Azerbaigian filoturco.

Per la Turchia parlare di Grande Male è colpire un nervo scoperto. La magistratura turca punisce con l’arresto e la reclusione fino a tre anni chi si fa portavoce della causa armena e, d’altronde, lo stesso Premio Nobel turco per la letteratura Orhan Pamuk è caduto in questa trappola.

Lentamente, anche l’intransigenza di Ankara è andato mitigandosi, complice anche la pressione dell’Ue che riteneva inconciliabile con l’ acquis communautaire la condotta turca.

Anche l’Armenia, d’altronde, ha interrotto in passato bruscamente il dialogo. Fu l’ex presidente armeno Robert Kocharian, ad esempio, a rifiutare una commissione congiunta internazionale con la Turchia per cercare di stabilire una visione comune sul Grande Male.

Allo stato attuale le rivendicazioni di Erevan sul riconoscimento del genocidio restano immutate; un po’ come Israele con la Germania dopo l’Olocausto, il governo armeno vuole riprendere relazioni amichevoli, ma solo dopo una ammissione storica di colpa da parte di Ankara. Ma, a differenza del caso Israele – Germania, Erevan non cerca compensazioni economiche; né si fanno largo rivendicazioni territoriali circa il territorio dell’Armenia storica sotto la sovranità turca. A questo punto il prezzo da pagare, per Gul, sarebbe solo simbolico. Anzi, dal punto di vista economico, la Turchia ora ha una sola preoccupazione. Stabilizzare la Transcaucasia e proteggere Nabucco, la grande pipeline che da Baku, pompa petrolio e gas passando per il Bosforo.

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McCain Obama. Quali presidenze?

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 24, 2008

Sarah Palin ha la battuta pronta. Fantastica quella vibrata all’ultima convention repubblicana contro i Democratici: “C’è chi strumentalizza il cambiamento per promuovere la propria carriera, chi usa la propria carriera per promuovere il cambiamento”. Nel primo caso, il riferimento è Obama, nel secondo, è McCain. Ma, al di là dell’accezione di cambiamento che si sottende nell’uno e nell’altro caso, il cambiamento ci sarà. E consisterà, molto probabilmente, in uno spostamento a sinistra della politica. Ma le traiettorie di Obama o McCain, a seconda di chi sarà presidente, saranno molto diverse.

Obama starà molto più a destra di quanto molti oggi credano; nonostante il suo passato di attivista per i diritti civili e community manager nelle lotte alla povertà, Washington non è Chicago. E fare il presidente dell’impero americano non è come fare il senatore democratico dell’Illinois.

In modo specularmene opposto si comporterebbe McCain, qualora dovesse vincere la Casa Bianca. Il senatore dell’Arizona è un veterano ed un militare. Ma è soprattutto un Repubblicano liberal. Nonostante la Palin, con le sue credenziali di ultraconservatrice, limitate, però, soprattutto alla sfera civile o privata – fino ad ora la governatrice dell’Alaska non ha fatto un solo discorso di politica internazionale od economia – McCain starà più a sinistra di quanto non ti aspetteresti da un esponente del GOP.

Gli indizi, per Obama e McCain, di questa trasformazione che li attende qualora dovessero trasferirsi sulle rive del Potomac, non mancano.

A chi gli chiedeva del problema dei ragazzi di colore nei ghetti, Obama ha risposto molto bruscamente. Basta con i gangsta rapper, l’hip hop e le partite di basket. Il candidato Democratico non è sembrato per nulla indulgente. Anzi, ha aspramente criticato un certo lassismo ed una certa tolleranza liberal. Per farcela, quei ragazzi, devono dismettere la sottocultura del ghetto e percorrere quella strada che Obama e sua moglie, ad esempio, hanno già percorso. Al di là dei torti e delle ragioni, Obama ha dato una risposta wasp.
Così, sulla politica estera, il senatore dell’Illinois ha fugato l’immagine di colomba. Ha preso le distanze dal militarismo imperiale dei neocon, ma ha fatto capire che può gestire una crisi con l’Iran. Proprio come Kennedy seppe fare con la crisi missilistica a Cuba.

