Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Archivio per Febbraio 2009

Campi di reclusione per 200.000 tamil

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 20, 2009

Le Ong denunciano continue violazioni dei diritti dei civili tamil, mentre avanza l’esercito della presidente Rajapaksa. I welfare village – ribatte il governo – accoglieranno i rifugiati.

Il governo dello Sri Lanka si appresta a costruire nuovi “campi di reclusione” dove stipare i 200.000 tamil che stanno fuggendo via dal nord est dell’isola di Ceylon, dove infuria la fase finale del conflitto fra esercito regolare e l’organizzazione separatista delle tigri tamil.

(AP Photo/Gemunu Amarasinghe)

(AP Photo/Gemunu Amarasinghe)

L’amministrazione cingalese ha dichiarato che aprirà cinque welfare village per mettere in sicurezza i rifugiati, al fine di evitare disordini e rappresaglie. Molti osservatori internazionali, invece, hanno espresso forte preoccupazione per la natura di questi campi, le eventuali violazioni dei diritti umanitari e per il pericolo che la condizione dei civili tamil diventi permanente; con l’impossibilità per i tamil di fare ritorno alle loro abitazioni, nell’attesa che l’esercito bonifichi il territorio dalla presenza delle tigri.

La tensione già era salita per dopo le denunce di Amnesty International e Human Rights Watch circa le inumane condizioni di reclusione dei tamil nei campi temporanei – dove sono stati rinchiusi i rifugiati in attesa della costruzione dei welfare village -.
Varie associazioni, fra cui la Croce Rossa e la CNN, hanno accusato l’esecutivo cingalese di violare i diritti della popolazione tamil.
Il portavoce Onu Gordon Weiss ha recentemente dichiarato a El Paìs che 52 civili sono stati uccisi a Suranthapuram, mentre la Croce Rossa ha riferito che 20 pazienti sono morti in un bombardamento cingalese di un ospedale a Puthukudiyirippu.
Il governo di Colombo rigetta le accuse, mentre le veline delle principali agenzie stampa ribattono che l’informazione, nel Paese, è attualmente “filtrata” dalla politica.

Dopo trent’anni di una violenta guerra, il regime cingalese si sta, infatti, avviando a concludere la spinosa questione del separatismo tamil. L’esercito è pronto a scatenare la “battaglia finale” – come l’ha definita la presidente Mahinda Rajapaksa – contro i guerriglieri, oramai esclusivamente concentrati nel nordest del Paese e ridotti allo stremo. La convinzione che la vittoria è a portata di mano è così forte che l’esecutivo già da tempo stava pianificando i welfare village.

Allo stato attuale, l’amministrazione in carica sembra essere stata travolta dall’ottimismo incontenibile che ha manifestato la popolazione e sta prestando poca attenzione alle critiche che le organizzazioni umanitarie stanno formulando verso i campi di reclusione per i tamil. I cingalesi, che rappresentano il 73% della popolazione contro solo l’8% di tamil, salutano il passaggio delle truppe e addobbano le città con le bandiere nazionali. Mahinda Rajapaksa ha chiesto ai cingalesi che furono costretti ad abbandonare i loro villaggi, caduti sotto il controllo delle tigri, a farvi ritorno.
In questo clima di euforia, solo il ministro della Difesa Gotobaya Rajapaksa, marito della presidente, ha invitato tutti alla prudenza.

In questo momento, 50.000 unità dell’esercito governativo sono riusciti ad isolare le 2.000 tigri in una zona di sicurezza di 30 km quadrati. La sensazione è che la fine della guerra civile sia oramai prossima.

E’ dal 1983, infatti, che lo scontro fra i tamil, di religione indù, e i cingalesi, buddisti, ha assunto la forma del conflitto armato. Le vittime sono state più di 70.000.
Le tigri – considerate dall’Unione Europea “gruppo terrorista” per il ricorso abituale agli attentati suicidi contro la popolazione inerme – aspiravano a creare uno Stato indipendente nella parte settentrionale di Ceylon, dove erano riusciti a creare un Stato di fatto, ora ridottosi ad un piccolo pezzo di giungla.

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Siemens, accordo nucleare con la Russia

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 18, 2009

Dopo lo scandalo tangenti, Siemens ritorna in Russia per fare affari: dà una mano a Gazprom nel settore del gas naturale liquefatto e pianifica nuove centrali nucleari con Rosatom

Il gigante tedesco dell’elettronica Siemens ha siglato un nuovo grande piano industriale in Russia. L’azienda costruirà una fabbrica di trasformatori nella regione di Voronezh ed inaugurerà una partnership con il leader russo del settore energetico Gazprom, nel ramo delle LNG, il gas naturale liquefatto.

(Photo by Johannes Simon/Getty Images)

Il piano di investimento è stato reso pubblico, martedì scorso, dal presidente Siemens Peter Löscher, in visita a Mosca. La nuova fabbrica, prevista per il 2011, costerà 35 milioni di euro.

