Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Archivio per Luglio 2009

Ascesa e declino del modello fordista

Pubblicato da brasseriefoucault su Luglio 14, 2009

Speciale pubblicato su Terra. Dalla motorizzazione forzata alla chiusura delle fabbriche. Dal capitalismo liberale ai grandi monopoli delle coalizioni “ferro e segale”. Dalle politiche industriali ai Patti territoriali.

L’auto, il mito, l’ebbrezza, la velocità. Fangio, Tazio Nuvolari, la Ferrari e la Mille Miglia.
Per i futuristi, l’auto è la modernità: «Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita». vintage-parking-meter-factory-getty-580

L’auto non è solo il simbolo degli arditi, ma anche dell’uomo qualunque. Nell’America del boom, ogni buon padre di famiglia può legittimamente aspirare ad avere una Ford T. L’automobile diventa presto sinonimo della società industriale e dei consumi di massa, non a caso definita fordista: è Henry Ford, il fondatore dell’omonima casa americana, che invera i principi dell’organizzazione scientifica del lavoro elaborati da Frederick Taylor, con gli stabilimenti di Highland Park, nel Michigan.

Ma la catena di montaggio industriale non è solo lo specchio dell’America di Roosevelt, un Paese ricco, che sogna l’American Dream, “con libertà e giustizia per tutti”: è la frontiera dello scontro sociale, il luogo fisico e simbolico dove il movimento operaio porta avanti le sue battaglie. Ford trasforma i proletari in consumatori, aumentando le buste paga dei lavoratori del 60%; eppure l’alienazione, a cui è fisiologicamente (Wesen) sottoposto l’operaio nell’economia capitalista secondo Marx, compie col fordismo un salto di qualità. Per l’inventore del termine “fordista”, Antonio Gramsci, la società taylorista è la quintessenza del capitalismo, il cui volto, pur ammantato del paternalismo di Ford, è sempre inumano. Ford vuole migliorare le condizioni degli operai, ma non si fa scrupolo di reprimere l’unionismo all’interno delle fabbriche, controllare e sorvegliare gli operai, tanto che il filosofo Foucault ritiene che la fabbrica sia la metafora della nostra società, basata sul controllo costante degli individui.

Lo sviluppo del comparto automobilistico, inoltre, favorisce il coinvolgimento attivo dello Stato nell’economia. Gli industriali dell’auto fanno parte di quel blocco sociale “ferro e segale” che sconfigge i liberali all’inizio del Novecento e che sostiene a gran voce misure d’intervento pubblico e protezionistiche. La capacità degli Stati europei di accollarsi i rischi d’impresa istituendo lo Stato sociale attraverso il quale istruire e curare gli operai fordisti, rappresenta un passaggio fondamentale nelle moderne società industriali.

Dopo il boom degli anni ’60, la prima crisi dell’auto è con lo shock petrolifero. Le fabbriche incominciano a chiudere o a delocalizzarsi in Paesi dove il costo del lavoro è più basso.
E’ da decenni che si dà l’auto per spacciata. Essa è il simbolo di una società fordista desiderosa di voltare pagina. Siamo entrati nella società postfordista, basata su altri paradigmi: computer e lavoro intellettuale. Ford amava scherzare sull’automazione: «I robot non compreranno le auto», diceva. Ed è probabile che i computer non aiuteranno le persone a spostarsi, anche nella società postfordista.

Il declino di General Motors e l’affermazione del toyotismo

Nei suoi giorni d’oro, GM è stata la più grande compagnia automobilistica del mondo. Epitome della grandeur dell’industria a stelle e strisce, e American Dream divenuto realtà; fondata da un ex venditore di calessi, Billy Durant, nel 1908. L’azienda, negli anni successivi, avrebbe inglobato altri marchi storici: come Cadillac e Pontiac, poi l’inglese Vauxhall e la tedesca Opel. Durant, in seguito, avrebbe creato il mito Chevrolet. Eppure, nel Paese del capitalismo, tanto blasone, non è bastato ad impedire l’onta del Chapter 11, l’amministrazione controllata della compagnia.

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Durant è stato anche un imprenditore che ha favorito la creazione di un sistema di relazioni industriali, in America, riconoscendo e dialogando con i sindacati, tradizionalmente relegati ai margini del sistema statunitense.
Negli anni ’50, uno dei massimi dirigenti GM, Charles Wilson, divenne Segretario alla Difesa.

Fu allora che Wilson sentenziò, alla stampa che lo pungolava circa il suo conflitto d’interessi, che “Ciò che è buono per GM è buono per il Paese e viceversa”. Un motto ascritto a Valletta, una sorta di manifesto ideologico dell’imprenditoria delle auto, abituata a percepirsi come l’interesse economico più rilevante, tanto da coincidere con l’interesse generale del Paese. GM era la più grande azienda del mondo. Da sola copriva il 50% del mercato interno. Con lo shock petrolifero, il modello americano entra in crisi.
Le macchine giapponesi sbaragliano i concorrenti. E’ la vittoria di un modello industriale non a caso definito post-fordista o toyotismo, giacché è stata proprio la Toyota a scalzare il primato GM. Il cambiamento di paradigma non è di poco conto; i teoreti del toyotismo hanno apportato innovazioni logistiche e strutturali entrate a far parte del linguaggio d’azienda: just in time, lean production, kaizen. Ohno, l’ingegnere “profeta” del toyotismo ha gettato le basi del Total Quality Management. La nuova fabbrica giapponese era il trionfo dell’operaio super specializzato e strapagato, il primato del “colletto bianco”. Ma con una differenza fondamentale: la grande qualità della fabbrica postfordista scarica all’esterno, nell’indotto, i rischi e i costi. Mentre il taylorismo si conciliava con il deficit spending e le politiche di piena occupazione di stampo keynesiano, il modello postfordista, basandosi su un subfornitore che può offrire prezzi stracciati, abbisogna di una quantità fisiologica di disoccupazione, e va a braccetto con le politiche neoliberali.