Dall’altra parte, ecco McCain. Mai una parola su Bush. L’endorsement del presidente in carica è arrivato alla convention repubblicana per telefono. Anche per McCain, quindi, il “cambiamento” è diventato il mantra.

Il candidato Repubblicano ha fatto capire che le lobby dei falchi verranno marginalizzate. Una eventuale amministrazione McCain sarà certamente alla sinistra di quelle di Bush. E non è un caso che i neocon non siano di buonissimo umore, in questo momento.
Solo due fattori potrebbero venir loro in aiuto. La Russia e l’Iran.

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Berlusconi – Vezzali e la politica dell’Eros

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 19, 2008

Le femministe devono farsene una ragione. Il patriarca piace alle ragazzine. Come non vedere negli occhi della Vezzali un irresistibile fremito erotico mentre sibila a Berlusconi “da lei mi farei toccare”, nonostante tutte le smentite della giovane poliziotta intenta a convincerci che si è trattato solo di un malinteso? Gli occhi le si accendevano di desiderio mentre, timorosa, indietreggiava di fronte ad un premier fisicamente basso, ma simbolicamente vigoroso ed imponente come in una arcaica falloforia. Esagero? Forse. Ma la battuta dell’atleta olimpica è un’ulteriore dimostrazione della capacità di Berlusconi di innovare il linguaggio come nessun altro. E di trasformare la sua neolingua nel senso comune. Adoperata dagli altri.

La Vezzali, infatti, non lo sa: ma ha parlato il Berluskonese.

La lingua e le parole, secondo l’ipotesi Sapir-Whorf, influenzano anche la nostra facoltà di pensare il mondo e lo sanno bene le femministe americane che hanno posto questo problema come un aspetto centrale nella lotta contro le discriminazioni di genere. Berlusconi, d’altronde, ha fatto della sua azione palingenetica e rinnovatrice un carattere fondamentale del suo impegno politico: e questo impegno si è manifestato anche nella lingua.

Il cavaliere ha saldato compiutamente e meglio di altri la politica allo sport e al maschilismo. La sua è stata una “discesa in campo”, affianco alla sua “squadra” di “azzurri” per salvare l’Italia.
La società occidentale, già dalla Grecia arcaica, accoppiava simbolicamente lo sport alla guerra che – come ci ricorda l’amara definizione di Von Clausewitz per la quale “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” – era consustanziale alla politica.
La forza fisica era forza atletica e militare e, quindi, politica. Nelle comunità arcaiche contrassegnate dalla fragilità della vita, la forza, era prerequisito per il bios (la vita) e la cifra della virilità (da vis, forza).
Ci ricorda, d’altronde, Sergio Dagradi che “da un punto di vista psicoanalitico, lo sviluppo della capacità di eccitare e controllare l’energia vitale è parallela all’elaborazione di forme sociali di amministrazione dell’angoscia in presenza della morte […]: l’origine e lo sviluppo dello sport si è accompagnato, conseguentemente, al sorgere di ritualità sociali volte a rafforzare appunto i meccanismi di difesa individuali dinnanzi all’ansia psicotica generata dalla presenza della morte”.
Non deve stupire, quindi, se l’hooligan allo stadio riproduce una simbologia di morte, violenza e guerra simulata e tutto questo si accompagni ad un tentativo di politicizzazione della cultura ultras. E’ dal Novecento, d’altronde, che si assiste ad un uso politico dello sport utilizzato come canale d’espressione del nazionalismo. L’ossessione delle grandi nazioni militari di essere anche grandi nazioni di atleti è lì a dimostrarlo. Basta leggersi il medagliere olimpico che riproduce fedelmente le capacità militari dei Paesi.

