Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Posts contrassegnato dai tag ‘Berlusconi’

La normalizzazione dell’emergenza rifiuti

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 30, 2009

Napoli – Pneumatici bruciati, di auto e di tir, lavatrici, scorie di varia foggia, colore e puzza.

Sono sullo svincolo di via Giliberti in via Galileo Ferraris, zona Napoli est, a pochi chilometri dalla stazione centrale e dal Centro direzionale, l’avveniristico quartiere degli affari che avrebbe dovuto simboleggiare, negli anni 90, la rinascita di una città, Napoli, schizzofrenicamente oscillante tra brevi ed illusori rinascimenti e lunghi e bui medioevi. E’ la dolorosa cartolina che Terra ha voluto scrivere per i suoi lettori.

Il viaggio parte dall’inizio dell’Asse Mediano – grande bretella fra Napoli e i comuni dell’aria nord e flegrea -, a metà fra le zone della Toscanella e di Chiaiano, da una parte, e Scampia, dall’altra. La superstrada si arrampica fra grigi palazzoni e brandelli di campi, che ci raccontano di quando Chiaiano era sola nota per una pregiata produzione di ciliegie. Un’intera piazzola dell’Asse Mediano, davanti a Scampia, è occupata da rifiuti.

DSCN0666 a

Sotto, prima dei palazzoni dell’edilizia 167 che si stagliano all’orizzonte, dei campi, DSCN0673 aDSCN0677 apercorsi da strade rustiche, anch’esse cosparse di immondizia, per le quali si aggirano romanì o sinti intenti a pizzicare qualcosa da riciclare.

Percorrendo la superstrada si sbuca in un altro luogo oramai noto in questa geografia dell’anima che alla sirena Partenope ha sostituito boss e monnezza, sangue e cemento: Acerra. Nei pressi del centro commerciale Le Porte di Napoli, altra immondizia lungo la strada, fra campi e periferie, ritaglia una maleodorante intimità per le prostitute che qui si appartano con i loro clienti: questi maschi solitari, poco avvezzi alle ville delle escort e ignari della comodità del “lettone di Putin”, si devono accontentare di privè di carpak.

DSCN0678 a

Il tour prosegue verso il capoluogo: Napoli Est, dove qualche urbanista sogna la città del futuro. Anche qui monnezza, degrado: dietro al Centro Direzionale, la zona del macello, via Argine.
In via Domenico De Roberto, la discarica avanza fino nei pressi di un parco giochi per bambini, inghiottendolo.

Nei pressi di via Marina, affianco al parcheggio di via Brin, un rudere che ha resistito alle lottizzazioni è stato riempito di rifiuti.
A Piazza Duca degli Abruzzi, all’angolo con via Ponte della Maddalena, presso, forse, un cantiere, riposano dei tubi bruciati di materiale plastico. Sullo sfondo, le maioliche colorate della barocca guglia di Santa Maria del Carmine a piazza Mercato. Di fronte, l’Agenzia delle Entrate e, più in là, il Provveditorato.

DSCN0665 aDSCN0683 a

Nella “città dolente” – come venne chiamata Napoli da Axel Munthe durante l’epidemia di colera – ciò a cui si assiste, oggi, non è il superamento dell’emergenza rifiuti, così come la si è vista scoppiare l’anno scorso nella forma più virulenta; ma la normalizzazione di uno stato patologico, esso stesso emergenziale, di livello più lieve – comunque intollerabile per una qualsiasi altra città d’Europa – per il quale sembra che i napoletani si abituino, loro malgrado, ad una certa quota di rifiuti presenti sulle strade. Diciamo che alle montagne di monnezza si sono sostituite le colline. Magra consolazione.

DSCN0684 a

DSCN0687 aE a far da sfondo a questo declino, le dichiarazioni di Bertolaso, raccolte dai colleghi del Mattino: «Gli sversamenti illegali di rifiuti affondano le radici in un problema culturale. E’ sulla coscienza e sulle abitudini dei napoletani che bisogna continuare a lavorare […] Diciamolo francamente: in certe regioni italiane persiste l’abitudine a considerare il bene pubblico come bene di nessuno». Si fa strada, quindi, la tentazione a considerare il Sud come un’alterità irriducibile e, in ultima istanza, irredimibile. D’altronde, nella maggioranza, c’è chi non è semplicemente tentato dalle teorie razziste, ma se ne fa chiaro interprete e o teoreta.

