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Archivio per Ottobre 2008

Nabucco, non canta piu?

Pubblicato da brasseriefoucault su Ottobre 24, 2008

Nabucco potrebbe essere l’unico gasdotto per l’Ue ad utilizzare gas non russo. Ma il progetto si arena. Tutto dipende dalla crisi del Caucaso e dalle scelte politiche degli swingin’ states. Sullo sfondo, gli interessi di Russia e Usa. La Bulgaria sembra puntare su South Stream.

Prendere una stecca all’opera può risultare fatale. I Paesi europei che si erano dimostrati inizialmente interessati a partecipare alla gasdotto Nabucco, incominciano, ora, a manifestare molte perplessità: perché i gas dell’Azerbaigian, dopo il conflitto russo georgiano, hanno iniziato ad essere dirottati attraverso Russia ed Iran.

Foto di Svetla Marinova, EurasiaNet

La bulgara Bulgargas, proprietaria la 16,7 per cento di Nabucco, sta negoziando con Gazprom per partecipare al progetto russo-italiano South Stream, il grande hub alternativo e rivale alla pipeline “verdiana”.

Il ministro degli Esteri di Sofia, Milen Keremidchiev, ha dichiarato a Rfe che il futuro di Nabucco è “lontano”, mentre South Stream è l’opzione più realistica.

La Bulgaria, come la maggior parte dei Paesi europei, desidera emanciparsi dal giogo energetico russo. Ma presta molta attenzione a non indispettire Mosca, dalla quale dipende per le forniture energetiche.

La cosa più interessante è che le assicurazioni di Putin e Medvedev sulla Georgia sono state smentite dai fatti.
All’indomani del conflitto per Abcazia ed Ossezia, il Cremlino subito precisava che le aree dove passava il gasdotto Transcaucasico – destinato ad alimentare Nabucco – non erano state coinvolte dalle operazioni militari, né alcun tipo di danno era stato causato alle condotte. Una sorta di excusatio non petita:

Mosca era consapevole che la Ue, fra le cause del conflitto, riteneva ci fosse il desiderio di bloccare i tentativi occidentali di costruire un’alternativa energetica alle forniture russe.

Il Cremlino, invece, sin da subito, puntava il dito contro la condotta scellerata della Georgia, per la quale le truppe russe erano state “costrette ad intervenire”. Ma, alla fine, la realtà dei fatti è un’altra. A prescindere dall’ipotesi che la Russia sia intervenuta in Georgia con l’idea di bloccare o meno Nabucco, la pipeline europea smette di “cantare”.

La situazione di grande instabilità territoriale del Caucaso – presente dai tempi del crollo dell’URSS, ma acuitasi in seguito alla guerra russo-georgiana – frena i progetti europei.

Visto che è lecito supporre una relazione fra conflitti, gas-oliodotti e geopolitica, vale la pena disegnare la mappa delle pipeline nella regione.

Foto di proprietà dell’Economist

La rete nasce a Baku, in Azerbaigian. Da lì parte la South Caucasus pipeline che bypassa l’Armenia – altro Paese ritenuto instabile dal punto di vista politico ed in conflitto con l’Azerbaigian per il Nagorno-Karabach – ed attraversa la Georgia, passando a sud di Tblisi.

Non siamo né in Ossezia, né in Abcazia: ciò non ostante anche la Georgia non sembra più un posto così sicuro per far passare un gasdotto strategico. Il South Caucasus, lasciatosi alle spalle la Georgia entra in Turchia: da qui potrebbe raggiungere l’Europa via mare, attraverso il porto di Cehyan, o immettendosi, all’altezza di Erzurum, finalmente, dentro Nabucco.

Il progetto prevede che Nabucco attraversi il Bosforo e, passando per Bulgaria, Romania, Ungheria, arrivi a Baumgarten an der March, in Austria.

Se Nabucco frena, l’unica alternativa sarà South Stream; si tratta di un ambizioso progetto russo-italiano, compartecipato da Eni e Gazprom; in questo caso le fonti energetiche russe passano per i fondali del Mar Nero e, giunti in Bulgaria, si immettono in due bretelle.

La rotta nord passa per Serbia, Ungheria e Slovenia; quella Sud giunge in Puglia, passando per Macedonia ed Albania.

Vale la pena notare che solo la coppia Nabucco-Trans Caucasian pipeline permetterebbe all’Ue di approvvigionarsi di risorse non russe. Attraverso la bretella del mar Caspio, infatti, Baku è direttamente collegata con gas e petrolio provenienti dal Medioriente.

