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Conferenze sull’energia in Bulgaria e Tukmenistan

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

Si sono svolte due diverse conferenze sull’energia, praticamente in contemporanea, la settimana scorsa: una in Bulgaria, l’altra in Turkmenistan. Due agende differenti ma con degli obiettivi in comune. Dal punto di vista dell’Europa, si tratta di un nodo gordiano, semplice nella sua complessità: rendere stabili ed efficienti le importazioni di risorse energetiche in Europa, provenienti dai mercati asiatici, Transcaucasia e Paesi turcofoni al di là del Mar Caspio, in primis. Con l’obiettivo di rendere l’Europa non più esclusivamente dipendente dalla Russia come unico importatore.

Il problema si è fatto ancora più stringente dopo la recente crisi Ucraina: soprattutto per alcuni Paesi dell’Est, dipendenti quasi interamente dalle forniture russe. Allo stato attuale, la Russia esercita sulla Ue una pressione egemone attraverso il suo capitale energetico. Là dove la Russia non controlla direttamente le risorse, infatti, è sempre il Paese attraverso il quale i gasdotti e gli oleodotti devono passare per giungere in Europa.
Gran parte del petrolio che viene pompato verso l’Europa meridionale, ad esempio, ci arriva dal Caucaso. Il Caspian Pipeline Consortium e il Northern Early Oil nascono in Kazakistan e Turkmenistan, ma devono attraversare la Russia per giungere sulle sponde rumene e bulgare del Mar Nero.

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L’Europa Centrale è anch’essa blindata: dall’oleodotto dell’amicizia, Druzhba I e Druzhba II; costruiti al tempo del Comecon, quando la Russia distribuiva energia “ai fratelli” del Patto di Varsavia. I Druzhba partono ad Almetyevsk, nel Tatarstan, incanalando il petrolio degli Urali e della Siberia, e pompano l’olio nero fino in Polonia, Germania, Repubblica Ceca.
Il Nord Europa è, invece, alimentato dal Baltic Pipeline System che arriva in Finlandia, a Tallin e Riga: e ancora più ad ovest, su, fino a Danziga e Rostock. Le forniture di gas saranno, invece, garantite da Nord Stream, già in cantiere.
Il tema principale discusso dall’Europa alla conferenza di Sofia, quindi, è, ancora una volta, Nabucco. Nabucco è la grande pipeline appoggiata e sostenuta da gran parte dell’Unione, l’unico progetto in grado di pompare il gas dai Paesi turcofoni bypassando la Russia.

Il gas partirebbe da Baku, in Azerbaijan, dove terminano altri collettori fondamentali, provenienti anche dall’Iran; da lì, le condutture passano per la Transcaucasia e la Turchia; poi, Bulgaria, Romania, Ungheria e, infine, Austria. A causa dell’instabilità nel Caucaso – alimentata dalla Russia -, dove sono in atto molti conflitti territoriali, non solo in Georgia (Abcazia e Ossezia) ma anche in Armenia (Nagorno-Karabach), Nabucco ha perso gradatamente terreno rispetto al progetto South Stream, appoggiato dalla Russia.

Mosca ribatte e propone, quindi, la Carta Energetica con l’Europa, un accordo di partnership con Brussel, ma che non cambia lo status quo, assolutamente favorevole al Cremlino. Alcuni Paesi Ue sono allettati dalla Carta di Medvedev, rilanciata a Sofia. Ma la scelta è ardua. La Russia, infatti, cerca di contrattare singolarmente con i Paesi Ue, offrendo condizioni di vantaggio ad alcuni, al fine di determinare una nuova situazione in cui il progetto russo sia l’unico praticabile. Una situazione di favore, ad esempio, accordata all’Italia che si trova nella strana condizione di essere pro-Nabucco, quando veste i panni delle nazioni filo Ue, ma materialmente impegnata, con Eni, in accordi con Gazprom proprio per South Stream.
Sostituire le importazioni russe con quelle iraniane, inoltre, non è detto che per l’Europa sia un buon affare. Allo stesso modo, nonostante nei Paesi asiatici di lingua turca ci siano molti interessi occidentali, americani in primis, il pressing di Mosca su quelle aree è molto forte.

