Politiche

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Archivio per Settembre 2009

La normalizzazione dell’emergenza rifiuti

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 30, 2009

Napoli – Pneumatici bruciati, di auto e di tir, lavatrici, scorie di varia foggia, colore e puzza.

Sono sullo svincolo di via Giliberti in via Galileo Ferraris, zona Napoli est, a pochi chilometri dalla stazione centrale e dal Centro direzionale, l’avveniristico quartiere degli affari che avrebbe dovuto simboleggiare, negli anni 90, la rinascita di una città, Napoli, schizzofrenicamente oscillante tra brevi ed illusori rinascimenti e lunghi e bui medioevi. E’ la dolorosa cartolina che Terra ha voluto scrivere per i suoi lettori.

Il viaggio parte dall’inizio dell’Asse Mediano – grande bretella fra Napoli e i comuni dell’aria nord e flegrea -, a metà fra le zone della Toscanella e di Chiaiano, da una parte, e Scampia, dall’altra. La superstrada si arrampica fra grigi palazzoni e brandelli di campi, che ci raccontano di quando Chiaiano era sola nota per una pregiata produzione di ciliegie. Un’intera piazzola dell’Asse Mediano, davanti a Scampia, è occupata da rifiuti.

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Sotto, prima dei palazzoni dell’edilizia 167 che si stagliano all’orizzonte, dei campi, DSCN0673 aDSCN0677 apercorsi da strade rustiche, anch’esse cosparse di immondizia, per le quali si aggirano romanì o sinti intenti a pizzicare qualcosa da riciclare.

Percorrendo la superstrada si sbuca in un altro luogo oramai noto in questa geografia dell’anima che alla sirena Partenope ha sostituito boss e monnezza, sangue e cemento: Acerra. Nei pressi del centro commerciale Le Porte di Napoli, altra immondizia lungo la strada, fra campi e periferie, ritaglia una maleodorante intimità per le prostitute che qui si appartano con i loro clienti: questi maschi solitari, poco avvezzi alle ville delle escort e ignari della comodità del “lettone di Putin”, si devono accontentare di privè di carpak.

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Il tour prosegue verso il capoluogo: Napoli Est, dove qualche urbanista sogna la città del futuro. Anche qui monnezza, degrado: dietro al Centro Direzionale, la zona del macello, via Argine.
In via Domenico De Roberto, la discarica avanza fino nei pressi di un parco giochi per bambini, inghiottendolo.

Nei pressi di via Marina, affianco al parcheggio di via Brin, un rudere che ha resistito alle lottizzazioni è stato riempito di rifiuti.
A Piazza Duca degli Abruzzi, all’angolo con via Ponte della Maddalena, presso, forse, un cantiere, riposano dei tubi bruciati di materiale plastico. Sullo sfondo, le maioliche colorate della barocca guglia di Santa Maria del Carmine a piazza Mercato. Di fronte, l’Agenzia delle Entrate e, più in là, il Provveditorato.

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Nella “città dolente” – come venne chiamata Napoli da Axel Munthe durante l’epidemia di colera – ciò a cui si assiste, oggi, non è il superamento dell’emergenza rifiuti, così come la si è vista scoppiare l’anno scorso nella forma più virulenta; ma la normalizzazione di uno stato patologico, esso stesso emergenziale, di livello più lieve – comunque intollerabile per una qualsiasi altra città d’Europa – per il quale sembra che i napoletani si abituino, loro malgrado, ad una certa quota di rifiuti presenti sulle strade. Diciamo che alle montagne di monnezza si sono sostituite le colline. Magra consolazione.

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DSCN0687 aE a far da sfondo a questo declino, le dichiarazioni di Bertolaso, raccolte dai colleghi del Mattino: «Gli sversamenti illegali di rifiuti affondano le radici in un problema culturale. E’ sulla coscienza e sulle abitudini dei napoletani che bisogna continuare a lavorare […] Diciamolo francamente: in certe regioni italiane persiste l’abitudine a considerare il bene pubblico come bene di nessuno». Si fa strada, quindi, la tentazione a considerare il Sud come un’alterità irriducibile e, in ultima istanza, irredimibile. D’altronde, nella maggioranza, c’è chi non è semplicemente tentato dalle teorie razziste, ma se ne fa chiaro interprete e o teoreta.