Ma i giapponesi hanno vinto anche perché hanno puntato su macchine più piccole ed efficienti dal punto di vista energetico, in controtendenza rispetto ad un mercato americano imperniato su sovraconsumi e sprechi. Proprio quello che adesso vuole fare Fiat in America: convincere gli americani a comprare le 500, invece delle super Pontiac.

L’impresa Fiat e l’industrializzazione dell’Italia

Le altre nazioni europee, all’epoca, avevano tutte la loro fabbrica di auto. Era una questione di prestigio, ma non solo. Investire capitali e rendite. Fu per questo che la crema dell’aristocrazia e borghesia torinese si era riunita a discutere nell’elegante Caffè Burello a Porta Nuova. Nomi storici di Torino come gli Agnelli, i Biscaretti di Ruffia, i Bricherasio, i Ceriana-Mayneri, i Damevino, i Ferrero di Ventimiglia. Fiat500_vintage3
La fabbrica automobilistica si presentava come il futuro, un’adeguata attività di investimento per un’elite che ancora si sentiva capitale d’Italia. Poco tempo dopo, l’11 luglio 1899, nasceva la Fiat. Una fabbrica che avrebbe cambiato il volto dell’ex capitale sabauda.

La fabbrica passa dalle 15.000 unità, nel 1901, ai 30.000, dieci anni dopo, su una popolazione cittadina di un po’ più di 400.000 abitanti. Nascono interi quartieri per accogliere gli operai, come il rione San Paolo: una trasformazione urbana ininterrotta, che prima assorbe i piemontesi provenienti dalle campagne, poi i meridionali, fino agli anni settanta. La Fiat cresce: nel 1904 la fabbrica torinese sforna 268 auto sui 3.080 veicoli fabbricati in Italia; nel 1914, la Fiat, con quasi 5.000 veicoli, da sola produce più della metà delle auto prodotte in Italia. In seguito, la Fiat raggiungerà una concentrazione industriale ragguardevole, assorbendo i principali concorrenti come Alfa Romeo, Innocenti, Lancia.
Il segreto del successo imprenditoriale iniziale è da ricercarsi nello stretto legame con il potere. La casa di Torino incarna il passaggio dal capitalismo liberale ai grandi monopoli che si sviluppano in regime di protezionismo, con il sostegno di banche e Stato. Nel 1906, entra nel capitale Fiat la Banca Commerciale: Agnelli e i suoi soci saranno denunciati e poi prosciolti per illecita coalizione, falsificazione dei bilanci e aggiotaggio.

E’ in quell’occasione che gli Agnelli si impossessano dell’azienda, estromettendo gli altri soci, in uno scandalo denunciato dalla stampa, ma che non porterà conseguenze legali, grazie ai favori che il Guardiasigilli Vittorio Emanuele Orlando accorderà agli Agnelli.

La Fiat si rafforza, poi, grazie alla grandi commesse militari italiane della I Guerra Mondiale.

fiatLa casa torinese quintuplica la produzione di autoveicoli: dai 4.644 del 1914 si passa ai 19.184 del 1917, soprattutto grazie ai camion 18 BL per l’esercito. Nasce il Lingotto, proprio ad imitazione delle fabbrica fordiste che Giovanni Agnelli aveva visto nel suo viaggio a Detroit. La Fiat riceve altre provvidenze sotto il governo Bonomi e dalla Banca d’Italia. Il rapporto privilegiato con il potere si rafforza sotto Mussolini: Agnelli prima finanzia i fasci, poi mette a tacere La Stampa dopo il delitto Matteotti, infine viene fatto senatore. La politica di riarmo del Duce significa, per la Fiat, nuove commesse.

Cambiano i governi, ma non il rapporto con il potere. Dopo il ’45, Agnelli definirà la sua tessera fascista “una croce da accettare”, nonostante la Fiat fosse da subito apparsa come il più zelante sostenitore del Duce. Dal ’46 al ’66, la casa di Torino sarà diretta da uno storico presidente, Vittorio Valletta, che, come Enrico Mattei, condivideva l’idea che con la crescita industriale dovessero saldarsi gli interessi degli industriali con quelli della nazione. A Valletta si deve la “motorizzazione” del Paese, percorsa dalle utilitarie Fiat che il Lingotto sfornerà nel momento di massima maturazione del modello fordista italiano, negli anni del boom.

Nell’ambito del piano Marshall, su un totale di cinquantotto milioni di dollari stanziati per l’industria meccanica, approdano alla Fiat ben ventidue milioni.

Subito dopo il viaggio di Alcide De Gasperi in America, il presidente Valletta vola a Washington con tutto lo stato maggiore Fiat. Una chiara scelta a favore del campo atlantico che doveva garantire prosperità al Paese e alla Fiat, secondo il motto – erroneamente attribuito proprio a Valletta – che «Ciò che va bene per la Fiat va bene anche per l’Italia».
Il “Professore”, come veniva chiamato Valletta, (diplomatosi in ragioneria alle scuole serali, divenne anche insegnate) è un illuminato. All’epoca, aprì anche un tavolo di discussione con i socialisti di Nenni e sembra che Gaudenzio Bono, suo braccio destro, avesse addirittura le tessera del Pci.

In realtà, il Professore era un fervente anticomunista. Appoggiava i sindacati moderati; secondo una cultura paternalistica che gli era propria, costruisce un vero e proprio welfare Fiat: mutua aziendale, case per i dipendenti, istruzione professionale; Valletta, tuttavia, deve governare una fabbrica rissosa e manda al “confino aziendale” i metalmeccanici “puri e duri”. In seguito, si scontrerà duramente con la Fiom e giungerà anche ad allontanare i militanti di sinistra.

