Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Archivio per Dicembre 2008

Le missioni dell’Italia. Quali sono e quanto ci costano.

Pubblicato da brasseriefoucault su Dicembre 17, 2008

La presenza dei militari italiani in zone di crisi è fonte di dibattito e di confronto tra le forze politiche del Paese, ma in fondo se ne sa veramente poco.

23 miliardi e 352 milioni di euro fino al 2007, più altri 150 milioni approvati l’undici novembre per finanziare le missioni militari italiane fino al 31 dicembre*. 28 operazioni attualmente in corso.

Foto di AFP PHOTO/Antonio DASIPARU

Foto di AFP PHOTO/Antonio DASIPARU

Fare la guerra costa. E, soprattutto, tagli, crisi o deficit non sembrano mai riguardare questo settore della Pa.

Le lobby militari, però, rispediscono le critiche al mittente.
L’impegno militare di un Paese lo qualificherebbe dal punto di vista diplomatico; i nostri militari, inoltre, non “farebbero la guerra” ma parteciperebbero ad operazioni di peace building, in conformità con il diritto internazionale.

Peccato che sulle “nostre guerre”, umanitarie o meno, cali un ferale silenzio mediatico.
Il problema, infatti, per i realisti, non è convincere della bontà di molte operazioni militari quella fetta di cittadini che per motivi etici rifiuta il conflitto.
Ma celare l’antieconomicità di un’attività che – spesso e volentieri – costa più di quello che produce.

Grafico di proprietà di BBC

Grafico di proprietà di BBC

Economisti del calibro di Joseph Stiglitz e William Nordhaus hanno sottoposto, ad esempio, la guerra in Iraq ad analisi costi benefici: i conti sono stati disastrosi. Stiglitz ha parlato, infatti, di  Three Trillion Dollar War.

Alcuni dei conflitti che hanno visto il nostro Paese protagonista, inoltre, non sono solo antieconomici ma anche illegittimi**.

L’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite stabilisce, infatti, il divieto all’uso della forza nella risoluzione delle controversie internazionali, tranne il caso di legittima difesa; e tale principio è stato dichiarato jus cogens dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 1986.

Venendo ai casi più recenti, gli interventi in Kosovo, Afganistan ed Iraq sono avvenuti tutti in violazione di tale principio.

Nella fattispecie, nel caso afgano, gli americani invocavano il principio di “legittima difesa” a fronte dell’attacco dell’undici settembre. Tale principio era stato parzialmente accolto dalle risoluzioni 1368 e 1373 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: ma l’Onu né imputava l’attentato direttamente all’Afganistan né indicava la possibilità che la legittima difesa si spingesse al punto di rovesciare completamente il regime talebano.

La situazione non è molto diversa nel caso dell’Iraq: la risoluzione 1441 del Consiglio di sicurezza – che qualificava come “minaccia alla pace” l’inadempimento iracheno ai propri doveri in materia di disarmo – rimandava, infatti, ad una risoluzione successiva l’eventuale decisione di impiegare la forza: mentre gli Stati Uniti iniziavano la loro “guerra preventiva”. Seguiti dall’Italia.

*Dati elaborati da Luca Galassi, Peacereporter
**Secondo autorevoli pareri, quali quelli di Andrea Giardina e Claudio Di Turi pubblicati dall’Associazione Italiana dei Costituzionalisti

Le missioni militari italiane
(Leggi qui l’elenco completo)

Dall’Afganistan, all’Iraq, dal Marocco alla Palestina, dalla Georgia al Kosovo. Sedici nazioni per 28 missioni.
Circa ottomila militari dispiegati in contemporanea: il che significa che ce ne devono essere altrettanti mobilitati e pronti ad intervenire al prossimo scaglione od in caso di caduti.

I numeri pesano. E non sono quelli di un Paese non belligerante. Ma la cosa più impressionante è che questi dati sembrano confinati nell’universo dei tecnici.
E’ lecito per i governi impegnarsi in guerre, missioni, anche oltre la probabile legittimità – dibattuta- di alcuni conflitti che ci hanno visto protagonisti in questi anni recenti.
Il punto è che i cittadini devono essere informati chiaramente: obiettivi, finalità, costi.

I politici si prendano le proprie responsabilità: e gli elettori li giudicheranno nell’urna.
Ma perché il sistema funzioni, è necessario che i dati siano comunicati
.
E questo non sempre avviene.