Il dibattito sembra tornato indietro di un secolo, quando Niceforo e Lombroso discutevano della innata tendenza al crimine dei meridionali.DSCN0695 a

A noi piace essere altrettanto franchi come Berolaso. L’etncicizzazione dei problemi di Napoli è assolutamente inaccettabile. E, soprattutto, è autoassolutaria e bipartisan. Salva le amministrazioni locali che non fanno il loro dovere in tema di raccolta differenziata e il ministero dell’Interno che fallisce nel controllo del territorio, consentendo gli sversamenti abusivi, non nelle recondite campagne avvelenate dei casalesi, ma nei centri urbani. Le altre foto che abbiamo scattato mostrano discariche lungo superstrade, strade statali: chi garantisce il controllo del territorio? Parlare di problemi culturali, come fa Bertolaso, è, innanzitutto fuorviante, visto che Salerno è al 70% di raccolta differenziata e Mercato Sanseverino al 90.
Ma il mito del “premier operaio-premier ingegnere”, descritto nelle mitiche agiografie di Minzolini per La Stampa, non ammette dubbi: e per sostenere questa mistica, ben vengano le ramanzine sulle ataviche tare dei napoletani.

Foto di proprietà di Alessio Postiglione e Valerio Ceva Grimaldi – contattami per utilizzarle!

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Le relazioni pericolose di Berlusconi con Putin e Gheddafi

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 23, 2009

Perché l’Europa e l’America guardano con preoccupazione alle relazioni Italia-Russia-Libia. E perché anche i consumatori dovrebbero preoccuparsi.

Le partnership internazionali sulle quali Berlusconi ha più investito per implementare la politica di sicurezza energetica italiana sono quelle con la Russia e con la Libia.
Nella confusione fra ruolo pubblico e privato che coinvolge il nostro premier, si direbbe che Berlusconi abbia investito anche in modo extraprofessionale, compiacendosi di essere, addirittura, ottimo amico sia di Gheddafi che di Putin; al punto di concedere, al primo, un’irrituale tenda e di dedicare, al secondo, un “lettone” a Palazzo Grazioli.

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Ma proprio queste partnership, che dovrebbero rappresentare la punta di diamante della politica estera berlusconiana, attirano le più forti critiche da parte degli osservatori internazionali, a fronte delle discutibili credenziali democratiche di Putin e Gheddafi.
L’ultima frecciata è partita pochi giorni fa dalle pagine del Corriere della Sera, dove l’ambasciatore americano David H. Thorne, con tatto e diplomazia, ha lasciato intendere che dall’Italia, gli Usa, si aspetterebbero una politica diversa verso Libia e Russia.

D’altronde gli Stati Uniti sono inclini al realismo, abituati a stringere la mano ai dittatori quando servono gli interessi nazionali. “La patria è ben difesa in qualsiasi modo la si difenda” chiosava Machiavelli.

Ma siamo sicuri che l’interesse energetico nazionale italiano sia realmente difeso dalle partnership berlusconiane?
Allo stato attuale, Berlusconi sta facendo soprattutto gli interessi di Eni, né quelli dell’Italia, né quelli dell’Europa.
La strategia europea sulla sicurezza energetica è, infatti, volta a differenziare le fonti di approvvigionamento di gas naturale che, oggi, dipendono largamente dalla Russia che, come la crisi russo-ucraina dimostra, si trova in una situazione di quasi monopolio.
E’ per questo motivo che Bruxelles patrocina la pipeline Nabucco, in grado di portare in Europa risorse provenienti dalle regioni turcofone del Caspio.

Ma come può l’Italia appoggiare la politica comunitaria e giocare come battitore solitario con la Russia, entrando nel progetto Southstream, sponsorizzato da Mosca e diretto concorrente di Nabucco?
Southstream è, infatti, una joint venture Eni-Gazprom.
D’altronde Eni sembra sempre pronta a dare una mano al gigante russo, come il caso della vendita delle ex azioni Neft dimostra, quando Eni permise a Gazprom di mettere le mani sugli ex asset della Yukos, rivale di Gazprom e liquidata con il controverso arresto dell’ex proprietario (e nemico di Putin) Khodorkovskij.

