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Praga summit, via all’Eastern Partnership

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

L’Eastern Partnership è stata lanciata. Il sette maggio sono convenuti a Praga i 27 Paesi membri dell’Ue e sette nazioni dell’Est dell’ex blocco sovietico: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Ucraina e Moldavia. Si tratta del più ambizioso progetto dell’Unione europea dai tempi dell’allargamento.

La solenne dichiarazione della Conferenza di Praga impegna la Ue a favorire pace, stabilità e prosperità in una regione, storicamente europea, e attualmente geopoliticamente strategica. Un obiettivo meno solenne, ma non meno importante, è, infatti, controbilanciare l’influenza russa nell’Est. E’ anche per questo che, alla fine, anche la Bielorussia è stata invitata: il Paese- definito “Stato canaglia” dall’ex presidente americano George W. Bush – lascia molto a desiderare dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. Ma il rischio che fosse completamente assorbito nell’orbita d’influenza del Cremlino pesa di più dell’acquis comunitarie.BELGIUM-EU-SUMMIT-PRESIDENCY-MERKEL-BARROSO

Ma, si badi bene, con questa mossa la Ue cerca solo di frenare l’influenza russa, non la neutralizza. Ed ancora esistono forti divergenze di interessi fra i 27 membri dell’Unione in merito ai Paesi invitati al summit. Dove si vuole andare con questa Eastern Partnership ancora non è chiaro.

La Ue vuole “strappare” questi Paesi a Mosca, ma cosa offre?
La controparte Ue richiede libera circolazione di uomini e merci e, in ultima istanza, ingresso nell’Unione. Peccato che molte nazioni Ue temano sia l’aumento dei flussi migratori – una vera spada di Damocle sulla testa dei governi di centro-destra – che la competizione al ribasso che i nuovi lavoratori dell’Est imporrebbero agli europei nei settori meno qualificati del mercato del lavoro – e questo è lo spauracchio per gli esecutivi di sinistra -. Quanto agli accession talk, tutti i 27 sembrano orientati a slegarli dagli accordi dell’Eastern Partnership.

Inoltre, non mancano le tensioni domestiche interne all’Unione. Ad esempio, Nicolas Sarkozy e Jose Luis Zapatero non sono direttamente presenti a Praga in segno di ostilità verso le nazioni di più recente ingresso, come la Repubblica Ceca, la Slovenia e la Polonia, forti sostenitrici di un allargamento ad Est: visto con sospetto sia da Madrid che da Parigi, in quanto capace di spostare l’equilibrio degli interessi ad ovest di Berlino. Ci sono state anche piccolissime dispute sulle frasi da scrivere nella dichiarazione che sono spie di grandi problemi: Germania, Francia e Italia volevano eliminare la definizione “Nazioni europee” utilizzata per descrivere i Paesi dell’Est convenuti, timorosi che ciò potesse significare un via libera all’allargamento.

Oggi, la dichiarazione fissa il minimo indispensabile. Una conferenza ogni due anni e quattro piattaforme di collaborazione: “Democrazia, governance e stabilità”, “Integrazione economica e convergenza con le politiche Ue”, “Sicurezza energetica” e un blando “Contatti fra i popoli”, che ha sostituito sia le più solenni dichiarazioni in merito alla libera circolazione degli individui che le più prosaiche richieste di eliminazione dei visti. Anche se la realtà della cooperazione svela un livello di integrazione ancora basso, la Conferenza di Praga è abbastanza per far arrabbiare Mosca.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha apertamente definito l’Eastern Partnership una versione rinnovata della politica delle “sfere di influenza”, un tentativo di influenzare alcuni Paesi dell’Est, come la Russia bianca, al fine di non riconoscere l’indipendenza di Abcazia ed Ossezia (tuttavia assai discutibile dal punto di vista del diritto internazionale). Con la caduta del muro di Berlino, infatti, la Ue ha incominciato a sviluppare una nuova politica verso l’Oriente – che è stata definita da Mark Leonard Eurosfera – appoggiata direttamente da Barroso.