Il dibattito sembra tornato indietro di un secolo, quando Niceforo e Lombroso discutevano della innata tendenza al crimine dei meridionali.DSCN0695 a

A noi piace essere altrettanto franchi come Berolaso. L’etncicizzazione dei problemi di Napoli è assolutamente inaccettabile. E, soprattutto, è autoassolutaria e bipartisan. Salva le amministrazioni locali che non fanno il loro dovere in tema di raccolta differenziata e il ministero dell’Interno che fallisce nel controllo del territorio, consentendo gli sversamenti abusivi, non nelle recondite campagne avvelenate dei casalesi, ma nei centri urbani. Le altre foto che abbiamo scattato mostrano discariche lungo superstrade, strade statali: chi garantisce il controllo del territorio? Parlare di problemi culturali, come fa Bertolaso, è, innanzitutto fuorviante, visto che Salerno è al 70% di raccolta differenziata e Mercato Sanseverino al 90.
Ma il mito del “premier operaio-premier ingegnere”, descritto nelle mitiche agiografie di Minzolini per La Stampa, non ammette dubbi: e per sostenere questa mistica, ben vengano le ramanzine sulle ataviche tare dei napoletani.

Foto di proprietà di Alessio Postiglione e Valerio Ceva Grimaldi – contattami per utilizzarle!

Pubblicato su Ambientalismo | Contrassegnato da tag: , , , , , | Lascia un commento »

Le relazioni pericolose di Berlusconi con Putin e Gheddafi

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 23, 2009

Perché l’Europa e l’America guardano con preoccupazione alle relazioni Italia-Russia-Libia. E perché anche i consumatori dovrebbero preoccuparsi.

Le partnership internazionali sulle quali Berlusconi ha più investito per implementare la politica di sicurezza energetica italiana sono quelle con la Russia e con la Libia.
Nella confusione fra ruolo pubblico e privato che coinvolge il nostro premier, si direbbe che Berlusconi abbia investito anche in modo extraprofessionale, compiacendosi di essere, addirittura, ottimo amico sia di Gheddafi che di Putin; al punto di concedere, al primo, un’irrituale tenda e di dedicare, al secondo, un “lettone” a Palazzo Grazioli.

berlusconi-putin

Ma proprio queste partnership, che dovrebbero rappresentare la punta di diamante della politica estera berlusconiana, attirano le più forti critiche da parte degli osservatori internazionali, a fronte delle discutibili credenziali democratiche di Putin e Gheddafi.
L’ultima frecciata è partita pochi giorni fa dalle pagine del Corriere della Sera, dove l’ambasciatore americano David H. Thorne, con tatto e diplomazia, ha lasciato intendere che dall’Italia, gli Usa, si aspetterebbero una politica diversa verso Libia e Russia.

D’altronde gli Stati Uniti sono inclini al realismo, abituati a stringere la mano ai dittatori quando servono gli interessi nazionali. “La patria è ben difesa in qualsiasi modo la si difenda” chiosava Machiavelli.

Ma siamo sicuri che l’interesse energetico nazionale italiano sia realmente difeso dalle partnership berlusconiane?
Allo stato attuale, Berlusconi sta facendo soprattutto gli interessi di Eni, né quelli dell’Italia, né quelli dell’Europa.
La strategia europea sulla sicurezza energetica è, infatti, volta a differenziare le fonti di approvvigionamento di gas naturale che, oggi, dipendono largamente dalla Russia che, come la crisi russo-ucraina dimostra, si trova in una situazione di quasi monopolio.
E’ per questo motivo che Bruxelles patrocina la pipeline Nabucco, in grado di portare in Europa risorse provenienti dalle regioni turcofone del Caspio.

Ma come può l’Italia appoggiare la politica comunitaria e giocare come battitore solitario con la Russia, entrando nel progetto Southstream, sponsorizzato da Mosca e diretto concorrente di Nabucco?
Southstream è, infatti, una joint venture Eni-Gazprom.
D’altronde Eni sembra sempre pronta a dare una mano al gigante russo, come il caso della vendita delle ex azioni Neft dimostra, quando Eni permise a Gazprom di mettere le mani sugli ex asset della Yukos, rivale di Gazprom e liquidata con il controverso arresto dell’ex proprietario (e nemico di Putin) Khodorkovskij.

Gli accordi con la Libia, infatti, rappresentano un ulteriore rafforzamento del duo Eni-Gazprom. L’impresa russa viene coinvolta anche in Elephant Oil Field, il giacimento libico di proprietà Eni, ed, in futuro, in Transmed e Greenstream, che porteranno petrolio dall’Africa all’Europa. Con i russi anche in Africa, il monopolio si rafforza.
Ci sono ottimi affari anche per gli altri, comunque.

Finmeccanica è fornitrice di aerei civili per Mosca, Impregilo è in pole per realizzare la litoranea africana promessa da Berlusconi a Gheddafi, quest’ultimo è azionista di Unicredit.

Ma perché gli interessi di queste aziende non coincidono con quello dell’Italia? Semplice: perché in economia i monopoli non funzionano.
All’Italia, infatti, la Russia garantisce un trattamento di favore nelle forniture: nel breve periodo, quindi, la nostra sicurezza energetica (a scapito di quella comunitaria) sembra rafforzata. Ma nel lungo periodo, anche all’Italia gioverebbe un mercato aperto, dove non c’è solo Mosca, e l’offerta energetica includa anche le fonti rinnovabili.