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Il nuovo fronte dei comici anti Berlusconi

Pubblicato da brasseriefoucault su Dicembre 17, 2008

Berlusconi controlla quasi tutta la televisione, eppure è spaventato da Fazio, Grillo, la Littizzetto perché nella teledemocrazia un personaggio tv muove più voti di un intellettuale di professione.

I più indomabili “nemici” del governo si chiamano Fabio Fazio, Sabina Guzzanti, Daniele Luttazzi, Maurizio Crozza, Luciana Littizzetto e Beppe Grillo.
O, almeno, questa è la visione di Berlusconi. Una visione che riduce tutto a percezione ed ignora la realtà.le_colonne_della_societa

Già: perché la realtà è che Berlusconi, come imprenditore, controlla le principali tre reti commerciali d’Italia. Come premier, influenza le reti pubbliche. E, grazie a Villari, c’ha il pallino anche della Commissione di Vigilanza Rai. Questi sono i fatti.

Ma la percezione pidiellina è un’altra. Berlusconi sarebbe «attaccato in modo incivile, violento e continuo» dai principali mezzi d’informazione. In atto, c’è una «campagna orchestrata contro di lui». Ma, in realtà, controllando quasi tutto quello che vomita il tubo catodico, più di “orchestra”, si tratta di “pochi solisti” che – nonostante il conformismo imperante – dicono quello che pensano: e quello che pensano non piace a Berlusconi.

Gli strali del premier hanno investito tutti: Corsera, Stampa, Biagi, Annunziata, Primo Piano, tg3, Santoro, Travaglio, Report…

Ma il vero fronte, per il nostro cavaliere, oramai, è un altro! I comici e gli anchorman.

Sono loro i moderni monarcomaci.

Alcuni potrebbero legittimamente sostenere che Berlusconi esagera. Malignare che si tratti di una vera e propria ossessione televisiva. Visioni mistiche come quella dei cosacchi a San Pietro: la paura di sentirsi zar durante la presa del Palazzo d’Inverno; il timore di una “presa del Palazzo dei Cigni”, con i cosacchi che fanno breccia a Milano 2: con l’edilizia palazzinara a sostituire i colonnati michelangioleschi. E Mike Bongiorno spedito in Siberia. Insomma, Fazio è il nuovo Lenin, Che tempo che fa la nuova Pravda.fabio-fazio

Ma chi crede che Berlusconi esageri, sbaglia. Egli ha perfettamente ragione ad avercela con Fazio. Nonostante alcuni opinionisti credano che le televisioni del Cavaliere in politica non contino molto, Berlusconi sa che è perfettamente vero il contrario. Le televisioni, per l’Unto dell’Auditel, contano. E non basta che il 90% dei programmi non sia contro di lui. Anche un solo oppositore televisivo – pur non essendo giornalista e socialmente legittimato ad esprimere opinioni politiche – dà fastidio.

Ecco che quelle che per molti di noi sarebbero solo flebili voci di dissenso, diventano una “campagna orchestrata” che mina il consenso del teleautocrate.

Le Stützen der Gesellschaft, le ‘colonne della società’ di Berlusconi, non sono i “padroni del ferro e del vapore”, ma i “volti tv”. E’ più facile per Mussolini avere un Benedetto Croce contro, che per un teleautocrate tollerare una Sabrina Ferilli che vota Pd.
Ad avercela Sabrina ministra delle Pari opportunità!

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Berlusconi e la regolamentazione internet

Pubblicato da brasseriefoucault su Dicembre 17, 2008

«Regolamentare internet». In occasione della sua visita al Polo tecnologico di Poste italiane all’Eur di Roma, Berlusconi ha lanciato la sua ultima idea. E’ una riedizione dell’idea che Frattini formulò quando era commissario UE?

La proposta di Berlusconi, invece, sarà formulata ufficialmente davanti al mondo, in occasione del prossimo G8/G20 che sarà presieduto proprio dall’Italia. «Porteremo sul tavolo una proposta di regolamentazione di internet in tutto il mondo, essendo internet un forum aperto a tutto il mondo». frattini

A cosa voglia esattamente alludere il premier quando parla di regolamentazione, nessuno lo sa. Se si riferisce ai crimini commessi attraverso il web, regole già ce ne sono e non sarebbe questo il modo di porre nuovamente il tema che, fra l’altro, è di competenza di varie Authority che dovrebbe essere coinvolte formalmente. A pensare male, commetteremo peccato, ma questa “nuova proposta” ci sembra o un ulteriore modo di perseguire gli interessi di Mediaset tramite il governo o di riproporre sotto nuova veste l’idea che Frattini formulò quando era commissario europeo.