L’Eurosfera si estenderebbe fino al Kazakistan e all’Iran. Zone storicamente oggetto dell’espansionismo russo, già ai tempi dello zar. Negli ultimi anni, però, la rinnovata forza diplomatica di Mosca ha portato il Cremlino a rivendicare quella che un tempo era la propria sfera. Laddove la Ue cerca di cooptare con incentivi e stabilità, la Russia ha optato per una strategia opposta. Fatta di ritorsioni (energetiche, in primis) e destabilizzazione, attraverso le riottose enclavi russe che ha dispiegato nel Caucaso. Attualmente, la politica di Brussel sembra orientata al realismo: l’Europa ha chiuso un occhio sulla situazione dei diritti civili in Moldavia e Bielorussia, ad esempio (anche se, alla fine, Brussel è riuscita a far desistere i presidenti bielorusso e moldavo Alyaksandr Lukashenka e Vladimir Voronin dal partecipare direttamente alla conferenza).
Si tratta di capire, però, fino a che punto la realpolitik europea si potrà spingere, data la frantumazione degli interessi dei 27 Paesi membri in campo. Per ora la controparte Ue ha rifiutato di riconoscere la contestata indipendenza di Abcazia ed Ossezia. Sia Est che Ovest perseguono la sicurezza energetica. Ma cosa è realmente disposta ad offrire la Ue ai Paesi dell’Est?

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Conferenze sull’energia in Bulgaria e Tukmenistan

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

Si sono svolte due diverse conferenze sull’energia, praticamente in contemporanea, la settimana scorsa: una in Bulgaria, l’altra in Turkmenistan. Due agende differenti ma con degli obiettivi in comune. Dal punto di vista dell’Europa, si tratta di un nodo gordiano, semplice nella sua complessità: rendere stabili ed efficienti le importazioni di risorse energetiche in Europa, provenienti dai mercati asiatici, Transcaucasia e Paesi turcofoni al di là del Mar Caspio, in primis. Con l’obiettivo di rendere l’Europa non più esclusivamente dipendente dalla Russia come unico importatore.

Il problema si è fatto ancora più stringente dopo la recente crisi Ucraina: soprattutto per alcuni Paesi dell’Est, dipendenti quasi interamente dalle forniture russe. Allo stato attuale, la Russia esercita sulla Ue una pressione egemone attraverso il suo capitale energetico. Là dove la Russia non controlla direttamente le risorse, infatti, è sempre il Paese attraverso il quale i gasdotti e gli oleodotti devono passare per giungere in Europa.
Gran parte del petrolio che viene pompato verso l’Europa meridionale, ad esempio, ci arriva dal Caucaso. Il Caspian Pipeline Consortium e il Northern Early Oil nascono in Kazakistan e Turkmenistan, ma devono attraversare la Russia per giungere sulle sponde rumene e bulgare del Mar Nero.

IRAQ-OIL-KIRKUK-FIRE
L’Europa Centrale è anch’essa blindata: dall’oleodotto dell’amicizia, Druzhba I e Druzhba II; costruiti al tempo del Comecon, quando la Russia distribuiva energia “ai fratelli” del Patto di Varsavia. I Druzhba partono ad Almetyevsk, nel Tatarstan, incanalando il petrolio degli Urali e della Siberia, e pompano l’olio nero fino in Polonia, Germania, Repubblica Ceca.
Il Nord Europa è, invece, alimentato dal Baltic Pipeline System che arriva in Finlandia, a Tallin e Riga: e ancora più ad ovest, su, fino a Danziga e Rostock. Le forniture di gas saranno, invece, garantite da Nord Stream, già in cantiere.
Il tema principale discusso dall’Europa alla conferenza di Sofia, quindi, è, ancora una volta, Nabucco. Nabucco è la grande pipeline appoggiata e sostenuta da gran parte dell’Unione, l’unico progetto in grado di pompare il gas dai Paesi turcofoni bypassando la Russia.