Infine, Nabucco, per riprendersi dallo stop indotto dalla recente crisi caucasica, avrebbe bisogno di essere supportato da una forte politica di Brussel a favore dell’ingresso della Turchia in Europa. E mente Erdogan ha chiaramente sottolineato che il futuro della pipeline dipende dall’ingresso di Ankara nell’Ue, ci sono molti partiti nei parlamenti di Eurolandia che hanno fatto del no alla Turchia una bandiera.

In Turkmenistan, intanto, la Germania agisce da sola. Nonostante Mosca sia il primo acquirente dell’energia turkmena, Ashgabat ha sottoscritto un accordo con Berlino per le forniture, che rilancia Nabucco, fra le ire di Medvedev. L’occasione è stata offerta da un incidente diplomatico con la Russia, a seguito dello scoppio di una pipeline: il presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhammedov aveva, infatti, stigmatizzato la necessità di intensificare i legami con la Ue. Ma, allo stato attuale, potrebbe trattarsi solo di un timido tentativo di Ashgabat di dimostrarsi indipendente dalla Russia, al quale non faranno seguito altri fatti. Alla fine, bisognerà vedere Ue e Russia cosa mettono nel piatto per l’energia del Turkmenistan.

Il prossimo capitolo, intanto, sarà scritto fra pochi giorni, nella conferenza Ue di Praga.

Si parlerà del “Southern Corridor” e delle politiche europee da sviluppare su Turkmenistan e Turchia.

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Nominato Koh, prosegue la strategia multipolare americana

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

Il preside della facoltà di legge di Yale alla posizione di consulente legale del Dipartimento di Stato, mentre i neocon insorgono

Obama ha inaugurato una nuova politica estera americana più internazionalista e multilaterale, che si sostanzia, anche, in un differente approccio verso gli strumenti di diritto internazionale. Una strategia realista – nonostante le critiche dei conservatori che lo accusano di seguir più gli ideali che gli interessi – che elabora il lutto della fine dell’egemonia americana ed accetta l’idea di un mondo multipolare.

Da questa impostazione discende la nomina di Harold Hongju Koh, preside della facoltà di legge di Yale, alla posizione di consulente legale del Dipartimento di Stato. Per i conservatori si tratta della fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso: Koh sarebbe il campione del “transnazionalismo”, quell’approccio che postula la superiorità del diritto internazionale sull’ordinamento nazionale. Il New York Post l’ha bollato come “l’asso della disobbedienza”.

HaroldKohLe preoccupazioni conservatrici hanno delle ragioni: c’è un’ostilità globale verso gli USA, in gran parte legata all’approccio unilateralista e guerrafondaio di George W. Bush. Molti organismi internazionali si ispirano ad un terzomondismo anticapitalista per il quale gli USA sono “il grande Satana”. Ma l’approccio riformista di Obama si svolge dentro le istituzioni non fuori o contro di esse. Il presidente ha, fin’ora, invertito la rotta: ma con senso della misura.

Gli USA hanno boicottato la conferenza Onu di Ginevra, la cosiddetta “Durban 2” dedicata al tema dei diritti umani, perché già sapevano ci sarebbe stato il consueto teatrino antisemita di Ahdaminejad; ma hanno, al contrario, deciso di aderire al contestatissimo Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni unite: erede dall’altrettanto contestata Commissione, famosa per produrre più risoluzioni contro lo Stato d’Israele che contro tutti gli altri Paesi messi insieme. Le critiche politiche degli americani, quindi, per Obama, non possono tradursi in un rifiuto delle istituzioni. L’idea di fondo del presidente si sostanzia nell’accettare la legittimità di una struttura terza, pur contestando la realtà di ciò che un’organizzazione effettivamente è. Lo stesso Consiglio dei Diritti Umani, d’altronde, soffre di quegli stessi problemi che azzopparono la Commissione. Vedi la maggioranza ai Paesi della Conferenza internazionale islamica.

