Il National Intelligence Council ha pubblicato “Global Trends 2025: A World Transformed”.
Il degrado ambientale è destinato a giocare il ruolo di variabile indipendente nella geopolitica del nuovo ordine mondiale. Un mondo multipolare? No, solo frammentato. Con l’Europa costretta a giocare un ruolo secondario.
L’intelligence americana ha pubblicato, il 20 novembre, un rilevante report nel quale si afferma che entro il 2025 potrebbe consumarsi il definitivo declino dell’attuale sistema internazionale basato sulla supremazia degli Stati Uniti e la centralità delle istituzioni democratiche e liberali. Una rivoluzione, non solo geopolitica, ma sociale e culturale; con la fine dell’egemonia delle nazioni democratiche e l’affermazione di Paesi né laici e secolarizzati, ma autocratici e illiberali; una rete di regimi, gestita da oligarchie, dittature, o, addirittura, da corporazioni criminali e mafie.

Il report, chiamato “Global Trends 2025: A World Transformed”, è frutto del lavoro – durato quattro anni – del National Intelligence Council (NIC), organismo che dipende dal direttore del National Intelligence (DNI) e che supporta direttamente la presidenza degli Stati Uniti.
Global Trends descrive uno scenario non semplicemente multipolare ma frammentato, dove crescono esponenzialmente i conflitti per l’accaparramento delle risorse strategiche principali – in primis, cibo, acqua e petrolio -, sempre più scarse; si normalizza una situazione di instabilità endemica legata alla proliferazione di armi nucleari, soprattutto nel Medio oriente; si indeboliscono gli organismi internazionali che ricoprono funzioni arbitrali e di global governance . “La diffusione del modello occidentale di economia liberale, democrazia e secolarismo […] che molti considerano inevitabile, potrebbe perdere il giusto passo”, avverte il report.
Si delinea una rivincita dello Stato, di tipo autocratico però, contro il mercato: “La ricchezza non si sta semplicemente muovendo da Occidente ad Oriente, ma tende a concentrarsi sotto il controllo dei governi”.
La questione ambientale sembra giocare il ruolo di variabile indipendente; il fattore in grado di influenzare in modo decisivo attori, strategie e reazioni. Dal degrado del pianeta, infatti, dipendono le crisi alimentari e la siccità che sono la causa della diffusione dei micro conflitti e dell’indebolimento delle istituzioni democratiche.
Un problema non solo per il Sud del mondo. Il report tratteggia uno scenario da blockbuster catastrofista, dove
– nel 2020 – si immagina la Casa Bianca impegnata a contrastare un uragano che spazza New York City.
Inoltre, il depotenziamento degli organismi internazionali e delle democrazie rende molto più complicato affrontare la questione del cambiamento climatico, incentivando i comportamenti di free riding da parte di molti attori della Comunità internazionale.
In pratica, i regimi non democratici aspettano che siano le democrazie a realizzare quelle misure atte a contenere l’inquinamento, per beneficiare del miglioramento della situazione ambientale e scaricare i costi sugli altri. Mentre i regimi continuano a crescere in modo insostenibile.
L’incapacità di far valere per tutti regole condivise, ovviamente, può portare l’intero sistema in un circolo vizioso.
Il NIC sottolinea che la scelta, indicata da Obama in campagna elettorale, verso il multilateralismo è quella giusta; ma sarà sempre più difficile per la presidenza degli Stati Uniti realizzare un’agenda condivisa: il consenso dovrà essere ricercato, estenuantemente, punto per punto.
Il report, inoltre, ridisegna una nuova geopolitica.
Le regioni cruciali, nel 2025, saranno la Russia e il Medio oriente. Ma saranno anche le aree più tempestate dai micro conflitti permanenti.
Le nazioni più influenti, invece, saranno Cina, India e Brasile: il cui potere sarà stato guadagnato alle spese degli Usa. Obama è avvisato.
E l’Europa?
Per il NIC, la Ue, incapace di colmare il “democracy gap” fra cittadini e istituzioni, sembra destinata al ruolo di “gigante azzoppato”. Ancora importante economicamente, ma ridotta allo status di nano diplomatico.
