Il gas partirebbe da Baku, in Azerbaijan, dove terminano altri collettori fondamentali, provenienti anche dall’Iran; da lì, le condutture passano per la Transcaucasia e la Turchia; poi, Bulgaria, Romania, Ungheria e, infine, Austria. A causa dell’instabilità nel Caucaso – alimentata dalla Russia -, dove sono in atto molti conflitti territoriali, non solo in Georgia (Abcazia e Ossezia) ma anche in Armenia (Nagorno-Karabach), Nabucco ha perso gradatamente terreno rispetto al progetto South Stream, appoggiato dalla Russia.

Mosca ribatte e propone, quindi, la Carta Energetica con l’Europa, un accordo di partnership con Brussel, ma che non cambia lo status quo, assolutamente favorevole al Cremlino. Alcuni Paesi Ue sono allettati dalla Carta di Medvedev, rilanciata a Sofia. Ma la scelta è ardua. La Russia, infatti, cerca di contrattare singolarmente con i Paesi Ue, offrendo condizioni di vantaggio ad alcuni, al fine di determinare una nuova situazione in cui il progetto russo sia l’unico praticabile. Una situazione di favore, ad esempio, accordata all’Italia che si trova nella strana condizione di essere pro-Nabucco, quando veste i panni delle nazioni filo Ue, ma materialmente impegnata, con Eni, in accordi con Gazprom proprio per South Stream.
Sostituire le importazioni russe con quelle iraniane, inoltre, non è detto che per l’Europa sia un buon affare. Allo stesso modo, nonostante nei Paesi asiatici di lingua turca ci siano molti interessi occidentali, americani in primis, il pressing di Mosca su quelle aree è molto forte.

Infine, Nabucco, per riprendersi dallo stop indotto dalla recente crisi caucasica, avrebbe bisogno di essere supportato da una forte politica di Brussel a favore dell’ingresso della Turchia in Europa. E mente Erdogan ha chiaramente sottolineato che il futuro della pipeline dipende dall’ingresso di Ankara nell’Ue, ci sono molti partiti nei parlamenti di Eurolandia che hanno fatto del no alla Turchia una bandiera.

In Turkmenistan, intanto, la Germania agisce da sola. Nonostante Mosca sia il primo acquirente dell’energia turkmena, Ashgabat ha sottoscritto un accordo con Berlino per le forniture, che rilancia Nabucco, fra le ire di Medvedev. L’occasione è stata offerta da un incidente diplomatico con la Russia, a seguito dello scoppio di una pipeline: il presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhammedov aveva, infatti, stigmatizzato la necessità di intensificare i legami con la Ue. Ma, allo stato attuale, potrebbe trattarsi solo di un timido tentativo di Ashgabat di dimostrarsi indipendente dalla Russia, al quale non faranno seguito altri fatti. Alla fine, bisognerà vedere Ue e Russia cosa mettono nel piatto per l’energia del Turkmenistan.

Il prossimo capitolo, intanto, sarà scritto fra pochi giorni, nella conferenza Ue di Praga.

Si parlerà del “Southern Corridor” e delle politiche europee da sviluppare su Turkmenistan e Turchia.

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Nabucco, non canta piu?

Pubblicato da brasseriefoucault su Ottobre 24, 2008

Nabucco potrebbe essere l’unico gasdotto per l’Ue ad utilizzare gas non russo. Ma il progetto si arena. Tutto dipende dalla crisi del Caucaso e dalle scelte politiche degli swingin’ states. Sullo sfondo, gli interessi di Russia e Usa. La Bulgaria sembra puntare su South Stream.

Prendere una stecca all’opera può risultare fatale. I Paesi europei che si erano dimostrati inizialmente interessati a partecipare alla gasdotto Nabucco, incominciano, ora, a manifestare molte perplessità: perché i gas dell’Azerbaigian, dopo il conflitto russo georgiano, hanno iniziato ad essere dirottati attraverso Russia ed Iran.

