Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Archivio per Ottobre 2009

Bruxelles, obiettivi ambiziosi o fumosi?

Pubblicato da brasseriefoucault su Ottobre 31, 2009

Si è concluso il Bruxelles summit del 29 e 30 ottobre. I leader di Eurolandia hanno puntato a rilanciare la lotta al gas serra, con un obiettivo prestigioso: tagliare le emissioni dell’80 o anche 95% entro il 2050. Questa dovrebbe essere la piattaforma comune da riproporre a Copenaghen, il prossimo mese, per la ratifica di ciò che si annuncia il “nuovo protocollo di Kyoto”.

Ma i protagonisti, questa volta, non dovranno essere solo i governi, ma soprattutto l’opinione pubblica globale. L’obiettivo di Bruxelles, infatti, diverrà realtà solo se le altre nazioni non-Ue assumeranno impegni analoghi. Sarà decisiva, quindi, l’azione di pressione da parte di tutta l’opinione pubblica per spingere gli Stati coinvolti ad ottemperare ad obiettivi tanto prestigiosi. Certo, l’anno scorso, l’Unione Europea convenne nel ridurre le emissioni di gas serra del 20% unilateralmente, a prescindere da quello che le altre nazioni avrebbero fatto. Ma proprio l’ultimo report della Banca Mondiale, presentato il 29, ha portato nuove evidenze di quanto anche il 20% potrebbe non bastare.

Raggiungere il consenso su obiettivi di riduzione maggiori, quindi, suona come l’ultima chiamata per il pianeta Terra, a protezione di habitat che rischiano una distruzione irrimediabile. La cosa che più preoccupa, in definitiva, è che i rischi maggiori li stiano attualmente correndo soprattutto i Paesi africani, il cui ruolo nella implementazione di tali politiche è marginale. La posizione comune Ue, comunque, è stata alla fine raggiunta: Bruxelles si impegna a ridurre le emissioni di un ulteriore 30% a patto che “gli altri Paesi sviluppati” si impegnino in una “riduzione comparabile” e che Cina e India “contribuiscano adeguatamente secondo i loro livello di emissioni e capacità.”

Ma non è solo il fatto che anche le altre nazioni dovranno assumere “impegni analoghi”, in definitiva, a preoccupare. Alcune associazioni reputano che le cifre sparate da Bruxelles in tema di emissioni, siano, in realtà, manipolate. Secondo la Ong inglese Sandbag, ad esempio, l’Unione ha fatto i conti su dei parametri truccati: il taglio di emissioni è stato calcolato a partire da proiezioni degli anni 90, quando un vero e proprio processo di deindustrializzazione colpì il mondo ex sovietico, falsando l’equilibrio europeo. Con l’Europa occidentale che inquinava troppo, e quella Orientale che, con la caduta del Muro, non inquinava affatto. In effetti, le tensioni interne alla Ue che hanno caratterizzato la negoziazione della proposta del summit di Bruxelles rivelano che le ipotesi della Sandbag poggiano su solide argomentazioni.

Nel mercato dei permessi che ha regolato il meccanismo delle emissioni nella Ue, finora, i Paesi dell’ex blocco sovietico vantano dei veri e propri crediti, chiamati AAU, Assigned Ammounts Units, determinatesi a partire dal fatto che, proprio dopo la caduta del Muro, il processo di deindustrializzazione che coinvolse l’Est bloccò ogni tipo di emissione inquinante. Quando il processo negoziale, a Copenaghen, verrà esteso agli altri Paesi, inoltre, si dovrà discutere di un aspetto cruciale per la riuscita del nuovo protocollo: le compensazioni ai Paesi in via di sviluppo per adottare energie pulite. La Commissione dell’Unione, infatti, ha attualmente proposto una cifra compresa fra i 20 e i 50 miliardi di euro all’anno, fino al 2020. Troppo, secondo Londra. Mentre i Paesi dell’Est, invece, non vogliono proprio proporre alcunché, almeno fin quando Bruxelles non si sarà decisa ad estendere la validità degli AAU, che scadono insieme al Protocollo di Kyoto, nel 2012. Il problema, per la Polonia, è che il Paese rischi di pagare troppo le nazioni in via di sviluppo per non inquinare quando essa stessa, a causa della deindustrializzazione subita, non inquina quanto Parigi o Berlino.

