Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Archivio per Novembre 2008

Per l’Intelligence USA l’Impero americano è al collasso

Pubblicato da brasseriefoucault su Novembre 25, 2008

Il National Intelligence Council ha pubblicato “Global Trends 2025: A World Transformed”.
Il degrado ambientale è destinato a giocare il ruolo di variabile indipendente nella geopolitica del nuovo ordine mondiale. Un mondo multipolare? No, solo frammentato. Con l’Europa costretta a giocare un ruolo secondario.

L’intelligence americana ha pubblicato, il 20 novembre, un rilevante report nel quale si afferma che entro il 2025 potrebbe consumarsi il definitivo declino dell’attuale sistema internazionale basato sulla supremazia degli Stati Uniti e la centralità delle istituzioni democratiche e liberali. Una rivoluzione, non solo geopolitica, ma sociale e culturale; con la fine dell’egemonia delle nazioni democratiche e l’affermazione di Paesi né laici e secolarizzati, ma autocratici e illiberali; una rete di regimi, gestita da oligarchie, dittature, o, addirittura, da corporazioni criminali e mafie.

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Il report, chiamato “Global Trends 2025: A World Transformed”, è frutto del lavoro – durato quattro anni – del National Intelligence Council (NIC), organismo che dipende dal direttore del National Intelligence (DNI) e che supporta direttamente la presidenza degli Stati Uniti.
Global Trends descrive uno scenario non semplicemente multipolare ma frammentato, dove crescono esponenzialmente i conflitti per l’accaparramento delle risorse strategiche principali – in primis, cibo, acqua e petrolio -, sempre più scarse; si normalizza una situazione di instabilità endemica legata alla proliferazione di armi nucleari, soprattutto nel Medio oriente; si indeboliscono gli organismi internazionali che ricoprono funzioni arbitrali e di global governance . “La diffusione del modello occidentale di economia liberale, democrazia e secolarismo […] che molti considerano inevitabile, potrebbe perdere il giusto passo”, avverte il report.

Si delinea una rivincita dello Stato, di tipo autocratico però, contro il mercato: “La ricchezza non si sta semplicemente muovendo da Occidente ad Oriente, ma tende a concentrarsi sotto il controllo dei governi”.
La questione ambientale sembra giocare il ruolo di variabile indipendente; il fattore in grado di influenzare in modo decisivo attori, strategie e reazioni. Dal degrado del pianeta, infatti, dipendono le crisi alimentari e la siccità che sono la causa della diffusione dei micro conflitti e dell’indebolimento delle istituzioni democratiche.

Un problema non solo per il Sud del mondo. Il report tratteggia uno scenario da blockbuster catastrofista, dove cloverfield– nel 2020 – si immagina la Casa Bianca impegnata a contrastare un uragano che spazza New York City.
Inoltre, il depotenziamento degli organismi internazionali e delle democrazie rende molto più complicato affrontare la questione del cambiamento climatico, incentivando i comportamenti di free riding da parte di molti attori della Comunità internazionale.

In pratica, i regimi non democratici aspettano che siano le democrazie a realizzare quelle misure atte a contenere l’inquinamento, per beneficiare del miglioramento della situazione ambientale e scaricare i costi sugli altri. Mentre i regimi continuano a crescere in modo insostenibile.

L’incapacità di far valere per tutti regole condivise, ovviamente, può portare l’intero sistema in un circolo vizioso.
Il NIC sottolinea che la scelta, indicata da Obama in campagna elettorale, verso il multilateralismo è quella giusta; ma sarà sempre più difficile per la presidenza degli Stati Uniti realizzare un’agenda condivisa: il consenso dovrà essere ricercato, estenuantemente, punto per punto.

Il report, inoltre, ridisegna una nuova geopolitica.
Le regioni cruciali, nel 2025, saranno la Russia e il Medio oriente. Ma saranno anche le aree più tempestate dai micro conflitti permanenti.
Le nazioni più influenti, invece, saranno Cina, India e Brasile: il cui potere sarà stato guadagnato alle spese degli Usa. Obama è avvisato.
E l’Europa?
Per il NIC, la Ue, incapace di colmare il “democracy gap” fra cittadini e istituzioni, sembra destinata al ruolo di “gigante azzoppato”. Ancora importante economicamente, ma ridotta allo status di nano diplomatico.