Il destino energetico dell’Ue, quindi, passa dal Caucaso; ma non solo. Gli swingin’ states (ovvero i Paesi che oscillano ancora fra Occidente e Russia) sono fondamentali: si tratta di Ucraina, Moldavia, Bulgaria, Paesi Baltici e tutto il mosaico balcanico, diviso fra Serbia, fedele a Mosca, e Kosovo o Slovenia filoamericane.
Ma c’è di più. Nabucco, attraverso la Trans-Caspian pipeline, pomperà anche il petrolio dall’Iran. E questo agli USA non piace.

Alessio Postiglione – pubblicato su Notizie Verdi

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War Games ai Caraibi

Pubblicato da brasseriefoucault su Ottobre 15, 2008

Esercitazioni navali delle flotte russa e venezuelana. Si rischia una nuova crisi?
E’ una semplice ritorsione contro gli Stati Uniti dopo le tensioni su Scudo spaziale, Kosovo e Georgia? La Russia sta allungando i suoi artigli sul Sud America. Ma, soprattutto, sta mettendo su un fronte la cui forza è il petrolio.

Vi sentireste al sicuro se il vostro vicino fosse un appassionato di giochi pirotecnici? E se nel suo cortile, dietro alla vostra casa, avesse un fantastico arsenale di petardi?

La situazione, per gli Stati Uniti, fra poco, sarà questa. La settimana scorsa i governi russo e venezuelano hanno messo a punto gran parte del programma di esercitazioni militari che le flotte dei due Paesi terranno congiuntamente, a novembre, nei Carabi.

Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, ha dichiarato alla ‘Rossiiskaya gazeta‘ che “Russia e Venezuela non hanno intenzione di attaccare nessuno, coopereranno sulla base del diritto internazionale” e il gesto non ha nessun significato aggressivo. Peccato che l’esercitazione avvenga in un mare considerato “il cortile” degli States, in ossequio alla dottrina Monroe per la quale l’emisfero Atlantico è di interesse strategico americano.

Il governo russo ha, inoltre, incominciato ad usare il potenziale energetico nazionale per tessere una nuova trama diplomatica con Paesi tradizionalmente vicini agli Stati Uniti, come Messico e Colombia; entrambi visitati da Lavrov in recentissimi incontri bilaterali. Nonostante le assicurazioni del ministro degli Esteri russo, quindi, gli americani hanno buon gioco nel sostenere si stia delineando una strategia per lo meno di provocazione, seppur non di aperta aggressività. E’ colpa, forse, degli stessi americani?

L’affaire dello Scudo spaziale, in fin dei conti, è stato portato avanti unilateralmente dal governo Bush; gli americani hanno siglato gli accordi con Polonia e Repubblica Ceca, portando “i loro fuochi pirotecnici” nel cortile russo.
In realtà già oggi l’America Latina è il terzo più grande mercato per la Russia; la degenerazione dei rapporti russo-americani, in seguito all’indipendenza del Kosovo, alla crisi georgiana e allo Scudo spaziale, non po’ quindi da sola spiegare interamente il forte interesse di Mosca per il Sud America.

Di certo, oggi, il Cremlino può impudicamente controbattere ai colpi di forza statunitensi, dichiarando “punteremo i missili russi sull’Europa”, anche grazie alla condotta hawkish dell’amministrazione Bush. Ma non è neanche plausibile ipotizzare ci sia stata scientemente una strategia russa di “invadere il cortile americano” in Sud America.

Gli States, già da alcuni anni, avevano allentato i propri legami con l’emisfero Sud.
Robert Munks, del Jane’s Information Group, ha infatti dichiarato a Radio Free Europe che “Quello a cui stiamo assistendo è che, quando l’egemonia regionale incomincia a diminuire, c’è un processo naturale di riempimento di vuoti da parte di quelle nazioni che stanno cercando di sfruttare le opportunità che sono emerse con il ritiro statunitense dalla regione”.

Un vuoto che fisiologicamente viene riempito? Soltanto?
Venezuela, Russia, Cina ed Iran condividono un progetto di nuovi equilibri multipolari. Ma se esiste un asse così forte fra questi Paesi, e non con il Brasile di Lula, ad esempio, che pure condivide un progetto strategico multipolare, un motivo ci sarà.

Oltre alla fisiologia delle cose, la spiegazione la si può trovare anche nella volizione dei leader di questi Paesi. Terzomondismo, una nuova caricatura del socialismo reale o semplice antiamericanismo? Forse, solo capacità di fare bene i conti.
Russia, Cina, Iran e Venezuela sono rispettivamente il secondo, il quarto, il quinto e il nono produttore di petrolio al mondo. Questi Paesi, ad eccezione della Cina, sono anche degli ottimi esportatori; la Russia è il secondo maggiore esportatore dopo l’Arabia Saudita. La forza di quest’asse, quindi, è soprattutto petrolifera. E petrolifera è la maggiore debolezza degli USA: a causa di un sistema economico che brucia di più di quanto può permettersi. Nonostante gli Stati Uniti siano il terzo maggior produttore di oro nero, sono anche il maggior importatore al mondo. Il consumo totale di barili al giorno, infatti, è per gli Stati Uniti quasi di 21.000. Al secondo posto è la Cina ma solo con solo 7.200 barili. Ecco perché l’idea che il Messico, sesto maggiore produttore di petrolio al mondo, si segga al tavolo con Medved e Chavez leva il sonno a Washington.