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Berlusconi e gli amori ancillari

Pubblicato da brasseriefoucault su Ottobre 28, 2009

La forza di Berlusconi, si dice, ed egli stesso sostiene, è quella di essere “uno di noi”, un italiano come tanti. Nonostante la realtà delle cose lo ascriva ad un milieu sociale corrispondente alla migliore borghesia meneghina, soprattutto da quando la figlia Marina è entrata in Mediobanca, l’epitome dell’aristocrazia capitalistica italiana, il nostro premier insiste su questa identità popolare e, si direbbe, popolana.

Questa immagine, in realtà, è alimentata da Berlusconi solo attraverso due comportamenti. Proferire boutade, spesso grossolane, come il caso dell’Obama abbronzato attesta, e frequentare persone del popolo, ma solo di sesso femminile.
Berlusconi, infatti, preferisce indubbiamente gli aristocratici a là Licio Gelli ai Meo Patacca ed Arlecchin Batocio; ma quando si tratta di donne, ebbene sì, il Nostro, novello Brighella, opta per le procaci popolane.
Come il Gozzano dell’”Elogio dell’amore ancillare”, Berlusconi preferisce “la cameriste” alle “padrone”. «Gaie figure di decamerone, le cameriste dan, senza tormento, piú sana voluttà che le padrone […]che fa le notti lunghe e i sonni scarsi, non dopo voluttà l’anima triste: ma un più sereno e maschio sollazzarsi».
Soprattutto nell’eros, Berlusconi, come Gozzano, dice: “Lodo l’amore delle cameriste!”.jean-august-dominique-ingres-turkish-bath-1863

E’ indubbio, infatti, che questo popolo di escort, ninfette e ragazze immagine provenga in gran parte da un ambiente sociale molto distante da San Babila e Montenapoleone.
Paradosso della geografia – per un premier alleato della Lega -, Berlusconi fugge i salotti milanesi non per Quarto Oggiaro, ma per la Secondigliano o la Casoria di Noemi Letizia.
Ma queste frequentazioni, in realtà, non sono le prove della democraticità popolare di Berlusconi ma, proprio come nella concezione piccolo borghese di Gozzano, svelano la natura dei rapporti con il popolo che Berlusconi intrattiene. Una natura che si ispira al paternalismo e al dominio; in ultima istanza, anche sessuale. Un’epitome postmoderna dell’amore ancillare. L’elogio degli amori ancillari di Guido Gozzano è, infatti, la massima teorizzazione poetica del rapporto d’amore piccolo borghese, imperniato non sul confronto fra pari ma sul dominio incontrastato del maschio sulla femmina. La letteratura è piena di dotti e vecchi nobil’uomini che preferiscono donne giovani e incolte, con le quali ricostruire un rapporto quasi di servaggio, dove la donna venera la cultura e l’esperienza maschile. Un rapporto dove l’uomo, in ultima istanza, plasma e crea la propria compagna, come nel Pigmalione di Ovidio o di George Bernard Shaw.

Proprio il caso della Briseide di Ovidio incarna questo ideale dell’amor servile che potremmo contrapporre all’amor coniugale, cioè paritetico, rappresentato da Penelope o Laodamia. Ma il sogno erotico piccolo borghese del nostro premier, evidentemente, non include una relazione di confronto paritetico, ad esempio, con una bella figlia di quella borghesia meneghina colta alla quale Berlusconi in linea di principio appartiene.
Una intellettuale non venererebbe il premier come se questi fosse Henry Higgins, il professore inglese protagonista del Pigmalione di Shaw, riverito dalla popolana fioraia Eliza Doolittle. 
I festini della D’Addario, d’altronde, pennellano interni orientaleggianti e dionisiaci, dove al posto delle geishe musicanti abbiamo geishe auscultanti e un’Apicella cantore, con flauto di Pan; mentre i video mandano in onda le gesta di Berlusconi fra l’ammirazione delle ancelle.
Se le indagini lo confermeranno, il nostro premier avrà cercato di spacciare, forse inconsapevolmente, la sua bramosia di dominio, anche sessuale, del popolo per la riprova della sua filantropia. Mentre quello che sta emergendo è, ancora una volta, una concezione fortemente misogina. E mentre le ninfette venerano il totem fallocratico, Apicella suona Malafemmena.