Foto di Svetla Marinova, EurasiaNet

La bulgara Bulgargas, proprietaria la 16,7 per cento di Nabucco, sta negoziando con Gazprom per partecipare al progetto russo-italiano South Stream, il grande hub alternativo e rivale alla pipeline “verdiana”.

Il ministro degli Esteri di Sofia, Milen Keremidchiev, ha dichiarato a Rfe che il futuro di Nabucco è “lontano”, mentre South Stream è l’opzione più realistica.

La Bulgaria, come la maggior parte dei Paesi europei, desidera emanciparsi dal giogo energetico russo. Ma presta molta attenzione a non indispettire Mosca, dalla quale dipende per le forniture energetiche.

La cosa più interessante è che le assicurazioni di Putin e Medvedev sulla Georgia sono state smentite dai fatti.
All’indomani del conflitto per Abcazia ed Ossezia, il Cremlino subito precisava che le aree dove passava il gasdotto Transcaucasico – destinato ad alimentare Nabucco – non erano state coinvolte dalle operazioni militari, né alcun tipo di danno era stato causato alle condotte. Una sorta di excusatio non petita:

Mosca era consapevole che la Ue, fra le cause del conflitto, riteneva ci fosse il desiderio di bloccare i tentativi occidentali di costruire un’alternativa energetica alle forniture russe.

Il Cremlino, invece, sin da subito, puntava il dito contro la condotta scellerata della Georgia, per la quale le truppe russe erano state “costrette ad intervenire”. Ma, alla fine, la realtà dei fatti è un’altra. A prescindere dall’ipotesi che la Russia sia intervenuta in Georgia con l’idea di bloccare o meno Nabucco, la pipeline europea smette di “cantare”.

La situazione di grande instabilità territoriale del Caucaso – presente dai tempi del crollo dell’URSS, ma acuitasi in seguito alla guerra russo-georgiana – frena i progetti europei.

Visto che è lecito supporre una relazione fra conflitti, gas-oliodotti e geopolitica, vale la pena disegnare la mappa delle pipeline nella regione.

Foto di proprietà dell’Economist

La rete nasce a Baku, in Azerbaigian. Da lì parte la South Caucasus pipeline che bypassa l’Armenia – altro Paese ritenuto instabile dal punto di vista politico ed in conflitto con l’Azerbaigian per il Nagorno-Karabach – ed attraversa la Georgia, passando a sud di Tblisi.

Non siamo né in Ossezia, né in Abcazia: ciò non ostante anche la Georgia non sembra più un posto così sicuro per far passare un gasdotto strategico. Il South Caucasus, lasciatosi alle spalle la Georgia entra in Turchia: da qui potrebbe raggiungere l’Europa via mare, attraverso il porto di Cehyan, o immettendosi, all’altezza di Erzurum, finalmente, dentro Nabucco.

Il progetto prevede che Nabucco attraversi il Bosforo e, passando per Bulgaria, Romania, Ungheria, arrivi a Baumgarten an der March, in Austria.

Se Nabucco frena, l’unica alternativa sarà South Stream; si tratta di un ambizioso progetto russo-italiano, compartecipato da Eni e Gazprom; in questo caso le fonti energetiche russe passano per i fondali del Mar Nero e, giunti in Bulgaria, si immettono in due bretelle.

La rotta nord passa per Serbia, Ungheria e Slovenia; quella Sud giunge in Puglia, passando per Macedonia ed Albania.

Vale la pena notare che solo la coppia Nabucco-Trans Caucasian pipeline permetterebbe all’Ue di approvvigionarsi di risorse non russe. Attraverso la bretella del mar Caspio, infatti, Baku è direttamente collegata con gas e petrolio provenienti dal Medioriente.