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Zapatero difende Repsol

Pubblicato da brasseriefoucault su Novembre 25, 2008

Un caso diplomatico fra Madrid e il Cremino o isteria mediatica? Qual è il ruolo degli Stati nelle transazioni commerciali fra aziende petrolifere?
Nella Ue c’è una grande la distanza fra i Paesi “unbundling” e i regimi Iso o Ito.

Il governo Zapatero ha dichiarato ai media spagnoli che intende opporsi al tentativo di ingresso di una multinazionale russa del petrolio nella società iberica Repsol YPF. La posizione ufficiale del governo è stata assunta giovedì scorso, al termine della visita ufficiale a Madrid del vicepresidente russo Alexander Zhukov; nonostante le dichiarazioni dell’esecutivo Zapatero – spalleggiato anche dall’opposizione di Mariano Rajoy – sul piano russo aleggiano alcuni dubbi.

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Zhukov, infatti, non avrebbe parlato dell’operazione con Zapatero. Nell’ambito dell’incontro con il ministro dell’Industria Miguel Sebastián, invece, il vicepresidente russo avrebbe riferito che esiste un forte interesse di Gazprom a rilevare il 20% di Repsol in mano della Sacyr Vallehermoso, una delle maggiori imprese edili di Spagna.
Lo stesso Zhukov, inoltre, ha accennato all’operazione come una sorta di indiscrezione della quale egli era completamente all’oscuro, al fine di ottenere maggiori informazioni proprio dagli spagnoli. Sebastián, in seguito, ha incontrato Luis del Rivero, presidente di Sacyr, e Antonio Brufau, presidente di Repsol, per fare luce sulla faccenda; i due industriali precisavano che non c’era nessun tipo di accordo commerciale con Gazprom; tuttavia c’è un tavolo di negoziazione attualmente aperto con Lukoil, altro gigante russo dell’energia. Zhukov, ora, è tornato in Russia e né il Cremino, né nessuna delle multinazionali russe tirate in ballo rilasciano dichiarazioni ufficiali. Ciò non di meno la stampa iberica ha montato un caso: “Zhukov si è sbagliato? Ha mentito? E’ un tentativo di depistaggio?”; questo è il tenore degli interventi dei giornalisti. Nel frattempo governo e opposizione sono uniti nel dichiarare che non intendono lasciar penetrare una multinazionale russa nella “compagnia di bandiera”.

L’affaire, però, comporta ancora altre questioni. Che cosa succede al libero mercato? E’ ammissibile che il governo russo si inserisca in trattative commerciali che hanno per protagonista aziende private? E’, d’altra parte, accettabile che i governi nazionali “blocchino” le scalate di compagnie straniere?
Sul tema dell’energia, la Ue ha assunto una posizione non definitiva e atipica; frutto di estenuanti compromessi fra chi ritiene che possa esistere un libero mercato dell’energia e chi crede che gli Stati debbano, piuttosto, regolare gli interessi dei privati per perseguire una politica nazionale energetica.

Il regime attuale, il così detto “level playing field”, impedisce solo alle multinazionali dell’energia europee di acquisire il controllo delle reti di trasmissione e trasporto dell’elettricità e del gas negli Stati membri che realizzano un sistema interno di “full ownership unbundling”; in questo sistema, gli Stati “unbundling” sono quelli più “liberisti” e che hanno creato un mercato interno concorrenziale dove vige la piena separazione proprietaria fra le attività di produzione e fornitura di energia e la sua trasmissione o trasporto.