Invece, noi investiamo sul petrolio di Gazprom…

Pubblicato su Commenti, Europa, Politica e politiche, Relazioni Internazionali, Russia | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | 1 Commento »

Il nuovo fronte dei comici anti Berlusconi

Pubblicato da brasseriefoucault su Dicembre 17, 2008

Berlusconi controlla quasi tutta la televisione, eppure è spaventato da Fazio, Grillo, la Littizzetto perché nella teledemocrazia un personaggio tv muove più voti di un intellettuale di professione.

I più indomabili “nemici” del governo si chiamano Fabio Fazio, Sabina Guzzanti, Daniele Luttazzi, Maurizio Crozza, Luciana Littizzetto e Beppe Grillo.
O, almeno, questa è la visione di Berlusconi. Una visione che riduce tutto a percezione ed ignora la realtà.le_colonne_della_societa

Già: perché la realtà è che Berlusconi, come imprenditore, controlla le principali tre reti commerciali d’Italia. Come premier, influenza le reti pubbliche. E, grazie a Villari, c’ha il pallino anche della Commissione di Vigilanza Rai. Questi sono i fatti.

Ma la percezione pidiellina è un’altra. Berlusconi sarebbe «attaccato in modo incivile, violento e continuo» dai principali mezzi d’informazione. In atto, c’è una «campagna orchestrata contro di lui». Ma, in realtà, controllando quasi tutto quello che vomita il tubo catodico, più di “orchestra”, si tratta di “pochi solisti” che – nonostante il conformismo imperante – dicono quello che pensano: e quello che pensano non piace a Berlusconi.

Gli strali del premier hanno investito tutti: Corsera, Stampa, Biagi, Annunziata, Primo Piano, tg3, Santoro, Travaglio, Report…

Ma il vero fronte, per il nostro cavaliere, oramai, è un altro! I comici e gli anchorman.

Sono loro i moderni monarcomaci.

Alcuni potrebbero legittimamente sostenere che Berlusconi esagera. Malignare che si tratti di una vera e propria ossessione televisiva. Visioni mistiche come quella dei cosacchi a San Pietro: la paura di sentirsi zar durante la presa del Palazzo d’Inverno; il timore di una “presa del Palazzo dei Cigni”, con i cosacchi che fanno breccia a Milano 2: con l’edilizia palazzinara a sostituire i colonnati michelangioleschi. E Mike Bongiorno spedito in Siberia. Insomma, Fazio è il nuovo Lenin, Che tempo che fa la nuova Pravda.fabio-fazio

Ma chi crede che Berlusconi esageri, sbaglia. Egli ha perfettamente ragione ad avercela con Fazio. Nonostante alcuni opinionisti credano che le televisioni del Cavaliere in politica non contino molto, Berlusconi sa che è perfettamente vero il contrario. Le televisioni, per l’Unto dell’Auditel, contano. E non basta che il 90% dei programmi non sia contro di lui. Anche un solo oppositore televisivo – pur non essendo giornalista e socialmente legittimato ad esprimere opinioni politiche – dà fastidio.

Ecco che quelle che per molti di noi sarebbero solo flebili voci di dissenso, diventano una “campagna orchestrata” che mina il consenso del teleautocrate.

Le Stützen der Gesellschaft, le ‘colonne della società’ di Berlusconi, non sono i “padroni del ferro e del vapore”, ma i “volti tv”. E’ più facile per Mussolini avere un Benedetto Croce contro, che per un teleautocrate tollerare una Sabrina Ferilli che vota Pd.
Ad avercela Sabrina ministra delle Pari opportunità!

Social Bookmarks:

Pubblicato su Commenti | Contrassegnato da tag: , , | Lascia un commento »

Berlusconi e la regolamentazione internet

Pubblicato da brasseriefoucault su Dicembre 17, 2008

«Regolamentare internet». In occasione della sua visita al Polo tecnologico di Poste italiane all’Eur di Roma, Berlusconi ha lanciato la sua ultima idea. E’ una riedizione dell’idea che Frattini formulò quando era commissario UE?

La proposta di Berlusconi, invece, sarà formulata ufficialmente davanti al mondo, in occasione del prossimo G8/G20 che sarà presieduto proprio dall’Italia. «Porteremo sul tavolo una proposta di regolamentazione di internet in tutto il mondo, essendo internet un forum aperto a tutto il mondo». frattini

A cosa voglia esattamente alludere il premier quando parla di regolamentazione, nessuno lo sa. Se si riferisce ai crimini commessi attraverso il web, regole già ce ne sono e non sarebbe questo il modo di porre nuovamente il tema che, fra l’altro, è di competenza di varie Authority che dovrebbe essere coinvolte formalmente. A pensare male, commetteremo peccato, ma questa “nuova proposta” ci sembra o un ulteriore modo di perseguire gli interessi di Mediaset tramite il governo o di riproporre sotto nuova veste l’idea che Frattini formulò quando era commissario europeo.

