Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Archivio per Marzo 2009

Mappe, le pipeline in Europa

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 27, 2009

Il petrolio e gas utilizzati in Europa provengono in gran parte dalla Russia, attraverso i giacimenti degli Urali, della Siberia e del Caucaso

1.106.449 chilometri di lunghezza. E’ la somma dei chilometri dei primi 10 Paesi al mondo per lunghezza di pipeline*. Un vero e proprio sistema circolatorio. Ma se le vene sono tante, il cuore è unico. E per l’Europa il cuore si chiama Russia.

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Oggi, fra gas e petrolio, la Ue dipende da Mosca. Con poche e limitate eccezioni; come la Francia, che produce da sé una percentuale del proprio fabbisogno di energia col nucleare, o la Norvegia e l’Inghilterra, grazie al petrolio estratto nel Mar dl Nord.
I recenti conflitti fra Russia, Ucraina e Georgia sono, infatti, la spia di come Mosca intenda basare la propria forza politica e diplomatica interamente sul ricatto energetico e di come sia pronta a passare all’azione militare quando tariffe e ritorsioni diplomatiche non funzionano.
La pressione che Mosca esercita su Europa dell’Est e Transcaucasia è volta a mantenere la propria posizione egemonica. E ad influenzare, in ultima istanza, la stessa Ue.

Il colosso russo è il secondo produttore ed esportatore al mondo, dopo l’Arabia Saudita. Gran parte del petrolio che viene pompato verso l’Europa meridionale ci arriva dal Caucaso. Il Caspian Pipeline Consortium e il Northern Early Oil nascono in Kazakistan e Turkmenistan, ma devono attraversare la Russia per giungere sulle sponde rumene e bulgare del Mar Nero.
Solo il Western Early Oil – che parte da Baku e passa per la Georgia – bypasserebbe la Russia: peccato che dopo l’ultimo conflitto russo-georgiano, l’oleodotto, ora, si ritrova nelle regioni abcaze e ossete filorusse. Anche gli altri Paesi al di là del Caspio di area turcofona sono legati da profondi vincoli economici e commerciali con Mosca.

L’Europa Centrale è anch’essa blindata: dall’oleodotto dell’amicizia, Druzhba I e Druzhba II; costruiti al tempo del Comecon, quando la Russia distribuiva energia “ai fratelli” del Patto di Varsavia. I Druzhba partono ad Almetyevsk, nel Tatarstan, incanalando il petrolio degli Urali e della Siberia, e pompano l’olio nero fino in Polonia, Germania, Repubblica Ceca.
Il Nord Europa è, invece, alimentato dal Baltic Pipeline System che arriva in Finlandia, a Tallin e Riga: e ancora più ad ovest, su, fino a Danziga e Rostock.
La Russia ha circondato l’Europa anche con i suoi gasdotti: Nord Stream e South Stream sono in cantiere: garantiranno forniture di gas russo dalla Finlandia alla Turchia.
A Sud, Blue Stream, nel corso dei prossimi anni, sarà sostituita da South Stream, in cui partecipa massicciamente Eni tramite South Stream AG; e che, a regime, raggiungerà direttamente l’Italia, arrivando fino a Brindisi.

* mia elaborazione su dati The Worldfact Book – CIA

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Nord & South stream Vs Nabucco

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 27, 2009

Esiste un conflitto di interessi fra Stati, multinazionali e politici prestati alle imprese?

E se Romano Prodi avesse accettato di lavorare per Gazprom, il gigante russo dell’energia? Negli ultimi giorni dello scorso governo Prodi, il nostro premier ha ricevuto, infatti, una proposta da Gazprom.

Prodi sarebbe dovuto diventare chairman di South Stream AG, la società di proprietà Gazprom –Eni, responsabile per parte del nuovo progetto South Stream. Con signorilità e senso dello Stato, il nostro ex premier ha rifiutato. Esiste, infatti, una oscura maglia di relazioni fra uomini d’affari del settore del petrolio e politici che è oramai endemica. gazprom_ror_vlarge

Accade in Russia, dove i politici più influenti siedono nei consigli di amministrazione dei giganti dell’energia; ma è così anche in America, dove i Bush sono il più lapalissiano esempio di questa nuova genia di padroni del vapore e politici influenti. E’ legittimo ritenere che esista una strategia di Gazprom di legare a sé personaggi influenti al fine di ottenere decisioni politiche compatibili con gli interessi dell’azienda?
Quale che sia la vostra risposta a questa domanda, ribadiamo che Prodi ha rifiutato l’offerta. Ma così non ha fatto l’ex premier tedesco Gerhard Schröder, messo a capo della Nord Stream AG, partecipata da due società tedesche, ma con il 51% saldamente in mano russa.
Proprio South Stream, inoltre, ha suscitato molto perplessità.