Il destino energetico dell’Ue, quindi, passa dal Caucaso; ma non solo. Gli swingin’ states (ovvero i Paesi che oscillano ancora fra Occidente e Russia) sono fondamentali: si tratta di Ucraina, Moldavia, Bulgaria, Paesi Baltici e tutto il mosaico balcanico, diviso fra Serbia, fedele a Mosca, e Kosovo o Slovenia filoamericane.
Ma c’è di più. Nabucco, attraverso la Trans-Caspian pipeline, pomperà anche il petrolio dall’Iran. E questo agli USA non piace.

Alessio Postiglione – pubblicato su Notizie Verdi

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Patto di Stabilità del Caucaso. Un ossimoro?

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 9, 2008

Il motivo della visita del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ad Ankara il primo settembre sarebbe dovuto essere legato soprattutto al Patto di Stabilità del Caucaso (PSC), l’accordo multilaterale lanciato dal premier turco Erdogan alcuni mesi fa. Ma ora le cose sono cambiate e l’obiettivo principale di Lavrov è quello di discutere della presenza di incrociatori americani nel Mar Nero per portare aiuti umanitari alla Georgia.

Anatoly Nogovitsyn, figura di spicco delle forze armate di Mosca, ha sottolineato alla stampa russa come in base ad un accordo del 1936 fra gli stati del mar Nero, le navi appartenenti a nazioni non litoranee, non possono rimanerci per più di 21 giorni.

Ricordare quel patto, in questo momento, più che un’operazione filologica di archeologia giuridica, sembra testimoniare il ritrovato interesse per Mosca per le politiche di sfera d’influenza. Ankara è avvisata.

Il recente conflitto russo-georgiano, d’altronde, preoccupa il governo Erdogan. Le pipeline che dal Caucaso giungono in Europa, attraverso la Turchia, sono state fatte passare per la Georgia, anche perché Tblisi era considerata una regione più stabile rispetto al versante azero ed armeno, soprattutto con riferimento al Nagorno-Karabakh, exclave armena rivendicata dall’Azerbaigian.

Attualmente la pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan, che passa di poco fuori l’area ossetina e che rappresenta l’interesse principale turco ed europeo nell’area, è rimasta intonsa. Ankara, però, già sta piangendo la distruzione del porto georgiano di Supsa, altro hub verso i porti turchi. Allo stesso modo, gli investimenti potrebbero fuggire dall’altro hub turco-georgiano, la pipeline Baku-Tbilisi-Erzurum.

In questo momento una pacificazione del conflitto armeno-azero per Ankara diviene fondamentale. Ciò non di meno la diplomazia turca è persuasa, molto probabilmente a torto, che possa riallacciare le relazioni con l’Armenia ancora da una posizione di forza; ovvero alle proprie condizioni. Il presidente turco Abdullah Gul ha infatti declinato l’invito del presidente armeno Serzh Sarkisian di assistere insieme all’incontro di calcio Turchia-Armenia del 6 settembre ad Erevan.

La Turchia, da tempo, non ha alcun rapporto diplomatico con l’Armenia né è disposta a riprendere i contatti fin quando l’Erevan non smetterà di alimentare il conflitto nel Karabakh e di delegittimare Ankara a livello internazionale attraverso, ad esempio, la questione del genocidio armeno, perpetrato all’epoca dell’impero Ottomano. Non è un mistero, infatti, che i recenti proclami dei parlamenti francese ed americano in merito a quel genocidio siano stati possibili grazie alle influenti lobby armene di Parigi e Washington.

In questa situazione di frammentazione, Mosca riesce facilmente ad esercitare una forte influenza anche su Ankara, grazie al proprio potenziale energetico. Ed ecco come un incontro del PSC può trasformarsi per Mosca in un’occasione per rivendicare la propria supremazia regionale.

E nonostante, storicamente, Ankara patteggi per Tblisi, l’influenza di Mosca impone al governo di Erdogan grande cautela, impedendogli di schierarsi apertamente con una delle parti del conflitto.

Nel frattempo la posizione assunta dall’UE, in occasione dell’incontro del primo settembre, è sicuramente un segnale positivo affinchè gli animi si plachino; anche se ci sono buone probabilità che alla fine l’integrità territoriale della Georgia verrà sacrificata sull’altare della stabilità della Transcaucasia.

