Politiche

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Archivio per Giugno 2009

Praga summit, via all’Eastern Partnership

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

L’Eastern Partnership è stata lanciata. Il sette maggio sono convenuti a Praga i 27 Paesi membri dell’Ue e sette nazioni dell’Est dell’ex blocco sovietico: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Ucraina e Moldavia. Si tratta del più ambizioso progetto dell’Unione europea dai tempi dell’allargamento.

La solenne dichiarazione della Conferenza di Praga impegna la Ue a favorire pace, stabilità e prosperità in una regione, storicamente europea, e attualmente geopoliticamente strategica. Un obiettivo meno solenne, ma non meno importante, è, infatti, controbilanciare l’influenza russa nell’Est. E’ anche per questo che, alla fine, anche la Bielorussia è stata invitata: il Paese- definito “Stato canaglia” dall’ex presidente americano George W. Bush – lascia molto a desiderare dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. Ma il rischio che fosse completamente assorbito nell’orbita d’influenza del Cremlino pesa di più dell’acquis comunitarie.BELGIUM-EU-SUMMIT-PRESIDENCY-MERKEL-BARROSO

Ma, si badi bene, con questa mossa la Ue cerca solo di frenare l’influenza russa, non la neutralizza. Ed ancora esistono forti divergenze di interessi fra i 27 membri dell’Unione in merito ai Paesi invitati al summit. Dove si vuole andare con questa Eastern Partnership ancora non è chiaro.

La Ue vuole “strappare” questi Paesi a Mosca, ma cosa offre?
La controparte Ue richiede libera circolazione di uomini e merci e, in ultima istanza, ingresso nell’Unione. Peccato che molte nazioni Ue temano sia l’aumento dei flussi migratori – una vera spada di Damocle sulla testa dei governi di centro-destra – che la competizione al ribasso che i nuovi lavoratori dell’Est imporrebbero agli europei nei settori meno qualificati del mercato del lavoro – e questo è lo spauracchio per gli esecutivi di sinistra -. Quanto agli accession talk, tutti i 27 sembrano orientati a slegarli dagli accordi dell’Eastern Partnership.

Inoltre, non mancano le tensioni domestiche interne all’Unione. Ad esempio, Nicolas Sarkozy e Jose Luis Zapatero non sono direttamente presenti a Praga in segno di ostilità verso le nazioni di più recente ingresso, come la Repubblica Ceca, la Slovenia e la Polonia, forti sostenitrici di un allargamento ad Est: visto con sospetto sia da Madrid che da Parigi, in quanto capace di spostare l’equilibrio degli interessi ad ovest di Berlino. Ci sono state anche piccolissime dispute sulle frasi da scrivere nella dichiarazione che sono spie di grandi problemi: Germania, Francia e Italia volevano eliminare la definizione “Nazioni europee” utilizzata per descrivere i Paesi dell’Est convenuti, timorosi che ciò potesse significare un via libera all’allargamento.

Oggi, la dichiarazione fissa il minimo indispensabile. Una conferenza ogni due anni e quattro piattaforme di collaborazione: “Democrazia, governance e stabilità”, “Integrazione economica e convergenza con le politiche Ue”, “Sicurezza energetica” e un blando “Contatti fra i popoli”, che ha sostituito sia le più solenni dichiarazioni in merito alla libera circolazione degli individui che le più prosaiche richieste di eliminazione dei visti. Anche se la realtà della cooperazione svela un livello di integrazione ancora basso, la Conferenza di Praga è abbastanza per far arrabbiare Mosca.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha apertamente definito l’Eastern Partnership una versione rinnovata della politica delle “sfere di influenza”, un tentativo di influenzare alcuni Paesi dell’Est, come la Russia bianca, al fine di non riconoscere l’indipendenza di Abcazia ed Ossezia (tuttavia assai discutibile dal punto di vista del diritto internazionale). Con la caduta del muro di Berlino, infatti, la Ue ha incominciato a sviluppare una nuova politica verso l’Oriente – che è stata definita da Mark Leonard Eurosfera – appoggiata direttamente da Barroso.