Il progetto è stato accusato di essere uno strumento politico per rafforzare l’egemonia russa in campo energetico. South Stream dovrà competere, infatti, con Nabucco, il progetto ufficialmente appoggiato dalla Ue. Nabucco, in particolare, sarà l’unico oleodotto che bypasserà la Russia; dal Mar Caspio, la pipeline arriverà sulle sponde europee del Mar Nero passando per Azerbaigian e Georgia. Così facendo la Ue potrebbe importare risorse direttamente dal Kazakistan e dal Turkmenistan, e in prospettiva anche da Iran e Iraq, senza passare per la Russia. Secondo alcune analisi costi benefici, Nabucco sarebbe molto più conveniente.

Ecco che, allora, i malevoli hanno supposto che South Stream serva solo a spiazzare Nabucco: contemporaneamente “aggirando” anche il problema della riottosa Ucraina. Il gas di Mosca, infatti, così non passerà più per Kiev. Ma se l’Unione Europea punta su Nabucco, ha senso per gli Stati nazionali puntare anche su South Stream?
E’ giusto che le aziende si muovano in autonomia. Ma questo intreccio di interessi con statisti è assolutamente preoccupante. Infine, un’ultima novità. Dopo l’ultimo conflitto russo georgiano, le regioni georgiane di Abcazia e Ossezia, abitate da russi, si sono dichiarate autonome e sovrane. Nabucco dovrebbe passare proprio vicino a questi nuovi confini.
E per il progetto europeo non è una buona notizia.

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Sicurezza od autarchia energetica?

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 27, 2009

Il modello energetico fondato sul petrolio espone, per la prima volta dalla Rivoluzione Industriale, l’Occidente all’insicurezza energetica

Dopo la definitiva affermazione del liberalismo, l’autarchia – ovvero il principio per cui ogni Stato basta a se stesso, in termini economici e materiali – è diventato assolutamente fuori moda.
Tutto si scambia. Eppure, nel settore energetico, il tema della sicurezza, declinato in modo da ricalcare esattamente il concetto di autarchia, non smette mai di affascinare politici e opinione pubblica.

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L’idea che l’Occidente sia dipendente da Stati ostili, o con i quali intrattiene rapporti problematici – Russia, Venezuela, Iran -, non fa altro che rafforzare questa percezione di insicurezza energetica, che ci spinge, ad esempio, fra le braccia del nucleare, nella speranza che ci renda meno dipendenti dall’esterno.

L’insicurezza è legata al fatto che il paradigma energetico del petrolio, si basa, per prima volta nella storia dell’Occidente, su una risorsa materiale che non è di nostra proprietà; con l’unica eccezione degli USA che, comunque, consumano più petrolio di quanto ne producano.

Fernand Braudelle, nel suo paradigmatico Civilization materielle et capitalisme, ha brillantemente spiegato come la superiorità dell’Occidente, a partire dalla I Rivoluzione industriale sia stata, innanzitutto, energetica.
L’Europa è stata la regione più ricca di legno, acqua e carbone: le risorse che hanno trainato lo sviluppo capitalistico dal Seicento al Novecento.
Basti pensare che nel Vecchio Continente si estraevano, nel 1700, 3 milioni di tonnellate di carbone contro le 600.000 del resto del mondo e che questi valori, nel 1800 si erano quadruplicati.