La posizione intransigente degli Stati Uniti, invece, sembra dettata più da logiche interne alle lobby neocon che da una vera volontà di soluzione della crisi. I neocon, completamente sbugiardati su Afganistan ed Iraq e condannati ad essere ridimensionati da un’eventuale presidenza McCain, stanno tentando la carta della nuova guerra fredda per riguadagnare consensi. Una strategia statunitense di de-escalation della crisi, invece, sarebbe fondamentale e i frutti potrebbero essere colti subito. Gli Stati Uniti siedono con Russia e Francia, infatti nel Minsk Group, creato dall’OSCE per implementare il processo di pace nel Nagorno- Karabakh. Ricominciare a lavorare lì, per Washington, significherebbe annullare le già scarse probabilità che l’effetto Sud Ossezia si riverberi in quell’area e che magari l’Azerbaigian sferri un attacco contro gli armeni. L’altro temuto “effetto domino” che la recente crisi russo-georgiana potrebbe innescare è legato alla Moldavia. Anche lì ci sono separatisti filorussi nell’enclave della Transdniester che stanno guadando ai casi abcazo e osseto come dei precedenti da invocare. Ma il Transdniester non confina con la Russia. L’interesse di Mosca, per ora, è riconoscere solo delle porzioni di territori che possano servire come stati cuscinetto fra sé e l’Europa.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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La questione del Nagorno-Karabach

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 3, 2008

Cosa si prova ad essere sbalzati in una terra di nessuno, fra guerriglieri, narcotrafficanti, profumi d’Oriente, ascoltando Miles Davis? E’ la discesa agli inferi che tocca al protagonista di “A trip to Karabach”, film del regista georgiano Levan Tutberidze che l’anno scorso ha partecipato al TIFF, il festival di Tromsoe in Norvegia, fra lo stupore degli spettatori che nella stragrande maggioranza dei casi ignorano che cosa e dove sia il Nagorno-Karabach. Per ora vi possiamo dire che il futuro energetico dell’Europa è legato alle sue sorti. Il Nagorno è una exclave armena circondata dall’Azerbaigian, che si è autoproclamato uno Stato di fatto, non riconosciuto dalla Comunità internazionale. Le origini del conflitto sono antiche ed è sicuro che fra armeni ed azeri non scorra buon sangue. I primi sono una delle più importanti civilizzazioni della cultura occidentale: nel 301 a.C. l’Armenia fu il primo paese ad adottare il Cristianesimo come religione di Stato, 36 anni prima di Costantino e San Gregorio Armeno, infatti, fa bella mostra di sé all’esterno di San Pietro. La Chiesa Apostolica Armena fu fondata direttamente dagli apostoli di Gesù Giuda e Bartolomeo, apparteneva alla dottrina monofisita ed officiava in greco, che era considerata, da Costantino in poi, la vera lingua del Cristianesimo, giacchè il latino era identificato con il paganesimo. Dall’altra parte ci sono gli azeri, sciiti come i Persiani; ma con questi ultimi sono aperte dispute territoriali nel Mar Caspio; l’Azerbaigian fa parte del Consiglio d’Europa ed ha un rapporto privilegiato con gli USA che risale a Kissinger. Esiste anche una Camera di Commercio USA-. Azerbaigian presieduta nientepopodimenochè da Tim Cejka, anche presidente della Exxon/Esso.