Il Moscow Times riporta la dichiarazione del portavoce del premier Putin, Dmitry Peskov, secondo il quale Löscher, martedì, ha incontrato al Cremlino lo stesso Capo di governo per discutere un nuovo piano di cooperazione sull’energia nucleare. All’incontro, ha partecipato anche Sergei Kiriyenko, capo della Rosatom, l’azienda di Stato russa specializzata sul nucleare.

Secondo il Frankfurter Allgemeine Zeitung, Siemens è interessata ad una joint venture con Atomenergoprom, controllata di Rosatom: la partnership prevedrebbe la costruzione di centrali nucleari.

Allo stato attuale non sono trapelate altre decisioni. Löscher, dal portale istituzionale Siemens, fa sapere che l’azienda ha avviato un piano di ricerca congiunto con Gazprom sull’LNG .
L’azienda tedesca gestirà alcune turbine di Mosenergo e OGK-2 (legate al gruppo Gazprom) e, in cambio, girerà macchinari a raggi X all’azienda medica Petromed.

Anche se mancano ulteriori dettagli, è possibile chiarire gli aspetti politici della faccenda. Siemens, indirettamente, sta aiutando la Russia ad aumentare la sua influenza nel settore energetico; ogni nuova centrale nucleare significa, infatti, immettere nel mercato estero, per Mosca, più gas naturale da vendere.
Inoltre, Gazprom era abbastanza debole nel settore dell’LNG: potenziarsi in questo ramo, significa raggiungere un vantaggio competitivo notevole; soprattutto per il fatto di dipendere di meno dai gasdotti, spesso causa di instabilità geopolitica per i Paesi che ne sono attraversati.

Il procedimento LNG, infatti, permette di trasportare il gas in modo più economico, là dove non ci sono pipeline. Il gas, allo stato liquido, occupa circa 1/600 rispetto allo stato gassoso.
Siemens, d’altro canto, spera di recitare un ruolo importante nel mercato nazionale russo dell’energia, gestito in modo oligopolistico da pochi attori.
E’, inoltre, singolare che sia proprio Löscher a giocare questa partita in Russia. Peter Löscher, infatti, era stato parzialmente toccato dal grande scandalo dei slush fund utilizzati dalla Siemens per corrompere ufficiali pubblici, in vari Paesi mondo, al fine di vincere le gare.

La Russia è stata il secondo mercato della tangentopoli Siemens, dopo la Nigeria. Questo scandalo ha gettato, inoltre, un discredito generalizzato su tutto il sistema tedesco – da sempre campione di rigore morale – e tutta la dirigenza ne è uscita malconcia. Löscher, ora, si ributta in una nuova campagna di Russia: gioverà alla disastrata immagine della Siemens?

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Uzbekistan, Medvedev chiede chiarezza

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 6, 2009

L’Uzbekistan è uno “swinging state” fondamentale per la Russia, con investimenti Gazprom di grande entità. Anche gli Stati Uniti hanno notevoli interessi militari e strategici.

I portavoce del governo russo hanno annunciato che i prossimi colloqui fra Dmitry Medvedev, i primi da quando è diventato presidente, e la controparte uzbeka Islam Karimov sono programmati per il prossimo maggio.
Gli accordi in programma prevedono un grande piano di investimenti e forti interessi commerciali di Mosca nel settore delle energie.

AFP PHOTO / MAXIM MARMUR

AFP PHOTO / MAXIM MARMUR

L’amicizia fra l’Uzbekistan e la Russia, infatti, si è rafforzata, a partire dal 2005. Anche se, a tutt’oggi, il Paese asiatico viene considerato uno swinging state: uno Stato diplomaticamente “oscillante”. In bilico fra Russia e Occidente.
All’inizio del 2000, il Paese era fortemente filo-occidentale e molti erano gli investimenti americani: da parte dell’Open Society Institute di George Soros, ad esempio: mentre risalivano al 1997 gli affari fra George Bush – quando era solo governatore del Texas –, Enron e il governo uzbeko, nella persona di Sadyq Safaev.

L’idillio si spezza nel 2005: Europa e America criticano fortemente Tashkent a seguito del massacro di Andijan, quando viene represso nel sangue un movimento di protesta popolare.
In quell’occasione, Karimov rifiutava di istituire la commissione d’inchiesta internazionale sul caso, come richiedevano Ue e USA, e chiudeva la base aerea di Karshi-Khanabad che era stata concessa a Washington nell’ambito dell’operazioni controterroristiche intraprese dall’amministrazione Bush.

L’Unione europea rispondeva con un piano di sanzioni contro l’Uzbekistan. Ne approfittava Mosca. Dal 2006, Tashkent entrava a far parte di organizzazioni regionali capeggiate dalla Russia, come l’Eurasian Economic Community (EurAsEC), e ratificava il Collective Security Treaty Organization (CSTO) con il Cremlino. Nonostante la forte presenza di investimenti americani a Tashkent nel settore dell’energia, la Russia diventava il primo investitore strategico nell’Uzbekistan.