Nel 1929, USA e Europa coprivano il 90% del totale della produzione di carbone: a quell’epoca, il petrolio era ancora meno importante come risorsa del legname. Ma in soli trent’anni, l’oro nero sarebbe diventata la risorsa principe. E’ nel 1960, infatti, che il petrolio supera il carbone, lasciando l’Occidente, per la prima volta di fronte alla realtà di non possedere direttamente la risorsa su cui si basa il proprio sviluppo; almeno dopo che i diritti proprietari di Shell e Royal Ducht vengono meno sulle colonie di Persia, Mesopotamia, Birmania a causa della decolonizzazione. Il cartello di imprese occidentali che controllavano il petrolio (dalle Sette sorelle all’Achnacarry) e le rendite legate al sistema di fissazione delle tariffe, rappresentano due buoni motivi per la definitiva adozione del paradigma energetico basato sul petrolio da parte dell’Occidente.

L’instabilità geopolitica sottesa a questo fenomeno lascia d’altronde supporre a molti studiosi che le cause della II Guerra mondiale vadano ricercate nel tentativo di Paesi completamente sprovvisti di petrolio (Germania e Giappone, in primis) – anche attraverso le colonie – di mettere le mani sull’oro nero.
Il petrolio, però, incomincia a creare problemi, poco dopo essere diventato egemone. Nel 1960 ha definitivamente sostituito il carbone. Nel 1965, però, con la conferenza di Bandung, i Paesi sorti dalla decolonizzazione incominciano a riprendersi la proprietà delle loro risorse. I due shock petroliferi degli anni Settanta sono un’ulteriore dimostrazione della fragilità del paradigma petrolifero.

La scoperta di nuovi giacimenti in Nord Africa e Russia e il petrolio del Mare del Nord, prima, e lo sviluppo di India e Cina, oggi, ha mantenuta alta la stella dell’oro nero; nonostante le crisi registrate, dalla stagflazione alla rivoluzione iraniana e alla quarta Guerra Arabo-Israeliana.

Eppure, proprio l’amministrazione di Bush jr – i cui legami economici e parentali sono indissolubilmente legati agli interessi delle aziende petrolifere – ha fortemente riproposto il tema delle energie rinnovabili, come modo di sottrarre gli USA ai ricatti degli “Stati canaglia”. Proprio questo clima di “insicurezza energetica” sta, altresì, fortemente alimentando, in Europa, l’idea che si debba ritornare ad investire nel nucleare.

Vale, a questo punto, ricordare che uno dei motivi per cui la ricerca sul nucleare si arrestò, negli anni Settanta, era legato a motivi politici: ovvero, il problema della non proliferazione: che è ancora, assolutamente, attuale.
Come si ottiene la sicurezza energetica, allora? In questo momento il tema centrale resta quello dell’efficienza energetica.
Infatti, come sostiene Claudio Pavese “l’obiettivo della crescita indefinita postulato dagli economisti è in palese contraddizione con la constatazione che gli ecosistemi naturali invariabilmente smettono di crescere quando raggiungono i limiti rappresentati dalle risorse disponibili”.

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Crisi e ambiente, i costi della salute

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 27, 2009

Pochi investimenti sull’ambiente e aumentano i costi sulla salute, il New Energy Finance dimostra che gli Stati devono spendere di più

La crisi danneggia l’ambiente.  Gli analisti del New Energy Finance (NEF) dal summit Global Futures 2009 di Londra, infatti, hanno fatto due conti ed hanno valutato i costi indiretti della crisi giungendo a delle conclusioni spiazzanti.
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Fra gli shadow costs (costi ombra) più perniciosi e beffardi, infatti, vi sarebbero quelli legati alla diminuzione degli investimenti sulle altre fonti di energia. Gli investimenti, infatti, in questo momento sembrano seguire delle logiche di economicità di breve durata: di fronte alle esigenze di contenere i costi, le economie stanno puntando nuovamente ed in modo massiccio sul petrolio.

Allo stato attuale, infatti, le energie rinnovabili offrono delle prestazioni efficienti nella lunga durata, giacché nel breve periodo bisogna fare fronte agli ingenti costi sulla ricerca che, ovviamente, diminuiscono nel tempo. Il petrolio, invece, è apparentemente – cioè ora – meno costoso. Soltanto che l’inquinamento prodotto dal combustibile fossile, nella lunga durata genera ingenti esternalità negative; ovvero, comporta dei costi indiretti legati alla distruzione dell’ambiente e ai danni che la raffinazione del petrolio causa alla salute umana.