E’ singolare, inoltre, come il Berlusconi campione delle libertà possa trasformarsi in un sovietico regolatore in un battito di ciglia. Il nostro premier, in realtà, liberale non lo è mai. Oscilla fra l’ultraliberismo – privo di controlli, pesi e contrappesi, in tutti quei mercati politici ed economici, in cui si trova in un’evidente condizione di vantaggio competitivo – e l’ultraregolamentazione – ogni volta in cui deve frenare un suo competitor.

Come non vedere in questo zelo da cyber-nunny, un’ulteriore dimostrazione dell’ubiquo conflitto di interesse del nostro premier?
E’ un dato di fatto, infatti, che non sono più solo i software peer to peer – quelli che consentono la possibilità di scaricare musica e filmati da internet – ma le stesse logiche di condivisione legate al web 2.0 a mettere sotto pressione i media tradizionali, soprattutto la televisione.
Ed il pensiero corre alla voce di una probabile causa di Mediaset contro Youtube.

Se Berlusconi ha invece intenzione di ritornare alla proposta Frattini, rischiamo di passare dalla padella alla brace.

Quando era commissario Ue, l’attuale ministro degli Esteri alluse alla possibilità di escogitare un mezzo tecnologico per impedire che i motori di ricerca trovassero pagine web contenenti parole “pericolose” come «uccisioni, genocidio e terrorismo».
Per prevenire nuovi adepti di Al Qaida? Forse.
Peccato che se l’idea di Frattini fosse passata, sarebbe stata inibita agli internauti anche la possibilità di contro-informarsi su genocidio armeno e attività militari statunitensi in Nicaragua, ad esempio.

Social Bookmarks:

Pubblicato su Commenti | Contrassegnato da tag: , , | Lascia un commento »

Finanziaria snella, i conti della Ragioneria Generale dello Stato

Pubblicato da brasseriefoucault su Novembre 14, 2008

La Ragioneria dello Stato fa i conti e presenta il Rapporto. Economia, Ambiente e Mezzogiorno i più colpiti dal decreto 112.

Il Rapporto della Ragioneria Generale dello Stato, rielaborato dall’Ufficio studi della Camera, ha presentato, lo scorso 30 settembre, i conti della nuova manovra triennale, secondo quanto contemplato dal decreto legge 112/2008, all’articolo 60.

Dal Rapporto emergono pesanti tagli, in primis per il ministero dell’Economia. A seguire abbiamo il ministero dello Sviluppo economico – 23% in meno – e Ambiente – meno 18% -; grazie al lavoro della Ragioneria è possibile stimare la portata stessa del decreto che, per la prima volta nella storia della Repubblica, anticipa la legge Finanziaria ed inaugura una nuova gestione governativa della contabilità tramite la decretazione d’urgenza.

euro_foto

Le misure della “finanziaria snella” sono severe e non riguardano direttamente i ministeri, ma le “missioni di spesa” che rappresentano le “funzioni principali e gli obiettivi strategici” della spesa pubblica e che si ripercuotono, indirettamente, sui singoli dicasteri. In pratica, le misure sono trasversali ai ministeri e una misura può riguardare più portafogli e viceversa. Mentre le missioni sono divise per “programmi” che, di norma, si riferiscono ad un solo dicastero.

Per quanto riguarda i ministeri, la scure si abbatte soprattutto per lo Sviluppo: 2.835 milioni di euro in meno, una riduzione del 22,7% rispetto alle dotazioni precedenti la “finanziaria snella”: il ministero di Scajola è quello che si occupa del Mezzogiorno, fra l’altro. Nella classifica dei tagli, l’Ambiente, al secondo posto, sconterà una riduzione delle risorse per 276 milioni.
Per il ministero della Difesa c’è un taglio della dotazione finanziaria di 961 milioni in valore assoluto. 771 milioni in meno sono previsti per l’Istruzione, 569 per il Lavoro e 330 per gli Esteri.

Analizzando le contrazioni di risorse previste per missione, scopriamo che “agricoltura e pesca” prevede meno 20,6 %, “energie e fonti energetiche” meno 11, “sviluppo e riequilibrio territoriale” meno 27,5, “turismo” meno 32, “diritto alla mobilità” meno 17, “commercio internazionale” meno 21.

Ma i tagli cosa riguarderanno? Stipendi, assegni, pensioni e altre spese fisse non verranno toccati. Sicuramente si procederà verso una riduzione della pianta organica della Pa. E, a seconda dei casi, diverso sarà l’effetto finale del taglio della misura di spesa.

“Sviluppo sostenibile e tutela della flauna e flora” passa da 1,4 miliardi di euro ad 1,1, mentre la voce “interventi di demolizione di manufatti abusivi perde circa 2,1 miliardi”.