La forza di Berlusconi è quella di esplicitare, fondere, strumentalizzare pulsioni psicanalitiche, linguistiche e sociali e dare loro forma concreta nella sua Weltanshaung; ma sarebbe meglio dire “vision”, con termine aziendalista.

Il nostro premier non inventa niente; i capi carismatici si fanno riprendere a torso nudo a trebbiare il grano. E le cronache scandalistiche sono piene di riferimenti al fisico scultoreo di Aznar. Ma è il modo in cui tutto questo viene proposto da Berlusconi ad essere assolutamente innovativo.

Il nostro premier è forte, atletico e giovane: è il team leader born to win, come riconosce la Vezzali quando dice “l’Italia ha bisogno di persone come lei e come me che tutti i giorni si allenano con fatica per raggiungere la vittoria”, rafforzando l’analogia atleta/politico. E’ anche maschio e sciupafemmine. Scatta, dribbla, fra un complimento alla Carfagna ed uno alla Merkel.

Il duce era famoso per essere focoso. E di ogni re sono note le amanti. Ma solo Berlusconi instilla nel discorso pubblico gocce di eros, complimenti e sguardi languidi. Portando Veronica Lario a rendere pubblica la sua riprovazione. I confini fra privato e pubblico sono scomparsi.

C’è poco da fare: il nostro premier ha già toccato e vinto la Vezzali. Il suo “nuovo miracolo italiano” è questo. Ci ha convinti che è bello, giovane, forte ed atletico. Oltre che potente.

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Ex spia uzbeca accusa Karimov per la strage di Andijan

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 19, 2008

Cinquemila morti ammazzati, secondo gli abitanti di Andijan. A detta degli osservatori internazionali, parecchi di meno; circa 600. Sicuramente di più della conta ufficiale del governo uzbeco che, all’inizio, parlò di 187 morti. In ogni caso una strage. Il massacro di Andijan .
Radio Free Europe ha appena pubblicato un’intervista allo 007 uzbeco Ikrom Yakubov che accusa esplicitamente del massacro il presidente Islom Karimov. Accuse che fino ad oggi non erano mai state provate. L’ex spia avrebbe molte notizie utili; ed ora chiede asilo politico al Regno Unito. Secondo l’ex spia, fu Karimov ad ordinare scientemente quel massacro per consolidare il proprio dominio politico.

© 2005 Yola Monakhov, tratto da www.hrw.org

© 2005 Yola Monakhov, tratto da www.hrw.org

Era il 13 maggio del 2005; dei ribelli avevano cercato di liberare dalle carceri dei presunti terroristi islamici. Contemporaneamente, gli abitanti di Andijan avevano allestito una manifestazione di protesta contro il governo. Niente che avesse a che fare con l’estremismo islamico. Si trattava, piuttosto, di un movimento che rivendicava più democrazia e partecipazione; sulla scia delle rivoluzioni colorate, e più precisamente della rivoluzione dei Tulipani che all’inizio di quell’anno aveva infiammato il vicino Kyrgyzstan e che era partita proprio dal sud di quel Paese, a maggioranza uzbeca.
In quel periodo, in Uzbekistan, si coagulò un grande fronte interno di opposizione al governo del presidente Islom Karimov che andava dai liberali ai partiti islamici ed islamisti: la parte principale del movimento la incarnò Nigora Hidoyatova, la leader del partito degli agricoltori, con un grosso seguito anche fra gli studenti. Di fronte a quel fronte spontaneo e popolare di protesta contro il governo, il ministro degli esteri uzbeco decise di usare le maniere forti.