Gli altri Stati membri “non liberali” possono adottare due sistemi di regolazione del mercato dell’energia: nel modello Iso (Independent system operator), l’azienda che possiede la rete ne affida la gestione ad una compagnia terza ed indipendente.
Nel modello Ito (Independent transmission operator), la società proprietaria delle reti affida la gestione della rete stessa ad una compagnia che può essere legata all’azienda proprietaria, a condizione che l’Authority sull’energia disponga di poteri adeguati di sorveglianza.
Solo pochi mesi fa, la Commissione aveva proposto una clausola anti-Gazprom per la quale la regola dell’ “unbundling” valeva anche per le acquisizioni da parte di colossi energetici extra Ue. La clausola, fortemente osteggiata dalla Germania, è stata tagliata; con il paradosso che chi è fuori dalle regole Ue ha la vita più facile, anche in Eurolandia. Ciò non ostante, anche se la Commissione non può intervenire contro gli Stati terzi, lo può fare lo Stato membro in base al principio di reciprocità; se la Russia non apre il proprio mercato energetico alla Spagna, Madrid può bloccare l’operazione.

Il caso montato sulle strane dichiarazioni di Zhukov, però, è la spia di una situazione molto più complessa. Resa ancora più difficile dalla confusione normativa che si è creata per l’impossibilità di trovare una posizione condivisa in sede europea. I colossi energetici russi, d’altronde, sono così forti che lo stesso Cremino potrebbe non essere costretto ad adottare misure protezionistiche contro compagnie targate Ue, a difesa del proprio mercato nazionale. E se la Russia non chiude il proprio mercato, cosa potranno fare i singoli Stati Ue per difendere le “compagnie di bandiera”?

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USA-Iran, l’ombra della guerra

Pubblicato da brasseriefoucault su Novembre 20, 2008

Prima delle elezioni il Bipartisan Policy Center ha pubblicato un report sul pericolo rappresentato dal programma nucleare iraniano. La guerra è un’opzione praticabile. Anche per i Democratici.

Una nuova guerra Stati Uniti-Iran è probabile. E’ quanto emerge da Meeting the Challenge: U.S. Policy Toward Iranian Nuclear Development, il report recentemente pubblicato dal Bipartisan Policy Center. Lo studio analizza le minacce poste alla sicurezza americana dall’Iran, a fronte del programma nucleare di Teheran, e suggerisce quali politiche debbano essere implementate dal governo degli Stati Uniti.
Il report precisa quali siano gli obiettivi diplomatici e quali gli strumenti da utilizzare, inclusi quelli militari.tehran1

Il Bipartisan Policy Center, da questo punto di vista, non è l’unico think tank che ritiene l’opzione militare praticabile. La pubblicazione del report, d’altronde, non è casuale. L’aver diffuso lo studio prima delle elezioni significava sottolineare con energia che l’intera strategia proposta era super partes ed ugualmente praticabile, chiunque venisse eletto fra Obama e McCain.

Infatti, Carol Giacomo, dalle pagine dell’Herald Tribune, il tre novembre, scriveva che “non è solo l’amministrazione Bush che prende in considerazione, anche solo teorica, la possibilità di una azione militare per fermare il programma nucleare iraniano. Nessun presidente scarterebbe questa possibilità e né Obama né McCain sono un’eccezione.”

Solo una parte dell’opinione pubblica americana è attualmente consapevole che la guerra aleggia a Washington; mentre il pubblico europeo sembrava credere che la guerra fosse possibile solo con McCain e non con Obama.

Ma il “broad consensus” raggiunto dai principali studiosi e politici americani svela una realtà diversa. Il Biparisan Policy Center, d’altronde, è stato fondato dagli ex senatori Repubblicani Robert Dole e Howard Baker e dai Democratici Tom Daschle e George Mitchell; mentre al report hanno partecipato sia il consigliere di Obama Dennis Ross sia Dan Coats, della squadra di McCain.

Lo studio rileva che il programma nucleare iraniano “non solo coinvolge la sicurezza nazionale americana, ma anche la pace e la stabilità nella regione, la sicurezza energetica, l’efficacia del multilateralismo e la difesa del regime basato sui trattati di non proliferazione nucleare”.