L’Eurosfera si estenderebbe fino al Kazakistan e all’Iran. Zone storicamente oggetto dell’espansionismo russo, già ai tempi dello zar. Negli ultimi anni, però, la rinnovata forza diplomatica di Mosca ha portato il Cremlino a rivendicare quella che un tempo era la propria sfera. Laddove la Ue cerca di cooptare con incentivi e stabilità, la Russia ha optato per una strategia opposta. Fatta di ritorsioni (energetiche, in primis) e destabilizzazione, attraverso le riottose enclavi russe che ha dispiegato nel Caucaso. Attualmente, la politica di Brussel sembra orientata al realismo: l’Europa ha chiuso un occhio sulla situazione dei diritti civili in Moldavia e Bielorussia, ad esempio (anche se, alla fine, Brussel è riuscita a far desistere i presidenti bielorusso e moldavo Alyaksandr Lukashenka e Vladimir Voronin dal partecipare direttamente alla conferenza).
Si tratta di capire, però, fino a che punto la realpolitik europea si potrà spingere, data la frantumazione degli interessi dei 27 Paesi membri in campo. Per ora la controparte Ue ha rifiutato di riconoscere la contestata indipendenza di Abcazia ed Ossezia. Sia Est che Ovest perseguono la sicurezza energetica. Ma cosa è realmente disposta ad offrire la Ue ai Paesi dell’Est?

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Respingimenti, un mare di violazioni

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

“I confini euro mediterranei sono conosciuti in tutto il mondo per il numero delle vittime e delle violazioni dei diritti umani dei migranti che cercano di raggiungere le sponde europee dell’Andalusia, della Sicilia, di Lampedusa”.

Così inizia il report 2009 dell’Osservatorio del sistema penale e dei diritti umani, finanziato dalla Commissione europea nell’ambito del sesto programma quadro di ricerca dell’Unione, pubblicato lo scorso  27 aprile -. Con negli occhi le sofferenze dei migranti di Lampedusa, non è difficile condividere un giudizio così drastico e amaro.

Il Mediterraneo, infatti, è stato investito da un processo culturale comune ad altri confini: sotto la spinta di alcuni partiti politici, in tutta Europa, ad un concetto di confine come connettore di comunicazione o di scambio se n’è sostituito un altro dove l’accento viene posto sulla divisione, o separazione dagli altri, visti come pericolo o minaccia della sicurezza nazionale. Da ciò discende anche la progressiva trasformazione delle politiche sulla immigrazione da politiche sociali a questioni di ordine pubblico.

Il report, infatti, parla di progressiva militarizzazione dei confini, con continue violazioni dei diritti umani ed erosione del Rule of Law europeo. Questa preoccupante regressione extralegale degli strumenti e modalità di gestione legittima dell’immigrazione clandestina, inoltre, non trovano minimamente fondamento nei dati di fatto: secondo il report, solo una percentuale bassissima fra i clandestini che approcciano l’Europa via mare può legalmente classificarsi come irregolare. Il battage mediatico, e la durezza degli strumenti, eccedono la portata reale del fenomeno. ITALY-MALTA-IMMIGRATION-ARRIVAL

La Carta Europea dei diritti dell’uomo (Cedu) e varie sentenze, ad esempio, hanno più volte sottolineato l’illegittimità delle espulsioni collettive, e l’Italia è stata più volte ammonita dal Parlamento europeo.

La nostra Costituzione, d’altronde, sancisce che contro gli atti della Pubblica amministrazione è sempre possibile ricorrere; cosa che non è stata sempre concessa a molti migranti. Il paradosso giuridico è che la Carta dell’Onu e la Cedu sanciscono una serie di diritti inalienabili ed universali che le legislazioni nazionali comprimono nei limiti angusti dei diritti di cittadinanza; come se la “Libertà e Dignità dell’Uomo” potessero essere riconosciute solo a chi paga le tasse. Secondo quanto emerge dalla ricerca, il problema della mancata tutela dei diritti umani nell’ambito delle operazioni contro l’immigrazione clandestina risiedono in un buco tecnico-legislativo che favorisce un problema di giurisdizione.

Nell’ambito del programma di controllo dei confini europei (Frontex), gli Stati Ue sono autorizzati a compiere missioni anche fuori dalle proprie acque territoriali, in acque africane, ad esempio, in forza di accordi multilaterali sottoscritti con i Paesi d’origine dei migranti. Le eventuali violazioni dei diritti umani, però, non sono ascrivibili ai Paesi d’origine, ma direttamente alle nazioni europee. Esistono sentenze della Corte europea dei diritti umani (caso Stocké Vs RFT) che affermano questo principio in modo chiaro. Ecco perché le nazioni Ue devono essere richiamate seriamente, su questo tema, al rispetto della legge.