Ciò non di meno, Obama dimostra un’altra sensibilità diplomatica, rispetto a Bush. Il presidente ha, ad esempio, aperto a Chavez e, al termine della conferenza di Trinidad e Tobago del Sudamerica, la fine dell’embargo a Cuba – richiesto dai Paesi membri dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), che non hanno votato la dichiarazione finale del vertice – sembra una possibilità più che concreta. Obama, in realtà, non si è trasformato in un radical chic socialisteggiante: ha concesso l’impunità ai torturatori di Guantanamo, non avvia un processo di critica della politica statunitense in Sudamerica che includa l’appoggio CIA alle dittature, o ancora quello attuale concesso ad Alvaro Uribe, in Colombia. Ciò non di meno, Obama compie una scelta realistica. L’inversione di rotta che egli sta tentando di imprimere è una conseguenza dei fallimenti delle politiche neoconservatrici. Il modello economico neoliberale, infatti, ha prodotto una crisi che ha affossato gli Stati Uniti.

La condotta americana tesa a forzare il diritto internazionale è ugualmente fallita. La mostruosità giuridica rappresentata dalle “guerre preventive” ha dimostrato quanto possa essere destabilizzante per il pianeta; mentre il riconoscimento del Kosovo ha portato ad un drammatico effetto domino in Abcazia ed Ossezia; che può estendersi, potenzialmente, a tutto il Caucaso. Gli incidenti che hanno visto protagoniste le navi americane (si pensi al recente caso Impeccable) o le esercitazioni di Iran, Cina e Russia nel mare dei Caraibi sono la dimostrazione che la politica USA di tenersi in posizione defilata rispetto agli accordi internazionali e la non sottoscrizione della Convenzione sui diritti del mare sono un errore. Non è un caso che nell’agenda di Obama ci sia la ratifica di questa convenzione.

Allo stesso modo, gli USA – dopo non aver sottoscritto il protocollo di Kyoto – hanno compreso che il futuro delle energie è nelle rinnovabili. La nomina di Harold Hongju Koh si muove, quindi, in questa direzione. Koh non è un attivista: ha lavorato sia con Clinton che con Reagan. E’, invece, uno studioso che ritiene che il diritto internazionale sia una cornice indispensabile entro la quale perseguire legittimamente gli interessi nazionali. A differenza dei teorici hawkish neocon per i quali il diritto era un inutile fardello, e l’interesse nazionale (neoconservatore) un moloch di fronte al quale sacrificare il resto.

Ma, nonostante la reazione scomposta dell’opinione pubblica conservatrice che ha avuto l’ardire di sostenere che Koh avrebbe introdotto elementi di sharia nell’ordinamento interno (è il caso del National Review), il cambiamento obamiano, resosi indispensabile dopo l’era Bush, prosegue.

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Relazioni UE-Bielorussia, arriva una svolta?

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 10, 2009

Bruxelles vuole sottrarre Minsk all’influenza russa, ma il presidente Lukashenka sembra preferire le lusinghe di Mosca

La UE apre alla Bielorussia. Nonostante tutto. La settimana scorsa, i ministri degli Esteri dell’Unione si sono incontrati a Bruxelles, per decidere di diminuire le sanzioni che insistono sulla Russia bianca, a causa delle violazioni dei diritti umani perpetrati in quel Paese.
In particolare, in agenda, c’è stata la discussione riguardo alla sospensione dei divieti di soggiorno comminati a circa 40 officiali bielorussi, scattata lo scorso ottobre per le accuse di brogli elettorali, alle ultime elezioni del 2006. Nei prossimi giorni la situazione verrà decisa.alyaksandr-lukashenka
Il commissario alle relazioni internazionali, Benita Ferrero-Waldner, ha, inoltre, dichiarato di aver valutato che la Bielorussia sta facendo notevoli passi in avanti sulla strada dei diritti umani.
Ma stanno veramente così le cose? Il 24 marzo, è uscito l’ultimo rapporto di Amnesty International sulla Bielorussia; che ci racconta un’altra verità.
Il Paese è l’ultima nazione in Europa a praticare, ancora, la pena di morte. Con circa 400 giustiziati, dall’anno dell’indipendenza (1991), su una popolazione di circa 9 milioni, e palesi e continue violazioni delle libertà fondamentali, la Russia bianca non sembra progredire significativamente sulla strada della democrazia.

