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Archivio per Gennaio 2009

Citigroup verso la divisione

Pubblicato da brasseriefoucault su Gennaio 21, 2009

Ritorna la separazione fra banche d’affari e commerciali? Proprio come fu necessario per uscire dalla crisi del ‘29. Per adesso, il salvataggio governativo di Citigroup è costato 52 miliardi di dollari ai contribuenti USA.

Citigroup sta accelerando il percorso che dovrebbe portare il colosso americano alla divisione in due rami: un passaggio resosi necessario nel tentativo di recidere le parti più improduttive dell’impresa a seguito della crisi finanziaria; nonostante i due salvataggi promossi dal governo americano nel tentativo di salvare la banca, di 25 e 27 miliardi di dollari.

Proprietà di NY Times

Proprietà di NY Times

Il gruppo è spinto da una triplice serie di pressioni.
Una legata semplicemente alla crisi; un’altra che proviene direttamente da Washington, ovvero dai regolatori che hanno individuato nell’assetto di Citigroup una debolezza del sistema finanziario americano; la terza pressione nasce da Wall Street, da quegli investitori ansiosi di mettere al sicuro i propri capitali spesi nella banca.

La divisione di Citigroup sancirebbe la fine di un modello di sviluppo ultraliberista, resosi possibile con la fusione tra banche d’affari e commerciali – un tempo vietata in America dal Glass-Steagall Act -.
Ed è paradigmatico che proprio la divisione fra questi due tipi di banche era stata introdotta come misura regolatrice all’indomani della crisi del ’29.

Con la separazione di Citigroup si tornerebbe, in pratica, allo status quo pre 1998. Quando nacque il colosso finanziario con la fusione di Citibank e Travelers Group.
Nel 1999, il parlamento e il governo americano furono costretti ad intervenire – non senza polemiche – attraverso l’adozione del Gramm-Leach-Bliley Act, che novellava, o meglio cancellava, il Glass-Steagall Act del 1933, legalizzando l’avvenuta fusione fra Citibank e Travelers che, ai sensi della vecchia regolamentazione, sarebbe stata illegale.
Il senato, a maggioranza Repubblicana, approvò l’Act – che rispondeva ad un preciso interesse dei gruppi finanziari – e Clinton fu costretto alla firma suo malgrado.

All’indomani della crisi dei subprime del 2007, autorevoli economisti come Robert Ekelund e Mark Thornton hanno puntato il dito sull’improvvido provvedimento che aveva sancito la vittoria di un’offensiva ultraliberista – partita all’epoca di Reagan – favorevole a concentrazioni oligopolistiche ed insofferente a regolamentazioni.

Attualmente Citigroup, nonostante i due salvataggi governativi pagati dai contribuenti, si aspetta di perdere 10 miliardi dollari entro il quarto quadrimestre.
Dopo la seconda immissione di liquidità, Sheila Bair, chairwoman della Federal Deposit Insurance Corporation, ha fatto sapere che eventuali altri aiuti saranno vincolati all’adozione da parte di Citigroup di tutte quelle misure suggerite dalle autorità di regolamentazione.
Sarebbe, d’altronde, molto interessante capire quando e in che modo l’amministrazione Obama provvederà a trasformare le misure regolamentatrici volontarie in provvedimenti di legge.
Se così non fosse, i grandi gruppi si separerebbero solo nei momenti di crisi, pronti a rifondersi quando l’economia va bene, gettando così le premesse per ulteriori crisi di sistema.

Attualmente il nuovo amministratore di Citigroup, William Smith – eletto per imprimere un deciso taglio di rotta al gruppo – è assolutamente favorevole alla vendita, da effettuarsi nel modo più rapido possibile. Ma trovare acquirenti per le attività in perdita, nell’attuale disastrato mercato americano, non sarà facile.

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Russia-Ucraina, la guerra del gas

Pubblicato da brasseriefoucault su Gennaio 14, 2009

La Russia ha praticato un trattamento di favore all’Ucraina per tenere Kiev nella sua sfera d’influenza; ma se cresce il partito filo Ue a Kiev, finiranno i prezzi politici.  Tutto sullo scontro Gazprom – Naftogaz.

