Eccessi di regolamentazione o laissez faire sono ugualmente deleteri. La Fed è stata lassista? Forse. Ma le banche universali hanno creato una situazione di conflitto d’interessi sistemico.
Con la recente crisi finanziaria americana siamo tornati al capitalismo di Stato? E’ la fine del mercato?
In realtà, la storia del capitalismo ci suggerisce una cosa diversa. Stato e mercato sono due poli dialettici che dovrebbero stare in equilibrio fra di loro.

Se la vita è un pendolo che oscilla fra noia e dolore, come diceva Schopenhauer, l’economia capitalistica oscilla più prosaicamente fra regolamentazione e laissez faire; a volte allontanandoci sia dalla noia che dal dolore, grazie alla ricchezza che il capitalismo stesso riesce a produrre.
Quante accuse ha ricevuto nella storia l’economia di mercato? Innumerevoli: basta rileggersi Marx, Lenin, Nyerere e Polany ; eppure nessun sistema è riuscito a produrre tanta ricchezza come il capitalismo stesso. E tutte le “terze vie”, alla fine, sono state sconfitte dalla Storia.
Se sono accorti anche i suoi più acerrimi nemici che hanno, in seguito, individuato le cause dei costi sociali del capitalismo stesso nel liberismo. Keynes dimostra che non è il mercato lasciato a sé stesso che può ottenere le prestazioni migliori e il ruolo dello Stato è fondamentale non solo per garantire maggiore equità ma per far funzionare il capitalismo stesso in modo più efficiente. In quel periodo storico il pendolo si muoveva verso il polo della regolamentazione; fin quando gli eccessi di interventismo statale in economia non ridanno fiato alle trombe dei neoclassici.
Negli anni 80, i governi Reagan e Thatcher, prima degli altri, pongono l’accento sulla necessità della deregulation. Il capitalismo, imbolsito da un capitalismo di Stato elefantiaco, ha bisogno di più mercato, più innovazione, anche a costo di far pagare alle classi più deboli i costi per una ristrutturazione dell’economia. Gli economisti della scuola di Chicago, i marginalisti, i public choice sostengono, semplicemente, che i fallimenti dello Stato, in economia, siano peggiori di quelli del mercato. La crisi dell’Alitalia starebbe lì a dimostrarlo. Una società sull’orlo del fallimento perché protetta dal “piede invisibile del mercato”, pronto a buttarti fuori se non sei competitivo, allattata dalla tetta di uno Stato paternalistico che ha utilizzato l’azienda per piazzare chi, di volta in volta, votava la maggioranza di governo. Eppure la crisi americana ci dice il contrario. Anche un eccesso di laissez faire può essere dannoso.
C’è chi, autorevolmente, dissente. Ostellino, dalle pagine del Corsera, punta il dito contro la Fed e la sua politica monetaria sbagliata: troppo espansiva.
E’ assolutamente vero che Greenspan abbia schiacciato troppo sull’acceleratore abbassando i tassi d’interesse – mentre, di converso, la BCE pratica una politica di segno opposto – ma, a monte, è un sistema troppo deregolamentato che è stato messo in discussione.
In effetti, con il ritorno dei paladini del laissez faire nella stanza dei bottoni – ritorno che ha coinciso con la vittoria di una scuola economica che è bipartisan, capace di stare sia a destra che a sinistra – il pendolo, in America, si è spinto troppo verso la deregulation. Questa crisi è innanzitutto finanziaria, certo. La crisi dei creativi maghi della borsa.
Si è puntato troppo sui titoli sintetici, con gli infausti subprime dentro. Ma, in realtà, è il ruolo del regolatore (lo Stato) che è stato troppo depotenziato. Si pensi alla graduale abrogazione del Glass-Steagall Act, non a caso, iniziata da Reagan e perfezionata da Clinton. La rigida distinzione fra banche d’affari e commerciali che il Glass-Steagall Act istituiva affidava anche al mercato una funzione di controllo: le banche d’affari valutavano da una posizione di terzietà le banche commerciali. La nascita delle banche universali fa sì che la vigilanza sia affidata esclusivamente ad agenzie di rating od autorità pubbliche; ed è probabile che ciò sia troppo poco se è vero che Moody’s ha declassato il debito di Lehman Brothers solo dopo il fallimento ed il regolatore pubblico si trova ad osservare i fenomeni spesso da una situazione di cronica asimmetria informativa.
Ecco, allora, che l’analogia con la crisi del 29 si rafforza: ed, in entrambi i casi, si tratta di una crisi del laissez faire. Il Glass-Steagall Act, infatti, fu la misura presa da Roosevelt per sciogliere questo intreccio fra le banche che fu fra le cause principali della Grande Depressione. E bisogna guardare a questo intreccio per risolvere a livello di sistema l’attuale crisi.
Il modello basato sullo stesso Glass-Steagall Act, d’altronde, è stato messo in soffitta per una serie di pressioni lobbistiche che hanno denunciato non una pervasività, un eccesso di Stato, ma una grande debolezza della politica, caduta sotto i colpi di gruppi d’interesse finanziari. Quando, nel 1998, Citibank completò la fusione con Travelers, l’amministrazione Clinton non trovò di meglio che accettare ex post il fatto con il Gramm-Leach-Bliley Act.