A seguito della riprovazione della comunità internazionale per la strage, il presidente uzbeco si difese: dietro la protesta c’erano i partiti islamisti e terroristi dell’Hizb ut-Tahrir e del Movimento Islamico dell’Uzbekistan. Molte fonti avrebbero appurato che, quel 13 maggio, di islamisti non c’era neanche l’ombra. Anzi, i presunti terroristi detenuti erano, in realtà, degli imprenditori vicini all’ex governatore della regione di Andijan, Kobiljon Obidov, che era stato sostituito con un’accusa di impeachment da Karimov, in quanto non rispondente più ai propri interessi. A seguito del massacro, l’autocrate uzbeco chiudeva la base americana di Karshi-Khanabad (fondamentale per attaccare i talibani), interrompeva i rapporti diplomatici con l’Occidente e rafforzava le relazioni con Cina, Russia e India, le sole potenze ad aver appoggiato l’operato del governo, fino a quel momento.
In Uzbekistan, come in altre zone dell’Asia e per gli altri Paesi sorti dalla dissoluzione dell’impero sovietico, il nodo centrale era, ed è, infatti, il rapporto fra questi nuovi Stati con Mosca e i tentativi di Washington di attrarre queste regioni nella propria sfera d’influenza. Forti sono gli indizi che i sostenitori dell’abortita rivoluzione del cotone uzbeca siano stati aiutati dagli States attraverso l’Open Society Institute di George Soros che era attiva, difatti, a Tashkent, come in tutte le nazioni dove ha soffiato il vento delle rivoluzioni colorate.

Da quel fatidico 13 maggio, la UE ha lanciato un embargo armi contro l’Uzbekistan per “uso sproporzionato della forza”, anche se la responsabilità certa dell’esecutivo e la dinamica dei fatti non sono stati accertati. Le organizzazioni internazionali affermano di avere assistito a torture, massacri, uccisioni casuali di donne e bambini. Il governo uzbeco ha sempre risposto che sono stati uccisi solo i militanti islamisti: le donne e i bambini coinvolti sono imputabili ad Hizb ut-Tahrir, in quanto i terroristi si facevano scudo col corpo degli inermi. In realtà, una vera commissione di indagine internazionale non si è potuta insediare per l’opposizione di Russia e Cina. Mosca è ben felice di avere un governo amico. La Cina, d’altronde, sa che l’Uzbekistan è effettivamente una fucina di islamisti che attenta alla propria integrità territoriale, alimentando il separatismo nello Xinjiang musulmano. Poi c’è il problema energia. Per l’Uzbekistan passerà il gasdotto Central Asia – China che porterà dal Turkmenistan gas alla Cina (giungendo proprio nello Xinjiang) e verrà costruito dai cinesi e dalla Stroytransgaz russa, società del gruppo Gazprom di cui, fino alle ultime elezioni, era presidente l’attuale Capo di Stato russo Medvedev.

E’ ovvio che l’intervista di Yakubov non faccia piacere né ai russi, né ai cinesi, oltre che, ovviamente, a Karimov. L’ex 007 riferisce a RFE che il governo uzbeco “montava” abitualmente gli episodi di terrorismo ad arte, per legittimare interventi brutali e violenti atti, in realtà, a fiaccare l’opposizione e consolidare il dominio del presidente. Ad Andijan, quel giorno le cose non andarono diversamente: fu una strage pianificata; ed il numero degli ammazzati, poi ammassati nelle fosse comuni, ammonta addirittura a circa 1500 civili. L’ex spia avalla in toto l’analisi di Human Right Watch e di osservatori oculari da sempre vicini alle istanze di quella martoriata provincia, come Craig Murray, l’ex ambasciatore inglese a Tashkent.

Quando le carte di Yakubov verranno rese note, Karimov dovrà lavorare parecchio per convincere l’UE che lui non ne sapeva niente.

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The Right Woman

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 15, 2008

Perché le donne hanno più successo a destra? La provocazione è partita dalla sagace penna di Anne Perkins del Guardian ed è subito rimbalzata fra blogosfera ed editoriali di tutto il pianeta.

Sarah Palin è l’ultimo e più eclatante caso di Right Women for the job, sostiene la Perkins, giocando sul doppio significato di donna giusta per il posto e donna di destra.