Finanziaria snella, i conti della Ragioneria Generale dello Stato
Pubblicato da brasseriefoucault su Novembre 14, 2008
La Ragioneria dello Stato fa i conti e presenta il Rapporto. Economia, Ambiente e Mezzogiorno i più colpiti dal decreto 112.
Il Rapporto della Ragioneria Generale dello Stato, rielaborato dall’Ufficio studi della Camera, ha presentato, lo scorso 30 settembre, i conti della nuova manovra triennale, secondo quanto contemplato dal decreto legge 112/2008, all’articolo 60.
Dal Rapporto emergono pesanti tagli, in primis per il ministero dell’Economia. A seguire abbiamo il ministero dello Sviluppo economico – 23% in meno – e Ambiente – meno 18% -; grazie al lavoro della Ragioneria è possibile stimare la portata stessa del decreto che, per la prima volta nella storia della Repubblica, anticipa la legge Finanziaria ed inaugura una nuova gestione governativa della contabilità tramite la decretazione d’urgenza.
Le misure della “finanziaria snella” sono severe e non riguardano direttamente i ministeri, ma le “missioni di spesa” che rappresentano le “funzioni principali e gli obiettivi strategici” della spesa pubblica e che si ripercuotono, indirettamente, sui singoli dicasteri. In pratica, le misure sono trasversali ai ministeri e una misura può riguardare più portafogli e viceversa. Mentre le missioni sono divise per “programmi” che, di norma, si riferiscono ad un solo dicastero.
Per quanto riguarda i ministeri, la scure si abbatte soprattutto per lo Sviluppo: 2.835 milioni di euro in meno, una riduzione del 22,7% rispetto alle dotazioni precedenti la “finanziaria snella”: il ministero di Scajola è quello che si occupa del Mezzogiorno, fra l’altro. Nella classifica dei tagli, l’Ambiente, al secondo posto, sconterà una riduzione delle risorse per 276 milioni.
Per il ministero della Difesa c’è un taglio della dotazione finanziaria di 961 milioni in valore assoluto. 771 milioni in meno sono previsti per l’Istruzione, 569 per il Lavoro e 330 per gli Esteri.
Analizzando le contrazioni di risorse previste per missione, scopriamo che “agricoltura e pesca” prevede meno 20,6 %, “energie e fonti energetiche” meno 11, “sviluppo e riequilibrio territoriale” meno 27,5, “turismo” meno 32, “diritto alla mobilità” meno 17, “commercio internazionale” meno 21.
Ma i tagli cosa riguarderanno? Stipendi, assegni, pensioni e altre spese fisse non verranno toccati. Sicuramente si procederà verso una riduzione della pianta organica della Pa. E, a seconda dei casi, diverso sarà l’effetto finale del taglio della misura di spesa.
“Sviluppo sostenibile e tutela della flauna e flora” passa da 1,4 miliardi di euro ad 1,1, mentre la voce “interventi di demolizione di manufatti abusivi perde circa 2,1 miliardi”.
I ministeri, nel rispetto dell’invarianza dei saldi, potranno comunque rimodulare i fondi all’interno dei programmi. Il decreto, infatti, rimanda al progetto di bilancio annuale e pluriennale dello Stato “la rimodulazione tra spese di funzionamento e spese per interventi previsti dalla legge”. Ma solo nel limite massimo del 10 per cento. Flessibilità, dunque, ma non troppo. I conti li ha fatti il governo: per tutti.
Lo strano federalismo di un Governo in perenne “stato d’urgenza”.
Il Rapporto della Ragioneria Generale dello Stato svela in un sol colpo cosa intenda l’attuale governo per federalismo fiscale e quale sia la propria agenda ambientale.

Il grande politologo Harold Lasswell diceva che per capire le politiche pubbliche basta rispondere alla domanda “who gets what, when and how”.
La risposta ce la dà la Ragioneria: Ambiente e Sud (chi) ci rimettono i soldi (what), ora ed in modo crescente per i prossimi tre anni (when), e la decisione non è passata per il Parlamento ma è stata fatta “dall’alto” dall’Esecutivo (how).
Chi perde di più sono proprio il ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico, oltre al dicastero dell’Economia.
Inaccettabile, poi, è l’uso improprio della decretazione d’urgenza: la pecca non è nuova; anche i governi Prodi hanno ricorso al decreto senza che vi fossero i requisiti di “necessità ed urgenza”, previsti dalla Costituzione. Ma nel caso della “finanziaria snella”, il decreto è stato addirittura utilizzato al posto od anticipando la legge Finanziaria. Vale la pena precisare una cosa.
I governi moderni abbisognano di esecutivi più forti; il sistema parlamentare “classico” – dove alle Camere spetta la potestà normativa e all’Esecutivo solo quella regolamentare – è, oggigiorno, improponibile. Ciò non di meno, i decreti non si possono utilizzare ad libitum.
La Corte costituzionale italiana, con le sentenze n. 171/2007 e n. 128/2008, ha affermato che il difetto dei requisiti di necessità ed urgenza si traduce in un vizio in procedendo della relativa legge di conversione. La “evidente mancanza” è, invece, sindacabile dalla Consulta anche dopo l’avvenuta conversione del decreto. Nonostante, quindi, la Costituzione materiale si evolva verso un sistema dove la potestà normativa dell’Esecutivo si rafforza, governare per decreto, nel nostro sistema, non è possibile. Se si vogliono cambiare le regole, ciò va fatto secondo la procedura rafforzata di revisione della Costituzione. E anche in questo caso, è difficile immaginare “leggi governative finanziarie”. Chi ha applaudito alla “finanziaria snella” come prova di decisionismo dell’esecutivo, lo sa che nel Paese col sistema presidenziale par excellence, gli Stati Uniti, il potere di approvazione del bilancio è del Congresso?
AP (pubblicato su Notizie Verdi)
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