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Il mercato nero dei visti Ue e il risentimento dell’Est verso Brussels

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

A Berlino, nell’89, non è scomparso l’ultimo muro. Ce n’è ancora un altro, che allora come oggi, divide in due l’Europa. Quella “politica” da quella geografica.

Lo si potrebbe definire “il muro di Schengen”. I confini europei fra i Paesi membri dell’Unione europea e i non membri. Un vero shock per nazioni, come quelle balcaniche, che da sempre si considerano parte integrante dell’Europa. Non è casuale, ad esempio, che i serbi si siano sempre tradizionalmente sentiti i difensori dell’Europa – a seguito del sacrificio della nobiltà serba contro le truppe ottomane nella battaglia di Kosovopolje del 1389, che farà sì che i turchi non riescano a raggiungere Vienna, ad esempio – eppure, a Belgrado, hanno guadagnato consensi partiti profondamente euroscettici.

Circa il 70% dei giovani dell’ex Yugoslovia, con l’eccezione di Slovenia e Croazia, ora nella Ue, non hanno mai potuto mettere piede fuori dal proprio Paese, d’altronde.dobrovat_monastery_1504_moldavia_romania_photo_tatiana_murzin
Nel 1990 soffiava il “vento della libertà”. Gli europei dell’Est potevano finalmente viaggiare, liberi dall’opprimente burocrazia sovietica. Ma con gli obblighi sottoscritti da Polonia, Slovacchia ed Ungheria per entrare nell’Ue, la musica cambiava. Le nazioni del Caucaso, in modo particolare, non confinando direttamente con l’Ue, diventano ancora più isolate, intrappolate fra le montagne.

L’Europa pensata ad Occidente “cancella” la storia. Quanti italiani sanno che l’Armenia è stata la prima nazione cristiana d’Europa e, infatti, San Gregorio Armeno fa bella mostra di sé nel colonnato di San Pietro a Roma? Il “ghetto mentale” che rinchiude gli europei dell’Est è, da tempo, oggetto di dibattito da parte degli intellettuali di quei Paesi che si sentono esclusi dall’Europa che conta. Recentemente, Radio Free Europe ha condotto un’inchiesta che ha scoperto un vero e proprio vaso di Pandora. In molti Paesi, infatti, si è aperto un florido mercato nero per i visti europei. In Moldavia, ad esempio, secondo i giornalisti di Rfe, la concessione dei visti è completamente truccata.

Rfe ha realizzato molte interviste, soprattutto ad associazioni per la legalità. Emblematico è il caso di una donna moldava che ha pagato 2000 euro per ottenere un visto per l’Italia, mentre secondo Brussel, per le nazioni non Ue, il costo ufficiale è compreso fra i 30 e i 60 euro. Una volta in Italia, la donna ha potuto comprare al nostro mercato nero i documenti falsi che le hanno permesso di rimanere entro in confini di Schengen. Insomma, la Ue – suo malgrado – ha unificato anche i “mercati neri”.

Oggi, in Moldavia, un visto costa circa 4000 euro. Inoltre, ci sono le bustarelle da pagare in loco per ottenere i permessi di soggiorno/lavoro.
Anche quando non scatta la corruzione, ottenere un visto Ue è un’impresa ardua. In generale, il richiedente deve produrre un’assicurazione complessiva, di viaggio e di soggiorno, che includa anche i costi di rimpatrio della salma in caso di decesso; deve dimostrare un certo reddito, esibire prenotazioni dell’albergo o lettere d’invito. Si tratta di una serie di procedure stringenti, atte a prevenire l’immigrazione indesiderata.

Varie leggi nazionali declinano in modo diverso e restrittivo queste politiche. Purtroppo, nel mentre non si è riuscito ad arginare i fenomeni migratori illegali, è plausibile che queste misure abbiano favorito il mercato illegale: per tacere dei costi umani.