Gli accordi con la Libia, infatti, rappresentano un ulteriore rafforzamento del duo Eni-Gazprom. L’impresa russa viene coinvolta anche in Elephant Oil Field, il giacimento libico di proprietà Eni, ed, in futuro, in Transmed e Greenstream, che porteranno petrolio dall’Africa all’Europa. Con i russi anche in Africa, il monopolio si rafforza.
Ci sono ottimi affari anche per gli altri, comunque.

Finmeccanica è fornitrice di aerei civili per Mosca, Impregilo è in pole per realizzare la litoranea africana promessa da Berlusconi a Gheddafi, quest’ultimo è azionista di Unicredit.

Ma perché gli interessi di queste aziende non coincidono con quello dell’Italia? Semplice: perché in economia i monopoli non funzionano.
All’Italia, infatti, la Russia garantisce un trattamento di favore nelle forniture: nel breve periodo, quindi, la nostra sicurezza energetica (a scapito di quella comunitaria) sembra rafforzata. Ma nel lungo periodo, anche all’Italia gioverebbe un mercato aperto, dove non c’è solo Mosca, e l’offerta energetica includa anche le fonti rinnovabili.

Invece, noi investiamo sul petrolio di Gazprom…

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Lotta alla corruzione, crisi diplomatica Romania Olanda

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 8, 2009

L’uniformizzazione dei sistemi giuridici europei al fine di combattere la corruzione su scala comunitaria è ancora un problema; nonché causa di dissidi e tensioni diplomatiche fra le segreterie degli Stati membri della Ue. Cristian Diaconescu

Lo dimostra la recente e polemica cancellazione del due settembre della visita di Stato programmata dal ministro degli Esteri di Romania Cristian Diaconescu in Olanda, come protesta contro la decisione dell’Aia di negare l’accesso alla Bulgaria e alla Romania all’aria di libera circolazione delle persone di Schengen, a causa della mancata implementazione dei protocolli di sicurezza anticorruzione, secondo il governo olandese, da parte di Bucarest e Sofia. L’origine della faccenda risale al primo gennaio 2007, quando Bulgaria e Romania entrarono nella Ue. Per soddisfare pienamente i criteri del sistema giudiziario europeo, Bucarest e Sofia avrebbe dovuto dar luogo ad una serie di riforme relative alla lotta anticorruzione e, nel caso della Bulgaria, alla lotta contro il crimine organizzato. L’integrazione comunitaria fu, quindi, decisa da Bruxelles ma a parziale esclusione del sistema giudiziario, istituendo il Meccanismo di Verifica e Cooperazione che, da un lato, supportava le riforme nei due Paesi, dall’altro dettava una serie di misure sanzionatorie quali il blocco dei fondi comunitari e il non riconoscimento delle sentenze dei tribunali locali, qualora non si fossero registrate le auspicate e necessarie riforme.

La Commissione Ue statuiva per i due Paesi delle “To do list” (obiettivi) che includevano, ad esempio, anche l’eliminazione delle immunità parlamentari con riferimento alle mere attività investigative. L’ultimo report di valutazione Ue del 22 luglio, fra l’altro, riteneva soddisfacenti le politiche adottate, fino ad allora, dalla Bulgaria e dalla Romania. L’obiettivo di entrare nell’area Schengen per il 2011 sembrava alla portata.
Il governo olandese ha, però, pubblicato il 28 agosto un documento dove si afferma che gli sforzi per contrastare la corruzione da parte di Bulgaria e Romania sono, in realtà, inadeguati ed è intenzione del governo olandese rifiutare l’ingresso Schengen e bloccare i fondi Ue.
La Bulgaria, fra l’altro, ha fin’ora perso milioni di euro di fondi Ue a causa della cattiva gestione degli stessi: la corruzione e la spesa clientelare diffuse in quel Paese hanno, probabilmente, pesato non poco. Già in passato i finanziamenti erano stati, infatti, sospesi. In modo pungente, il documento pubblicato dall’Aia riferisce che la posizione assunta dal governo non è da considerarsi “punitiva” a fronte della pessima spesa bulgara; ma la verità politica potrebbe essere proprio quella. E’ chiaro che esiste un disagio, in Europa, da parte di quei Paesi che maggiormente contribuiscono al bilancio comunitario, verso quelle nazioni percettrici di grandi finanziamenti scialacquati o mal spesi. Allo stesso tempo, l’integrazione economica dei nuovi Paesi dell’Unione è un vantaggio significativo proprio per quelle nazioni più ricche che conquistano nuovi mercati per le loro imprese che sono agevolmente in grado di sbaragliare la concorrenza locale in un contesto di libero mercato.
Le restrizioni su Schengen, quindi, comportano questa paradossale situazione. I mercati sono liberi, ma i cittadini no. La limitazione del trattato di libera circolazione, infatti, coincide con una significativa compressione del concetto di cittadinanza europea, dando luogo proprio a quella “unificazione dei mercati ma non delle nazioni” che molte elite di Bruxelles vogliono evitare per non appiattire Eurolandia su quella dimensione tecnocratica che sarebbe, secondo sia l’estrema destra che l’estrema sinistra, la vera natura della Ue.