Il report del NEF stima che l’impatto della recessione sulle emissioni di CO2 sarà pari a circa un miliardo di tonnellate per anno.

Quello che sta accadendo alla ricerca sulle rinnovabili è un fenomeno ben noto agli economisti, studiato dal Mancur Olson nella teoria dei giochi. Secondo Olson, senza una struttura terza che incentiva gli atteggiamenti virtuosi di lunga durata – veramente economici – gli attori puntano su di un comportamento apparentemente razionale (risparmiare), che nella lunga durata genera esiti collettivi disastrosi.

In pratica, nel mercato della ricerca, solo lo Stato può incidere in modo significativo al fine di ottenere una riduzione della Co2. Invece, gli Stati nazionali stanno spendendo circa 150 miliardi di dollari, per il 2008, mentre la cifra ottimale si attesta intorno ai 500 miliardi annui, fino al 2020. Con questa cifra, siamo in grado di implementare politiche energetiche realmente efficienti, basate sulle rinnovabili.

Michael Liebreich, dello staff del NEF, ha, infatti dichiarato all’Ansa che “se non si corre subito ai ripari, è impensabile credere di riuscire a ridurre le emissioni di CO2 a partire dal 2020”. L’economia, in questo caso, proprio come il buon senso, ci dimostra che un certo tipo di risparmio può essere solo un cattivo affare.

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Space Based Solar Power, pannelli solari nello spazio

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 18, 2009

Al via un progetto che ricalca gli studi militari americani, capace di fornire energia pulita e svincolata dalle incognite geopolitiche

Il futuro dell’energia solare è nello spazio. E’, infatti, possibile attivare pannelli fotovoltaici che captano i raggi del sole direttamente in orbita, dove si captano 1.366 watts/m2; superando problemi fisici come la situazione meteorologica, il rapporto esposizione solare/ore e la latitudine.
La società Space Energy ha annunciato di voler lanciare in orbita satelliti che funzionano come centrali fotovoltaiche, in grado di generare e trasmettere energia elettrica ai ricevitori sulla Terra, attraverso onde radio a bassa frequenza.
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Da una pannellazione di un chilometro si può, infatti, ricavare energia equivalente alla produzione annua di tutti i giacimenti di petrolio esistenti.
Così come bel caso di tante altre recenti rivoluzioni nella cultura e nella società – basta pensare ad internet – il progetto della Space Energy ricalca un precedente studio militare del governo degli Stati Uniti che risale all’ottobre 2007.

Lo US National Security Strategy, infatti, aveva il mandato, da parte del Dipartimento della Difesa, di ricercare alternative all’attuale paradigma energetico basato sul petrolio, al fine di garantire la sicurezza energetica nazionale. Gli USA sono un importatore netto; quindi, i principali strateghi del Pentagono hanno incominciato a sottoporre ad analisi costi-benefici modelli energetici alternativi che non fossero legati a risorse esauribili o localizzate in Paesi terzi sui quali gravano incognite di tipo geopolitico.

Lo US National Security Strategy ha, infine, aggiornato un progetto, chiamato Space Based Solar Power (SBSP), che risale a 40 anni fa. L’evoluzione tecnologica, oltre all’aumento del costo del petrolio al barile, ha reso subito praticabile questa opzione, nonostante la ricerca vi abbia destinato solo 80 milioni di dollari, contro i 21 miliardi drenati dagli studi sul nucleare.
Dopo l’undici settembre, quando il barile di petrolio è passato da 15 ad 80 dollari, gli esperti americani hanno capito che era necessaria un’accelerazione allo SBSP.
L’unione fa la forza: e abbassa anche i costi. Non aveva senso – almeno per gli esperti – portare avanti il progetto solo in ottica nazionale. Da un punto di vista schiettamente militare, inoltre, molti conflitti attuali sono legati alla scarsità di energia immediatamente disponibile per tutti. Più energia può quindi significare meno guerre. D’altronde il sole è un bene pubblico, e la tecnologia usata nel progetto può essere alla portata di molte nazioni.