Alessio Postiglione - pubblicato su Notizie Verdi

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E’ Khamenei che muove i fili

Pubblicato da brasseriefoucault su Ottobre 15, 2008

La politica antioccidentale iraniana? Le opinioni pubbliche incolpano Ahmadinejad, ma non è solo lui il problema.
L’ayatollah Ali Khamenei controlla tutto il sistema politico e sociale. Apparentemente ci sono dei contropoteri: in realtà li sceglie sempre lui. Un vero cambio politico non può avvenire solo con una nuova presidenza.

Quante sortite infelici ha fatto fin d’ora Ahmadinejad? L’opinione pubblica occidentale ha perso il conto. Nonostante le sue grette pochade sul concorso di barzellette sull’Olocausto, però, i media occidentali hanno imparato a prenderlo sul serio. Ahmadinejad è il responsabile della condotta politica iraniana, ogni giorno sempre più antioccidentale, militarista ed aggressiva. Ma forse, in Occidente, c’è il rischio di prenderlo anche troppo sul serio.


Semplicemente perché il presidente non è l’unico responsabile della politica nazionale. Anzi, non è avventato sostenere, egli è solo un fine interprete di un disegno strategico che ha nell’ayatollah Ali Khamenei l’architetto principale.
L’organizzazione costituzionale dello Stato iraniano è, infatti, una piramide formalmente bicefala ma, in realtà, centrata fortemente sul potere assoluto del wali-e fiqiyye, la Guida Suprema: l’ayatollah Khamenei.

La Guida, infatti, viene eletta a vita dall’Assemblea degli Esperti che avrebbe il potere di supervisionare l’operato di Khamenei e, al limite, di destituirlo.
L’Assemblea è votata dal popolo; peccato che sui membri dell’Assemblea, però, pesi il potere di veto del Consiglio dei Guardiani, per metà nominato dalla stessa Guida Suprema. Così il controllato controlla i controllori, impedendo di fatto il rovesciamento della posizione politica espressa dalla Guida in carica.

Il sistema iraniano, quindi, lascia spazio politico al presidente, eletto dal popolo, soltanto quando questi aderisce scrupolosamente alla politica delineata dalla Guida Suprema; esiste una situazione di conflitto costituzionale permanente e sistemico, ma non si vedono, però, crisi all’orizzonte; fino a questo momento Ahmadinejad e Khamenei hanno cantato all’unisono.

Dal 1989, suo anno di elezione a Guida Suprema, Khamenei è anche riuscito ad ampliare il suo potere. Il controllo viene esercitato de jure sui poteri esecutivo, legislativo e giudiziario, de facto, sull’economia o la cultura attraverso le Guardie della Rivoluzione, il cui capo viene scelto sempre dall’ubiquo ayatollah.

Sovrastimare la cifra politica di Ahmadinejad, d’altronde, può indurre l’Occidente in un errore marchiano; credere che cambiando il presidente, cambino le cose.
E’ dalla presidenza Rafsanjani, d’altronde, che Khamenei ha avocato la prerogativa di scegliere i ministri chiave. A tutto questo si aggiunge il potere di nominare i principali dirigenti amministrativi e le supreme cariche militari.
La Guida Suprema, inoltre, ha la facoltà di “scremare” il Parlamento dai candidati “non adatti”, attraverso il Consiglio dei Guardiani che deve vigilare sulla corretta applicazione della costituzione. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un capolavoro di contorsionismo costituzionale.
Il Consiglio è formato da sei giuristi nominati dalla Guida Suprema e da altri sei scelti dal Parlamento; scelti, però, da una rosa di eleggibili individuata dal Capo del potere giudiziario che è stato incardinato, pensate un po’?, sempre dalla Guida Suprema.

Se tutto ciò non bastasse a garantire la subordinazione del Parlamento alla linea politica di Khamenei, il Consiglio dei Guardiani ha sempre il potere di veto su ogni legge di iniziativa dei deputati. Di fronte alla costituzione sostanziale che vige in Iran, un vero cambio politico non può avvenire solo con una nuova presidenza. E’ bene ricordarselo. Chi muove i fili comanda.

Alessio Postiglione – (pubblicato su Notizie Verdi)

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