D’altronde, il governo romeno, rispondendo stizzito e offeso alla nota olandese, sottolinea come la posizione dell’Aia appaia paradossale alla luce del fatto che l’Olanda è il primo investor in Romania, con 4,5 miliardi di euro l’anno spesi. Se le misure punitive invocate dall’Aia fossero adottate, in definitiva, quale sarebbe lo scambio fra la “vecchia Ue” e le nuove nazioni come Bulgaria e Romania? Bucarest e Sofia metterebbero a disposizione nuovi mercati per i capitali olandesi senza avere in cambio né finanziamenti né diritti di cittadinanza. E’, altresì, vero che la debolezza e la corruzione del sistema giudiziario di alcuni Paesi rappresentino la vera testa di ponte della criminalità internazionale verso Eurolandia.
Fra il 1995 e il 2007 l’Unione ha quasi raddoppiato i suoi membri passando da 15 a 27. Il desiderio di ampliare il mercato ha prevalso, in definitiva, su di una effettiva valutazione dei progressi di alcuni Stati circa la reale capacità ci conformarsi all’acquis comunitario, al di là della dimensione prettamente burocratico-normativa.

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La Turchia è nuovo hub energetico. Ma a quali costi ambientali?

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 3, 2009

Gas e petrolio a tutto spiano, la Turchia investe poco sulle rinnovabili e si delineano danni ambientali irreparabili.erdogan_int

Dopo i duplici incontri di quest’estate fra il premier Erdogan, da una parte, e Putin e Bruxelles, dall’altra, il quotidiano nazionale Zaman titolava, con molto orgoglio, che il Paese può oramai rivendicare a sé il titolo di maggior hub energetico del mondo.

Erdogan, infatti, ha siglato accordi sia per il gasdotto sponsorizzato da Bruxelles, Nabucco, che per South Stream, la pipeline concorrente della prima, voluta da Putin per superare il problema ucraino, emerso dalla scorsa crisi Mosca-Kiev.

Mentre il Cremlino e Bruxelles cercavano di farsi le scarpe a vicenda sulle questioni energetiche, Ankara realizza un vero e proprio capolavoro diplomatico; approfittando della propaganda contro l’ingresso della Turchia in Europa, avallata da Sarkozy, ad esempio, che ha legittimato la politica del doppio binario del premier turco.

La strategia anatolica, oggi, si completa con il nuovo accordo col Qatar sulla pipeline per il gas naturale liquido, con l’Azerbaigian per le forniture alla regione autonoma di Nakhchivan ed, infine, con la Siria.

Determinante, inoltre, è il futuro doppio protocollo di ripresa dei rapporti diplomatici con l’Armenia deciso il1 settembre dalle segretarie dei due Paesi. Ierevan ritirerà le truppe dal Nagorno-Karabakh, enclave armena in Azerbaigian, stabilizzando un’area cruciale per Nabucco: e per gli interessi euroamericani.

Ma qual è il costo sociale ed ambientale della politica energetica turca?
In primis, i dati della European Bank for Reconstruction and Development dimostrano che un significativo 88% del fabbisogno energetico turco proviene da fonti fossili: il Paese, quindi, non è incentivato ad adottare politiche verdi. Uno studio dello scorso anno dell’Università di Sakarya (di Hakan S. Soyhan, Sustainable energy production and consumption in Turkey”) svela che gli effetti ambientali della politica di Ankara, nel lungo periodo, porteranno ad un danno ambientale irreparabile.