Così, a marzo 2007, il National Security Space Office (NSSO) e l’Advanced Concepts Office hanno lanciato un forum internet aperto a tutti gli esperti del mondo e alle aziende pronte ad investire.
Con il progetto della Space Energy prende forma, forse, un nuovo paradigma energetico. Pulito, universale ed economicamente sostenibile.

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Eni, affari in Libia con Gazprom

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 13, 2009

Piccola crisi diplomatica con gli USA, scontenti che i russi facciano affari in Africa grazie ad Eni

Eni si è rivelata una delle migliori aziende con cui fare affari, per la russa Gazprom. Lo scorso gennaio, il Washington Times ha rivelato che le due aziende energetiche stanno per chiudere una joint venture in merito allo sfruttamento di giacimenti petroliferi in Libia.

 AFP PHOTO/Ramzi HAIDAR

AFP PHOTO/Ramzi HAIDAR

Sono lontani i tempi in cui Gaetano Salvemini bollava il Paese africano, per gli interessi italiani, “una scatola di sabbia”.
Per adesso non ci sono state altre indiscrezioni. Quel che è certo è che, dopo 36 dalla rottura dei rapporti diplomatici a seguito dei fatti di Lockerbie, nel mentre Washington e Tripoli riallacciano le relazioni, la notizia è stata vissuta dalla diplomazia americana come una beffa. Gli interessi strategici americani inducono gli esperti a ritenere Gazprom una testa di ponte per la Russia in Libia. Il fatto che sia Eni a segnare l’ingresso dell’azienda russa in Africa del nord è ancora più preoccupante.

Eni, e l’Italia, sono dei partner strategici per Tripoli. Il Leone a sei zampe è il primo operatore estero del Paese, con 550.000 barili al giorno. Il WT ha descritto gli umori della diplomazia americana e ha parlato di “unfriendly maneuvering” da parte di un alleato storico. Troppo severi, dato che Eni è un’azienda e non un ministero: ma non ingenui, visto che gli accordi commerciali fra Italia e Libia – inclusa la recente liquidazione dei danni coloniali – sono volti a spianare la strada agli investitori strategici, dei quali Eni fa sicuramente parte. Allo stato attuale, infatti, il Libyan Energy Fund intende comprare il 10% di Eni, la qual cosa lo farebbe diventare il secondo maggiore azionista dopo lo Stato italiano, che ha circa il 20%.

La Libia, inoltre, è anche entrata col 5% in Unicredit. Per gli americani, invece, tutto era iniziato nel migliore dei modi, dopo che Condoleezza Rice era riuscita a portare a casa un risarcimento di 1,5 miliardi dollari: per le vittime sia del volo Pan Am abbattuto dai libici a Lockerbie che di altri attentati riconducibili alla Libia.

L’accordo con Gazprom, inoltre, coinvolge proprio Elephant oil field, “la gallina dalle uova d’oro”: il super giacimento scoperto dagli italiani, capace di sfornare 150.000 barili al giorno.
D’altro canto, le partnership Eni – Gazprom non sono una novità.
Eni, in modo particolare, è impegnata in due progetti di gasdotti che portano gas dall’Algeria e dalla Libia direttamente in Val Padana, passando dalla Sicilia. Transmed e Greenstream. Due progetti dove i russi non ci sono ancora.
E nei quali, c’è da giurarci, sicuramente sarebbero contenti di entrare.

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Presidenziali Brasile 2010, Lula sceglie Dilma Rousseff

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 11, 2009

L’ex guerrigliera lancia la sfida ai socialdemocratici. Nonostante il grande consenso di Lula, le elezioni saranno difficili.

L’investitura è, in fine, giunta. «Mi piacerebbe che il Paese, dopo di me, fosse governato da una donna. Lei c’è già: è Dilma Rousseff».
Il presidente del Brasile, Luiz Inácio da Silva, detto Lula, quindi, ha chiaramente indicato chi dovrebbe succedergli alla carica di presidente. Per le elezioni presidenziali del 2010, il candidato del partito del presidente, il Pt (Partito dei lavoratori), sarà l’attuale Capo Gabinetto.