I ministeri, nel rispetto dell’invarianza dei saldi, potranno comunque rimodulare i fondi all’interno dei programmi. Il decreto, infatti, rimanda al progetto di bilancio annuale e pluriennale dello Stato “la rimodulazione tra spese di funzionamento e spese per interventi previsti dalla legge”. Ma solo nel limite massimo del 10 per cento. Flessibilità, dunque, ma non troppo. I conti li ha fatti il governo: per tutti.

Lo strano federalismo di un Governo in perenne “stato d’urgenza”.

Il Rapporto della Ragioneria Generale dello Stato svela in un sol colpo cosa intenda l’attuale governo per federalismo fiscale e quale sia la propria agenda ambientale.
palazzo-della-consulta-facciata-1
Il grande politologo Harold Lasswell diceva che per capire le politiche pubbliche basta rispondere alla domanda “who gets what, when and how”.
La risposta ce la dà la Ragioneria: Ambiente e Sud (chi) ci rimettono i soldi (what), ora ed in modo crescente per i prossimi tre anni (when), e la decisione non è passata per il Parlamento ma è stata fatta “dall’alto” dall’Esecutivo (how).
Chi perde di più sono proprio il ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico, oltre al dicastero dell’Economia.

Inaccettabile, poi, è l’uso improprio della decretazione d’urgenza: la pecca non è nuova; anche i governi Prodi hanno ricorso al decreto senza che vi fossero i requisiti di “necessità ed urgenza”, previsti dalla Costituzione. Ma nel caso della “finanziaria snella”, il decreto è stato addirittura utilizzato al posto od anticipando la legge Finanziaria. Vale la pena precisare una cosa.

I governi moderni abbisognano di esecutivi più forti; il sistema parlamentare “classico” – dove alle Camere spetta la potestà normativa e all’Esecutivo solo quella regolamentare – è, oggigiorno, improponibile. Ciò non di meno, i decreti non si possono utilizzare ad libitum.

La Corte costituzionale italiana, con le sentenze n. 171/2007 e n. 128/2008, ha affermato che il difetto dei requisiti di necessità ed urgenza si traduce in un vizio in procedendo della relativa legge di conversione. La “evidente mancanza” è, invece, sindacabile dalla Consulta anche dopo l’avvenuta conversione del decreto. Nonostante, quindi, la Costituzione materiale si evolva verso un sistema dove la potestà normativa dell’Esecutivo si rafforza, governare per decreto, nel nostro sistema, non è possibile. Se si vogliono cambiare le regole, ciò va fatto secondo la procedura rafforzata di revisione della Costituzione. E anche in questo caso, è difficile immaginare “leggi governative finanziarie”. Chi ha applaudito alla “finanziaria snella” come prova di decisionismo dell’esecutivo, lo sa che nel Paese col sistema presidenziale par excellence, gli Stati Uniti, il potere di approvazione del bilancio è del Congresso?

AP (pubblicato su Notizie Verdi)

Social Bookmarks:

Pubblicato su Ambientalismo, Commenti, Economia, Politica e politiche | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | Lascia un commento »

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) contro il Pacchetto Sicurezza

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 3, 2008

IL ‘PACCHETTO SICUREZZA’ RISCHIA DI MINACCIARE LE GARANZIE FONDAMENTALI IN MATERIA DI PROCEDURE D’ASILO

ROMA – L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) esprime seria preoccupazione per l’eventuale introduzione, con l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del cosiddetto ‘pacchetto sicurezza’, di alcune misure particolarmente restrittive per quanto concerne il diritto d’asilo.

Tra le modifiche alla legislazione vigente figurerebbe l’abolizione dell’effetto sospensivo del ricorso avanzato dal richiedente asilo che, in prima istanza, abbia ricevuto una decisione negativa alla sua domanda di protezione. Un richiedente asilo la cui domanda non è stata accolta dalla Commissione Territoriale competente potrebbe quindi essere espulso prima di avere la possibilità di presentare un ricorso o comunque prima che il tribunale competente si sia pronunciato. In tal modo, il ricorso perderebbe completamente la sua efficacia.

L’UNHCR ritiene che tale modifica alla legislazione italiana in materia d’asilo si porrebbe in netto contrasto con uno dei princìpi fondamentali del diritto, nonché con quanto stabilito dall’articolo 13 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ove si enuncia che ‘ogni persona […] ha diritto ad un ricorso effettivo davanti ad un’istanza nazionale’. La direttiva comunitaria sulla procedura di asilo, inoltre, definisce la possibilità di un ‘rimedio effettivo dinanzi a un giudice’ come ‘principio fondamentale del diritto comunitario’.

Una decisione errata in prima istanza può comportare conseguenze gravi ed irreparabili per il richiedente asilo espulso nel suo paese d’origine. L’Alto Commissariato chiede quindi al Governo italiano di riconsiderare le restrizioni introdotte nel ‘pacchetto sicurezza’ concernenti l’effetto sospensivo del ricorso. I richiedenti asilo, prima di essere eventualmente espulsi o respinti, dovrebbero poter avere accesso ad un ricorso efficace, come previsto dal diritto europeo ed internazionale.