Il punto di fondo, in realtà, è quale sia l’idea di Europa e quanto sia condivisa da Est ad Ovest. Il risentimento dell’Est verso il muro di Schengen non esisterebbe se questa politica – per quanto odiosa in generale – fosse praticata verso i non-europei. C’è in ballo l’identità ferita di molte nazioni. Un fenomeno che coinvolge, ad esempio, anche la Russia, dove è molto radicato un senso d’identità misto euroasiatico, di cui i russi vanno molto fieri. Infatti, nell’agenda di Mosca, c’è la rimozione dei visti fra Russia e Ue.

La Russia è, d’altronde, profondamente convinta –  non a torto – che la Liberazione dell’Europa dal nazifascismo sia opera sua (i russi pagarono il più alto tributo di sangue): ma, ad esempio, negli altri Paesi dell’Est c’è una forte ostilità verso le celebrazioni russe della “Grande Vittoria”, in base alla quale si giustificava la dominazione sovietica dell’Est: e non sono stati rari i casi di incidenti diplomatici in occasione delle cerimonie congiunte Est-Ovest-Russia per celebrare la fine della II Guerra mondiale. Non è azzardato sostenere che la percezione che gli europei hanno del loro passato è ancora confusa. Ad esempio, i tedeschi erano convinti di essersi redenti dal loro passato, grazie all’Ostpolitik, promossa da Willy Brandt negli anni Settanta, per normalizzare i rapporti con la Repubblica democratica tedesca. Per i polacchi, si trattava di un’apertura verso i regimi comunisti, non verso le popolazioni. E da questa ostilità di fondo che, ad esempio, è nata la piccola crisi Berlino-Varsavia, in merito alla decisione tedesca di istituire un museo sugli espatriati tedeschi dalla Polonia, dopo il ’45.

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Conferenze sull’energia in Bulgaria e Tukmenistan

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

Si sono svolte due diverse conferenze sull’energia, praticamente in contemporanea, la settimana scorsa: una in Bulgaria, l’altra in Turkmenistan. Due agende differenti ma con degli obiettivi in comune. Dal punto di vista dell’Europa, si tratta di un nodo gordiano, semplice nella sua complessità: rendere stabili ed efficienti le importazioni di risorse energetiche in Europa, provenienti dai mercati asiatici, Transcaucasia e Paesi turcofoni al di là del Mar Caspio, in primis. Con l’obiettivo di rendere l’Europa non più esclusivamente dipendente dalla Russia come unico importatore.

Il problema si è fatto ancora più stringente dopo la recente crisi Ucraina: soprattutto per alcuni Paesi dell’Est, dipendenti quasi interamente dalle forniture russe. Allo stato attuale, la Russia esercita sulla Ue una pressione egemone attraverso il suo capitale energetico. Là dove la Russia non controlla direttamente le risorse, infatti, è sempre il Paese attraverso il quale i gasdotti e gli oleodotti devono passare per giungere in Europa.
Gran parte del petrolio che viene pompato verso l’Europa meridionale, ad esempio, ci arriva dal Caucaso. Il Caspian Pipeline Consortium e il Northern Early Oil nascono in Kazakistan e Turkmenistan, ma devono attraversare la Russia per giungere sulle sponde rumene e bulgare del Mar Nero.

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L’Europa Centrale è anch’essa blindata: dall’oleodotto dell’amicizia, Druzhba I e Druzhba II; costruiti al tempo del Comecon, quando la Russia distribuiva energia “ai fratelli” del Patto di Varsavia. I Druzhba partono ad Almetyevsk, nel Tatarstan, incanalando il petrolio degli Urali e della Siberia, e pompano l’olio nero fino in Polonia, Germania, Repubblica Ceca.
Il Nord Europa è, invece, alimentato dal Baltic Pipeline System che arriva in Finlandia, a Tallin e Riga: e ancora più ad ovest, su, fino a Danziga e Rostock. Le forniture di gas saranno, invece, garantite da Nord Stream, già in cantiere.
Il tema principale discusso dall’Europa alla conferenza di Sofia, quindi, è, ancora una volta, Nabucco. Nabucco è la grande pipeline appoggiata e sostenuta da gran parte dell’Unione, l’unico progetto in grado di pompare il gas dai Paesi turcofoni bypassando la Russia.

