Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Pakistan. Dalla padella alla brace?

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 2, 2008

Scegliere i buoni alleati, per un Paese i cui governi hanno fatto spesso della retorica del “Bene contro il male” il proprio slogan, può essere difficile.

La lunga lista di autocrati – prima paladini della Libertà, poi cialtroni o peggio assassini – spalleggiati dagli USA è lì a dimostrare scelte non sempre felici.
Né può valere la scusa che di volta in volta si sia optato, secondo realpolitik, per il meno peggio. Dover rovesciare regimi canaglia, come l’Iraq e l’Afganistan, che precedentemente proprio gli americani avevano finanziato e foraggiato, è la cartina al tornasole di scelte errate che possono trovare solo parziale giustificazione nel cambiamento della cornice delle relazioni internazionali.

Ora, un altro “fedele alleato contro la guerra al terrore”, come definito da George Bush, capitola. Pervez

Musharraf ha lasciato la presidenza del Pakistan. L’idea che fosse l’uomo giusto al posto giusto per rappresentare gli interessi occidentali ha sollevato molte perplessità.

L’Occidente, d’altronde, ha spesso guardato con compiacimento a certi militari. Garantivano stabilità e calavano dall’alto la democrazia in contesti dove libere elezioni avrebbero potuto portare al potere estremisti di varia foggia.

Eppure, per quanto discutibile Musharraf sia stato, forse, questa volta, l’uomo di Bush, era veramente il meno peggio; il Pakistan sta sprofondando, infatti, in una crisi per la quale la comunità internazionale rischia di dover rimpiangere il presidente dimissionario.

I critici dell’ex capo di Stato di Islamabad ne hanno sempre denunciato la doppiezza. Ed a ragione. E’ vero che Musharraf sia stato un “alleato contro la guerra al terrore”, ma è falso che sia stato anche “fedele”. I suoi

uomini, quando hanno potuto, hanno aiutato i talebani nella aeree pashtun fra Pakistan ed Afganistan.

Il presidente, inoltre, ha costantemente fiaccato l’opposizione interna liberale per proporsi come l’unica alternativa “democratica” ai partiti islamisti: alimentati per giustificare la sua presenza.

Nell’opinione pubblica locale, inoltre, si è saldata una pericolosa identità fra guerra al terrorismo e Musharraf; e dato che il presidente è assolutamente inviso a buona parte del Paese, tale discredito si è ro

vesciato su tutta la politica internazionale pakistana filoamericana.

Il nuovo governo di Islamabad eletto a febbraio, infatti, ha fatto tutto il possibile per prendere le distanze dalla possibilità che la guerra continui.
In un Paese dove – secondo le stime di Terror Free Tomorrow – Osama Bin Laden è più popolare di Musharraf, le dimissioni di quest’ultimo, incalzato dall’impeachment promosso dalle opposizioni, erano un atto dovuto.

Senza Musharraf, allora, il Pakistan cadrà in mano islamista?

Non ostante il supporto popolare per l’estremismo islamico, c’è ancora una maggioranza moderata nel Paese che può favorire una vera transizione verso un regime democratico. I due partiti principali, Partito Popolare (PP) e anche la Lega Islamica Pakistana (LIP), sono in gran parte moderati o possono essere ricondotti

nell’alveo di politiche non necessariamente radicali.
L’uscita di scena di Musharraf potrebbe innescare un’evoluzione democratica se solo i due maggiori partiti riuscissero a fare le riforme insieme; cosa, però, resa più difficoltosa dai tesissimi rapporti fra le due leadership.

L’annuncio del 27 agosto di Nawaz Sharif, il leader della LIP, di abbandonare la coalizione col PP, infatti,

potrebbe portare alla vittoria nelle elezioni del leader popolare Asif Zardari, rideterminando una situazione paragonabile, se non peggiore, a quella di Musharraf.
Zardari, vedovo della Bhutto, non solo è un personaggio impresentabile con pesantissime accuse di corruzione ed omicidi, ma è malato di demenza e soffre di vari disordini mentali; senza l’accordo con il LIP, Zardari potrebbe non riformare la presidenza ed abusare del sistema di potere messo su da Musharraf, precipitando il Pakistan in una situazione insostenibile.

La defezione di Sharif è d’altronde legata alla sua richiesta di reintegrazione dei giudici licenziati da Musharraf quando, lo scorso novembre, dichiarò lo stato d’emergenza. Ed è su questo punto che Zardari ha fatto retromarcia: temendo che i togati possano amnistiare Sharif, attualmente ineleggibile, e consentirgli di concorrere per la presidenza.

Lascia una Risposta

XHTML: Puoi usare questi tag: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <pre> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>