Il Paese sembrava ritornato sotto l’ombrello di Mosca: ma, in realtà, non era così. Ad ottobre 2008, dopo che Bruxelles decideva di interrompere le sanzioni per il massacro di Andijan, Tashkent, prontamente, si autosospendeva dall’EurAsEC.
Nel prossimo incontro, ora, è certo che Medvedev vorrà parlare soprattutto dell’EurAsEC.
I russi non l’hanno presa bene. Vari deputati della Duma hanno, infatti, dichiarato ai media nazionali di ritenere inaccettabile l’atteggiamento di Tashkent: Konstantin Zatulin, riporta RFE/RL, ha bollato Karimov come «inaffidabile» e dallo stile «zig-zag».
D’altra parte, gli stessi americani non sono contenti di essere stati sbattuti fuori dalla base di Karshi-Khanabad.
L’intreccio di relazioni ed interessi è molto forte. L’Uzbekistan è ricco di energie, ma è lontano dai mercati – pur se in posizione baricentrica rispetto alle potenze Cina, India, Russia e Iran –. Subito dopo la caduta dell’URSS, il Paese ha guardato altrove. Una prima cooperazione con gli Stati dell’Asia centrale è stata indebolita, ad esempio, dalle guerriglie islamiste: i talibani entravano in Uzbekistan e Tashkent affidò la difesa del Paese al militare nazionalista Abdul Rashid Dostam.
L’Uzbekistan è stato ed è fondamentale per gli USA nel controllo del confine afgano. Da che parte deciderà di stare, ora, Karimov?

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il cannocchiale

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Osservatorio terrorismo: l’Emirato Caucasico e la jihad

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 6, 2009

Gli interessi in conflitto di Iran e Russia si scontrano nel Nord Caucaso, fra sanguinari jihadisti, generali mafiosi, Hamas e continue violazioni dei diritti umani, di tutti contro tutti.

Il Nord Caucaso è uno scenario strategicamente fondamentale per il terrorismo jihadista; il 31 ottobre del 2007, infatti, Dokka Umarov, già presidente della repubblica secessionista cecena della Ichkeria, ha dichiarato la costituzione dell’Emirato Caucasico.

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L’emirato include tutta la Ciscaucasia: le repubbliche di Cecenia, Inguscezia, Dagestan, Nord e Sud Ossezia, Kabardino-Balkaria, Karachay-Cherkessia e la provincia di Krai.
Si tratterebbe di entità politiche autonome, in qualche modo legate alla Russia. Ma la vittoria di Mosca dopo la seconda guerra cecena, con la smobilitazione del governo de facto della Repubblica di Ichkeria, non ha assolutamente riportato la pace in un territorio conteso, dove la sovranità è ancora, a volte, esercitata dagli indipendentisti.

Lo stesso nazionalismo ciscaucasico, inoltre – grazie alle epurazioni e ai metodi mafiosi utilizzati dai capi guerilla (che in realtà sono tutt’uno con la mafia caucasica) -, coincide, oramai, quasi esclusivamente con l’islamismo jihadista; nonostante il nazionalismo locale abbia un’antica, nobile e lunga tradizione: la ciscaucasia è abitata, infatti, da popolazioni con una propria lingua ed una propria cultura ed è stata sottoposta ad un vero e proprio genocidio: ai tempi di Stalin, molti Ceceni furono deportati in Siberia dove trovarono la morte.

Le prove della penetrazione jihadista nel Caucaso risalgono al “famoso” Shamil Basayev, il “comandante” ceceno della strage di Beslan, anche autore de Il libro del Mujahid, bestseller e vero vademecum del perfetto terrorista.
Gli stessi interessi in campo caucasico, inoltre, cortocircuitano in una spirale di reazioni e controreazioni spiazzanti.

Alcuni osservatori russi, ad esempio, hanno suggerito che gli stessi Stati Uniti hanno in qualche modo aiutato il Fronte Caucasico (la sigla che ha combattuto i russi in occasione delle guerre cecene, nda) in chiave antirussa, appoggiando indirettamente Al Qaeda. Sicuramente i ribelli ceceni sono stati aiutati dall’Iran (che ha addestrato i miliziani nei propri campi militari) ed è stato provato il legame fra Fronte Caucasico e Hamas.
Le Ong riportano di sistematici abusi e torture da parte sia dei russi che dei gruppi indipendentisti. I signori della guerra che si sono legittimati come eroi nazionali contro l’oppressore russo sono spesso sanguinari assassini o mafiosi che hanno fiaccato l’opposizione interna democratica ed hanno costituito ingenti patrimoni all’estero.

La repubblica cecena ufficiale riconosciuta da Mosca, infatti, non è molto meglio dell’Emirato che agisce nell’ombra. L’attuale presidente Ramzan Kadyrov è subentrato al padre Akhmad, assassinato nel 2004. Questi, prima di passare dalla parte dei russi, era stato uno dei più crudeli soldati ribelli, mentore di un squadraccia di criminali capeggiata dal figlio, nota col nome di Kadyrovtsy: a detta dei Kadyrov erano le guardie scelte del presidente, ma Human Rights Watch li descrive come una sorta di SS.
Putin, per pacificare il Paese, ha accettato i Kadyrov: ma non è detto che sia stata una buona idea.