E’ singolare, inoltre, come il Berlusconi campione delle libertà possa trasformarsi in un sovietico regolatore in un battito di ciglia. Il nostro premier, in realtà, liberale non lo è mai. Oscilla fra l’ultraliberismo – privo di controlli, pesi e contrappesi, in tutti quei mercati politici ed economici, in cui si trova in un’evidente condizione di vantaggio competitivo – e l’ultraregolamentazione – ogni volta in cui deve frenare un suo competitor.

Come non vedere in questo zelo da cyber-nunny, un’ulteriore dimostrazione dell’ubiquo conflitto di interesse del nostro premier?
E’ un dato di fatto, infatti, che non sono più solo i software peer to peer – quelli che consentono la possibilità di scaricare musica e filmati da internet – ma le stesse logiche di condivisione legate al web 2.0 a mettere sotto pressione i media tradizionali, soprattutto la televisione.
Ed il pensiero corre alla voce di una probabile causa di Mediaset contro Youtube.

Se Berlusconi ha invece intenzione di ritornare alla proposta Frattini, rischiamo di passare dalla padella alla brace.

Quando era commissario Ue, l’attuale ministro degli Esteri alluse alla possibilità di escogitare un mezzo tecnologico per impedire che i motori di ricerca trovassero pagine web contenenti parole “pericolose” come «uccisioni, genocidio e terrorismo».
Per prevenire nuovi adepti di Al Qaida? Forse.
Peccato che se l’idea di Frattini fosse passata, sarebbe stata inibita agli internauti anche la possibilità di contro-informarsi su genocidio armeno e attività militari statunitensi in Nicaragua, ad esempio.

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Regioni e Comuni, un problema del Pd

Pubblicato da brasseriefoucault su Dicembre 11, 2008

Verrà elaborato il lutto della stagione dei sindaci? Per il Pd, le esperienze amministrative locali hanno smesso di rappresentare un esempio virtuoso e sono solo un grattacapo.

E’ la nemesi. La stagione dei sindaci e dei governatori, che aveva fatto da vòlano per i governi di Centrosinistra, si sta ritorcendo contro il Pd.
Dopo anni in cui le autonomie locali avevano rappresentato un esempio virtuoso di governance dal basso, la periferia si è lentamente trasformata in una sorta di zavorra per il Pd, in ambito nazionale.

bassolino-iervolino

Il maggior beneficiario della legge per l’elezione diretta dei sindaci del 93, infatti, era stato proprio il Centrosinistra. Era anche grazie alle esperienze amministrative locali dei Bassolino, Rutelli, Cacciari, Illy che Prodi riusciva a vincere le elezioni del 96.

Il sogno del governo amministrativo depoliticizzato è stato, d’altronde, una chimera per quella parte del Centrosinistra che si voleva scrollare di dosso la pesante eredità del Pci.
L’idea che la periferia potesse servire da trampolino di lancio per il governo nazionale è stata, infatti, cullata sia da Rutelli che da Bassolino e da Veltroni.
In realtà, Veltroni e Rutelli hanno perso tutte le elezioni quando si sono candidati come premier; e l’esperienza da ministro di Bassolino si è infelicemente interrotta con il suo ritorno in Campania alla guida della Regione.

Qualche mese fa, Franceschini, ancora, testardamente proponeva l’adozione del modello semipresidenziale francese con lo slogan “il sindaco d’Italia”; non cogliendo, quindi, che la coppia “sindaci-Centrosinistra” non funziona più.

La situazione, infatti, per il Pd è un’altra. Tranne alcune eccezioni, il partito di Veltroni, oggi, si deve “smarcare” da esperienze amministrative travolte da piccoli e grossi scandali che hanno, soprattutto, minato quel “complesso dei migliori” a cui ha recentemente alluso Luca Ricolfi ne Perché siamo antipatici? La Sinistra e il complesso dei migliori. Un complesso che, nel nostro caso, coincideva con la presunzione che il Centrosinistra avrebbe amministrato senza ricorrere alle pratiche clientelari della I Repubblica. In questo momento, l’Abruzzo, Napoli e la Campania, sono travolti da inchieste giudiziarie.