L’attacco al multilateralismo – lanciato sia dai Democratici che dai Repubblicani – è rivelatore; e si riferisce, in questo caso, soprattutto all’Europa.
La Ue, infatti, vuole evitare assolutamente tensioni con l’Iran. Molte lobby europee, infatti, puntano sulle risorse naturali persiane come alternativa alle attuali forniture russe, che operano in un regime di monopolio. Ecco che criticare il multilateralismo significa limitare l’azione diplomatica bilaterale fra USA ed Ue, fissando dei limiti precisi, a fronte dell’interesse europeo a praticare delle politiche di appeasement con l’attuale governo di Tehran.

“Meeting the Challenge”, comunque, è un documento ben diverso da altri analoghi redatti da lobby neocon all’epoca di Bush. L’opzione militare è, in questo studio, chiaramente identificata come l’extrema ratio. Ma è anche vero che “Meeting the Challenge” sottolinea, prima delle elezioni, come per “qualsiasi presidente” potrebbe non esserci né tempo né spazio per manovrare in autonomia sull’Iran. E’ per questo che il report enuclea le azioni diplomatiche da compiere – a partire dal primo giorno della nuova amministrazione – e ipotizza anche lo scenario di guerra probabile, qualora il governo americano fosse costretto a ricorrere al conflitto.

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Finanziaria snella, i conti della Ragioneria Generale dello Stato

Pubblicato da brasseriefoucault su Novembre 14, 2008

La Ragioneria dello Stato fa i conti e presenta il Rapporto. Economia, Ambiente e Mezzogiorno i più colpiti dal decreto 112.

Il Rapporto della Ragioneria Generale dello Stato, rielaborato dall’Ufficio studi della Camera, ha presentato, lo scorso 30 settembre, i conti della nuova manovra triennale, secondo quanto contemplato dal decreto legge 112/2008, all’articolo 60.

Dal Rapporto emergono pesanti tagli, in primis per il ministero dell’Economia. A seguire abbiamo il ministero dello Sviluppo economico – 23% in meno – e Ambiente – meno 18% -; grazie al lavoro della Ragioneria è possibile stimare la portata stessa del decreto che, per la prima volta nella storia della Repubblica, anticipa la legge Finanziaria ed inaugura una nuova gestione governativa della contabilità tramite la decretazione d’urgenza.

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Le misure della “finanziaria snella” sono severe e non riguardano direttamente i ministeri, ma le “missioni di spesa” che rappresentano le “funzioni principali e gli obiettivi strategici” della spesa pubblica e che si ripercuotono, indirettamente, sui singoli dicasteri. In pratica, le misure sono trasversali ai ministeri e una misura può riguardare più portafogli e viceversa. Mentre le missioni sono divise per “programmi” che, di norma, si riferiscono ad un solo dicastero.

Per quanto riguarda i ministeri, la scure si abbatte soprattutto per lo Sviluppo: 2.835 milioni di euro in meno, una riduzione del 22,7% rispetto alle dotazioni precedenti la “finanziaria snella”: il ministero di Scajola è quello che si occupa del Mezzogiorno, fra l’altro. Nella classifica dei tagli, l’Ambiente, al secondo posto, sconterà una riduzione delle risorse per 276 milioni.
Per il ministero della Difesa c’è un taglio della dotazione finanziaria di 961 milioni in valore assoluto. 771 milioni in meno sono previsti per l’Istruzione, 569 per il Lavoro e 330 per gli Esteri.

Analizzando le contrazioni di risorse previste per missione, scopriamo che “agricoltura e pesca” prevede meno 20,6 %, “energie e fonti energetiche” meno 11, “sviluppo e riequilibrio territoriale” meno 27,5, “turismo” meno 32, “diritto alla mobilità” meno 17, “commercio internazionale” meno 21.

Ma i tagli cosa riguarderanno? Stipendi, assegni, pensioni e altre spese fisse non verranno toccati. Sicuramente si procederà verso una riduzione della pianta organica della Pa. E, a seconda dei casi, diverso sarà l’effetto finale del taglio della misura di spesa.