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Osservatorio terrorismo: la politica del terrore

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 6, 2009

Come stanno affrontando le Democrazie il problema terrorismo? Misure come il Patriot Act dimostrano che (alcuni) Stati oggetto di attacchi terroristici abbiano optato per misure eccezionali, extra ordinem, per difendersi. Ciò ha comportato un ritorno all’antico ricorso del “terrore” contro il “terrorismo”.

Terrore, politica, guerra e terrorismo sono infatti strettamente legati. Il terrore non è solo quello di Robespierre ma è già la semplice manifestazione dell’uso statale della forza: per la quale, come diceva Machiavelli, per reggere il governo è necessario «mettere quel terrore e quella paura negli uomini che vi avevano messo nel pigliarlo». death_of_marat_by_david

Per alcuni antropologi, la politica è “un’evoluzione razionale” della religione e della magia la cui funzione sociale è il tentativo psicanalitico di dominare la paura della morte. Ed è proprio questo timore, secondo Hobbes, che spinge gli uomini a sottomettersi all’arbitrio del Leviatano.

L’Occidente ha impiegato due millenni per trasformare il terrore in violenza legittima. Grazie alla messa a punto di concetti come Stato liberale o sociale che, in un modo o in un altro, cercano di perseguire il bene comune, non solo il potere del sovrano o la ragione di Stato.

Per Max Weber, lo Stato può esercitare una violenza che è legittima nella misura in cui è prevista dall’ordinamento giuridico. La legittimazione statale all’esercizio della violenza reca in sé i presupposti per l’effettiva eliminazione della violenza politica dalla Storia. Era l’obiettivo che il comunismo avrebbe raggiunto attraverso l’esercizio della violenza rivoluzionaria; è il fine che gli Stati liberali promettono grazie all’affermazione graduale del principio giuridico per il quale la guerra è crimine contro l’umanità.
Di fronte al terrorismo, però, torniamo indietro: in primis, con il ricorso da parte degli Stati alle misure d’eccezione previste nei casi di guerra; che vengono inopinatamente dilatate nel tempo, giacché si tratta di “guerre non convenzionali”. In secundis, con l’esternalizzazione territoriale del monopolio statale della violenza (che cessa di essere monopolio!).
E’ il caso, inquietante, degli appalti statali a security private – che se ne strafregano della Convenzione di Ginevra – o degli interrogatori realizzati in non-luoghi giuridici come Guantanamo.

Posto che la legittimazione sociale del terrorismo è storicamente legata all’esercizio statale del terrore, è bene che le democrazie non giustifichino mai i mezzi anche per il migliore dei fini.

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Osservatorio terrorismo: la contabilità dell’orrore

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 6, 2009

Terrorismo islamista ma non solo, al-Qaeda si ramifica dal Caucaso al Bangladesh, mentre sale il numero delle morti fra i civili. Iraq e Afganistan i Paesi col maggior numero di vittime e attentati. Ecco i dati.

14.499 attacchi terroristici, l’ultimo anno, con più di 22.000 morti e 67.000 feriti. Il 43 percento del totale delle vittime, circa 6. 200 morti, è concentrato nel solo Iraq: già nel 2006, l’Iraq forniva il 60% del totale.
E’ quanto emerge dalla lettura dell’ultimo report del National Counterterrorism Center (scaricalo qui).

Copyright di China's Xinhua news agency

Copyright di China's Xinhua news agency

Il numero di attentati in Europa ed America – secondo l’autorevole fonte – sta notevolmente calando: ma aumenta in modo esponenziale in Africa – Somalia, Kenia e Nigeria, più 96% – e Afganistan – più 16% -. Iraq, Afganistan, Pakistan, India e Thailandia, sono i Paesi più colpiti dagli attacchi.

La maggioranza degli attentati è realizzata con strumenti convenzionali (bombe, fucili), ma
è forte l’aumento del ricorso a tecniche suicide (suicide bombing, più 50 percento; suicide car bombing, più 40). Gli attacchi suicidi, tuttavia, rappresentano solo il 3% del totale.

I musulmani sono il primo gruppo religioso ad essere colpito (il 50% delle vittime di attacchi terroristici). Si tratta di uccisioni realizzate in parte proprio dai movimenti islamismi, a riprova del fatto che il terrorismo jihadista non solo deve combattere gli infedeli, ma anche l’opposizione interna; 100 moschee sono state fatte saltare in aria, l’ultimo anno.

Aumentano gli attacchi agli innocenti e agli obiettivi non militari: ben il 70% del totale di vittime e feriti è rappresentato da civili; ed è stato registrato il 67% di aumento di attacchi contro le strutture scolastiche.
I dati del report permettono di verificare come la guerra al terrore intrapresa dall’Amministrazione Bush abbia in realtà aumentato il numero di attentati e vittime; questo aumento ha interessato soprattutto i Paesi oggetto dell’intervento diretto statunitense, Iraq e Afganistan.