Il gas partirebbe da Baku, in Azerbaijan, dove terminano altri collettori fondamentali, provenienti anche dall’Iran; da lì, le condutture passano per la Transcaucasia e la Turchia; poi, Bulgaria, Romania, Ungheria e, infine, Austria. A causa dell’instabilità nel Caucaso – alimentata dalla Russia -, dove sono in atto molti conflitti territoriali, non solo in Georgia (Abcazia e Ossezia) ma anche in Armenia (Nagorno-Karabach), Nabucco ha perso gradatamente terreno rispetto al progetto South Stream, appoggiato dalla Russia.

Mosca ribatte e propone, quindi, la Carta Energetica con l’Europa, un accordo di partnership con Brussel, ma che non cambia lo status quo, assolutamente favorevole al Cremlino. Alcuni Paesi Ue sono allettati dalla Carta di Medvedev, rilanciata a Sofia. Ma la scelta è ardua. La Russia, infatti, cerca di contrattare singolarmente con i Paesi Ue, offrendo condizioni di vantaggio ad alcuni, al fine di determinare una nuova situazione in cui il progetto russo sia l’unico praticabile. Una situazione di favore, ad esempio, accordata all’Italia che si trova nella strana condizione di essere pro-Nabucco, quando veste i panni delle nazioni filo Ue, ma materialmente impegnata, con Eni, in accordi con Gazprom proprio per South Stream.
Sostituire le importazioni russe con quelle iraniane, inoltre, non è detto che per l’Europa sia un buon affare. Allo stesso modo, nonostante nei Paesi asiatici di lingua turca ci siano molti interessi occidentali, americani in primis, il pressing di Mosca su quelle aree è molto forte.

Infine, Nabucco, per riprendersi dallo stop indotto dalla recente crisi caucasica, avrebbe bisogno di essere supportato da una forte politica di Brussel a favore dell’ingresso della Turchia in Europa. E mente Erdogan ha chiaramente sottolineato che il futuro della pipeline dipende dall’ingresso di Ankara nell’Ue, ci sono molti partiti nei parlamenti di Eurolandia che hanno fatto del no alla Turchia una bandiera.

In Turkmenistan, intanto, la Germania agisce da sola. Nonostante Mosca sia il primo acquirente dell’energia turkmena, Ashgabat ha sottoscritto un accordo con Berlino per le forniture, che rilancia Nabucco, fra le ire di Medvedev. L’occasione è stata offerta da un incidente diplomatico con la Russia, a seguito dello scoppio di una pipeline: il presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhammedov aveva, infatti, stigmatizzato la necessità di intensificare i legami con la Ue. Ma, allo stato attuale, potrebbe trattarsi solo di un timido tentativo di Ashgabat di dimostrarsi indipendente dalla Russia, al quale non faranno seguito altri fatti. Alla fine, bisognerà vedere Ue e Russia cosa mettono nel piatto per l’energia del Turkmenistan.

Il prossimo capitolo, intanto, sarà scritto fra pochi giorni, nella conferenza Ue di Praga.

Si parlerà del “Southern Corridor” e delle politiche europee da sviluppare su Turkmenistan e Turchia.

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Nominato Koh, prosegue la strategia multipolare americana

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

Il preside della facoltà di legge di Yale alla posizione di consulente legale del Dipartimento di Stato, mentre i neocon insorgono

Obama ha inaugurato una nuova politica estera americana più internazionalista e multilaterale, che si sostanzia, anche, in un differente approccio verso gli strumenti di diritto internazionale. Una strategia realista – nonostante le critiche dei conservatori che lo accusano di seguir più gli ideali che gli interessi – che elabora il lutto della fine dell’egemonia americana ed accetta l’idea di un mondo multipolare.

Da questa impostazione discende la nomina di Harold Hongju Koh, preside della facoltà di legge di Yale, alla posizione di consulente legale del Dipartimento di Stato. Per i conservatori si tratta della fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso: Koh sarebbe il campione del “transnazionalismo”, quell’approccio che postula la superiorità del diritto internazionale sull’ordinamento nazionale. Il New York Post l’ha bollato come “l’asso della disobbedienza”.

HaroldKohLe preoccupazioni conservatrici hanno delle ragioni: c’è un’ostilità globale verso gli USA, in gran parte legata all’approccio unilateralista e guerrafondaio di George W. Bush. Molti organismi internazionali si ispirano ad un terzomondismo anticapitalista per il quale gli USA sono “il grande Satana”. Ma l’approccio riformista di Obama si svolge dentro le istituzioni non fuori o contro di esse. Il presidente ha, fin’ora, invertito la rotta: ma con senso della misura.