COMUNICATO STAMPA

21 maggio 2008

Social Bookmarks:

Pubblicato su Relazioni Internazionali | Contrassegnato da tag: , , , | Lascia un commento »

Una vittoria populista che chiede redistribuzione

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 17, 2008

La vittoria elettorale di Berlusconi passerà alla storia come la tornata elettorale che ha azzerato alcune fra le più significative forze politiche protagoniste del Novecento: sinistra, comunisti e socialisti. Inoltre spariscono dal parlamento i Verdi, alfieri di quel movimento dei diritti di nuova generazione che dovevano rappresentare l’essenza della politica post ideologie. Insomma, in una sola botta si chiudono i conti sia col Novecento che con la postmodernità? E’ ovvio che le stesse categorie attraverso le quali pensiamo la politica hanno bisogno di essere ristrutturate. Ciò non di meno il responso delle urne indica la vittoria di una coalizione che ha saldato, in un solo magma populista, redistribuzione e statalismo, o meglio una nuova forma di statalismo, più leggero e più interventista. Un Pdl di sinistra? Assolutamente no; proprio perché non ha più senso leggere la realtà con queste categorie. Partiamo da questo dato, però: il Pd non ha sfondato al centro. I voti raccolti sono stati vampirizzati alla Sa. Questo, stranamente, non significa che il programma politico di Pd e Sa siano intercambiabili, seppur non incompatibili, come il progetto prodiano voleva dimostrare. Ciò non di meno le culture politiche si trasformano drasticamente.

In questi ultimi anni si è assistito ad una mutazione antropologica dei partiti in Italia. Non è una novità: quando il keynesismo – cioè l’idea che lo Stato debba spendere per sostenere la domanda ed intervenire pesantemente nel mercato per correggerne i difetti – era in auge, anche le varie destre diventavano “più di sinistra” e la forza della destra liberale era prettamente simbolica, limitata all’azione di piccoli partiti d’opinione come il Pli. Fra anni 80 e 90, a partire dai governi Thatcher e Reagan, passando dalle esperienze riformatrici di Craxi e di Ciampi, il vento della politica europea aveva preso a soffiare a destra, o meglio in direzione del liberalismo. I seguaci di Hayek, letteralmente messi alla porta precedentemente, riconquistavano i posti più prestigiosi nei think tank. La caduta dell’URSS accelerava questi processi. Questo nuovo vento politico, però, non significava semplicemente la vittoria dei partiti liberali, di destra, dei repubblicani. Il liberalismo, nel senso del rigorismo monetarista, diventava il “pensiero forte”, egemonico, presso la Banca centrale europea e in molti partiti di centro-sinistra in Europa, incluso il Pds. Anzi, da semplice corrente del Pds, diventava infine maggioritario nei Ds ed anche del Pd. Anche se il prodismo significava mettere su un’alleanza che dai liberali includeva i comunisti, lo stesso Prodi era ed è esponente di quella tecnocrazia monetarista che ha fatto dell’intoccabilità del Patto di Stabilità e dell’euro il proprio mantra. La scelta, infatti, dei vari centro-sinistra italiani di incardinare nei ministeri economici i “tecnici” non è altro che un’ulteriore affermazione di questa ideologia che vuole blindare il mercato dalla politica. Mentre il centro-sinistra assorbiva il monetarismo, anche la destra mutava. Populismo e antipolitica sono i tratti distintivi di Berlusconi, sin dall’esordio. Si è passati dall’analisi liberale di Reagan che diceva “Lo Stato non è la soluzione ma il problema per l’economia” al “E’ giusto non pagare le tasse quando sono troppo alte” del Cavaliere. Ma il tratto vincente e determinante del Pdl è un altro. Il protezionismo. Oggi Tremonti è il più fine critico del tecnoprodismo. Nel suo ultimo libro, l’ex ministro, boccia senza appello le politiche “mercatiste”, come le ha definite. Il mercatismo avrebbe favorito una globalizzazione selvaggia e piuttosto che limitare i costi sociali delle trasformazioni economiche in atto, ne avrebbe drammatizzato la portata. Il neocolbertismo tremontiano ritiene che questa globalizzazione sia contro gli interessi dei lavoratori, dei dipendenti e anche degli imprenditori del “capitalismo molecolare” che sono stati i protagonisti del miracolo del Nord-est. Euroscetticismo? Forse. Ma vale la pena ricordare che gli euroscettici sono molto diffusi anche presso i grandi sindacati scandinavi, ad esempio. La critica alla tecnocrazia della BCE è comune, quindi, sia ai “padroncini” dei distretti industriali che agli operai. Ecco il miracolo interclassista che voleva realizzare Veltroni e che si bea di aver realizzato Bossi dichiarando “Siamo il primo partito operaio del Nord”. Ma in cosa consisterebbe questo nuovo statalismo? Dov’è la redistribuzione? Il colbertismo tremontiano vuole innanzitutto proteggere i ceti che rischiano di essere travolti dalla globalizzazione. La funzione redistributrice sarebbe garantita dall’antistatalismo, forte sia nella Lega che nel Pdl. Il Centro-Destra vuole letteralmente vendere lo Stato: già le cartolarizzazioni selvagge del precedente governo Berlusconi parlavano chiaro. C’è un progetto di grande dismissione dei patrimoni immobiliari demaniali e degli Enti Locali, di drastica riduzione della PA. La redistribuzione che il Pdl vuole realizzare, quindi, non è dal Capitale al Lavoro, ma dallo Stato al Capitale e al Lavoro. Inoltre, la maggioranza si permetterà anche il lusso di essere keynesiana, ovvero di rilanciare l’intervento pubblico. Infatti, oltre alla riduzione della PA, l’idea di Berlusconi è di intervenire fortemente in alcuni settori: nei lavori pubblici, ad esempio, con le grandi opere, e sbarazzandosi semmai di quelle valutazioni ambientali che appesantiscono il settore edile. Ugualmente interventista sarà il governo per salvare Malpensa.