C’è poco da fare: la Palin rappresenta tutto quanto una femminista degli anni 70 può odiare più dal profondo, memore dell’adagio di Simone De Beauvoir che le donne sono spesso le peggiori nemiche delle donne. La governatrice dell’Alaska è antiabortista, iperfamilista, clericale, tradizionalista e chi più ne ha più ne metta.

Certo. I casi selezionati dalla abile polemista corroborano la sua provocazione: a destra, Condoleeza Rice e Angela Merkel; a sinistra, la Perkins non cita il caso di politici di spicco donne e femministe, come la presidente finlandese Tarja Halonen. Mentre ricorda solo famose “trombate” come Hillary Clinton e Ségolène Royal, ma tant’è: ed un punto dolente è colto con sottile acume dalla giornalista del Guardian. Le donne, a destra, non devono esibire più il “patentino di femministe” per essere elette.

Mentre le politiche di destra apertamente si mostrano poco interessate ai temi cari al femminismo e vincono, quelle di sinistra fanno delle gender politics un punto fermo della loro agenda: e vengono trombate.
La polemica acquista ancora più spessore con riferimento agli States ed alla loro cultura politica comunitaria.
La Rice – pur essendo stata nominata e non eletta – non ne ha mai fatto una bandiera del suo essere nera e donna. La Clinton, invece, nelle primarie, cercava di catalizzare il voto femminile; mentre ora la Palin riscuote il massimo dei consensi (ma guarda un po!) proprio fra i maschi maturi, bianchi e conservatori.
Gli studi lo hanno dimostrato: prima del femminismo, erano le donne a scegliere testardamente politici, avvocati e medici maschi, infischiandosene di migliorare la condizione della Donna nella società.
Il femminismo, entrato nella cultura pop, ha cambiato un po’ le cose. Ma ora la situazione sta, forse, trasformandosi nuovamente. Anche in Italia.
Certo: da noi Stefania Prestigiacomo ha spesso cercato un consenso bipartisan su piattaforme femministe. Ma qualora la cultura femminista – anche in una versione edulcorata, leggera e deradicalizzata – fosse stata ancora patrimonio civico, credete sarebbe stato possibile incardinare nel ministero delle pari opportunità un’ex-soubrette?

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Patto di Stabilità del Caucaso. Un ossimoro?

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 9, 2008

Il motivo della visita del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ad Ankara il primo settembre sarebbe dovuto essere legato soprattutto al Patto di Stabilità del Caucaso (PSC), l’accordo multilaterale lanciato dal premier turco Erdogan alcuni mesi fa. Ma ora le cose sono cambiate e l’obiettivo principale di Lavrov è quello di discutere della presenza di incrociatori americani nel Mar Nero per portare aiuti umanitari alla Georgia.

Anatoly Nogovitsyn, figura di spicco delle forze armate di Mosca, ha sottolineato alla stampa russa come in base ad un accordo del 1936 fra gli stati del mar Nero, le navi appartenenti a nazioni non litoranee, non possono rimanerci per più di 21 giorni.

Ricordare quel patto, in questo momento, più che un’operazione filologica di archeologia giuridica, sembra testimoniare il ritrovato interesse per Mosca per le politiche di sfera d’influenza. Ankara è avvisata.

Il recente conflitto russo-georgiano, d’altronde, preoccupa il governo Erdogan. Le pipeline che dal Caucaso giungono in Europa, attraverso la Turchia, sono state fatte passare per la Georgia, anche perché Tblisi era considerata una regione più stabile rispetto al versante azero ed armeno, soprattutto con riferimento al Nagorno-Karabakh, exclave armena rivendicata dall’Azerbaigian.

Attualmente la pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan, che passa di poco fuori l’area ossetina e che rappresenta l’interesse principale turco ed europeo nell’area, è rimasta intonsa. Ankara, però, già sta piangendo la distruzione del porto georgiano di Supsa, altro hub verso i porti turchi. Allo stesso modo, gli investimenti potrebbero fuggire dall’altro hub turco-georgiano, la pipeline Baku-Tbilisi-Erzurum.