Il terrorismo di matrice islamista, nonostante la propria sovraesposizione mediatica, non è la prima minaccia terroristica. Bisogna comunque precisare che la moltiplicazione dei gruppi terroristici – attraverso scissioni o lotte intestine – non consente di identificare la maggioranza degli attacchi: il 64 percento del totale degli attacchi è considerato, infatti, di gruppi anonimi.

Il Global Terrorism Db dell’Università del Michigan (per il periodo 1998/2004) indica che il maggior numero di attentati (1269) è stato eseguito dai gruppi etnonazionalisti. Tali gruppi includono anche movimenti politici o religiosi, ma vengono classificati come nazionalisti in quanto l’obiettivo indipendentista è il principale. Si tratta di organizzazioni come le Tigri Tamil, Ribelli Hutu, Farc, il Fronte Tritura (India), Egbesu (Nigeria), nazionalisti irlandesi e kosovari.
I gruppi prettamente religiosi si attestano al secondo posto, con 991 attentati. Si tratta soprattutto di movimenti islamismi, ma sarebbe meglio parlare di galassia jihadista; ogni unità terroristica, infatti, non è formata propriamente da un gruppo ma da una rete, un cluster, relativamente autonomo eppure in grado di seguire una strategia condivisa. Proprio Al Qaeda è la dimostrazione di questa articolazione, come il caso dei network di Al-Qa’ida in the Islamic Maghreb (AQIM) o Al-Qa’ida in Irak dimostrano.

Al-Qa’ida, anche attraverso le sigle di cluster affiliati, è il nome più ricorrente.
Le nazioni più funestate dagli attacchi terroristici, Iraq e Afganistan, vedono anche la presenza del maggior numero di organizzazioni attive sul territorio.

In Iraq operano Abu Musab al-Zarqawi, affiliato di al-Qaeda; Brigate Al-Faruq, la jamaat Ansar al-Sunna; i mujahideen al ta’ifa al-Mansoura, il gruppo jidaista Ansar al-Islam.
L’Afganistan, invece, è appannaggio di unità legate ai Talibani e di Hezb-e-Islami Gulbuddin.

I gruppi che hanno aumentato significativamente le loro attività sono (in Libano) Fatah al-Islam e Hezbollah – quest’ultimo, con Hamas, rappresenta la testa d’ariete dell’Iran – Lashkar-e-Toiba e Jaish-e-Mohammed (India e Pakistan), Jamaat-ul-Mujahideen (Bangladesh) e Abu Sayyaf (Filippine).

Il terzo posto per maggior numero di attentati è occupato, con 844 casi accertati, dai gruppi comunisti: le Farc (Colombia) e UnitA (Angola) sono le due organizzazioni che hanno messo a segno il maggior numero di colpi.

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Obama, via libera alla California verde

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 6, 2009

Il presidente sblocca la situazione di dipendenza politica cui era stata sottoposta l’Agenzia ambientale americana da Bush. Ritorna il Clean Air Act in California.

Il 26 gennaio, il presidente Obama ha firmato due importanti regolamenti concernenti il tema delle politiche ambientali.
Il primo rappresenta un protocollo programmatico che, con l’obiettivo di ridurre i gas serra, anticipa al 2011 le scadenze che Bush aveva fissato al 2020: una netta inversione di rotta rispetto al provvedimento dell’ex presidente che, in pratica, scaricava anche i “costi politici”, oltre che economici, ad una data tanto lontana da non dover fattivamente interessare la propria amministrazione.

copyright National Archive/Newsmakers/Getty

copyright National Archive/Newsmakers/Getty

La presidenza Obama, invece, si assume completamente la responsabilità della riconversione energetica, fissando obiettivi che devono essere raggiunti già in questo mandato.

L’altro provvedimento approvato dal presidente concerne il reintegro dei poteri speciali concessi alla California in tema di regolamentazione dei gas serra.
Grazie al pioneristico Clean Air Act del 1970, lo Stato della California poteva, infatti, approvare regolamenti anti-inquinamento sperimentali e anche più severi rispetto alle leggi federali, previa approvazione da parte dell’Epa, l’Agenzia di protezione ambientale americana.
Dall’anno scorso, l’Epa ha, in pratica, inibito questa potestà concessa alla California. La mossa dell’attuale presidente è, quindi, di grande portata. La ratio sottesa al Clean Air Act, infatti, era quella di sperimentare policy innovative nel “laboratorio” della California, Stato da sempre fautore di scelte politiche pionieristiche. Basti pensare che la prima adozione della benzina senza piombo fu decisa da Sacramento.

Il vecchio regolamento, inoltre, prevedeva che sulla scia di quanto approvato in California, altri Stati potessero adottare la regolamentazione californiana invece della federale: cosa che, fra l’altro, è strettamente legata al successo di ogni politica, quando viene implementata dal basso e non imposta da Washington.