Il Patto atlantico e il rilancio dell’aeronautica, così come l’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno o il riarmo della guerra di Corea, intanto, rappresentano altrettante occasioni di crescita per la fabbrica di Torino. Mentre la Dc costruisce strade e infrastrutture che favoriscono la diffusione delle utilitarie Fiat.

Valletta giunge ad incontrare sia Kennedy che Kruscev e Kossighin. L’autunno caldo si abbatte con particolare virulenza sulla Fiat. Le tensioni politiche culminano con l’uccisione del dirigente Fiat Carlo Ghiglieno, nel 1979.

Dopo gli anni d’oro del boom, la Fiat viene coinvolta in numerose crisi, spuntandola sempre – dalla paura dell”irizzazione” del ‘74, fino al crollo del 2004 – non senza qualche aiuto, però. Dal 1960 ad oggi, la Fiat ha ricevuto dallo Stato aiuti pubblici per cinquantadue miliardi di euro. Più altri favori, come le gabbie salariali che hanno accompagnato la dislocazione delle fabbriche Fiat a Sud, nell’ambito dei Patti territoriali. La classe operaia va in paradiso?

Auto, la crisi affossa i protagonisti, le strategie dell’Europa

La più grande azienda produttrice di auto, la Toyota, nel solo periodo marzo-aprile ha riportato una perdita di 1, 11 miliardi dollari. Se il 2008 è andato male, i principali analisti sono concordi nel ritenere che il 2009 andrà peggio. La crisi si è abbattuta in modo drammatico sul comparto automobilistico. Simbolo di questo declino sono, principalmente, le Big Three – le grandi aziende americane: General Motors, Ford e Chrysler -. Il primo giugno, Obama ha deciso che il governo USA, in base al chapter 11, diventa azionista di maggioranza di GM. Una scelta obbligata – in caso contrario ci sarebbero stati troppi disoccupati e conseguenze per tutto il sistema – che costerà al contribuente americano ben 65 miliardi di dollari. I dirigenti di Ford, intanto, nonostante i 14.6 miliardi di dollari di debito, assicurano che l’azienda si salverà. toyota_factory

Chrysler, infine, è stata “salvata” da Fiat (e dai contribuenti americani).
Secondo il settimanale tedesco Automobilwoche, Volkswagen, la più grande compagnia in Europa, ha in programma un piano di tagli salariali da discutere con le parti sociali, mentre la Bosch, leader nei pezzi di ricambio, taglierà circa 2.000 posti di lavoro.

La stessa Fiat, nonostante i successi dell’operazione Chrysler, è attualmente impegnata in un programma di ristrutturazione che potrebbe portare alla chiusura della storica fabbrica di Pomigliano d’Arco: una perdita di 5.000 occupati, con un indotto a rischio pari a 20.000 posti.

In Francia, il presidente Nicolas Sarkozy ha appena incontrato Carlos Ghosn di Renault e Christian Streiff di PSA Peugeot Citroen per discutere degli aiuti che il governo è disposto ad accordare a patto che le aziende d’Oltralpe non delocalizzino le strutture.

Da una prospettiva europea, attualmente, il punto è quanto gli Stati membri siano capaci di coordinare le politiche industriali e se la Commissione europea deciderà di fissare altri limiti all’intervento pubblico. Brussels è favorevole a supportare una politica europea comune del settore ed è pronta a coinvolgere la Banca Europea degli Investimenti; ciò non di meno esiste la preoccupazione che l’aiuto pubblico alimenti una domanda fragile ed incentivi discriminazioni fra gli Stati. Brussels ha dovuto varare un piano ad hoc, cambiando rotta rispetto al passato: il programma quadro di emergenza per gli aiuti di Stato risale alla fine dell’anno scorso e concede l’aiuto pubblico solo a quelle aziende che non riescono ad ottenere finanziamenti in condizioni normali.

Per adesso, la Commissione ha approvato tutti i 40 programmi di aiuti proposti dai governi nazionali. Basteranno a portarci fuori dalla crisi?

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Popolazioni indigene in pericolo

Pubblicato da brasseriefoucault su Luglio 1, 2009

L’Onu e la Dichiarazione dei diritti degli indigeni, un lungo e difficile cammino

Soltanto il 3 aprile di quest’anno il governo australiano si è deciso a sottoscrivere la Dichiarazione Onu sui diritti delle popolazioni indigene; un documento “storico”, secondo quanto ebbe a dichiarare il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, il 13 settembre 2007, all’epoca della votazione dell’Assemblea Generale. Ma che, nonostante le solenni dichiarazioni che ne accompagnarono la promulgazione, destava e desta molte critiche. indian_trader_exhibit

Basta pensare che, in quella occasione, la Dichiarazione ricevé il voto contrario di Usa, Canada, Australia e Nuova Zelanda, Paesi con numerose minoranze di aborigeni.

Il problema indio, infatti, tocca dei nervi scoperti; in primis, si tratta, per l’Occidente, di fare i conti con il proprio passato e con “il fardello dell’uomo bianco”: colonialismo, assimilazione forzata e genocidio culturale. Ma il problema dei diritti delle minoranze aborigene si estende ad un lunghissimo elenco di Paesi, anche non ex-coloniali, dove la nazionalizzazione delle masse è stata fatta con politiche di acculturazione aggressiva e limitazione dei diritti di cittadinanza, quali il diritto a mantenere una propria cultura e lingua.

Esempi non mancano: dai ladini delle Alpi, agli Ainu in Giappone o agli Uiguri e Tibetani in Cina. La definizione comunemente accettata di popolazione indigena, accolta dall’Onu, estende il concetto ai gruppi originari di un determinato luogo e che hanno sofferto una dominazione del gruppo maggioritario che li ha, in una qualche misura, ridotti in una condizione di non libertà e privazione di diritti o beni materiali.