In questo momento una pacificazione del conflitto armeno-azero per Ankara diviene fondamentale. Ciò non di meno la diplomazia turca è persuasa, molto probabilmente a torto, che possa riallacciare le relazioni con l’Armenia ancora da una posizione di forza; ovvero alle proprie condizioni. Il presidente turco Abdullah Gul ha infatti declinato l’invito del presidente armeno Serzh Sarkisian di assistere insieme all’incontro di calcio Turchia-Armenia del 6 settembre ad Erevan.

La Turchia, da tempo, non ha alcun rapporto diplomatico con l’Armenia né è disposta a riprendere i contatti fin quando l’Erevan non smetterà di alimentare il conflitto nel Karabakh e di delegittimare Ankara a livello internazionale attraverso, ad esempio, la questione del genocidio armeno, perpetrato all’epoca dell’impero Ottomano. Non è un mistero, infatti, che i recenti proclami dei parlamenti francese ed americano in merito a quel genocidio siano stati possibili grazie alle influenti lobby armene di Parigi e Washington.

In questa situazione di frammentazione, Mosca riesce facilmente ad esercitare una forte influenza anche su Ankara, grazie al proprio potenziale energetico. Ed ecco come un incontro del PSC può trasformarsi per Mosca in un’occasione per rivendicare la propria supremazia regionale.

E nonostante, storicamente, Ankara patteggi per Tblisi, l’influenza di Mosca impone al governo di Erdogan grande cautela, impedendogli di schierarsi apertamente con una delle parti del conflitto.

Nel frattempo la posizione assunta dall’UE, in occasione dell’incontro del primo settembre, è sicuramente un segnale positivo affinchè gli animi si plachino; anche se ci sono buone probabilità che alla fine l’integrità territoriale della Georgia verrà sacrificata sull’altare della stabilità della Transcaucasia.

La posizione intransigente degli Stati Uniti, invece, sembra dettata più da logiche interne alle lobby neocon che da una vera volontà di soluzione della crisi. I neocon, completamente sbugiardati su Afganistan ed Iraq e condannati ad essere ridimensionati da un’eventuale presidenza McCain, stanno tentando la carta della nuova guerra fredda per riguadagnare consensi. Una strategia statunitense di de-escalation della crisi, invece, sarebbe fondamentale e i frutti potrebbero essere colti subito. Gli Stati Uniti siedono con Russia e Francia, infatti nel Minsk Group, creato dall’OSCE per implementare il processo di pace nel Nagorno- Karabakh. Ricominciare a lavorare lì, per Washington, significherebbe annullare le già scarse probabilità che l’effetto Sud Ossezia si riverberi in quell’area e che magari l’Azerbaigian sferri un attacco contro gli armeni. L’altro temuto “effetto domino” che la recente crisi russo-georgiana potrebbe innescare è legato alla Moldavia. Anche lì ci sono separatisti filorussi nell’enclave della Transdniester che stanno guadando ai casi abcazo e osseto come dei precedenti da invocare. Ma il Transdniester non confina con la Russia. L’interesse di Mosca, per ora, è riconoscere solo delle porzioni di territori che possano servire come stati cuscinetto fra sé e l’Europa.

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Pakistan. Dalla padella alla brace?

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 2, 2008

Scegliere i buoni alleati, per un Paese i cui governi hanno fatto spesso della retorica del “Bene contro il male” il proprio slogan, può essere difficile.

La lunga lista di autocrati – prima paladini della Libertà, poi cialtroni o peggio assassini – spalleggiati dagli USA è lì a dimostrare scelte non sempre felici.
Né può valere la scusa che di volta in volta si sia optato, secondo realpolitik, per il meno peggio. Dover rovesciare regimi canaglia, come l’Iraq e l’Afganistan, che precedentemente proprio gli americani avevano finanziato e foraggiato, è la cartina al tornasole di scelte errate che possono trovare solo parziale giustificazione nel cambiamento della cornice delle relazioni internazionali.