Veltroni, pur di togliere da mezzo un ingombrante Bassolino, sembrava addirittura disponibile a dargli una buona-uscita con una candidatura alle europee: cosa che, fra l’altro, avrebbe degradato il parlamento europeo non solo a ciambella di salvataggio dei “trombati” nazionali, ma anche degli indesiderati.

Il Lazio non sta molto meglio: è probabile che il caso di Manlio Cerroni – con il suo monopolio esercitato con la discarica di Malagrotta – abbia ricadute negative per Marrazzo.
Le elezioni di Roberto Morassut a segretario regionale del Pd, senza ricorrere alla primarie, la scorsa settimana, e l’uscita del rutelliano Giacchetti sono i segnali di un’altra situazione scivolosa.

In Sardegna, Soru si è dimesso perché colpito dai franchi tiratori legati al suo rivale di partito Antonello Cabras.

Altrettanto ingarbugliata è la situazione primarie a Firenze.
Mentre Dominici si incatena fuori la sede romana de la Repubblica per protestare contro le inchieste de L’Espresso che lo dipingerebbero come un traffichino amico dei palazzinari, quattro sono i candidati-successori: Renzi, Lastri (in quota D’Alema), Pistelli (sostenuto dai veltroniani) e Cioni, assessore anti-lavavetri, intanto indagato per corruzione.

Lo scenario è che il Pd, in questo momento, non può più richiamarsi ad una virtuosa esperienza amministrativa locale, con la periferia o dilaniata da conflitti interni o nell’occhio delle procure.

C’è una sola cosa da fare affinché la positiva dinamica centro-periferia non imploda in tali spinte centrifughe. Rafforzare le leadership centrali. Una cosa semplice eppure molto difficile: quando il leader non ha consenso.

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La guerra e l’Europa

Pubblicato da brasseriefoucault su Dicembre 5, 2008

Ma c’è davvero la pace in Europa?
Dall’Irlanda a Cipro, dall’Ossezia del Sud ai Paesi Baschi, tutte le micce della polveriera

Con la dichiarazione del 9 maggio 1950 di Robert Schuman e Jean Monnet nasceva l’idea di una casa comune europea e di un futuro di pace. Non siamo certi che la pace sia stata realizzata nell’Europa politica. Di sicuro non c’è nell’Europa geografica.

rosa

Alcuni conflitti ci vengono raccontati come lontani, esotici, stigma dell’arcaicità degli altri. In realtà riguardano noi, il qui e l’ora. Il conflitto è endemico: è presente nel centro Cipro, Irlanda, Paesi Baschi, Balcani – e nella periferia Caucaso, problema Curdo. A volte è solo una tensione identitaria, come nel caso delle piccole patrie. O solo un problema geopolitico: come per le basi russe disseminate fra Crimea, Kaliningrad e Moldavia. Ma tensione e conflitto sono i due estremi di una situazione che è permanente.


I conflitti periferici dell’Est, in particolare, sono centrali dal punto di vista energetico. Partiamo dal Caucaso; una regione estremamente ricca di risorse naturali: gas, petrolio, ma anche zinco, oro, carbone, uranio. Il mosaico etnico e religioso dell’area è estremamente vario. Ci sono cristiani – ortodossi e armeni – e musulmani – sciiti, sunniti e salafiti. Popolazioni di ceppo caucasico – come i Georgiani o i Daghestani –, indoeuropeo – Persiani, Curdi, Greci, Slavi -, gruppi turcofoni e mongoli.

L’ultimo conflitto in ordine di tempo è quello russo-georgiano per Abcazia e Sud Ossezia. Con l’autonomia de facto di queste due enclavi russe, Mosca ha ottenuto tre obiettivi strategici.

  1. Rafforzare il proprio confine con la costruzione di due nuove basi militari che apriranno nel 2009, a Gudauta e Tskhinvali.
  2. Circondare i giacimenti di gas e gli oleodotti Azeri sul Mar Caspio di “territori filo-russi” e spingere l’Azerbaigian filo-americano verso Mosca.
  3. Frustrare i tentativi europei di costruire la pipeline Nabucco, costretta a fare zigzag fra Ossezia, Abcazia e Nagorno, altro territorio instabile a causa di un conflitto armeno-azero.

La cifra comune dei conflitti nella periferia Est è quella di essere legata al desiderio di Mosca di proteggere le proprie risorse energetiche dall’Europa Occidentale e rafforzare i propri confini in chiave anti turca – la Turchia ha interessi transcaucasici ed affinità linguistica con Uzbekistan, Kazakistan e Turkmenistan – ed anti iraniana.