L’anno nuovo ricomincia e una nuova “guerra del gas” si riscatena fra Russia e Ucraina. Mosca ha bloccato le esportazioni di energia dirette a Kiev.
Con l’80% del gas riservato al mercato Ue che passa per l’Ucraina, la crisi fra i due Paesi dell’Est ha, ovviamente, preoccupanti ripercussioni su tutta Eurolandia. Con alcuni Paesi, con minori riserve, già sull’orlo del baratro; come Polonia, Slovacchia e Ungheria.gazprom
Il gesto di Mosca si spiega perché l’Ucraina non avrebbe saldato il debito accumulato nei confronti di Gazprom, mentre la Naftogaz Ukraini sostiene di essere stata ”costretta” a prelevare ogni giorno 21 milioni di metri cubi del gas russo in transito attraverso i gasdotti ucraini e diretti verso i mercati Ue per pagarsi i costi di servizio.

Teoricamente la guerra fra Ucraina e Russia non dovrebbe coinvolgere l’Europa. Ma quando Mosca chiude per ritorsione il rubinetto del gas, Kiev si rifà prendendosi l’energia destinata alla Ue.

E’ da molti anni che esiste un aspro contenzioso fra i due Paesi. L’Ucraina è stata accusata anche di sottrarre indebitamente il gas russo che passa per le proprie condutture. A partire dal 21 giugno 2002 – a causa della fama di Kiev di essere un cattivo pagatore e per i debiti accumulati – Gazprom e Naftogaz si erano accordati su una specie di “baratto” che concedeva all’Ucraina il privilegio di trattenere il 15% del gas russo per il consumo interno.
Gli aspetti controversi sono molteplici. Da un lato la Russia ha praticato un prezzo favorevole al fine di “legare” politicamente a sé l’Ucraina, soprattutto dopo che, a seguito della rivoluzione arancione, Kiev aveva iniziato a ricollocarsi strategicamente nell’area Ue, cosa assolutamente invisa a Mosca.

D’altra parte, a causa dell’aumento generalizzato del gas, Gazprom ha cercato di risiglare un accordo con l’Ucraina ratificando dei  protocolli che prevedevano una serie di “baratti”.

Gli stessi scambi avrebbero potuto includere forniture militari russe all’Ucraina e le rinegoziazione del prezzo di concessione che Mosca paga a Kiev per la base russa di Sebastopoli in Crimea.
L’amministratore delegato di Naftogaz Ukraini, Oleg Dubina, ha già illustrato le controfferte di Kiev alle proposte russe: una tariffa di 235 dollari per 1.000 metri cubi di gas, mentre Mosca ne chiede 250; e un rialzo dei prezzi di transito da 1,7 a 1,8 dollari per 100 chilometri.
Gazprom è convinta che la crisi sia legata alla scena interna ucraina, allo scontro fra il presidente Iushenko e la premier Iulia Timoshenko.

Il 4 gennaio RosUkrEnergo – joint venture fra Svizzera, Gazprom e Turkmenistan – e Gazprom hanno citato l’Ucraina e Naftogaz al tribunale arbitrale della Camera di Commercio di Stoccolma, investita del potere di dirimire la questione.
E’ probabile che la Russia cerchi di usare l’energia come strumento di pressione su Kiev, sfruttandone la debolezza politica, istituzionale ed economica: anche se è indubbio che l’Ucraina ha avuto dei prezzi veramente vantaggiosi da Mosca. Ed è ugualmente legittimo che tale trattamento di favore sia stato praticato come merce di scambio.
E se l’Ucraina smette di essere filorussa, Mosca voglia dare un taglio a questi prezzi politici.

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Osservatorio Pena di morte; USA, le morti docili

Pubblicato da brasseriefoucault su Gennaio 9, 2009

In America c’è un grande consenso sulla pena di morte, ma per renderla accettabile, si assiste alla medicalizzazione della “morte indolore”, con un mix di utopia ed ideologia.