Queste regioni, come tutto il Caucaso, vennero invase ed annesse all’Unione Sovietica. Secondo vari esperti, la fascia caucasica era parte della Rimland, la regione attraverso la quale la Russia avrebbe potuto controllare l’Heartland eurasiatica e, quindi, il mondo; questo è il motivo per cui Mosca invase l’Afganistan e, ancora oggi, Kabul riveste un ruolo fondamentale nello scacchiere mediorientale. Per fortuna dell’Occidente, le cose sono andate diversamente. Sicuramente, per la Transcaucasia passano gli oleodotti principali dell’Eurasia che possono emancipare l’UE dall’approvvigionamento energetico russo o, viceversa blindare la supremazia di Mosca. Con la caduta del Muro, le regioni caucasiche sono entrate in una situazione di instabilità permanente. Basti pensare che, agli inizi degli anni 90, si è scatenata una guerra che ha costituito il brodo di coltura del terrorismo, con la partecipazione di mercenari ucraini, ceceni e mujahideen afgani, e ha visto forti interessi di Russia, Iran e USA contrapporsi; alla fine è stato dichiarato un cessate il fuoco ma lo status del Nagorno è ancora congelato. La confusa situazione territoriale ha, poi, originato un effetto domino, a base di emergenze umanitarie e pulizie etniche, che ha coinvolto altre ex Repubbliche sovietiche come Nord e Sud Ossezia, Abcazia e Adighezia, il Krasnodar e lo Stavropol.

Per semplificare, potremmo dire che gli USA “fanno il tifo per Baku” e Mosca per Erevan, ma la situazione è molto più complessa: basti pensare ai pessimi rapporti fra azeri, la Turchia e i paesi turcofoni ad Oriente; o all’asse Teheran – Mosca che si gioverebbe di oleodotti che passano per un Nagorno pacificato e filorusso.

Ma lo status dell’exclave armena è anche un problema per l’UE; lo stato di guerra del Karaback è il motivo principale per cui l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan è stato costruito, in modo più scomodo e caro, proprio per bypassare l’Armenia. Si tratta della vena nera che porta il petrolio da Baku, fino alla Turchia. I legami fra Occidente ed Azerbaigian sono molto forti: nel 1994, la SOCAR – State Oil Company of Azerbaijan – ha siglato un megacontratto trentennale con la norvegese Statoil, British Petroleum e l’americana Exxon. Ugualmente strategico per gli interessi europei è il South Caucasus Pipeline Baku-Tblisi-Erzurum, gasdotto che ha debuttato nel 2006 e che vede la partecipazione anche dell’Italia con Agip; l’UE conta molta su questo gasdotto per ridurre la fornitura russa di gas. Da Erzurum in Turchia, infatti, dovrebbero partire sia Nabucco, che porterà il gas verso Vienna, sia Poseidon, che giungerà fino ad Otranto; la costruzione di Poseidon è attualmente affidata alla Grecia e alla nuova Edison che è la società nata dalle ceneri di Montedison, che fornisce quasi il 40% dell’energia prodotta all’Enel, e che vede la partecipazione de la creme del capitalismo italiano, con quote Fiat, Capitalia ed Intesa-San Paolo.

Mentre la mediazione di OSCE (NdA: l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), dell’UE e del così detto Gruppo di Minsk non ha portato giovamento alcuno alla questione, la situazione potrebbe cambiare grazie alla crescente forza economica di Baku che sta destinando una parte considerevole del suo budget alle forniture militari in chiave anti-armena.

L’8 febbraio, il presidente Ilham Aliyev ha detto che l’Azerbaigian è pronto a qualsiasi cosa per risolvere la questione del Nagorno. Benita Ferrero-Waldner, il Commissario UE per le Relazioni internazionali, ha stigmatizzato la sortita azera. L’UE è convinta che, stante i buoni rapporti fra Occidente e Baku, l’Azerbaigian non assumerà una posizione violenta che potrebbe pregiudicare dei possibili pre accession talk con Bruxelles. C’è, però, il timore che l’accettazione occidentale dell’indipendenza del Kosovo possa infiammare la Transcaucasia e far degenerare la situazione. L’Azerbaigian è un affidabile partner impegnato nelle missioni NATO in Afganistan, in Iraq e nella lotta al terrorismo, ma sul Kosovo la sua posizione è uguale a quella russa. Quest’anno si terranno le elezioni sia in Armenia che in Azerbaigian: e c’è da scommetterci che la questione del Nagorno infiammerà gli elettori.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi il 14 02 08)

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