Il 25 marzo, la polizia bielorussa ha malamente arrestato alcuni attivisti-nostalgici che manifestavano in ricordo della nascita della Repubblica Popolare Sovietica del 1918. Ma, per quanto effimeri siano i miglioramenti nel Paese – bollato dagli USA come “Stato canaglia” – per l’UE, il problema è un altro.
Minsk è una pedina fondamentale per la Russia; e sottrarla a quella influenza, sarebbe fondamentale. Allo stato attuale, si tratta di capire se l’Unione riesca ad esercitare un reale potere di persuasione sul governo bielorusso.
Dopo l’apertura della Ferrero-Waldner, infatti, il presidente bielorusso Alyaksandr Lukashenka ha pensato di bene di cancellare la visita del Commissario europeo, per recarsi in Armenia: ritenuta, evidentemente, più importante dell’Unione.

Inoltre, Lukashenka si è anche dichiarato pronto ad offrire aiuti economici alle repubbliche separatiste di Abcazia ed Ossezia, emerse dopo il conflitto russo-georgiano.
Lukashenka si è guardato bene dal riconoscere le due repubbliche – riconosciute, per ora, solo da Russia e Nicaragua – perché una mossa del genere avrebbe tagliato completamente le relazioni di Minsk con l’UE. Eppure, l’offerta di Lukashenka suona come un riconoscimento de facto delle repubbliche separatiste. La sensazione è che il presidente bielorusso sia più interessato alla partnership con Mosca che non a quella con Bruxelles.
Secondo alcuni osservatori, sarebbero state le sanzioni UE a spingere Minsk su questa posizione. Fra gli obiettivi attuali di Bruxelles, c’è quello di rafforzarsi ad Est, con una serie di programmi che includano Ucraina, Moldova, Georgia, Armenia, Azerbaigian e la Bielorussia.

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Georgia Russia Gli errori degli USA

Pubblicato da brasseriefoucault su Agosto 26, 2008

Gli errori delle democrazie sono più gravi di quelli di Stati che democratici non sono.

Che senso ha biasimare la Russia per l’attacco alla Georgia, quando l’intervento russo è stato causato dalla strategia aggressiva di Mikhail Saakashvili e di George Bush? Cosa diversa e giusta e lamentare l’uso sproporzionato della forza da parte di Mosca.

E’ stato il presidente georgiano, infatti, lo scorso 7 agosto, ad inviare le truppe militari in Ossezia del Sud, credendo di essere spalleggiato dall’amministrazione americana, debole perché a fine mandato; la situazione di drammatica balcanizzazione che esiste nel Caucaso obbliga la Russia a risposte ferme. Ed è tristemente facile che il gigante autocratico del duopolio Medvedev-Putin sia incline a dare risposte sproporzionate.

Il problema di fondo è che l’amministrazione Bush non ha saputo gestire correttamente i rapporti con Mosca. Lo spauracchio della nuova Guerra Fredda agitato da Condoleezza Rice e dal ministro della Difesa Robert Kagan è solo un alibi per i propri errori.

L’immagine di una Russia cattiva ed imperiale diffusa da molta stampa in questi giorni non fa altro che sostenere le scuse dell’amministrazione statunitense che, in questo frangente come in molti altri, è stata ispirata da un un’agenda neoconservatrice assai bellicosa che assolutamente non serve gli interessi dell’UE.