Naturalmente questi piani di governo potrebbero causare gravi danni sociali. Se lo Stato chiude, chi produrrà i beni pubblici, le politiche sociali? Penso al Sud: quando il federalismo fiscale avrà chiuso i rubinetti dei soldi pubblici sarà una catastrofe. Ma se siamo giunti a questo punto è colpa del centro-sinistra. Lo Stato italiano, con poche eccezioni (magari nelle virtuose “regioni rosse”) è completamente inefficiente e i tentativi di riforma della PA non hanno portato risultati apprezzabili. I cittadini del Nord preferiscono sbarazzarsi con un taglio della lenta burocrazia romana. L’atteggiamento antistatalista delle “piccole patrie” è ambivalente. Vogliono pagare meno tasse, ma apprezzano gli interventi a favore di Malpensa o i sussidi dell’Alto Adige ai quali Cortina anela. Ma se questo antistatalismo si è così radicato è solo perché la nostra PA destina l’80 per cento dei fondi che riceve alla spesa corrente e i “tecnici” dell’Unione e dell’Ulivo non sono riusciti ad invertire questo trend. La Lega rappresenta gli interessi interclassisti di chi ha paura della globalizzazione, della perdita del potere d’acquisto dei salari, della competizione selvaggia, unendo operai, il popolo delle partite iva e i padroncini.

L’anima statalista del centro-sinistra ha fatto si che non si completasse una seria riforma della Pa, mentre l’anima monetarista ha imposto scelte che hanno fatto fuggire sia gli operai che i “capitalisti molecolari”.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)

Social Bookmarks:

Pubblicato su Elezioni, Politica e politiche | Contrassegnato da tag: , , , , , , | Lascia un commento »

Il ruolo dei sogni nella politica

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 4, 2008

Sognare, in politica, fa bene o fa male? I candidati premier alle prossime elezioni intavolano, in un modo o nell’altro, un discorso politico immaginifico ed onirico. Il leader sognatore non è una novità; ma lo è per lo meno questa volta in Italia. Berlusconi è dal 94 che incarna più che l’uomo dei sogni, l’uomo della Provvidenza e l’unto del Signore: dimensione trascendente, più che onirica, si direbbe. Lui, uomo d’azione, che ha creato un impero finanziario e messo su il Milan dei campioni, nonostante le sue credenziali imprenditoriali, si esalta nella sua vocazione poetica: d’altronde poesia viene dal greco poieo, fare. Quindi fra intraprendere e poetare ci sarebbe più di un’affinità. Evidentemente, se dalla tua agiografia imprenditoriale espungi il ruolo di Craxi, vale la pena traslare anche le tue gesta imprenditoriali sul piano simbolico.