Ora, un altro “fedele alleato contro la guerra al terrore”, come definito da George Bush, capitola. Pervez

Musharraf ha lasciato la presidenza del Pakistan. L’idea che fosse l’uomo giusto al posto giusto per rappresentare gli interessi occidentali ha sollevato molte perplessità.

L’Occidente, d’altronde, ha spesso guardato con compiacimento a certi militari. Garantivano stabilità e calavano dall’alto la democrazia in contesti dove libere elezioni avrebbero potuto portare al potere estremisti di varia foggia.

Eppure, per quanto discutibile Musharraf sia stato, forse, questa volta, l’uomo di Bush, era veramente il meno peggio; il Pakistan sta sprofondando, infatti, in una crisi per la quale la comunità internazionale rischia di dover rimpiangere il presidente dimissionario.

I critici dell’ex capo di Stato di Islamabad ne hanno sempre denunciato la doppiezza. Ed a ragione. E’ vero che Musharraf sia stato un “alleato contro la guerra al terrore”, ma è falso che sia stato anche “fedele”. I suoi

uomini, quando hanno potuto, hanno aiutato i talebani nella aeree pashtun fra Pakistan ed Afganistan.

Il presidente, inoltre, ha costantemente fiaccato l’opposizione interna liberale per proporsi come l’unica alternativa “democratica” ai partiti islamisti: alimentati per giustificare la sua presenza.

Nell’opinione pubblica locale, inoltre, si è saldata una pericolosa identità fra guerra al terrorismo e Musharraf; e dato che il presidente è assolutamente inviso a buona parte del Paese, tale discredito si è ro

vesciato su tutta la politica internazionale pakistana filoamericana.

Il nuovo governo di Islamabad eletto a febbraio, infatti, ha fatto tutto il possibile per prendere le distanze dalla possibilità che la guerra continui.
In un Paese dove – secondo le stime di Terror Free Tomorrow – Osama Bin Laden è più popolare di Musharraf, le dimissioni di quest’ultimo, incalzato dall’impeachment promosso dalle opposizioni, erano un atto dovuto.

Senza Musharraf, allora, il Pakistan cadrà in mano islamista?

Non ostante il supporto popolare per l’estremismo islamico, c’è ancora una maggioranza moderata nel Paese che può favorire una vera transizione verso un regime democratico. I due partiti principali, Partito Popolare (PP) e anche la Lega Islamica Pakistana (LIP), sono in gran parte moderati o possono essere ricondotti

nell’alveo di politiche non necessariamente radicali.
L’uscita di scena di Musharraf potrebbe innescare un’evoluzione democratica se solo i due maggiori partiti riuscissero a fare le riforme insieme; cosa, però, resa più difficoltosa dai tesissimi rapporti fra le due leadership.

L’annuncio del 27 agosto di Nawaz Sharif, il leader della LIP, di abbandonare la coalizione col PP, infatti,

potrebbe portare alla vittoria nelle elezioni del leader popolare Asif Zardari, rideterminando una situazione paragonabile, se non peggiore, a quella di Musharraf.
Zardari, vedovo della Bhutto, non solo è un personaggio impresentabile con pesantissime accuse di corruzione ed omicidi, ma è malato di demenza e soffre di vari disordini mentali; senza l’accordo con il LIP, Zardari potrebbe non riformare la presidenza ed abusare del sistema di potere messo su da Musharraf, precipitando il Pakistan in una situazione insostenibile.

La defezione di Sharif è d’altronde legata alla sua richiesta di reintegrazione dei giudici licenziati da Musharraf quando, lo scorso novembre, dichiarò lo stato d’emergenza. Ed è su questo punto che Zardari ha fatto retromarcia: temendo che i togati possano amnistiare Sharif, attualmente ineleggibile, e consentirgli di concorrere per la presidenza.

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