Per ridimensionare le colpe di Mosca e per imputare più chiaramente le responsabilità degli Stati Uniti bisogna partire da lontano.
Già alcuni mesi fa avevo sostenuto come il riconoscimento statunitense dell’indipendenza autoproclamata del Kosovo avrebbe costituito un precedente pericoloso per il Caucaso.

Era “giusto” che il Kosovo si staccasse dalla Serbia, ma in politica non sempre ciò che è giusto si rivela utile.

La stampa, in quell’occasione, aveva rivelato come il riconoscimento del Kosovo fosse avvenuto attraverso una manovra assolutamente non trasparente fra Stati Uniti e Slovenia, a quell’epoca presidente di turno dell’UE, che urtava ulteriormente la sensibilità filoserba di Mosca.
L’indipendenza di Pristina, inoltre, avveniva come caso eccezionale e assolutamente non poteva trovare la propria legittimità nel diritto internazionale: il principio di autodeterminazione dei popoli che confusamente si invocava per il caso kosovaro sarebbe stato azionabile da uno Stato colonizzato ed assorbito da una potenza straniera, non da una provincia praticamente da sempre parte della Serbia.

Ma i falchi neocon, nonostante le divisioni interne all’UE e le varie opzioni, per lo meno di metodo, presenti sul tavolo, perseguivano la loro strategia non preoccupandosi di urtare Mosca. Allo stesso modo l’amministrazione Bush ha proceduto sullo Scudo Spaziale, rendendo i rapporti con il Cremlino sempre più tesi.

Infine giungiamo all’autogol di Saakashvili e l’attacco ai cittadini russi in Sud Ossezia.

Il presidente georgiano forse sperava di riguadagnare popolarità interna con questo intervento. Gli Stati Uniti, d’altronde, è su di lui che avevano puntato: ma anche in questo caso la scelta non si è rivelata azzeccata.

Come già in Ucraina, in furori antirussi scoppiati all’indomani della varie rivoluzioni rosa ed arancione sono andati scemando. Saakashvili è passato dal 96 per cento dei consensi ottenuto alle presidenziali del 2004 ad un risicato 52% nelle elezioni dello scorso marzo, dopo aver spento le contestazioni interne a suon di mazzolate poliziesche ed aver financo chiuso la rete televisiva dell’opposizione. In questi ultimi mesi le tensioni interne avevano raggiunto l’apice: e sicuramente, per gli USA, non si è rivelato opportuno appoggiare una presidenza tanto debole in un’operazione tanto insensata.

Oggi, i piani di pace americani che invocano il principio dell’integrità territoriale georgiana possono suonare beffardi alle orecchie di Mosca dopo aver ingoiato un rospo chiamato Kosovo. La situazione del Caucaso è altamente instabile ed aree come il Nagorno Karabakh o la Cecenia sono una polveriera.
Se è vero che Mosca ha interesse a cavalcare le tigri indipendentiste in Sud Ossezia, Abcazia e Nagorno, la cosa potrebbe ritorcerlesi contro per la Cecenia.

Il desiderio segreto del Cremlino sarebbe quello di mettere le mani sulle pipeline georgiane costruite da europei ed americani; ma per ora la politica di Medvedev prevede esclusivamente la creazione di una zona cuscinetto.

La Russia è un partner fondamentale su energia, lotta al terrorismo islamico ed equilibrio geopolitico, con riferimento alla funzione di bilanciamento regionale di Mosca nei riguardi dell’Iran. Inasprire i toni non giova a nessuno.