Non si tratta, quindi, soltanto di minoranze etniche tribali, volgarmente note come “primitivi”. La condizione per essere definiti “popolazione indigena” è quella di condividere sia lingua e costumi che trovarsi in una situazione di disagio e discriminazione. Per gli studiosi, ci sono, oggi, 370 milioni di persone in questa condizione. La Dichiarazione Onu, però, vale solo per gli Stati che l’hanno ratificata. Che sono, attualmente, 143.

In molti Paesi, le violazioni ai danni degli indigeni sono patenti. Un fenomeno ubiquo è l’espulsione delle minoranze dalle proprie terre al fine di favorire la speculazione fondiaria. La presenza degli indigeni, d’altronde, attesta che la terra è buona e incontaminata. Molti indigeni, infatti, vivono secondo i costumi aborigeni; si tratta di società tradizionali che si nutrono dei frutti della terra e che hanno resistito alle spinte dell’urbanizzazione. Sono molti i casi in cui queste popolazioni hanno sofferto gli avvelenamenti causati dalle industrie: moltissimi sono i casi registrati in America Latina, ma non solo.

Tre anni fa, in Canada, scoppiò lo scandalo degli avvelenamenti ai danni dei Kashechewan. A tutt’oggi, la Dichiarazione ha avuto solo limitati effetti giuridici e materiali.

The marginal man e l’imperialismo culturale, le politiche di inclusione per i nativi

Fu lo stesso George Washington ha pensare di promuovere “la trasformazione” e “civilizzazione” degli indiani d’America al fine di “integrarli” nella cultura occidentale imperante: nasce così l’infausta idea cherokeedell’assimilazionismo, purtroppo destinata a giocare un ruolo principale in tutte le politiche culturali americane per molto tempo. E che avrebbe operato su due piani: sui native americans e sugli immigrati non anglosassoni provenienti dall’Europa.

Nonostante quest’approccio fosse profondamente etnocentrico, cioè fondato sulla presunzione che la cultura americana fosse superiore alle culture indigene, era legittimato da un atteggiamento positivista, paternalistico e filantropico di miglioramento delle classi subalterne. Attraverso l’acculturazione, gli indigeni avrebbero guadagnato standard di vita occidentali.

In realtà, le popolazioni indigene vennero espropriate forzosamente delle proprie terre. A seguito dell’Indian Removal Act, con il quale si spostavano gli indiani nelle riserve, circa 4.000 Cherokee morirono lungo la marcia di spostamento, per fame e sofferenze. L’espulsione era legata alla corsa all’oro che si era scatenata in Georgia.
Negli anni ’30, la scuola sociologica di Chicago incomincia a studiare i fallimenti delle politiche di assimilazione: Ezra Park scrive il paradigmatico “The marginal man”.

“L’acculturazione” si era tradotta in vero e proprio shock. I popoli sradicati dalla propria cultura e derubati dei propri strumenti tradizionali di sostentamento scivolano ai margini della società: povertà, devianza, criminalità. Ancora oggi, secondo la Sanità canadese, gli appartenenti alle First Nations registrano le più alte percentuali di alcolismo, dipendenze da droga, disoccupazione, suicidio e fallimenti scolastici; con un’aspettativa di vita di 8 anni inferiore rispetto agli altri cittadini.

L’odiosa “cristianizzazione forzata”, parte delle politiche sociali americane di integrazione, prevedevano la messa al bando delle religioni aborigene tradizionali. Solo nel 1973 il Freedom of Religion Act consente agli indiani di riprendere a praticare la loro religione. In Canada, inuit e aborigeni conquistano il diritto di voto nel 1960. Infine, negli anni più recenti, Canada, Australia, Usa e Nuova Zelanda hanno concluso complessi accordi con i nativi in merito ai diritti di cittadinanza, alle politiche di welfare, alla concessione di status di nazioni sovrane e ai risarcimenti per i danni subiti. Alle liquidazioni per gli espropri, si sono spesso accompagnati risarcimenti per i danni ambientali. Non sono mancati casi in cui le riserve sono state avvelenate da industrie, con notevoli danni alla salute per i nativi. Dal 1996, in Canada, esiste una First Nations Commission dove i rappresentati delle tribù siedono con il governo centrale in posizione paritetica. Eppure, ancora oggi, i rappresentanti indigeni sono impegnati nel Grand River Land Dispute in Caledonia, contro un esproprio forzoso legato alla localizzazione di una centrale in un territorio indiano sovrano.

I problemi giuridici per il riconoscimento dei diritti

Il problema indigeno è multidimensionale. La dichiarazione Onu varrebbe per una pletora di “nazioni senza Stato” come i Curdi, i Ceceni, gli Yuánzhùmín (i nativi di Taiwan). Ma, nonostante i diritti degli indigeni possano immaginarsi come parte dei più generali Diritti dell’Uomo, considerati diritto internazionale universale, la Dichiarazione è diritto pattizio e vale solo fra i Paesi contraenti.

Inoltre, non sono i popoli o le persone fisiche coloro i quali possono normalmente azionare i diritti dell’ordinamento internazionale, ma gli Stati.

La tutela è affidata, quindi, soprattutto ai governi nazionali e si pone il problema di verificare le condizioni di vita degli aborigeni, qualora uno Stato tenda a minimizzare le proprie responsabilità con riferimento ai diritti dei nativi.

L’Onu ha, quindi, attivato sia un Gruppo di lavoro che un Forum per favorire il coinvolgimento diretto delle persone. L’ottava sessione dello United Nation Permanent Forum on Indigenous Issues è partito il 18 maggio e continuerà i lavori fino alla fine del mese. Un aspetto cruciale è rappresentato proprio sulla tipizzazione giuridica di alcune categorie, che sono alla base di un corretto funzionamento della Dichiarazione e che rappresentano la massima preoccupazione dei Paesi non firmatari dell’accordo.