La fine del laboratorio California fu firmata da Bush, incardinando all’Epa i suoi “falchi”. Nel 2002, Sacramento approvava una legge che imponeva alle aziende automobilistiche di ridurre l’emissione dei gas serra del 30%, entro il 2016: uno standard che era esattamente il doppio rispetto a quanto previsto dall’allora legge federale vigente.
Altri 13 Stati si dichiaravano pronti a seguire l’esempio californiano. A quel punto, Bush bloccava la legge attraverso l’Epa, nonostante la Corte Suprema avesse precedentemente chiarito come il Clean Air Act fosse costituzionale. Il provvedimento di Obama, quindi, non solo rappresenta un ritorno allo status quo ante, ma “libera” l’Autorità ambientale, la cui posizione di terzietà era stata fortemente incrinata dal selvaggio spoil system repubblicano.

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Accordo sul nucleare USA-Emirati

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 4, 2009

L’Iran è pronto ad andare avanti nell’arricchimento dell’uranio, nonostante le sanzioni ONU. Parte una escalation per il “nucleare civile”in Medioriente. Primo grattacapo per Obama

Gli Stati Uniti hanno recentemente siglato un accordo con gli Emirati Arabi Uniti per lo sviluppo congiunto del nucleare civile.
Il patto è stato firmato il 15 gennaio scorso fra Condoleezza Rice e la controparte Abdullah bin Zayed al-Nayhan. Un accordo fortemente voluto da George W. Bush.  Il “canto del cigno” o “il colpo di coda” dell’amministrazione uscente?
Allo stato attuale, dal mio punto di vista, ci sono molte perplessità. Come giudicare una presidenza che – a fine mandato – sarebbe dovuta restare in carica per l’ordinaria amministrazione e, invece, si è lanciata in un’operazione di tale portata internazionale, in un ambito dibattuto e controverso come il nucleare?
Il tutto dopo che Obama, nel suo programma di governo, aveva fissato come priorità il tema delle energie verdi.

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Inoltre, tale accordo può significativamente innescare una vera e propria escalation del nucleare civile nel Medioriente: dove molti Paesi già sono alle prese con i problemi creati dal programma nucleare iraniano; sul quale aleggiano dubbi e perplessità politiche, tecniche e di merito.
Molte segreterie mediorientali, inoltre, hanno da tempo assunto una posizione attendista, congelando i propri propositi di programmi nucleari a patto che anche le altre potenze seguissero scrupolosamente una condotta di non proliferazione.

Se Iran ed Emirati avranno il loro nucleare, non si vede perché non dovrebbero avercelo le altre nazioni della regione.
La stessa mossa di Bush, d’altronde, suona beffarda e provocatoria: mirata, soprattutto, a colpire lo stesso Obama.
La convenzione, infatti, è una patata bollente che dovrebbe essere approvata dalla prossima amministrazione. Nel tentativo di dare una certa continuità alla politica internazionale, di solito, i parlamenti subentranti ratificano gli accordi internazionali presi dalle amministrazioni precedenti.
Ma è ovvio che nel nuovo Congresso siederanno personalità assolutamente contrarie a questa scelta bushana.
Alcuni deputati Democratici già hanno chiesto ad Obama di schierarsi apertamente contro l’accordo; sembra che il nuovo presidente, per quanto contrarissimo, sia più sensibile al bon ton istituzionale, infatti. Per come si sono messe le cose, comunque andrà, per Obama, sarà un grattacapo.
Attualmente, la maggiore preoccupazione – che non riguarda solo la politica americana – è sul piano internazionale: l’Iran.
Nonostante i tre interventi di sanzioni promossi dalla Nazioni Unite, Tehran continua nel suo progetto di arricchimento dell’uranio. “Per scopi pacifici” – sostiene il governo Ahmadinejad – e senza violare il “trattato di non proliferazione”. Cosa ancora più paradossale è che gli Emirati sono il primo partner commerciale dell’Iran: e ci sono buone probabilità che il supporto logistico e tecnico fornito dagli Usa ad Abu Dhabi, da lì possa arrivare direttamente a Teheran.
Gli Emirati sono stati a lungo considerati, d’altronde – proprio dagli States – una terra d’elezione per il riciclaggio di danaro sporco e per il contrabbando di risorse e strumenti legati al nucleare.

Oggi le cose sono cambiate: Abu Dhabi è la capitale degli investimenti immobiliari e – sostengono i congressmen repubblicani – sono state implementate serie e severe misure fiscali e di sicurezza.
Secondo alcuni Repubblicani, l’accordo Zayed al-Nayhan-Rice dimostra che gli USA sono pronti ad aiutare col nucleare tutti i Paesi che si guadagnano la fiducia americana.
Mentre l’Iran crede solo si tratti di un’altra dimostrazione del doppio standard che utilizza l’Occidente.

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Di Pietro a caccia dei voti del Pd?

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 3, 2009

I fautori del bipolarismo competitivo hanno sofferto per i successi abruzzesi di Di Pietro. E tremano per le europee. Ma siamo sicuri che il sistema politico funzionerebbe meglio con un’Idv ridimensionata?

Per i profeti della governabilità – che secondo le migliori intenzioni dovrebbe coincidere con il bipartitismo – oggi, lo scandalo, si chiama Di Pietro. Ieri, le preoccupazioni andavano verso “la sinistra massimalista”, questa nefasta armata di “rivoluzionari di professioni”.