Ora Sarkozy ha convocato un vertice d’emergenza della UE per il I settembre per discutere le misure da adottare contro la Russia. Sarebbe opportuno che il filoatlantismo di molte capitali europee non si appiattisse sulle posizioni dei falchi di Washington o di quelli che, per motivi storici, sbocciano copiosi fra Baltico e Varsavia.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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La questione del Nagorno-Karabach

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 3, 2008

Cosa si prova ad essere sbalzati in una terra di nessuno, fra guerriglieri, narcotrafficanti, profumi d’Oriente, ascoltando Miles Davis? E’ la discesa agli inferi che tocca al protagonista di “A trip to Karabach”, film del regista georgiano Levan Tutberidze che l’anno scorso ha partecipato al TIFF, il festival di Tromsoe in Norvegia, fra lo stupore degli spettatori che nella stragrande maggioranza dei casi ignorano che cosa e dove sia il Nagorno-Karabach. Per ora vi possiamo dire che il futuro energetico dell’Europa è legato alle sue sorti. Il Nagorno è una exclave armena circondata dall’Azerbaigian, che si è autoproclamato uno Stato di fatto, non riconosciuto dalla Comunità internazionale. Le origini del conflitto sono antiche ed è sicuro che fra armeni ed azeri non scorra buon sangue. I primi sono una delle più importanti civilizzazioni della cultura occidentale: nel 301 a.C. l’Armenia fu il primo paese ad adottare il Cristianesimo come religione di Stato, 36 anni prima di Costantino e San Gregorio Armeno, infatti, fa bella mostra di sé all’esterno di San Pietro. La Chiesa Apostolica Armena fu fondata direttamente dagli apostoli di Gesù Giuda e Bartolomeo, apparteneva alla dottrina monofisita ed officiava in greco, che era considerata, da Costantino in poi, la vera lingua del Cristianesimo, giacchè il latino era identificato con il paganesimo. Dall’altra parte ci sono gli azeri, sciiti come i Persiani; ma con questi ultimi sono aperte dispute territoriali nel Mar Caspio; l’Azerbaigian fa parte del Consiglio d’Europa ed ha un rapporto privilegiato con gli USA che risale a Kissinger. Esiste anche una Camera di Commercio USA-. Azerbaigian presieduta nientepopodimenochè da Tim Cejka, anche presidente della Exxon/Esso.

Queste regioni, come tutto il Caucaso, vennero invase ed annesse all’Unione Sovietica. Secondo vari esperti, la fascia caucasica era parte della Rimland, la regione attraverso la quale la Russia avrebbe potuto controllare l’Heartland eurasiatica e, quindi, il mondo; questo è il motivo per cui Mosca invase l’Afganistan e, ancora oggi, Kabul riveste un ruolo fondamentale nello scacchiere mediorientale. Per fortuna dell’Occidente, le cose sono andate diversamente. Sicuramente, per la Transcaucasia passano gli oleodotti principali dell’Eurasia che possono emancipare l’UE dall’approvvigionamento energetico russo o, viceversa blindare la supremazia di Mosca. Con la caduta del Muro, le regioni caucasiche sono entrate in una situazione di instabilità permanente. Basti pensare che, agli inizi degli anni 90, si è scatenata una guerra che ha costituito il brodo di coltura del terrorismo, con la partecipazione di mercenari ucraini, ceceni e mujahideen afgani, e ha visto forti interessi di Russia, Iran e USA contrapporsi; alla fine è stato dichiarato un cessate il fuoco ma lo status del Nagorno è ancora congelato. La confusa situazione territoriale ha, poi, originato un effetto domino, a base di emergenze umanitarie e pulizie etniche, che ha coinvolto altre ex Repubbliche sovietiche come Nord e Sud Ossezia, Abcazia e Adighezia, il Krasnodar e lo Stavropol.

Per semplificare, potremmo dire che gli USA “fanno il tifo per Baku” e Mosca per Erevan, ma la situazione è molto più complessa: basti pensare ai pessimi rapporti fra azeri, la Turchia e i paesi turcofoni ad Oriente; o all’asse Teheran – Mosca che si gioverebbe di oleodotti che passano per un Nagorno pacificato e filorusso.