Gli USA hanno boicottato la conferenza Onu di Ginevra, la cosiddetta “Durban 2” dedicata al tema dei diritti umani, perché già sapevano ci sarebbe stato il consueto teatrino antisemita di Ahdaminejad; ma hanno, al contrario, deciso di aderire al contestatissimo Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni unite: erede dall’altrettanto contestata Commissione, famosa per produrre più risoluzioni contro lo Stato d’Israele che contro tutti gli altri Paesi messi insieme. Le critiche politiche degli americani, quindi, per Obama, non possono tradursi in un rifiuto delle istituzioni. L’idea di fondo del presidente si sostanzia nell’accettare la legittimità di una struttura terza, pur contestando la realtà di ciò che un’organizzazione effettivamente è. Lo stesso Consiglio dei Diritti Umani, d’altronde, soffre di quegli stessi problemi che azzopparono la Commissione. Vedi la maggioranza ai Paesi della Conferenza internazionale islamica.

Ciò non di meno, Obama dimostra un’altra sensibilità diplomatica, rispetto a Bush. Il presidente ha, ad esempio, aperto a Chavez e, al termine della conferenza di Trinidad e Tobago del Sudamerica, la fine dell’embargo a Cuba – richiesto dai Paesi membri dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), che non hanno votato la dichiarazione finale del vertice – sembra una possibilità più che concreta. Obama, in realtà, non si è trasformato in un radical chic socialisteggiante: ha concesso l’impunità ai torturatori di Guantanamo, non avvia un processo di critica della politica statunitense in Sudamerica che includa l’appoggio CIA alle dittature, o ancora quello attuale concesso ad Alvaro Uribe, in Colombia. Ciò non di meno, Obama compie una scelta realistica. L’inversione di rotta che egli sta tentando di imprimere è una conseguenza dei fallimenti delle politiche neoconservatrici. Il modello economico neoliberale, infatti, ha prodotto una crisi che ha affossato gli Stati Uniti.

La condotta americana tesa a forzare il diritto internazionale è ugualmente fallita. La mostruosità giuridica rappresentata dalle “guerre preventive” ha dimostrato quanto possa essere destabilizzante per il pianeta; mentre il riconoscimento del Kosovo ha portato ad un drammatico effetto domino in Abcazia ed Ossezia; che può estendersi, potenzialmente, a tutto il Caucaso. Gli incidenti che hanno visto protagoniste le navi americane (si pensi al recente caso Impeccable) o le esercitazioni di Iran, Cina e Russia nel mare dei Caraibi sono la dimostrazione che la politica USA di tenersi in posizione defilata rispetto agli accordi internazionali e la non sottoscrizione della Convenzione sui diritti del mare sono un errore. Non è un caso che nell’agenda di Obama ci sia la ratifica di questa convenzione.

Allo stesso modo, gli USA – dopo non aver sottoscritto il protocollo di Kyoto – hanno compreso che il futuro delle energie è nelle rinnovabili. La nomina di Harold Hongju Koh si muove, quindi, in questa direzione. Koh non è un attivista: ha lavorato sia con Clinton che con Reagan. E’, invece, uno studioso che ritiene che il diritto internazionale sia una cornice indispensabile entro la quale perseguire legittimamente gli interessi nazionali. A differenza dei teorici hawkish neocon per i quali il diritto era un inutile fardello, e l’interesse nazionale (neoconservatore) un moloch di fronte al quale sacrificare il resto.

Ma, nonostante la reazione scomposta dell’opinione pubblica conservatrice che ha avuto l’ardire di sostenere che Koh avrebbe introdotto elementi di sharia nell’ordinamento interno (è il caso del National Review), il cambiamento obamiano, resosi indispensabile dopo l’era Bush, prosegue.

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I costi e le morti legate ai disastri naturali prodotti dai cambiamenti climatici

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

Ogni anno, 250 milioni di persone sono travolte da “disastri naturali” legati alle modifiche all’ecosistema indotte dall’attività economica dell’uomo: non si tratta di terremoti, infatti, quanto di carestie, legate alla desertificazione, e alla siccità.