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Oggi, lo “spettro che si aggira” per il parlamento italiano è Di Pietro. D’altronde è palese che il leader dell’Idv sia un pericoloso “bolscevico”; altrimenti come spiegare i fiumi di inchiostro che si scrivono sul novello Lenin molisano? Dopo le elezioni in Abruzzo, ad esempio, il Corsera ha parlato di «spallate e macerie» a causa dell’Idv, pronto a «cannibalizzare» la pecorella Pd, soccombente sotto le fauci della furia giustizial-stalinista di Di Pietro.
Insomma, è il “lider maximo molisano” il problema per la democrazia: no i Fiore, i Gentilini e i Calderoli.

Ma qual è lo scenario istituzionale che sognano i nemici dell’Idv?
Il bipartitismo competitivo? Non credo.
Innanzitutto, è assolutamente ridicolo dipingere Di Pietro come un massimalista o radicale; in più di un’occasione, egli ha rimarcato la sua diversità rispetto la “fu sinistra massimalista” (il che non è detto sia necessariamente un bene…).
Cosa ci sia di male, poi, nel fatto che i partiti siano in competizione fra di loro, anche nella stessa coalizione, per la ricerca del consenso, non è chiaro.

La metafora del libero mercato politico, più efficiente e performante dell’oziosa palude trasformistica e collusiva della I Repubblica, starebbe lì a dimostrarlo.
Gli aedi del bipolarismo competitivo la vogliono o no questa “allocazione ottimale delle risorse politiche” promessa dai sistemi competitivi e bipolari? Si direbbe di no, se Di Pietro «cannibalizza».
D’altronde, i nemici della I Repubblica lamentavano giustamente il carattere non performante del sistema politico italiano: condannato ad inefficienze e trasformismi.

Vivevamo in una situazione di pluralismo polarizzato e le cause erano da ricercarsi anche nella presenza dei “partiti anti-sistema”: partiti di lotta e non di governo, ali radicali, che spingevano il centro a governare con metodi clientelari ed opachi.
Ecco che la “modernità”, a detta di questi “profeti”, si sarebbe raggiunta espellendo Pdci, Rifondazione e Verdi dal parlamento: già era difficile convincere il Paese che quel trittico – che amministra placidamente tanti Enti locali – rappresentava i partiti anti-sistema della II Repubblica, gli eredi di Democrazia proletaria. Ma spacciare come anti-sistema l’Idv – che ha candidato De Gregorio, sicuramente non sospettabile di simpatie trozkiste – è, addirittura, risibile.
In realtà, l’attuale parlamento, pur se eletto con un sistema che non garantisce l’assenza di frammentazione partitica, presenta una meccanica di tipo “pluralista moderato”, con pochi partiti, in larga parte de-ideologizzati e non anti-sistema.
Insomma, nonostante il Mattarellum, la cosa funziona.

Ma forse, i nemici dell’Idv sognano un sistema bipolare perfetto – con soli due partiti – ancora più efficiente. Ma qui casca l’asino. Perché è molto probabile che un sistema bipolare, invece di garantire la massima competizione e governabilità, generi un contesto da “oligopolio collusivo”.
Cioè: se sono solo due i partiti che possono aspirare a vincere, è probabile che questi governino con modo consociativo al fine di mantenere il potere per il potere ed ammortizzare i rischi dell’exit, o dell’uscita dal gioco che un sistema di mercato “a mano invisibile” comporta.

L’attuale fisionomia da cartel party che i maggiori partiti italiani sembrano assumere non fa altro che rafforzare il timore di questa involuzione elitistica, da “casta”, che la prospettiva bipolare comporterebbe.

Il problema più serio, infine, non è di tipo meramente tecnico ma politico.
Perché l’Idv cresce? Perché la Lega è forte? Perché rastrellano voti di opinione di chi crede “nei territori” e “nei valori”. Il Pd, più che sentirsi «cannibalizzato», dovrebbe forse formulare delle risposte politiche a queste domande. O vogliamo un sistema bipolare oligopolistico dove vota il 30% dei cittadini?

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Obama spende, Berlusconi taglia

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 3, 2009

Mentre l’America di Obama vira verso un approccio neokeynesiano, il governo Berlusconi taglia e propone una fiscalità regressiva; i soldi ai gruppi industriali del Nord verranno presi dai fondi europei, destinati in gran parte a Sud e lavoratori.

Sud e povertà sono i grandi assenti nell’approccio politico macroeconomico di questo governo: come, purtroppo, di molti altri governi precedenti. Né misure straordinarie anticrisi o la social card – di carattere contingente – sembrano capaci di incidere su questo trend che è, invece, sistemico.tremonti

In Italia l’aumento della povertà sembra essere incontrovertibilmente legato all’adozione di politiche liberiste. L’irrigidimento del patto di stabilità adottato da Berlusconi, in questo momento, non sembra essere la buona cura per un malato, l’Italia, che è grave.
Il recente rapporto OCSE Growing Unequal? del 2008 è un’anamnesi precisa.