Ma lo status dell’exclave armena è anche un problema per l’UE; lo stato di guerra del Karaback è il motivo principale per cui l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan è stato costruito, in modo più scomodo e caro, proprio per bypassare l’Armenia. Si tratta della vena nera che porta il petrolio da Baku, fino alla Turchia. I legami fra Occidente ed Azerbaigian sono molto forti: nel 1994, la SOCAR – State Oil Company of Azerbaijan – ha siglato un megacontratto trentennale con la norvegese Statoil, British Petroleum e l’americana Exxon. Ugualmente strategico per gli interessi europei è il South Caucasus Pipeline Baku-Tblisi-Erzurum, gasdotto che ha debuttato nel 2006 e che vede la partecipazione anche dell’Italia con Agip; l’UE conta molta su questo gasdotto per ridurre la fornitura russa di gas. Da Erzurum in Turchia, infatti, dovrebbero partire sia Nabucco, che porterà il gas verso Vienna, sia Poseidon, che giungerà fino ad Otranto; la costruzione di Poseidon è attualmente affidata alla Grecia e alla nuova Edison che è la società nata dalle ceneri di Montedison, che fornisce quasi il 40% dell’energia prodotta all’Enel, e che vede la partecipazione de la creme del capitalismo italiano, con quote Fiat, Capitalia ed Intesa-San Paolo.

Mentre la mediazione di OSCE (NdA: l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), dell’UE e del così detto Gruppo di Minsk non ha portato giovamento alcuno alla questione, la situazione potrebbe cambiare grazie alla crescente forza economica di Baku che sta destinando una parte considerevole del suo budget alle forniture militari in chiave anti-armena.

L’8 febbraio, il presidente Ilham Aliyev ha detto che l’Azerbaigian è pronto a qualsiasi cosa per risolvere la questione del Nagorno. Benita Ferrero-Waldner, il Commissario UE per le Relazioni internazionali, ha stigmatizzato la sortita azera. L’UE è convinta che, stante i buoni rapporti fra Occidente e Baku, l’Azerbaigian non assumerà una posizione violenta che potrebbe pregiudicare dei possibili pre accession talk con Bruxelles. C’è, però, il timore che l’accettazione occidentale dell’indipendenza del Kosovo possa infiammare la Transcaucasia e far degenerare la situazione. L’Azerbaigian è un affidabile partner impegnato nelle missioni NATO in Afganistan, in Iraq e nella lotta al terrorismo, ma sul Kosovo la sua posizione è uguale a quella russa. Quest’anno si terranno le elezioni sia in Armenia che in Azerbaigian: e c’è da scommetterci che la questione del Nagorno infiammerà gli elettori.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi il 14 02 08)

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Georgia: Saakashvili ancora presidente

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 13, 2008

Dopo la risicata vittoria delle ultime recenti presidenziali, il Presidente Mikheil Saakashvili è obbligato a cercare un dialogo costruttivo con l’opposizione. Egli fu fra i protagonisti della Rivoluzione Rosa che nel 2003 avrebbe dovuto traghettare la Georgia verso un nuovo futuro “Occidentale” di benessere, prosperità e democrazia. E soprattutto lontano dalla sfera di influenza di Mosca: che non si arrendeva all’idea di abbandonare una delle nazioni strategicamente più importanti del Caucaso. Da qui passano i gasdotti dell’heartland: non solo quelli del mar Caspio, dove se scavi con le mani nelle a terra ti ritrovi i polpastrelli unti e tinti del nero del petrolio; ma anche le pipeline che corrono verso l’Estremo Oriente, le vene nere di terre martoriate e sbandate, dove i vecchi parlavano tutti russo e i giovani, pur fregandosene di Mosca, devono capire ancora da che parte stare. La Georgia è vitale per Putin; e lo è anche per l’Europa. I gasdotti georgiani sboccano in Turchia sul Bosforo e possono bypassare Mosca, rendendo l’Ue più indipendente dagli umori del Cremino. O, viceversa, la Russia può blindare con Tblisi tutti gli approvvigionamenti europei che provengono dall’Asia, affermando la propria supremazia energetica, almeno quella basata su questi paradigmi.
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