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La scelta arriva al momento opportuno. Lula, infatti, gode di un consenso fortissimo, stimato intorno all’80%. Ma, secondo alcuni analisti, questo stesso consenso non è facilmente “trasportabile” in capo ad un altro candidato. Non basta l’indicazione di Lula, quindi; ma una campagna organizzata per tempo.
Il presidente avrebbe scelto l’attuale Capo Gabinetto per due ordini di motivi. Innanzitutto, Lula ha escluso una modifica della costituzione per rimuovere il divieto di tre mandati consecutivi – come ha fatto recentemente Chavez in Venezuela -.
Egli, quindi, deve individuare un successore nel Pt. La scelta sarebbe caduta sulla Rousseff, secondo quanto sostenuto dal magazine conservatore Vieja, in quanto i due avrebbero raggiunto un accordo dietro le quinte.
La Rousseff, al termine del proprio mandato, si farebbe da parte per lasciare il posto, nuovamente, all’attuale presidente.

Quale che sia la fondatezza di questa malevola supposizione, quel che è certo è che la scelta di Lula non era affatto scontata. Molti ritenevano che il candidato in pole position fosse l’attuale ministro della Giustizia Tarso Genro.
Ma chi crede che Lula avrebbe potuto scegliere una sua controfigura, sbaglia.
La Rousseff non rappresenta il classico candidato “fantoccio”, di basso profilo. La biografia della Capo Staff è una avvincente pagina di storia delle passioni del “secolo breve”.
Figlia di un esule, poeta e militante comunista bulgaro, la Rousseff, durante gli anni bui della dittatura militare in Brasile, si è unita alla Resistenza dandosi alla macchia e diventando una guerrigliera della Vanguarda Armada Revolucionária Palmares. Acciuffata dai militari, è stata anche imprigionata e torturata.

Fino alle amministrative dello scorso ottobre, invece, era stato Genro a credere di poter spuntare l’investitura presidenziale. L’attuale guardasigilli è, anch’egli, una figura forte: ed anche ex presidente del Pt. La stampa italiana lo ricorda come il ministro dell’affaire Battisti; ma egli è anche e soprattutto l’ex sindaco di Porto Alegre; colui che ha inventato l’esperienza dei Forum sociali.

Genro, ovviamente, è parso visibilmente amareggiato per la scelta di Lula. Per motivarla, il ministro ha dichiarato al Paìs che, qualora Lula l’avesse designato come successore, si sarebbe incrinata la stabilità del Pt. Genro, infatti, in questi anni, ha rappresentato l’opposizione interna del partito.
Anche se il Pt esce rafforzato dalla vittoria interna di Dilma Rousseff, le elezioni si prospettano difficili.

I candidati del Partido de la Social Democracia Brasileña – un partito socialdemocratico che si colloca alla destra del Pt – godono di molto credito. Nel Psdb, la lotta sarà fra due governatori a capo di Stati forti e popolosi: José Serra, presidente del distretto di San Paolo, e Aecio Neves, dello Minas Gerais.

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Females in front per le pari opportunità

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 10, 2009

Females in front e alcuni europarlamentari sono a caccia di firme per chiedere alla Commissione Ue di incardinare una donna in almeno uno dei quattro posti chiave che si eleggeranno a breve.

250 milione di donne in Europa ed un solo leader, Angela Merkel. In compenso, c’è chi incardina ex soubrette nel dicastero delle Pari opportunità…

march8«Le donne devono lavorare il doppio degli uomini per essere stimate la metà», diceva Simone De Beauvoir: ma in politica le proporzioni sembrano essere ancora più sfavorevoli. Ecco, allora, che l’associazione Females in front – animata da europarlamentari di tutti gli schieramenti – dà vita ad una petizione popolare per richiedere alla Commissione di garantire attraverso misure ad hoc quei principi di pari opportunità di genere, previsti dai trattati Ue.

L’obiettivo è raccogliere un milione di firme per chiedere alla Commissione di eleggere almeno una donna nei quattro posti chiave Ue che si sceglieranno a breve: presidente dell’Unione, ministro degli Esteri, presidenti della Commissione e del parlamento.
In cinquant’anni di Europa, infatti, mai c’è stata una presidente della Commissione. Ancor’oggi i numeri i rivelano una realtà fatta di discriminazioni: 9 commissarie Ue contro 18 uomini, una sola premier e solo il 25% di ministre, presso i governi nazionali.