Fra queste vi è l’articolo 3, il diritto all’autodeterminazione. Esso è sempre valso limitatamente alla decolonizzazione e si rivolgeva alle ex potenze coloniali. Nella Dichiarazione, invece, per la prima volta nella storia, si riferisce direttamente ai popoli: gli americani, ad esempio, ritengono che questa impostazione leda l’integrità e la sovranità nazionale. Gli occidentali sono molto preoccupati anche dal riconoscimento della proprietà intellettuale indigena e dal diritto dei popoli a mantenere propri costumi giuridici. Si pone, infatti, il problema di pagare le scoperte indigene e si fa strada l’idea che, dentro uno Stato, possano esistere due sistemi giuridici.ainu_yasli_adam

Riconoscendo il diritto aborigeno, cambia, infatti, la proprietà di fondi di rilevanza strategica e si ridisegna la sovranità statale: sottratta allo Stato ed imputata ai popoli-nazione.
Le famose miniere di diamante della Namibia, ad esempio, secondo il diritto locale, sono di proprietà tribale, mentre i profitti vanno alle multinazionali olandesi. Le forme di organizzazione sociale, invece, sono spesso diverse dal nostro concetto di “Stato-nazione”. Molte tribù sono organizzate “a grappolo”, sparse su un vasto territorio, fra più Stati: come gli Aro, diffusi fra Nigeria e Gabon. E’ necessario, quindi, favorire politiche di confederazione che prevedano una graduale cessione della sovranità ad organismi sovranazionali terzi che favoriscano l’autogoverno delle popolazioni divise fra più Stati, garantendo l’unità statale.

Arcipelago Asia

Il 70% dei 370 milioni di indigeni sparsi sul globo vive in Asia. Un dato spesso sottostimato giacché il tema indigeno è monopolizzato dagli amerindi. Il Giappone, ad esempio, riceve molte pressioni internazionali per riconoscere i diritti degli Ainu, popolo nativo attualmente localizzato nell’Isola di Hokkaido. Nonostante il rappresentante degli Ainu sia sempre presente ai Forum Onu, il Giappone ancora nicchia: Tokyo dovrebbe, infatti, fare i conti con una triste pagina del proprio passato, fatta di abusi e violenze.

La politica giapponese durante l’occupazione della Manciuria o di Formosa è, infatti, costellata di soprusi. I giapponesi, accusati di aver compiuto stupri di gruppo ai danni degli Han – l’etnia cinese dominante -, furono ancora più crudeli con gli aborigeni taiwanesi, ad esempio: negli anni ’30 compirono, infatti, una strage di 800 civili taiwanesi aborigeni, nota col nome di massacro di Wushe. Durante la II Guerra mondiale, i giapponesi compirono molti massacri di Karen, in Birmania, con l’aiuto dello stesso governo birmano che Tokyo allora combatteva. In Cina, le cose non sono andate in modo dissimile: e non c’è solo il problema Tibet. La Cina è essenzialmente un Paese multietnico dove l’etnia dominante, gli Han, ha sempre mantenuto una posizione di prestigio e tutte le minoranze – definite Fan, ovvero “barbari” – hanno dovuto negoziare, di volta in volta, pochi limitati diritti.inuit_sm

Particolarmente triste è la storia delle popolazioni altaiche. Sotto la Russia zarista erano utilizzate nelle miniere della Siberia. All’epoca della Rivoluzione, presero parte per i menscevichi. Quando Stalin salì al potere sancì che gli Oyrot (come erano chiamati) erano “controrivoluzionari”. Stalin decimò l’80% della loro popolazione. Un’altra popolazione delle steppe, i Buriati, buddisti, furono perseguitati quando Stalin lanciò la sua guerra contro la religione.

Complesso è anche l’intreccio etnico e sociale nel subcontinente indiano. Con l’istituzione del sistema feudale fondiario mogul, il zamindari, gli Adivasi furono trasformati in un umilissimo proletariato agricolo, sottoposto ad ogni forma di vessazione. Durante la diffusione di un’epidemia fra gli Adivasi, gli inglesi cercarono addirittura di sterminarli per arginare la malattia. Ancora più impattante è stata la politica mogul e inglese sulle popolazioni tribali.

Gli Andamanesi, ai tempi dell’impero britannico, erano 5.000: oggi ne rimangono circa una cinquantina.

Il Pakistan, invece, a tutt’oggi è praticamente un’etnocrazia punjabi con Sindhi, Baluch e Pukhtun spoliati dei propri diritti.  Nell’Asia centrale, sia la Tailandia che la Cina hanno raso al suolo interi villaggi Akha, per produrre grano e legname. La politica di trasmigrazione indonesiana, per la quale il governo muoveva coattivamente i residenti delle aree sovrappopolate verso Suma e la Papua – e che anche la Banca Mondiale ha finanziato – ha creato un vero conflitto etnico permanente. Con centinaia di morti fra i Maduresi e i Dayak.

Emergenza indigena

Fra i più convinti sostenitori della Dichiarazione Onu sugli indigeni ci sono stati Morales e Chavez. L’America Latina è il continente, infatti, che ha visto emergere il problema indio con più virulenza. Massacri, stermini, cristianizzazione forzata: per il filosofo Tzvetan Todorov, la conquista dell’America è stata, anche, la scoperta dell’altro, un momento di forte riflessione dell’Occidente su identità e alterità. A tutt’oggi esiste un serio problema di espulsione di indios dalle foreste: ciò non ostante, l’azione di Morales, Chavez o Marcos testimonia la nuova centralità della cultura amerinda nella costruzione di un’identità panamericana di stampo bolivariano. Brazil. Yanomami Indian

Soltanto nel 1989 la Norvegia ha concesso l’elezione di un parlamento Sami, avviando un momento di riflessione sulle violente politiche di assimilazione – che imponevano il divieto ad usare la propria lingua – intraprese per la prima metà del Novecento.