Negli anni scorsi, al Cavaliere, si è contrapposto Prodi, l’uomo dell’IRI, il grigio burocrate. Le sue vittorie hanno avuto un duplice significato. Nella prima vittoria elettorale era ancora presente la dimensione del sogno: per quanto Prodi si presentasse come l’uomo dell’efficienza, il burocrate di professione, la sua prima vittoria fu sospinta dal sogno del “popolo della sinistra” di vincere, finalmente, le elezioni, dopo cinquant’anni di dominio democristiano e una manciata di governi “tecnici”. Prodi, però, ha riaffermato subito la natura “effimera” dei sogni: dobbiamo fare sacrifici, entrare in Europa, il Patto di stabilità e bla, bla, bla. “Italiani! Sveglia!” Il pragmatismo ed il realismo, pur dopo un’altra vittoria, sono costati alla fine a Prodi, probabilmente, la fiducia da parte degli elettori: oggi, nessuno potrebbe pensare che egli sia rieleggibile. Ed ecco, infatti, che ritorna il sogno: Veltroni. “Cambiamo. Cambiamo l’Italia. Si può fare. L’Italia ha bisogno di. Ma anche. Mettiamo insieme laici e credenti, operai e industriali”. Insomma, Veltroni, è un grande leader sognatore; proietta fortemente l’attenzione pubblica sul futuro, eccitata l’idea del cambiamento.
Poi, oggi, abbiamo Bertinotti: un nuovo tipo di sogno, forse. Nella comunicazione massmediatica egli è dipinto come l’utopista: l’uomo che vuole cambiare il sistema, che sogna un mondo più equo, di pace, di democrazia dal basso, diritti civili, responsabilità ambientale. Benchè alla sinistra abbiano ricucito addosso questa etichetta di sognatori par excellence, la comunicazione di Bertinotti, però, non utilizza sogni. D’altronde egli è l’erede del socialismo scientifico e la scienza non si trastulla. Il leader della Sinistra Arcobaleno non agita più il tecnicismo della “caduta tendenziale del saggio di profitto”, ma la sua comunicazione è, però, sempre tecnica, pur se fortemente imbevuta di umanesimo. “Il sistema economico è insostenibile”; “il paradigma energetico si basa su fonti non rinnovabili”; “il sistema sociale si articola attraverso logiche non inclusive”. Insomma, il passionario Bertinotti è il meno sognatore di tutti.

Ma, ritorniamo alla domanda iniziale: si fa bene o male a sognare in politica? Il giudizio, in realtà, non può essere formulato una volta per tutte. C’è, infatti, chi ritiene che promettere e – nella stragrande maggioranza dei casi – non mantenere sia un tratto fondamentale dei sistemi democratici che funzionano attraverso un “deficit spending simbolico”. Le logiche sono quelle della manipolazione, della costruzione del consenso e del mantenimento del potere. Per Schumpeter, Pareto, Buchanan il sogno rientra nelle strategie delle elites politiche utilizzate per ottenere potere per il potere. Questo approccio, incentrato sul potere discendente, ovvero sul ruolo degli attori istituzionali, valuta il sogno negativamente. Ci sono però altre teorie meno severe. Molti osservatori hanno considerato anche positivamente il fascino carismatico di certi leader. Il problema è che un approccio istituzionale al potere carismatico, che interpreta, cioè, il potere dall’alto verso il basso, mette in evidenza anche la natura autoritaria e leaderistica di questo government; sono leader carismatici figure positive come Lincoln, Kennedy o Churchill, ma soprattutto personaggi come Mussolini e Stalin.

Un contributo meno allarmato riguardo l’importanza dei sogni in politica, però, ci viene dagli studiosi di policies. Questo approccio si basa sull’idea che le politiche non siano esattamente ciò che ha legiferato il Leviatano, ed il potere fra governanti e governati è bidirezionale: nella catena del policy making, ci sono molti attori coinvolti, ed ognuno manipola le risorse in modo autonomo; ed il risultato reale delle politiche può essere diametralmente opposto da quanto progettato in seno alla Politica. Bryson sostiene che ciò che una policy è, è determinato da come gli attori la interpretano. Theodor Lowi, ad esempio, ha ampiamente descritto il concetto di policy making simbolico. Ciò che questi studiosi pongono in rilievo è che i discorsi, ed estensivamente, i sogni, saranno fondamentali nella costruzione dell’agenda politica, nell’interpretazione dei soggetti preposti alla implementazione della politica (governo, commissione, parlamento, regolamento amministrativo, parere amministrativo, operatore tecnico di sportello) e nella finale trasformazione della policy in un effetto reale (beneficiario finale del provvedimento). Si pensi, ad esempio, a tutti problemi interpretativi posti dall’applicazione delle norme. Da questo punto di vista, il sogno cessa di essere una proiezione del leader che investe chi è soggetto alla politica, ma diventa un interscambio fra governanti e governati.

I sogni, quindi, possono far bene alla politica: dipende dai sogni. E sta ai cittadini rimanere con gli occhi ben aperti.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)

Social Bookmarks:

Pubblicato su Economia, Filosofia, Politica e politiche, Politiche pubbliche, Sociologia | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | Lascia un commento »

L’affannosa ricerca dell’ideologia

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

E’ da molti anni che si parla di crisi o fine delle ideologie; e oggi se ne scontano i risultati.

La particolare situazione italiana che vede, dopo tangentopoli, al centro del sistema politico un partito ex-comunista, uno ex fascista ed un’invenzione mediatica di un noto tycoon delle televisioni, rende il problema ancora più esorbitante. Dalla critica marxiana dell’ideologia come “falsa coscienza” si è giunti alla speranza di trovarne una qualsiasi, non importa quanto falsa o vera possa essere: la gestazione della “cosa” e, ora del PD, ne è la riprova. Leggi il seguito di questo post »

Pubblicato su Filosofia, Politica e politiche, Politiche pubbliche, Sociologia | Contrassegnato da tag: , , , , , , | Lascia un commento »