Quel capitalismo sconfitto dal New Deal c’aveva messo 70 anni per rispuntare fuori. E sono bastati solo altri dieci anni per verificare nuovamente che non è praticabile.
(pubblicato su Notizie Verdi)



































Berlusconi – Vezzali e la politica dell’Eros
Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 19, 2008
Le femministe devono farsene una ragione. Il patriarca piace alle ragazzine. Come non vedere negli occhi della Vezzali un irresistibile fremito erotico mentre sibila a Berlusconi “da lei mi farei toccare”, nonostante tutte le smentite della giovane poliziotta intenta a convincerci che si è trattato solo di un malinteso? Gli occhi le si accendevano di desiderio mentre, timorosa, indietreggiava di fronte ad un premier fisicamente basso, ma simbolicamente vigoroso ed imponente come in una arcaica falloforia. Esagero? Forse. Ma la battuta dell’atleta olimpica è un’ulteriore dimostrazione della capacità di Berlusconi di innovare il linguaggio come nessun altro. E di trasformare la sua neolingua nel senso comune. Adoperata dagli altri.
La Vezzali, infatti, non lo sa: ma ha parlato il Berluskonese.
La lingua e le parole, secondo l’ipotesi Sapir-Whorf, influenzano anche la nostra facoltà di pensare il mondo e lo sanno bene le femministe americane che hanno posto questo problema come un aspetto centrale nella lotta contro le discriminazioni di genere. Berlusconi, d’altronde, ha fatto della sua azione palingenetica e rinnovatrice un carattere fondamentale del suo impegno politico: e questo impegno si è manifestato anche nella lingua.
Il cavaliere ha saldato compiutamente e meglio di altri la politica allo sport e al maschilismo. La sua è stata una “discesa in campo”, affianco alla sua “squadra” di “azzurri” per salvare l’Italia.
La società occidentale, già dalla Grecia arcaica, accoppiava simbolicamente lo sport alla guerra che – come ci ricorda l’amara definizione di Von Clausewitz per la quale “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” – era consustanziale alla politica.
La forza fisica era forza atletica e militare e, quindi, politica. Nelle comunità arcaiche contrassegnate dalla fragilità della vita, la forza, era prerequisito per il bios (la vita) e la cifra della virilità (da vis, forza).
Ci ricorda, d’altronde, Sergio Dagradi che “da un punto di vista psicoanalitico, lo sviluppo della capacità di eccitare e controllare l’energia vitale è parallela all’elaborazione di forme sociali di amministrazione dell’angoscia in presenza della morte […]: l’origine e lo sviluppo dello sport si è accompagnato, conseguentemente, al sorgere di ritualità sociali volte a rafforzare appunto i meccanismi di difesa individuali dinnanzi all’ansia psicotica generata dalla presenza della morte”.
Non deve stupire, quindi, se l’hooligan allo stadio riproduce una simbologia di morte, violenza e guerra simulata e tutto questo si accompagni ad un tentativo di politicizzazione della cultura ultras. E’ dal Novecento, d’altronde, che si assiste ad un uso politico dello sport utilizzato come canale d’espressione del nazionalismo. L’ossessione delle grandi nazioni militari di essere anche grandi nazioni di atleti è lì a dimostrarlo. Basta leggersi il medagliere olimpico che riproduce fedelmente le capacità militari dei Paesi.
La forza di Berlusconi è quella di esplicitare, fondere, strumentalizzare pulsioni psicanalitiche, linguistiche e sociali e dare loro forma concreta nella sua Weltanshaung; ma sarebbe meglio dire “vision”, con termine aziendalista.
Il nostro premier non inventa niente; i capi carismatici si fanno riprendere a torso nudo a trebbiare il grano. E le cronache scandalistiche sono piene di riferimenti al fisico scultoreo di Aznar. Ma è il modo in cui tutto questo viene proposto da Berlusconi ad essere assolutamente innovativo.
Il nostro premier è forte, atletico e giovane: è il team leader born to win, come riconosce la Vezzali quando dice “l’Italia ha bisogno di persone come lei e come me che tutti i giorni si allenano con fatica per raggiungere la vittoria”, rafforzando l’analogia atleta/politico. E’ anche maschio e sciupafemmine. Scatta, dribbla, fra un complimento alla Carfagna ed uno alla Merkel.
Il duce era famoso per essere focoso. E di ogni re sono note le amanti. Ma solo Berlusconi instilla nel discorso pubblico gocce di eros, complimenti e sguardi languidi. Portando Veronica Lario a rendere pubblica la sua riprovazione. I confini fra privato e pubblico sono scomparsi.
C’è poco da fare: il nostro premier ha già toccato e vinto la Vezzali. Il suo “nuovo miracolo italiano” è questo. Ci ha convinti che è bello, giovane, forte ed atletico. Oltre che potente.
(pubblicato su Notizie Verdi)
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