Particolarmente confusa si presenta la situazione in Africa. Gli imperi coloniali, infatti, stabilirono il proprio dominio appoggiando dei gruppi etnici ed instaurando delle etnocrazie dove una minoranza schiacciava altri gruppi etnici.
E’ il caso degli Acholi nell’Uganda del generale Idi Amin, ad esempio. La guerra in Nigeria fra Ijaw e Itsekiri  per le terre di Warri, ricche di petrolio, originano proprio dal favoritismo concesso dagli inglesi agli Itsekiri. I presunti conflitti etnici africani, in realtà, nascono da interessi materiali ed errori delle potenze coloniali.
La divisione fra Hutu e Tutsi fu operata dagli ufficiali dell’anagrafe tedesca attraverso il conteggio delle pecore possedute. Nel frattempo, i pensatori razzisti elaboravano la teoria delle razze amitiche, per la quale, in Africa era possibile individuare delle stirpi di ceppo caucasico ma di pelle nera, più vicine agli Europei, che le potenze coloniali dovevano sostenere: come i Tutsi. Una teoria alquanto grottesca se si pensa che il “ten-cow rule” (la regola di chi possedeva 10 vacche) postulava che i proprietari Tutsi, proprio in quanto “più simili agli europei”, oltre ad essere più ricchi dovevano essere anche più belli ed alti: quindi, tutti quelli bassi venivano schedati come Hutu.
In Africa, la variabile etnica è rilevante: anche se l’etnicizzazione dei conflitti è legata a precisi interessi materiali volti a camuffare la realtà economica della guerra.

La lista dei conflitti etnici africani continua, infine, con i massacri di Anuak nella regione di Gambella da parte degli etiopi, con la guerra fra eritrea ed Oromo, e con il conflitto in Darfour fra Fur, Zaghawa, e Masalit.

Gli articoli precedenti costituiscono un unico speciale sulle Popolazioni indigene, uscito sul quotidiano Terra, il 27 maggio 2009.

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Verso un nuovo Stato sociale

Pubblicato da brasseriefoucault su Luglio 1, 2009

Nascita dello Stato sociale

Lo Stato liberale classico riteneva che il governo dovesse limitarsi a battere moneta e a difendere i confini. Quando, come e perché nasce l’idea che lo Stato debba prendersi cura di noi?
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L’età dell’oro del welfare è nel XIX secolo. Tuttavia, dei primi abbozzi di Stato sociale sono già ravvisabili nel Medioevo, insieme alla comparsa di una nuova concezione sociale del concetto di povertà.
Nelle società tradizionali, la povertà era considerata ineluttabile e naturale. Se c’era una carestia, la gente moriva.

Tuttavia, i poveri e i contadini, attraverso gli usi civici, avevano la possibilità di procurarsi i mezzi di sostentamento. L’indigenza era, quindi, naturale ma anche non assoluta. E’ con le enclosures che nasce una nuova povertà, prodotta socialmente, e che priva completamente gli indigenti dei mezzi di sostentamento. Con le enclosures, nell’Inghilterra del XIV secolo, i boschi, che erano di tutti, e sui quali tutti vantavano diritti di pascolo, di raccolta dei frutti, etc., venivano cinti e privatizzati; si gettavano le basi della moderna economia capitalistica ma nasceva una nuova idea di povertà.

La privatizzazione dei beni comuni spingeva gli uomini a vendersi nel mercato della forza lavoro come merce e, molte volte, per un salario da fame.

Di fronte ai costi sociali indotti dalle enclosures, Elisabetta d’Inghilterra vara, nel 1611, le Poor Laws, a favore degli indigenti.

E’ sintomatico che nel 1786, Joseph Townsend, un autore che influenzerà molto Adam Smith, pubblichi una dissertazione contro le Poor Laws sostenendo che i poveri debbano essere lasciati nella povertà, in modo che la fame li spinga a vendere la loro forza lavoro al prezzo più basso possibile.

Il dramma delle enclosures diffonde in Europa un’alta conflittualità, scoppiano le jacquerie, le lotte contadine contro i nobili, che spesso si sovrappongono alle lotte di religione (permeate dal pauperismo del cristianesimo delle origini); è il caso delle rivolte dei tuchini in Piemonte, degli albigesi in Francia, degli hussiti in Boemia o dei protestanti in Valtellina.

Lo Stato sociale si sviluppa, quindi, per assistere i poveri prodotti dalle meccaniche dell’economia capitalistica e sgonfiare il conflitto sociale. Infatti, il welfare si accompagnava a due istituti: l’healthfare, attraverso il quale lo Stato – fornendo cure mediche – provvedeva a trasformare i contadini in robusti proletari che potevano reggere gli infernali turni lavorativi dei primi opifici industriali; e il warfare, il sistema pubblico di repressione che fronteggiava il conflitto sociale, dalle jacqueries medievali, alle moderne lotte di fabbrica.

Ascesa e declino del welfare in Italia

Nell’Ottocento, i Paesi più industrializzati, si dotano di welfare.
Lo Stato, per favorire lo sviluppo dell’economia capitalista, istituisce una burocrazia efficiente che reprime i movimenti d’opposizione ad un sistema sociale che produce molta ricchezza ma anche ineguaglianze. L’Inghilterra è scossa dalle lotte dei luddisti, nate con l’urbanizzazione e la trasformazione dei contadini in proletari.
Il valore della forza lavoro è data dalla buona salute degli operai e dalla loro capacità di fare figli, prole, da cui l’etimo.