“Sviluppo sostenibile e tutela della flauna e flora” passa da 1,4 miliardi di euro ad 1,1, mentre la voce “interventi di demolizione di manufatti abusivi perde circa 2,1 miliardi”.

I ministeri, nel rispetto dell’invarianza dei saldi, potranno comunque rimodulare i fondi all’interno dei programmi. Il decreto, infatti, rimanda al progetto di bilancio annuale e pluriennale dello Stato “la rimodulazione tra spese di funzionamento e spese per interventi previsti dalla legge”. Ma solo nel limite massimo del 10 per cento. Flessibilità, dunque, ma non troppo. I conti li ha fatti il governo: per tutti.

Lo strano federalismo di un Governo in perenne “stato d’urgenza”.

Il Rapporto della Ragioneria Generale dello Stato svela in un sol colpo cosa intenda l’attuale governo per federalismo fiscale e quale sia la propria agenda ambientale.
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Il grande politologo Harold Lasswell diceva che per capire le politiche pubbliche basta rispondere alla domanda “who gets what, when and how”.
La risposta ce la dà la Ragioneria: Ambiente e Sud (chi) ci rimettono i soldi (what), ora ed in modo crescente per i prossimi tre anni (when), e la decisione non è passata per il Parlamento ma è stata fatta “dall’alto” dall’Esecutivo (how).
Chi perde di più sono proprio il ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico, oltre al dicastero dell’Economia.

Inaccettabile, poi, è l’uso improprio della decretazione d’urgenza: la pecca non è nuova; anche i governi Prodi hanno ricorso al decreto senza che vi fossero i requisiti di “necessità ed urgenza”, previsti dalla Costituzione. Ma nel caso della “finanziaria snella”, il decreto è stato addirittura utilizzato al posto od anticipando la legge Finanziaria. Vale la pena precisare una cosa.

I governi moderni abbisognano di esecutivi più forti; il sistema parlamentare “classico” – dove alle Camere spetta la potestà normativa e all’Esecutivo solo quella regolamentare – è, oggigiorno, improponibile. Ciò non di meno, i decreti non si possono utilizzare ad libitum.

La Corte costituzionale italiana, con le sentenze n. 171/2007 e n. 128/2008, ha affermato che il difetto dei requisiti di necessità ed urgenza si traduce in un vizio in procedendo della relativa legge di conversione. La “evidente mancanza” è, invece, sindacabile dalla Consulta anche dopo l’avvenuta conversione del decreto. Nonostante, quindi, la Costituzione materiale si evolva verso un sistema dove la potestà normativa dell’Esecutivo si rafforza, governare per decreto, nel nostro sistema, non è possibile. Se si vogliono cambiare le regole, ciò va fatto secondo la procedura rafforzata di revisione della Costituzione. E anche in questo caso, è difficile immaginare “leggi governative finanziarie”. Chi ha applaudito alla “finanziaria snella” come prova di decisionismo dell’esecutivo, lo sa che nel Paese col sistema presidenziale par excellence, gli Stati Uniti, il potere di approvazione del bilancio è del Congresso?

AP (pubblicato su Notizie Verdi)

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Obama stravince

Pubblicato da brasseriefoucault su Novembre 5, 2008

Grande vittoria di Obama. E il cambiamento ci sarà. Il programma del presidente è realmente innovativo, grazie al suo impegno per la lotta ai cambiamenti climatici, la riforma della sanità e la redistribuzione delle risorse. E’ la rivincita dei keynesiani. Ma, all’orizzonte, c’è un probabile conflitto con l’Iran.

Obama vince e stravince; ed è il nuovo presidente degli USA. Il senatore dell’Illinois stacca il rivale di più di 6 milioni di voti 59.863.644 a 53.739.469, secondo le proiezioni del «NY Times» – e lo batte 338 a 155 voti elettorali.
E’ una vittoria a valanga, travolgente, ottenuta in quegli Stati chiave che si erano recentemente espressi a favore del GOP, come la Florida – che aveva fatto la differenza per portare Bush alla Casa Bianca nel 2000 e nel 2004 – o che erano tradizionalmente vicini ai Repubblicani, come la Virginia, dove il partito dell’Asinello non vinceva addirittura dal 1964. Altri Stati chiave come Pennsylvania e Ohio vanno ad Obama.