15.627 persone giustiziate negli Stati Uniti dal 1608 ad oggi*. Nella casistica degli orrori, ai primi posti, ci sono le più efferate uccisioni commesse in modo brutale e violento, spesso con il corollario della violenza carnale. Ma, scorrendo i vecchi registri giudiziari, non mancano altri più strani e dolorosi casi come “rivolta degli schiavi”, “sodomia e bestialità”, o anche la semplice “effrazione domestica”.

death-penalty

La lettura dell’Espy File – il grande database raccolto da Watt Espy e John Ortiz Smykla per l’Inter-University Consortium for Political and Social Research nel 2002 – suggerisce importanti riflessioni.
Il periodo di maggiore lavoro per il braccio della morte – con quasi ottomila condannati giustiziati – è stato dal 1900 al 1972, anno in cui, a seguito della storica sentenza Furman, la Corte Suprema dichiarò incostituzionale la death penalty che venne sospesa per quattro anni, fino ad un nuovo pronunciamento che la reintrodusse.

Circa quattromila persone, invece, sono state giustiziate fra il 1850 e il 1899. Dall’anno della reintroduzione, il ’76, la potente macchina che organizza e gestisce la pena di morte ha funzionato “solo” 1.136 volte.
Fino al 1972, gli Stati federali che più praticavano la pena capitale erano la Virginia e New York. Dall’anno della reintroduzione della death penalty, invece, è il Texas che ha stracciato “gli inseguitori”, vincendo 423 a 102 (Virginia) giustiziati.
Dopo il settantennio d’oro del boia iniziato nel Novecento, il numero di condanne è andato calando, anche nel Texas; così come la stessa giurisprudenza sull’argomento si è fortemente differenziata Stato per Stato.

De facto o de jure, sono diciotto gli Stati federali dove il boia è andato in pensione: Alaska, Hawaii, Iowa, Maine, Massachusetts, Michigan, Minnesota, North Dakota, Rhode Island, Vermont, West Virginia, Wisconsin, New Jersey e il Distretto di Columbia; in Nebraska e New York, la pena di morte è stata dichiarata incostituzionale mentre nell’Illinois è in corso, dal 2003, una moratoria.
Nel New Hampshire, da tempo, non si eseguono condanne anche se la pena è prevista dall’ordinamento.

E’ difficile inquadrare il rapporto fra pena di morte ed opinione pubblica, negli USA: anche se la stragrande maggioranza degli elettori è a favore**. Ci sono Stati dove la “libertà di pistola” e la death penalty trovano giustificazioni anche morali o religiose: e la carriera di alcuni politici o sceriffi è passata attraverso la propria capacità di assicurare alle patrie galere uomini da giustiziare.
D’altra parte, il Michigan è stato uno dei primi Paesi al mondo a dichiarare illegale la pena capitale, così come la maggioranza degli abitanti del New England o della regione dei Grandi Laghi reputa il patibolo inaccettabile.
Bisogna notare, infine, come l’accettabilità sociale della death penalty sia passata, in America, attraverso un complesso fenomeno di medicalizzazione e proceduralizzazione del supplizio volto a creare “la morte docile”. Gli americani, cioè, sono convinti che la pena capitale sia un “procedimento amministrativo” che “elimina” il condannato in modo indolore e scientifico.
Si tratta di un fenomeno psicanalitico che ha accompagnato la scienza carceraria dall’epoca moderna.

Durante la Rivoluzione francese, Joseph-Ignace Guillotin propose la sua nuova invenzione, la ghigliottina, all’Assemblea Nazionale proprio per praticare una morte asettica, facile e indolore. In seguito, la ghigliottina verrà eliminata perché si scoprirà, al contrario, che uccide con moltissima sofferenza.
Allo stesso modo, dal ’76, il sistema americano si basa sull’iniezione letale, in un contesto dove il giustiziato è assistito da rassicuranti medici.
Nonostante questa rappresentazione simbolica rimandi all’ospedale, le associazioni abolizioniste giurano che il mix di Pentothal Sodium e Pavulon utilizzati nelle “procedura” produca un’atroce agonia nel condannato.
Se le menzogne intorno “la morte docile” cadessero, il consenso di cui gode la death penalty in America resterebbe uguale?