Il gruppo di Ong Fact Finding Mission (Scarica Turchia dati 3), d’altronde, unitosi al fine di investigare le politiche pubbliche turche adottate per realizzare le pipeline, nel 2004 (ultimi dati disponibili), giunse ad affermare che il governo di Ankara e delle altre nazioni coinvolte non rispettava le richieste di compensazione dei comuni espropriati, fissate anche in base al degrado della terra, inutilizzabile per l’agricoltura dopo la posa di un oleodotto. Il mancato rispetto degli accordi di compensazione e del degrado ambientale, d’altronde, è stato scoperto lo scorso luglio anche dalla Commissione Ue: per la costruzione della diga di Ilisu, 60.000 curdi saranno sfollati coattivamente ed un intero ecosistema verrà distrutto. La Ue è insorta e ha ritirato i finanziamenti. Ma Erdogan va avanti.

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Rigassificatore di Trieste, Adriatico a rischio

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 3, 2009

Si delinea una burrascosa crisi diplomatica fra Italia e Slovenia sul caso del rigassificatore di Trieste.

Dopo la denuncia dell’associazione ambientalista croato-italo-slovena AAG – Alpe Adria Green del 21 agosto scorso, infatti, monte l’indignazione dell’opinione pubblica d’Oltrecarso sul caso, nonostante il ferale silenzio mediatico che ha inghiottito la vicenda giuliana, qui in Italia. trieste_copy_1

AAG, infatti, ritiene che ci sia stata una falsificazione degli studi in base ai quali il governo italiano ha rilasciato il nulla-osta per la costruzione del rigassificatore. Le accuse degli ambientalisti, fra l’altro, si basano su indagini della polizia giudiziaria italiana in merito ad una scorretta valutazione d’impatto ambientale volta a favorire la concessione del nulla-osta.

In effetti, il rigassificatore di Trieste è un crocevia di diversi e a volte opachi interessi contrapposti fra elite economiche, politiche e diplomatiche, i bisogni delle comunità locali e le tutele di salvaguardia del territorio.

L’impianto dovrebbe sorgere nell’area di Zaule, a pochi chilometri dal confine sloveno. Un investimento di 600 milioni di euro che sarà realizzato in 40 mesi dalla società spagnola Gas Natural. Secondo AAG, il bacino del Mare Adriatico settentrionale è troppo angusto ed incapace di assorbire un altro intervento di tale portata. Nel golfo già ci sono l’oleodotto transalpino SIOT e un fitto traffico di navi con trasporti pericolosi, che accresce il rischio di incidenti o attentati.

Inoltre, il rigassificatore potrebbe apportare una decisa alterazione delle acque per via degli scarichi giornalieri di 650.000 metri cubi di acque marine raffreddate e di un’immissione di cloro pari a 40 tonnellate/l’anno. Non è la prima volta, d’altronde che ci sono incidenti transfrontalieri fra Italia e Slovenia. A luglio di quest’anno, la Commissione per le Petizioni del Parlamento Europeo ha confermato la continuazione dell’inchiesta avviata a seguito della presentazione della denuncia di Greenaction Transnational sugli inquinamenti in Slovenia causati dagli impianti industriali e dai depuratori fognari di Trieste, ad esempio.

La Slovenia si è sempre dimostrata pugnace nel difendere il proprio territorio, d’altronde; l’ex ministro dell’Ambiente sloveno Janez Podobnik si era a suo tempo rivolto ufficialmente al commissario europeo per l’ambiente Stavros Dimas contro il rigassificatore. Ma una serie di interessi intrecciati, questa volta, nonostante l’indignazione dell’opinione pubblica di Lubiana, fa ritenere che il governo sloveno, chiamato dalla normativa comunitaria a dover concedere anch’esso il nulla-osta per il progetto, possa infine approvare il rigassificatore alle porte dei propri confini.

Cortesia istituzionale, in primis, in quanto l’Italia si fa carico dei rischi legati alla centrale nucleare slovena di Krško. Il governo Berlusconi, d’altronde, sarebbe anche interessato a favorire l’impiego di industrie italiane nel prossimo raddoppio proprio di Krško. Gli incontri bilaterali di settembre fra Roma e Lubiana (forse) chiariranno la faccenda.

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