Il fronte iraniano, inoltre, è la concausa dei conflitti ciscaucasici. Teheran è indiziata di essere fra i finanziatori dei movimenti jihadisti protagonisti del conflitto ceceno: l’Emirato Caucasico, dichiarato dal movimento islamista separatista nel 2007, includerebbe Cecenia, Daghestan, Inguscezia, Stavropol, Kabardin-Balkar, Krasnodar, Karachai-Circassian, Nord-Ossezia and Adighezia.

Per fortuna della Russia, anche Turchia e Iran hanno i loro problemi, soprattutto divisioni religiose ed etniche. Basti pensare ai Curdi presenti in Turchia o agli Azeri di Persia, che sono giusto il doppio di quelli che vivono in Azerbaigian. La politica Russa verso Occidente, che è lo speculare rovescio del tedesco Drag nach Osten, continua verso nord, fino al Baltico, in Lettonia e Lituania, dove le consistenti minoranze russofone ereditate dallo stalinismo cominciano ad alzare la voce.

Anche l’involuzione della Rivoluzione Arancione ucraina è legata agli interessi di Mosca che continua a destabilizzare il Paese attraverso la rivendicazione della proprietà della Crimea.
Il Cremlino, inoltre, non ha problemi a riconoscere l’indipendenza della Transnistria dalla Moldavia; anche lì, ci sono basi militari russe. Le basi, sparse da Kaliningrad alle isole Curili, riproducono esattamente i vecchi confini dell’URSS.

La “finestra sul Baltico” della Russia, inoltre, è destinata guadagnare sempre maggiore centralità geopolitica.
Per rispondere all’istallazione delle basi americane in Boemia e Polonia relative allo scudo spaziale, il Cremlino ha intenzione di istallare i propri missili proprio a Kaliningrad.

Ma le guerre europee non si limitano agli strascichi lasciati dalla dominazione sovietica. Se la divisione in due di Cipro e la questione nordirlandese viaggiano a rapidi passi verso una soluzione politica definitiva, nei Paesi Baschi la lotta armata separatista ha ripreso vigore in assenza di un processo di pace condiviso: mentre il Kosovo rimane un grande punto interrogativo piantato nel cuore dei Balcani, laddove si trascinano le infinite dispute tra Croazia e Serbia, giunte fino alla Corte Internazionale dell’Aja.

Fuochi sotto la cenere covano invece in Sardegna e Corsica dove violenze quasi quotidiane hanno il sapore di una guerriglia a bassissima intensità, non per questo meno pericolosa. Non è certo il caso di strapparsi le vesti per qualche bomba carta, almeno fin quando i radicati sentimenti identitari non si sentiranno minacciati dall’incapacità dei governi di rispondere ai bisogni dei territori.

Alessio Postiglione & Bruno Picozzi


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Villari, il Pd e i cartel party

Pubblicato da brasseriefoucault su Dicembre 2, 2008

Il caso Villari non è un problema personale ma un fenomeno sistemico. Nei cartel party – come il Pd – c’è una tensione perenne fra le esigenze “pigliatutto” di aprirsi alla società civile e la necessità di mantenimento dell’unità organizzativa. RICCARDO VILLARI

Villari non lascia la poltrona, dunque. Dopo essere stato eletto, irritualmente, con i voti della maggioranza, ed essere stato pregato dal Pd di abbandonare la presidenza della Commissione di vigilanza Rai, si ribella agli ordini di partito e resta là dov’è. I più malignano. Mentre Villari dichiara che deve “assolvere al suo compito istituzionale”, altri l’accusano di “trasformismo”, “doppiogiochismo” ed altre amenità.

In realtà il caso Villari si presta ad una doppia serie di valutazioni.
La prima è di carattere politico, le altre di tipo tecnico. Partiamo dalla politica.
Veltroni crede che i maggiori problemi delle coalizioni di Sinistra fossero causati dai partiti definiti “radicali”. I fatti sono questi: il governo Prodi è caduto per mano di Mastella; il Pd oggi scivola su Villari, ex Margherita ed ex Dc.

Veniamo alle considerazioni di ordine tecnico e alla presunta condotta trasformistica di Villari.