E’ quanto emerge dal report 2009 The right to survive, della Oxfam, Onlus attiva nella ricerca sociale focalizzata sui temi della povertà e dell’uguaglianza. I ricercatori della Oxfam hanno isolato i “natural disaster” al netto di quelle calamità che sarebbero indotte da cambiamenti climatici spontanei, ovvero le cui dinamiche, secondo le stime più rigide dei ricercatori non legati a gruppi ambientalisti, non sono imputabili ad inquinamento e gas serra. Nonostante il carattere delle stime dei ricercatori sia formulato “per difetto”, si tratta di una vera e propria emergenza.

tornado-1Le proiezioni, inoltre, prevedono che il numero di persone colpite dai “climate related disaster”, nel 2015, potrebbe crescere del 50%, attestandosi su 375 milioni. I ricercatori sostengono che, anche accettando l’idea che queste proiezioni vengono effettuate su teorie non condivise da tutta la comunità scientifica, il dato di fatto che emerge dalle statistiche raccolte – dati Onu, fra l’altro – dimostra comunque una crescita significativa della percentuale di popolazione colpita dalle calamità.

Proprio l’Onu, inoltre, ha accertato come le dinamiche connesse al degrado ambientale siano concause di un circolo vizioso: più povertà, che a sua volta comporta maggiore incapacità di resistere ai climate related disaster. Con l’evidente aumento dei conflitti, indotti dalla povertà e legati ad una sempre maggiore scarsità di risorse ambientali – che una volta consumate non sono rinnovabili -. L’Oxfam cita un rapporto Onu che sostiene che la stragrande maggioranza delle 235.000 persone morte, lo scorso anno, a causa dei disastri naturali, si sarebbe potuta salvare grazie a migliori e differenti politiche da parte dei governi responsabili.

I governi nazionali e la comunità internazionale, invece, stime alla mano, sembrano indulgere in un’errata valutazione del rischio. Non si implementano, ad esempio, adeguate politiche della casa per sostituire le bidonville con case antitornado – e, analogamente, potremmo estendere il discorso anche all’Italia, con il proprio patrimonio immobiliare assolutamente inadatto dal punto di vista sismico – perché l’impegno economico viene stimato troppo gravoso e il rischio basso.

I rischi, invece, sono alti: e gli interventi ex post per ricostruire costano di più di quanto si sarebbe speso prima per prevenire. Con l’aggravante che i morti rappresentano essi stessi un reddito mancato ed un danno economico, non solo umano. I ricercatori dell’Oxfam, infatti, dimostrano che – se non si inverte il trend – la mole di disastri, in futuro, supererà la capacità economica del sistema umanitario (associazioni, enti) di operare azioni riduttive del danno. L’unica scelta sono, quindi, le azioni preventive. Le azioni proposte dalla Oxfam vanno dalle politiche di riduzione delle immissioni di gas serra, alla richiesta di un maggior finanziamento del sistema umanitario. E’, inoltre, fondamentale che anche i Paesi non Oecd – l’organizzazione per la operazione internazionale – si attestino su un monte contributi per il sistema umanitario, paragonabile a quello dei Paesi Oecd.

Il costo globale dell’operazione si attesta sui 50 miliardi di dollari l’anno. Poco in confronto al rischio reale: e soprattutto, in confronto ai 2,3 milioni di miliardi spesi da Europa e Usa per sostenere il settore finanziario in crisi.

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I conflitti geopolitici al Polo Nord

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

Le rivendicazioni territoriali russe sul Polo Nord si fanno sempre più forti. Il caso è scoppiato a seguito delle dichiarazioni del Cremlino, dopo l’ultima missione – degna di Jules Verne – dell’esploratore Artur Chilingarov, inabissatosi a ben 14.000 piedi di profondità nel mar Artico, a piantare la bandiera russa.

Sale la tensione con gli altri Stati interessati: Danimarca, Canada, Usa e Norvegia ribattono e rivendicano per sé una fetta di Polo. Altre spedizioni scientifiche di queste nazioni sono in programma. Per piantare una bandierina sui fondali. Ma non si tratta di un Risiko impazzito.
Polo

Con l’aumento della temperatura e lo scioglimento dei ghiacci sono, finalmente, sfruttabili i giacimenti di gas e petrolio del Polo. Almeno un quarto delle intere riserve del pianeta è concentrato lì. Siamo forse tornati all’epoca d’oro delle esplorazioni, quando bastava piantare bandierina per rivendicare territori?