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Acqua azzurra, acqua cara

Pubblicato da brasseriefoucault su Ottobre 16, 2009

La road map europea per l’efficienza idrica – Luci e ombre.

Il tema della water efficiency, che potremmo tradurre con efficienza della gestione delle acque, deve diventare centrale nell’agenda politica ambientale dell’Unione Europea. E’ la proposta lanciata dall’Agenzia Europea dell’Ambiente in occasione della presentazione della “Cooperazione Europea sull’Acqua” (indicata con l’acronimo inglese EWP), il 29 settembre scorso.

Acqua

Nel prossimo futuro, quindi, i principali attori istituzionali di Eurolandia si muoveranno nella direzione della water efficiency per diffondere un nuovo e comune approccio alla gestione delle risorse idriche negli Stati membri. E’ una vera e propria road moap, quella disegnata dalla professoressa Jacqueline McGlade, direttrice dell’Agenzia Europea, e che si muove sul solco della direttiva quadro sull’acqua (Water Framework Directive, WFD), approvata dal Parlamento di Bruxelles nel lontano 2000 e che, ora, l’esecutivo, cioè la Commissione, dovrà tradurre in realtà.

Nell’ambito della lotta al cambiamento climatico e alla riduzione dei gas serra, il problema dell’acqua, infatti, gioca un ruolo principale.
Proprio le trasformazioni climatiche imputabili all’inquinamento hanno prodotto due ordini di fenomeni.
Da un lato, c’è la tropicalizzazione del clima, che porta un eccesso di acqua sotto forma di piogge torrenziali, con i danni che abbiamo potuto recentemente constatare in provincia di Messina. Dall’altro, l’acqua è diventata un bene scarso che deve essere gestito con oculatezza in tutte le sue applicazioni.

Ma qual è la ratio della WFD e cosa si cela dietro alla water efficiency?
Le linee guide europee rappresentano una rivoluzione copernicana per le autorità marittime e le autorità di bacino; basti pensare che, in Italia, solo una minima parte delle Autorità di bacino ha approvato i Piani di bacino, strumenti indispensabili alla gestione del territorio. La WFD punta – con l’approccio comunitario, il solo in grado di incidere sull’ambiente, visto che l’inquinamento e le acque si muovono da un posto all’altro – a ripulire mare e fiumi, a mappare falde acquifere, i canali, il rischio idrogeologico.
Nuovi Sistemi Informativi Territoriali, mappe elettroniche, e il più grande database sulle acque esistente, promosso dall’Unione, il WISE (Water Information System of Europe), si riveleranno fondamentali. Anche in questo caso, l’Unione “spingerà” i Paesi ad assumere atteggiamenti virtuosi e rigorosi.

Un recente caso, la settimana scorsa, allorquando la Commissione si è dichiarata pronta ad aprire una procedura di infrazione verso il Regno Unito e ha severamente ammonito la Spagna, in entrambi i casi, per non aver rispettato la direttiva sul trattamento delle acque reflue, ne è la riprova.

Ma per la water efficiency non solo luci ma anche ombre.
La direttiva, secondo l’approccio economico liberale, ritiene, infatti, che il miglior incentivo a ridurre gli sprechi è portare il costo “politico” dell’acqua a quello reale, uguale ai costi del servizio; un passaggio che, fra l’altro, potrebbe legittimare il passaggio dell’acqua in mano ai privati, anche se la direttiva non ne fa espressa menzione. Mentre la nascita di vari movimenti, in tutta Europa ed in Italia, per “l’acqua pubblica” testimonia come ci sia ampio consenso su come l’acqua debba rimanere un bene di tutti.
La WFD ritiene, comunque, che il costo dell’acqua debba essere quello effettivo, non solo per industrie od agricoltori, cioè per chi effettivamente lucra utilizzando un input a prezzi non di mercato, ma anche per le singole famiglie. E’ ovvio che la WFD comporterà un aumento del costo dell’acqua, in Europa, per tutti, nel prossimo futuro.
Proprio gli economisti insistono, a difesa della direttiva, che con le tariffe si punta ad incentivare comportamenti virtuosi, volti a diminuire il consumo dell’acqua, e non si perseguono fini redistributivi, che spettano, invece, ad altri strumenti pubblici. Ma se congiuntamente all’aumento dell’acqua, lo Stato non realizza misure perequative, quali saranno i costi sociali di questa water efficiency?

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