L’iniziativa è stata portata avanti, sul web, dalla europarlamentare danese del Pse Christel Schaldemose: «Non penso che le donne siano necessariamente meglio degli uomini – ha dichiarato la parlamentare ad Euobserver – sono esattamente come gli uomini. Con una o più donne nelle posizioni chiave, l’Unione diventerà semplicemente più rappresentativa della propria cittadinanza. […] Guarda le foto dei summit europei. Solo vecchi uomini, quando le donne sono il 50% della popolazione!»

Finora le firme sono circa 186.000. E nonostante il web si sia mobilitato, la notizia non ha minimamente bucato l’informazione in Italia.
Dei diciassette parlamentari Ue che animano Females in front, solo Luisa Morgantini è italiana. Di 19 associazioni supporter della manifestazione, non ce n’è nessuna italiana.

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Argentina, processo alla Junta

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 2, 2009

Compare in tribunale Jorge Carlos Olivera Rovere, colui che ha gestito e pianificato gli internamenti nei campi di reclusione dei dissidenti, dove hanno trovato la morte almeno 300.000 desaparecidos.

L’Argentina processa il suo passato. Presso la sezione numero 5 del Tribunal Oral Federal di Buenos Aires è, finalmente, convenuto il generale Jorge Carlos Olivera Rovere; accusato di essere il massimo responsabile logistico e strategico dei centri di detenzione entro i quali scomparivano i desaparecidos, durante gli anni della Junta militare di Jorge Rafael Videla.

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Dal 1976 al 1983, sotto la dittatura dei militari, l’Argentina è stato uno dei più tragici teatri dell’Operazione Condor, la campagna illegale di repressione dei dissidenti – soprattutto comunisti e socialisti – perpetrata dalle dittature fasciste del Cono Sud, attraverso torture ed assassini.
I dissidenti venivano prelevati e abusivamente deportati nei campi di concentramento illegali dove venivano torturati ed uccisi. Si stima che la Guerra Sucia lanciata dalla Junta abbia mietuto come minimo 300.000 vittime.

Olivera è accusato dell’assassinio di quattro rifugiati uruguagi, 116 sequestri e “desapariciones” e altri numerosi casi di tortura. Nonostante egli fosse stato subito riconosciuto come una delle teste dell’Operazione Condor, in questi anni era sempre riuscito a cavarsela.
Prima, grazie all’amnistia generalizzata che seguì al ritorno alla democrazia, al fine di pacificare il Paese. Dopo, con la riapertura dei processi nel 2003, ha fatto solo tre anni di prigione – a seguito di misura cautelare straordinaria – in quanto il processo si arenava di fronte a problemi di carattere tecnico giuridico.
La grande pressione politica che si respira in Argentina sta, ovviamente, influenzando anche l’attuale dibattimento. Attraverso un escamotage, si è, infatti, impedito di fotografare o filmare la prima comparsa nel processo di Olivera.

I giudici Daniel Obligado, Guillermo Gordo e Ricardo Frías hanno concesso solo alla rete pubblica e ad un fotografo di filmare il processo; solo per tre minuti. Clamorosamente, prima dell’entrata del generale, i minuti erano già trascorsi, registrando esclusivamente i preliminari di rito.
Ulteriore dimostrazione del surreale clima in cui si sta celebrando il processo è stata la richiesta dei giudici, formulata all’indirizzo dell’associazione dei famigliari delle vittime della Guerra Sucia, le Madri della Plaza de Mayo, di rimuovere i veli di vedovanza che le Madri recano sempre con sé. A detta dei giudici, si trattava di un simbolo “inappropriato”.

E’ indubbio che l’Argentina voglia veramente fare i conti con il suo passato; ma l’imbarazzo che accompagna il caso è un’ulteriore dimostrazione che ci troviamo di fronte ad un nervo scoperto. I processi ai militari del Cono Sud, d’altronde, rappresentano la possibilità concreta che i genocidi commessi durante l’Operazione Condor trovino anche ristoro giuridico; dato che i giudizi politici o storici non possono risarcire materialmente le vittime o i parenti dei desaparecidos. Il problema principale è, a questo punto, il tempo. Il processo si prefigura lungo e gli imputati sono anziani. Già molti militari sono morti prima che il loro processo terminasse.

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