Lo Stato sociale costituisce uno strumento di riproduzione efficiente della forza lavoro. In Italia, il welfare, si sviluppa più tardi.
Dopo l’Unità d’Italia, la Destra storica è insensibile al tema povertà e sostiene uno Stato ultraleggero. E’ con la Sinistra storica che nasce lo Stato Sociale italiano. Le iniziative più importanti sono: l’istruzione elementare obbligatoria e gratuita (legge Coppino: 1877); la parziale depenalizzazione del diritto di sciopero (codice Zanardelli: 1889); e l’introduzione di una legislazione sociale a tutela dei lavorati e contro la povertà, a seguito dell’inchiesta Jacini, che svelava la diffusa condizione di sottoalimentazione delle plebi rurali.
welfareWelfare e warfare, aiutare e punire: nel 1898, sotto il governo di Rudinì, il generale Bava Beccaris spara cannonate contro la folla che a Milano protestava per il prezzo del pane.
Nel 1911, parte il progetto riformatore di Giolitti: nascono l’Ina (Istituto nazionale assicurazioni) e l’Ipab (Istituzioni pubbliche assistenza e beneficenza), al via il suffragio universale maschile (per le donne bisognerà aspettare il 1946!). Si sviluppa l’idea che i diritti e benefit pubblici, oltre ai salari che superino la soglia di sussistenza, possano sgonfiare le pretese rivoluzionare dei marxisti.
Sia la socialdemocrazia keynesiana che il popolarismo cattolico o i totalitarismi fascisti vogliono, infatti, proporre una “terza via”, fra liberalismo e comunismo, dove lo stato sociale permetta di superare i conflitti di classe fra capitale e lavoro.

Negli anni 30, il New Deal in America e il corporativismo fascista propongono entrambi un nuovo Stato regolatore che favorisca le condizioni materiali di vita delle classi popolari. Il dopoguerra è l’apogeo della Socialdemocrazia. Ancora più Stato sociale, ma soprattutto concertazione, superando il paternalismo proprio dei regimi totalitari.
Lo Stato fa tutto: in Germania ti paga pure le cure termali. Per raggiungere l’obiettivo della piena occupazione, lo Stato si fa impresa. Anche a costo da far scavare le buche per poi riempirle, come sosteneva Keynes.
In Italia, con Cirio e Sme, lo Stato giunge a produrre panettoni e conserve di pomodoro. Capitale e lavoro non sono più in opposizione, lo Stato non è più disinteressato al mercato ma dialoga con Confindustria e i sindacati per promuovere la pace sociale, sostenere il profitto e i lavoratori. Il ricco Occidente può permettersi di ridistribuire la ricchezza a varie classi sociali. Ma fino a quando?

La crisi dello Stato sociale

Gli anni ’60/70 sono l’età dell’oro dei diritti sociali. Nasce lo Statuto dei lavoratori. Gli operai smettono di essere proletari; non percepiscono più un mero salario di sussistenza, ma devono “far girare l’economia”: più diritti e più soldi.
Il keynesismo ritiene che l’equilibrio fra domanda ed offerta si realizzi non nel punto di massima efficienza sociale. Lo Stato deve, quindi, favorire un sistema di salari più alto, attraverso il quale stimolare l’economia. Lo Stato sociale spende: e spreca. I governi praticano sistematicamente il deficit spending. L’economia sociale di mercato sembra essere il migliore sistema possibile. I capitalisti sono liberi di accumulare indefinitamente, e i salariati possono permettersi una vita fatta di “pane e rose”.social card

Per i teorici delle socialdemocrazie, gli obiettivi rivoluzionari dei marxisti o l’anticapitalismo non hanno più ragione d’essere. Con la conferenza di Bad Godesberg, l’Spd tedesca abbandona il marxismo nel 1959; in Italia il Pci è sempre più partito di governo e meno di lotta. Il laissez faire sembra un reliquato ottocentesco, i liberisti vengono trattati come dei folli, Von Hayek, padre del neoliberismo, abbandona Chicago e va a Friburgo, i partiti di Destra europei cessano di essere liberali, le elezioni le vincono o i partiti popolari o i socialisti.

E’ il trionfo del Big State. La povertà e la devianza non sono più stigmatizzate come un fallimento individuale, o addirittura genetico, come era nelle teorie razziste di Niceforo o Lombroso. Nelle scienze sociali trionfa il comportamentalismo. Povertà e devianza hanno origini sociali, sono colpa della società. Si può risolvere il problema solo con più welfare e diritti.
Questo idillio si incrina con gli shock petroliferi e si rompe definitivamente negli anni ‘80 – in America e Inghilterra, con i governi Reagan e Thatcher – e, in Italia, negli anni ’90.

Da un punto di vista economico, si abbatte la stagflazione, l’Occidente patisce la concorrenza delle nuove potenze, fenomeno che dura ancora oggi. Le ragioni dell’incapacità di competere in Europa sono individuate nei pilastri della socialdemocrazia. Lavoro e Stato.

La forza lavoro costa troppo, troppi diritti; via la scala mobile, nascono i contratti a progetto, si comprimono i salari. Le imprese pubbliche sono inefficienti, la pubblica amministrazione sovradimensionata; si privatizzano gli enti pubblici economici, si deve ridurre l’amministrazione, ci vuole più mercato e meno Stato. Contemporaneamente cambia la sensibilità pubblica verso il tema della povertà. Secondo i critici dello Stato keynesiano, l’assistenzialismo ha essenzialmente deresponsabilizzato i poveri o i fruitori dei servizi sociali. Bisogna, quindi, implementare politiche di assistenza attiva, di workfare, che incentivino la partecipazione dei poveri al mercato del lavoro o la compartecipazione economica degli utenti nell’erogazione dei servizi di welfare. In questo momento il welfare è in crisi irreversibile: quale sarà il futuro dei servizi sociali?