* Mia elaborazione su The Espy File e Number of Executions by State and Region since 1976, Death Penalty Information Center
**Un sondaggio Gallup del 2004 riporta che il 74% dei cittadini americani è a favore della pena di morte.

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Osservatorio Pena di Morte: Cina, lo splendore dei supplizi

Pubblicato da brasseriefoucault su Gennaio 8, 2009

Pechino, disastro dei diritti umani, con processi-farsa e condanne a morte per tantissimi crimini, anche non violenti. E’ il volto truce di un Leviatano sulla via (lunga) della democratizzazione

La Cina è il primo Paese al mondo per numero di condanne a morte, persone in attesa di esecuzione, numero di crimini per i quali è prevista la pena capitale, rapidità di processo ed esecuzione.

La forza di questo “primato” è ancora più macabra se si pensa che i dati reali sono, con buona probabilità, almeno il doppio rispetto a quelli ufficiali.Ronda dei carcerati di V. van Gogh

Lo stesso governo cinese, infatti, mantiene il segreto di Stato su questa contabilità dell’orrore. 470 sono stati i giustiziati resi pubblici nel 2007 dalle autorità di Pechino; ma Amnesty International afferma che la cifra reale oscilla fra le 8.000 e le 15.000 unità.
La pena capitale, inoltre, è impartita per una pletora di crimini – circa 70 illeciti previsti dall’ordinamento – anche non violenti, come l’evasione fiscale e il falso in atto pubblico.

Come se tutto ciò non bastasse, le associazioni di diritti umani hanno accertato flagranti violazioni anche sul piano squisitamente processuale; come torture al fine di estorcere confessioni, impossibilità di organizzare la difesa e di contattare avvocati da parte dei condannati, etc.

Negli anni recenti è aumentata la pressione internazionale per spingere il governo cinese a rivedere la sua posizione sulla pena di morte.
Anche la autorità hanno palesato (a parole) una certa disponibilità a riformare il sistema.
Nel 2007, infatti, quel perverso meccanismo di automazione fra processo ed esecuzione è stato frenato con l’introduzione di un parere vincolante da parte della Corte Suprema di Pechino, prima che il boia entri in azione. Ciò non ostante, la realtà è ancora nascosta all’opinione pubblica mondiale; mentre i dati ufficiali continuano a non scalfire il macabro primato della Repubblica Popolare.

Tutto il sistema penale cinese, d’altronde, si regge su una vera e propria rappresentazione teatrale della morte che ha come unico protagonista uno Stato potente e assoluto come il Leviatano, esclusivamente interessato all’esercizio del potere per il potere.
Il processo cinese è anonimo ed impersonale come quello immaginato da Kafka, carnale e barocco come in quegli “splendidi supplizi” medievali descritti da Foucault in Sorvegliare e punire.
Mentre, infatti, altri regimi hanno visto un’evoluzione del proprio sistema carcerario – che si è gradatamente ispirato ai principi positivisti della proceduralizzazione e della medicalizzazione della morte – il tratto distintivo del sistema cinese è la “crudeltà nella morte”.

La pena capitale non è, infatti, comminata in modo indolore – con l’assistenza di medici, la somministrazione di sedativi e, magari, l’utilizzo dell’iniezione letale – ma attraverso i mezzi più violenti. Non solo il sistema più diffuso, infatti, è la fucilazione o il colpo alla testa, ma Amnesty ha anche verificato l’uso di proiettili dum-dum – banditi dalla Convenzione di Ginevra – che ti esplodono in corpo squarciandoti le membra.  Per di più, i parenti dello giustiziato sono tassati per le spese di esecuzione.

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