Il trasformismo, innanzitutto, è un tratto tipico delle elite che compongono i partiti contemporanei, formate da “politici di professione”. Il trasformismo è una patologia che affligge soprattutto il modello organizzativo che ha assunto il Partito democratico, il “cartel party”: e che è, invero, la forma partito più diffusa oggigiorno.

Il caso Villari, quindi, non è un problema personale ma un fenomeno sistemico.
D’altronde, c’è una responsabilità personale dei leader del Pd che, con le loro scelte, aggravano questa debolezza strutturale del cartel party. Vediamo perché.

I partiti hanno, nel corso dei secoli, cambiato spesso fisionomia e struttura per assolvere a quella funzione fondamentale di collegamento fra società e Stato, governati e governanti, cui sono preposti nel nostro sistema politico. La scienza politica propone vari idealtipi o modelli concettuali per spiegare il complesso fenomeno della rappresentanza partitica.

Il partito dei notabili è la prima forma moderna: è un partito formato da proprietari terrieri, giudici, notai, che – a fronte della ristrettezza del suffragio – cercano di conquistare il potere per la protezione dei propri interessi particolari. L’ingresso delle masse, con l’avvento del popolarismo cattolico e delle dottrine social marxiste, crea il partito di massa, un partito organizzato capillarmente nella società ed animato da militanti, poco inclini ai cambi di casacca.
Le logiche della competizione elettorale, però, producono una burocrazia stabile di professionisti della politica, così come inducono i partiti a cercare di “acchiappare” più voti possibili. I militanti si indeboliscono, come le ideologie politiche.
Nasce il partito pigliatutto. Da questo momento, i teorici ravvisano sempre di più una evoluzione in senso autoreferenziale ed elitista del partito. I politici, in pratica, diventano più interessati al mantenimento della propria poltrona che al “bene comune”.Quello che gli italiani sembrano aver scoperto solo recentemente con la Casta è stato già descritto dagli studiosi negli anni scorsi.
Nel 1995, Richard Katz e Peter Mair hanno proposto un altro modello che affianca le altre forme di partito: il cartel party. Secondo questa teoria, i partiti diventano completamente integrati nello Stato e sono esclusivamente legati al finanziamento pubblico.
I cartel party non organizzano più la società civile e non sono neanche più espressione di altri gruppi di interrese: rappresentano solo sé stessi e formano un cartello per evitare che le sconfitte politiche si ripercuotano negativamente sulle carriere individuali dei politici.

C’è però, nei cartel party, una tensione perenne e sistemica. Le esigenze “pigliatutto” di aprirsi alla società civile – che degradano le differenze qualitative fra membri e supporter – confliggono con le necessità di mantenimento dell’unità organizzativa che è fondamentale per ottenere risorse dallo Stato. Proprio la distribuzione delle risorse è, per i cartel party, lo strumento per garantirsi la fedeltà degli iscritti, orami flebile in un contesto completamente de-ideologizzato.

Per performare l’unità organizzativa, inoltre, il cartel party dovrebbe avere una leadership centrale molto forte e prestare grande attenzione ai meccanismi di selezione locale dei candidati che, invece, esaltano questa tendenza centrifuga destabilizzante, sia per i partiti che per il sistema. Le sezioni locali non fanno filtro: non migliorano la fisionomia del partito che assume una forma stratarchica, cioè basa su strati.
Quando c’è un conflitto fra leadership nazionale e “strato” locale è quest’ultimo che riuscirà, alla fine, a disarmare la leadership. Perché è lo “strato” che è preposto al reclutamento degli iscritti.

Il Pd è, infondo, un partito giovane. Ancora deve strutturare adeguatamente le sezioni locali. E’ ovvio, però, che una leadership debole, per ora, sia un problema.

Nonostante, però, le difficoltà organizzative dei cartel party vadano ben oltre i demeriti personali delle leadership, c’è un’altra valutazione da fare.

Villari è l’epitome del “politico laico di professione”. Ex democristiano e medico. Espressione, cioè, di quel milieu neonotabiliare che può gemmare nel cartel party. I grandi professionisti, a coronamento della propria carriera di medici, avvocati, eccetera, scendono in politica per avere la definitiva consacrazione. E, per rafforzare la propria posizione, “laicamente” – più che “trasformisticamente” – saranno mobili qual piuma al vento.

Mi domando, infine: il Pd non voleva soffrire della disomogeneità dell’Ulivo.

Ma dare il benservito a tanti “militanti” e imbarcare i “laici professionisti” è servito all’organizzazione del partito?

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