I fallimenti dello Stato sociale poverty_homeless

In un bizzoso gioco di corsi e ricorsi, lo Stato keynesiano doveva rappresentare il superamento del modello liberale ottocentesco.
Oggi, nel nuovo millennio, il mercato viene invocato per supplire ai fallimenti dello Stato. Ma quali sono le critiche principali che investono lo Stato sociale? In primis, questo sistema viene messo in discussione quando la spesa pubblica diventa insostenibile, a seguito della crisi di competitività che investe l’Europa negli anni 80, e che continua ancora oggi. Alcuni studiosi, tuttavia, ritengono che i fallimenti dello Stato sociale vadano al di là della sua (attuale) antieconomicità.

I sistemi universalistici, basati su molti diritti e benefit per tutti, indurrebbero un comportamento noto, in economia, come “azzardo morale”: un esempio è rappresentato dall’esplosione dei costi nella Sanità. Un cittadino, ad esempio, grazie alla Sanità pubblica, preferisce comportarsi in modo azzardato nella misura in cui, se si ammala, guadagna lo stesso e i costi sanitari sono imputati alla collettività, piuttosto che porre in essere misure preventive di responsabilità, i cui costi (la prevenzione) sono individuali.
E’ per queste analisi che si punta sulla compartecipazione dei cittadini alla spesa (i ticket). L’azzardo morale funzionerebbe, quindi, come una tendenza da parte dei cittadini ad abusare di un sistema universale (che vale per tutti) e i cui costi, pagati da una collettività generica, non vengono percepiti come direttamente imputabili allo stesso cittadino.

Da questo punto di vista il welfare sarebbe anche diseducativo e paternalistico, disincentivando comportamenti individuali virtuosi da parte dei cittadini.
I bisogni sociali di cui il welfare tradizionale si farebbe carico, inoltre, sarebbero espressione delle preferenze del cittadino/elettore mediano: una soluzione che vale per tutti, ma che non soddisfa alcuni. Un esempio di ciò è ravvisabile nel dibattito sulle scuole private. Esistono associazioni di cittadini, infatti, che mandano i figli a scuole cattoliche, a loro giudizio più rispondenti ai propri valori, e che lamentano di pagare per la scuola due volte: per la scuola pubblica e per quella privata. La soluzione invocata è rappresentata dai voucher, attraverso i quali i genitori utenti di scuole private, vengono reintegrati con una parte di reddito da spendere per mandare i figli nelle scuole volute.

Le politiche di redistribuzione di stampo keynesiano, essendo inefficienti dal punto di vista economico, alla fine, riducono il reddito nazionale da ridistribuire e non incidono realmente sui bisogni sociali delle persone. Secondo i critici, il welfare è un sistema inefficiente e che, alla fine, non raggiunge neanche gli obiettivi di equità che prometteva. Ma con che cosa possiamo sostituire questo costoso e bistratto Stato sociale?

I rischi del welfare market

La riforma del welfare state sembra, oggi, un dato incontrovertibile. Di fronte alle esigenze di contenimento della spesa pubblica, sia Destra che Sinistra puntano a tagliare la burocrazia. Rispetto al modello tradizionale, oggi si fronteggiano due teorie di welfare. Una neoliberale che promuove l’adozione di un welfare market con i privati che svolgono le funzioni di produzione o erogazione dei bei pubblici. L’altra che si basa sul welfare mix, un sistema misto, dove il ruolo principale lo svolge il III settore, capace di mediare egregiamente fra l’efficienza del privato e l’equità del pubblico.

Infatti, nonostante i problemi posti dallo Stato sociale tradizionale, l’adozione di un welfare market coinciderebbe con l’abbandono totale di una prospettiva di redistribuzione e di equità, accolta dalla nostra Costituzione. Esistono, infatti, molti studi che si sono occupati di privato e di welfare, giacché questo sistema già esiste in America. Ed i problemi che si delineano sono notevoli.

Un caso emblematico del fallimento del mercato del welfare, nel settore sanitario, è rappresentato, ad esempio, dalla “selezione avversa”, che funziona nel modo seguente. Il cittadino che sottoscrive una polizza privata è essenzialmente una persona di pessima salute che sa che sfrutterà abbondantemente il premio assicurativo. Una persona di buona salute, giudicando il costo della polizza troppo elevato stante le sue condizioni, non sottoscriverà nessuna polizza e rischierà.

Da ciò discendono due conseguenze altamente antieconomiche. Le assicurazioni selezionano i clienti peggiori e le loro polizze costano sempre di più. Le persone sane rischieranno sulla loro pelle, pur di non pagare polizze ritenute troppo esose, scaricando i costi delle mancate cure in gioventù sul sistema nazionale universale che in America assiste tutti quando si è anziani.

Ecco perché gli Usa, pur avendo la Sanità privata, spendono di più rispetto all’Europa.
Il fallimento del mercato dei servizi sociali si registra anche sul lato dell’offerta. I medici, infatti, sono indotti al milk-skimming. Imputano ai pazienti cure costose inutili; dirottano i pazienti sani e danarosi nella clinica privata, e lasciano nella sanità pubblica i pazienti malati e costosi.

Oggi per riformare il welfare, senza incidere sui diritti, appaiono inderogabili due punti: fissare gli standard minimi di qualità dei servizi, onde evitare che si delineino differenti livelli di cittadinanza a seconda della Regione di provenienza; stabilire cosa può fare il privato o il III settore e cosa assolutamente non può fare se non si vuole sacrificare l’equità sull’altare dell’efficienza.
Purtroppo, nel Libro Verde sul welfare, il ministro Sacconi punta proprio su un coinvolgimento indifferenziato dei privati nei servizi sociali. Si abbatteranno i costi? Forse. Ma a quali costi sociali?

Gli articoli precedenti costituiscono un unico speciale sullo Stato sociale, uscito sul quotidiano Terra.

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