La forza del neopresidente è stata quella di lottare in tutti gli Stati, voto per voto, come attesta la sua chiusura di campagna elettorale proprio a Des Moine, in Iowa.
E’ partito da lontano; ha attraversato le durissime primarie Democratiche da inseguitore, mentre Hillary Clinton – la candidata dell’establishment – lo guardava dallo specchietto retrovisore. Che cosa significherà, adesso, questa vittoria per gli Stati Uniti?
Il tono dei principali media americani è solenne. Il «NY Times» titola “Le barriere razziali cadono e gli elettori abbracciano la richiesta di cambiamento”. Il «Washington Post» e il «Wall Street Journal» parlano entrambi di “Elezioni storiche”.

Ad Obama, infatti, è riuscita una (parziale) vittoria al Sud, rovesciando l’idea del Democratico amato sulle due coste ed odiato nell’America profonda.
Le vittorie in Colorado e, soprattutto, in Florida e New Mexico dimostrano che ha abbattuto le barriere razziali perché è stato votato dal Sud e dai latinos, tradizionalmente Repubblicani. Solo Clinton, recentemente, fece di più, strappando all’Elefantino Kentucky, Georgia, Lousiana e Tennessee; ma Clinton era bianco e dell’Arkansas, giova ricordarlo.

Mentre Obama porta a casa questa storica vittoria, c’è già chi – realista o pessimista? – ritiene che l’America non cambierà.

E’ Obama solo una faccia nuova per un vecchio establishment? La forza del senatore dell’Illinois e del suo fundraising è la prova che le lobby ne hanno disinnescato la carica progressista?
Il programma di Obama ci dice di no. Il neopresidente non è un “socialista” – come l’ha bollato McCain a mo’ di insulto per far fuggire quel ceto medio terrorizzato dall’aumento delle tasse – ma molte sue proposte sono assolutamente progressiste.
I tre punti principali del programma di Obama sono la redistribuzione della ricchezza, la riforma del sistema sanitario e la lotta al cambiamento climatico.

In un Paese dove aumentare le tasse ai ricchi è percepito come una mortificazione della meritocrazia; riformare la sanità più costosa ed inefficiente dell’Occidente praticamente impossibile; parlare di Protocollo di Kyoto è paragonabile ad essere luddisti: in questo contesto, il programma del presidente è assolutamente innovativo. Ma c’è di più.

Dalla rivoluzione neoliberale di Reagan in poi, i Democratici – ma anche le sinistre europee socialdemocratiche – hanno sempre inseguito i Conservatori su temi come le liberalizzazioni e la obama_shep_print_final22deregulation.
Ma ora, dopo la crisi finanziaria, quando proprio i Repubblicani hanno deciso di imboccare una strada interventista, ecco che la tradizione keynesiana dell’Asinello sembra essere l’antidoto migliore e più credibile.

E’ infatti tutto il Partito democratico che vince in questa elezione, anche al Congresso. E’ la vittoria di un Obama neoprotezionista, allora? Fra i suoi piani, c’è l’idea di rivedere il NAFTA, è vero.
Ma l’attenzione del neopresidente prestata all’Europa nell’ambito del suo recente viaggio è un chiaro segnale di apertura al dialogo, in opposizione all’unilateralismo di Bush. In fine, la vittoria di Obama è la prova che l’American Dream può conquistare ancora. Una vittoria dell’emozione e della passione che non è retorica, in quanto a queste elezioni hanno partecipato cittadini che non si recavano più alle urne.
Un sogno, linfa vitale, per le democrazie occidentali che non se la stavano passando tanto bene; fra crisi di rappresentatività e partecipazione. Un cambiamento vero, in sintesi. Che farà bene agli States e anche all’Europa. Non solo alle elite liberal.

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