Tra i 30 paesi OCSE, oggi l’Italia ha il sesto più grande gap tra ricchi e poveri.
Redditi da lavoro, capitale e risparmi sono diventati il 33% più diseguali a partire dalla metà degli anni ottanta.
Il nostro Paese ha registrato il più elevato aumento nei paesi OCSE, dove l’aumento medio é stato del 12%.
La polarizzazione fra ricchi e poveri ha “sterminato” la classe media.

Il reddito medio del 10% degli Italiani più poveri è, infatti, di circa 5.000 dollari sotto la media OCSE mentre il reddito medio del 10% più ricco é di circa 55.000 dollari.
I ricchi sono diventati ricchissimi, i poveri poverissimi: in un contesto dove il 10% più ricco detiene circa il 42% del valore netto totale.
Dal sogno della borghesizzazione del proletariato immaginato dal riformismo degli anni Settanta, si è giunti alla proletarizzazione della classe media (ne parlava in quegli anni un marxista come Olin Wright, ma è meglio non infierire…).
La realtà che registra il citato rapporto OCSE dimostra che questi cambiamenti sono partiti negli anni 80, passando per le grandi dismissioni pubbliche dei primi anni Novanta: dei governi dei tecnici, Ciampi, Dini, Amato.

I governi dei sacrifici per ridurre il debito pubblico, fondamentale per l’allora costituenda moneta unica.
In quella fase, l’Europa si trovava in una grande crisi di competitività. Una serie di analisti – che allora rappresentavano il pensiero egemonico espresso da FMI, BCE, WTO – individuò presto le cause del problema: Stato e Lavoro.
Da un lato, per gli economisti public choice, bisognava tagliare sul welfare state keynesiano, costoso ed ipertrofico; dall’altro, erano i lavoratori che dovevano sostenere i costi di ristrutturazione dell’economia: non si poteva intaccare il Capitale che, invece, doveva trainare un nuovo sviluppo magari portando più in là i confini della tecnologia disponibile.
Il primo attacco ai lavoratori passò per l’abolizione della scala mobile. Ma questo nuovo liberismo, apostrofato dai critici “pensiero unico”, recava in sé fortissime energie vitali. Gli economisti public choice, infatti, non postulavano semplicemente che il mercato fosse più efficiente rispetto allo Stato ma – entrando nella riserva di caccia dei socialisti – che era anche più equo.

Erano le classi più svantaggiate, infatti, a pagare i disservizi della pubblica amministrazione, non i borghesi.
Il mercato, allocando in modo ottimale le risorse e riducendo gli sprechi, avrebbe prodotto tariffe anche più basse di quelle pubbliche, determinatesi in un regime di monopolio. Le public utilities erano inefficienti e costose perché – secondo i sostenitori delle privatizzazioni – i politici sono strutturalmente interessati alle poltrone o alla creazione del consenso. Via, dunque, alla concorrenza: e alla istituzione di mercati artificiali, in contesti dove Adam Smith non avrebbe mai potuto immaginare l’adozione di strumenti “a mano invisibile”.
Nasce il welfare market, si privatizzano ferrovie, linee telefoniche, autostrade – quello che per il liberalismo classico sono monopoli naturali – : in prospettiva, si devono privatizzare tutti i servizi pubblici, anche l’acqua.

Avevano ragione o torto questi liberisti? La crescita c’è anche stata. Ma, nella lunga distanza, bisogna concludere che questo approccio – per cui il mercato doveva sopperire ai fallimenti dello Stato – ha fallito esso stesso. Almeno su di un punto. L’equità.
La pretesa di questo “liberalismo di sinistra” – per citare due autorevoli esponenti di questa corrente, Alesina e Giavazzi – di essere non solo più efficiente ma più equo si è dimostrata errata. La forbice fra i redditi aumenta e i poveri stanno peggio. Anzi: il ceto medio scompare.
Di fronte a questa parziale ammissione dell’insuccesso del neoliberismo, e per uscire dalla crisi, Obama rilancia una grande programma di interventi keynesiano: con investimenti pubblici e nuovi posti di lavoro.
Il mantra della riduzione del debito pubblico – messo in discussione dalla stessa Ue che aveva contribuito a farne un vero e proprio simulacro – vacilla. Si torna a parlare di stabilizzazione del debito e “mano pubblica”. Di fronte a questo cambiamento, il nostro governo – dove il colbertista Tremonti si pregiava di essere un keynesiano ed ex socialista – che fa? Poco.
Si irrigidisce il patto di stabilità dei comuni, mentre il presidente Anci ammonisce che l’80% degli enti locali sforerà.
Ciliegina sulla torta: il piccolo programma d’interventi anticrisi viene e verrà finanziato dal Fas (Fondo aree sottoutilizzate) – destinato soprattutto al Meridione – e dai Fondi strutturali, che alimentano i Programmi Operativi Regionali. Due piccioni con una fava. Si levano soldi al disastrato Sud e si impedisce alle Regioni di sostenere quel poco di welfare che ci rimaneva.

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