Il conflitto russo georgiano spinge i due alleati storici a fare pace. C’è il problema del genocidio armeno da risolvere. Ma, soprattutto, garantire energia all’Europa
I frutti della pace sono i più lenti a maturare. E il rapporto Turchia Armenia non fa eccezione.
La visita del presidente turco Abdullah Gul in Armenia, in occasione delle qualificazione mondiali di calcio, è “una piccola coincidenza che può portare a grandi risultati”, come ha sottolineato lo stesso Gul.
L’invito era partito dal presidente armeno Serzh Sarkisian ma, all’inizio, la presidenza di Ankara non sembrava orientata ad accettare. Nel frattempo, altri eventi hanno concorso per un riavvicinamento delle relazioni diplomatiche fra i due Paesi.
Il conflitto russo-georgiano innanzitutto. Nuove strategie si delineano per frenare le tendenze centrifughe alimentate dal conflitto. Il Patto di Stabilità per il Caucaso lanciato da Ankara, ad esempio, rappresenta un’occasione favorevole per permettere alla Turchia di stabilizzare l’area ed affermare un ruolo diplomatico di rilievo che controbilanci l’egemonia russa.
L’apertura armena verso la Turchia, inoltre, può consentire ad Erevan di ridurre la propria dipendenza da Iran e Russia per sicurezza ed energia.
Da questo punto di vista, la proposta di Sarkistan fatta a Gul di assistere insieme all’incontro di qualificazione si inserisce in una strategia di distensione dei rapporti diplomatici promossa da quasi tutti i governi armeni a partire dal 1991, anno d’indipendenza del Paese. Uno Stato piccolo e i cui confini si caratterizzano per una cronica vulnerabilità ha tutto da guadagnare nell’avere cordiali rapporti di vicinato con una potenza di media grandezza come la Turchia. Eppure gli armeni, nel mentre porgevano la mano ad Ankara erano inflessibili su altri temi: in primis, il riconoscimento turco del Grande Male, ovvero il genocidio e la deportazione che gli armeni subirono nel biennio 1915/16 per mano del governo dei Giovani Turchi. A ruota segue la spinosa questione del Nagorno-Karabakh, l’enclave armena storicamente controllata dall’Azerbaigian filoturco.
Per la Turchia parlare di Grande Male è colpire un nervo scoperto. La magistratura turca punisce con l’arresto e la reclusione fino a tre anni chi si fa portavoce della causa armena e, d’altronde, lo stesso Premio Nobel turco per la letteratura Orhan Pamuk è caduto in questa trappola.
Lentamente, anche l’intransigenza di Ankara è andato mitigandosi, complice anche la pressione dell’Ue che riteneva inconciliabile con l’ acquis communautaire la condotta turca.
Anche l’Armenia, d’altronde, ha interrotto in passato bruscamente il dialogo. Fu l’ex presidente armeno Robert Kocharian, ad esempio, a rifiutare una commissione congiunta internazionale con la Turchia per cercare di stabilire una visione comune sul Grande Male.
Allo stato attuale le rivendicazioni di Erevan sul riconoscimento del genocidio restano immutate; un po’ come Israele con la Germania dopo l’Olocausto, il governo armeno vuole riprendere relazioni amichevoli, ma solo dopo una ammissione storica di colpa da parte di Ankara. Ma, a differenza del caso Israele – Germania, Erevan non cerca compensazioni economiche; né si fanno largo rivendicazioni territoriali circa il territorio dell’Armenia storica sotto la sovranità turca. A questo punto il prezzo da pagare, per Gul, sarebbe solo simbolico. Anzi, dal punto di vista economico, la Turchia ora ha una sola preoccupazione. Stabilizzare la Transcaucasia e proteggere Nabucco, la grande pipeline che da Baku, pompa petrolio e gas passando per il Bosforo.
(pubblicato su Notizie Verdi)





