A chi appartiene il Polo Nord? In base a quale principio i russi lo rivendicano come parte del territorio di Mosca? Allo stato attuale, diritti particolari sul Polo possono essere rivendicati solo dagli Stati costieri, che si affacciano sull’Artico. Nella disputa c’è anche la Danimarca che si protrae nell’Artico grazie alla proprietà della Groenlandia. Il diritto internazionale, in realtà, ha sempre postulato la libertà dei mari. Da quando le tecnologie consentono lo sfruttamento delle risorse marine ed aleutiche, la giurisprudenza, invece, si è evoluta nella direzione della privatizzazione, o meglio, della demanializzazione dei mari. Ma a tutt’oggi non è agevole per i giuristi stabilire quale legge abbia carattere consuetudinario e sia, quindi, vincolante per tutti gli Stati, e quale tragga legittimità soltanto dalla sottoscrizione di un accordo.

Già l’istituto consuetudinario della zona economica esclusiva (zee) aveva fatto a fette, come una torta, il Polo; ma, in fin dei conti, non si era mai presa in considerazione la possibilità di sfruttare queste risorse. Ma ora le cose stanno diversamente. Potrebbe valere la pena rivendicare la calotta artica attraverso la “piattaforma continentale”. La piattaforma è un concetto giuridico tipizzato dalla Convenzione di Montego Bay – sottoscritta da tutti i Paesi di questa disputa, tranne gli USA (che accettano, però, la“piattaforma” come consuetudine) – che risale ad una intuizione del presidente americano Truman.

La convenzione dice che “lo Stato costiero ha il diritto esclusivo di sfruttare tutte le risorse della piattaforma, intesa come quella parte del suolo marino contiguo alle coste che costituisce il naturale prolungamento della terra emersa e che pertanto si mantiene ad una profondità costante (200 m circa) per poi precipitare o degradare negli abissi”.

La zee di 200 miglia marine fu istituita proprio per le difficoltà tecniche di tracciare queste placche continentali con esattezza e per tutelare i Paesi che erano privi di piattaforme. Gli scienziati di Chilingarov, navigando negli abissi, dicono di aver scoperto che la placca russa arriva proprio fino al Polo. La fetta della Russia, quindi, sarebbe ben oltre la sua zee: si tratterebbe di circa 463.000 miglia.

La prima rivendicazione risaliva al 2001, in realtà. Allora la Russia fece formale richiesta al tribunale arbitrale del diritto del mare istituito dalla convenzione di Montego Bay di vedersi riconosciuta la piattaforma continentale per il tramite della placca di Lomonosov, che dalla Siberia giungerebbe al Polo; i giudici ritennero le prove addotte insufficienti.

La spedizione di Chilingarov è volta, quindi, ad ottenere nuove evidenze. Ma ha innescato, intanto, un’escalation scientifica della rivendicazione. Il ministro danese della ricerca, Helge Sander, ha già dichiarato che ci sono buone probabilità che la placca della Groenlandia si spinga anch’essa fino al Polo, proprio attraverso Lomonosov, che fra l’altro è anche collegata al Canada tramite le Isole Ellesmere; nel frattempo, il miraggio dell’oro nero, ha alimentato un forte movimento separatista groenlandese dalla madre patria.

Norvegia, Canada e Stati Uniti non sono stati certo a guardare ed hanno presentato le loro rivendicazioni, supportati dai loro esploratori. Cosa potrà succedere adesso? Innanzitutto l’istituto della piattaforma continentale è un diritto funzionale: lo Stato può esercitare il proprio impero esclusivamente per controllare e sfruttare le risorse della piattaforma. Insomma, senza la capacità tecnologica per impossessarsi delle risorse, la rivendicazione non esiste. Se tutti vantassero una placca al Polo Nord, eventualmente, si potrebbe ricorrere ad una delimitazione delle zone di sfruttamento mediante il principio dell’equidistanza, qualora questo principio, non consuetudinario, fosse accolto dai ricorrenti.  Per ora, comunque, nessuno sembra essere disposto a farsi una guerra per tutelarsi. Le Nazioni Unite, intanto, visioneranno le prove raccolte dagli stati nel 2014 per poi decidere a chi debba, eventualmente, appartenere il Polo Nord.

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