Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

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Magdi Allam e l’uso pubblico del privato

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 28, 2008

La recente conversione di Magdi Allam al cristianesimo ha suscitato da più parti preoccupazioni e critiche. Si tratta di una inaccettabile interferenza, a detta di Allam, su scelte sovrane e libere dell’individuo. La materia del contendere, stranamente, non è né la religione né la fede ma i concetti di privato e di intimità. Al vicedirettore del Corriere viene imputato uno stile plateale che mal si addirebbe al carattere intimo e privato di una scelta religiosa, mentre i difensori di Cristiano Allam, come si è ribattezzato il giornalista, oppongono l’idea che siano pretestuose tutte le polemiche che investono proprio quello spazio dell’individuo che deve essere lasciato alla totale sovranità dell’Uomo. Allam, d’altronde, ha puntualizzato come i riti religiosi siano pubblici; nonostante una certa tendenza, potremmo dire “illuminista”, di voler circoscrivere la religione nella sfera del privato. E’ una bella battaglia. I confini fra privato e pubblico non sono mai dati una volta per tutte. Sono qualcosa di labile e controverso che coinvolge il rapporto fra individuo e poteri. Per capire la conflittualità di questo nodo vi invito ad immaginare cosa accadrebbe nel vostro animo se lo stato vi ingiungesse di sgombrare la vostra casa per un esproprio di pubblica utilità.

Eppure le moderne tecniche di controllo sociale hanno proprio puntato sulla pubblicizzazione del privato. Se da un lato è lo Stato che si fa più invasivo, legiferando su riproduzione, staminali, omosessualità, ovvero tutta una serie di campi che dovrebbero riguardare “il privato” – e da questo punto di vista l’emergere della legislazione sulla privacy è centrale – d’altra parte è proprio l’uomo che, piuttosto che fuggire l’invasività dello Stato, lo chiama in causa in continuazione. Per certi versi, in ossequio a quella logica paternalistica che sovraintende al funzionamento dello Stato keynesiano che con il welfare si “prende cura di noi”. Ecco, allora, che sono state proprie le femministe a dire “vogliamo pubblicizzare il privato”, “la sessualità è un dato politico”, per spuntare diritti civili come la riforma del diritto di famiglia. Paradossalmente non possono più dire allo Stato “non toccare la 194”, dopo averlo chiamato in causa. Allo stesso modo il caso Allam è drammaticamente pubblico. Egli ha rinunciato al riparo dell’intimità, scrivendo una lettera-confessione illuminante (magdiallam.it) e ricca di spunti politici. Ecco, quindi, che è legittimo parlare delle scelte personali di Allam perché egli stesso vuole che se ne parli. La lettera del vicedirettore del Corriere è molto interessante, sia dal punto di vista religioso, psicanalitico che politico. Anzi, potremo dire che queste ultime due categorie si sovrappongono. Allam, infatti, confessa quello che ha nel suo cuore. La pratica della confessione è infatti centrale sia nella religione, che nella psicanalisi, che nell’esercizio del potere biopolitico dello Stato. In una sorta di interscambio simbolico, anzi, sono gli ultimi due poli che hanno scippato alla religione lo strumento confessorio. La lettera aperta di Allam, quindi, ci legittima a parlare del suo intimo. E dobbiamo rilevare come la sua missiva, per quanto poetica e delicata nella sua dimensione religiosa, sottintenda un discorso politico per noi assolutamente preoccupante. Ed il fatto che la logica delle parole di Allam sia blindata attraverso il ricorso all’ispirazione religiosa, o al concetto di Verità al quale il giornalista si richiama, rende la nostra critica ancora più serrata.

La lettera del giornalista, infatti, è molto mistica e risulta di difficile comprensione anche per i cristiani “deboli”. Ma Allam non vuole far parte dei pensatori deboli o scettici: è un fiume in piena. In assoluta conformità con la dottrina Ratzinger. Dice che la sua mente “si è affrancata dall’oscurantismo di un’ideologia che legittima la menzogna e la dissimulazione, la morte violenta che induce all’omicidio e al suicidio, la cieca sottomissione e la tirannia, permettendo[gli] di aderire all’autentica religione della Verità, della Vita e della Libertà. Nella mia prima Pasqua da cristiano io non ho scoperto solo Gesù, ho scoperto per la prima volta il vero e unico Dio, che è il Dio della Fede e Ragione”. Qui, infatti, si fa chiaro riferimento alla dottrina tomistica, di cui Ratzinger è un attento interprete, dell’identità di fede e ragione. Per alcuni teologi il pensiero di San Tommaso è la forza di una religione che sa essere al passo con il progresso e la scienza. Per altri è alla base delle pretese del cattolicesimo di interloquire con la scienza in base ad una identità euristica grazie alla quale sia la religione che la scienza perseguono il razionale e, visto che ciò che è contro la fede è contro la ragione, la scienza è anche alla fede che si deve sottomettere se vuole perseguire il Logos. Il fatto che la scienza dubiti, però, non insinua dubbi nei novelli epigoni dell’aquinate.

Ma la cosa sulla quale siamo meno d’accordo con Allam è un’altra. Egli dice: “Ho così dovuto prendere atto che, al di là della contingenza che registra il sopravvento del fenomeno degli estremisti e del terrorismo islamico a livello mondiale, la radice del male è insita in un islam che è fisiologicamente violento e storicamente conflittuale”. Insomma Allam si fa interprete dell’approccio per il quale l’Islam non si accorda con la pace e la modernità. Ora, questa idea è legittima e dovrebbe essere discussa; ma è ovvio che quando si pone come verità a-problematica ed auto evidente non c’è spazio alcuno per la riflessione. Allam ha tutto il diritto di dire che il Cattolicesimo è la vera religione, l’unica razionale e che l’Islam è violento. Ci rammarichiamo, però, che nei suoi slanci mistici blindi questi argomenti che diventano epifenomeni del Logos e della luce. Da parte nostra, siamo assolutamente contro questa mistica manichea ed intollerante. Si decostruiscono le categorie altrui, ma le proprie no: sono la Verità. Eppure anche la Chiesa aveva inizialmente scomunicato la modernità (Nda, con il Sillabo, nel 1864, Pio IX condanna Liberalismo, Socialismo e pure il matrimonio civile!): non se ne avvedono i sostenitori del cattolicesimo “fisiologicamente razionale”? Cosa dovremmo farne, poi, degli islamici “fisiologicamente cattivi”? D’altronde, qualora fosse vero che l’Islam è intrinsecamente violento, c’è sempre una bella differenza fra la purezza normativa del dasein, del dover-essere, delle Idee, e la verità dell’Essere e delle persone. Allam, infatti, accoglie questa distinzione sottolineando che se il dialogo è impossibile con l’Islam, è possibile con i mussulmani. Segnaliamo solo che l’anticonformismo di Allam non concilia un clima di dialogo.

Il giornalista, da parte sua, ama le provocazioni intelligenti: non ama il politically correct e il relativismo, e vuole dire le sue verità per quanto scomode. Peccato che il senso del sacro porti con sé il senso del blasfemo, e non credo che la sensibilità di Allam non sarebbe toccata qualora un libero pensatore musulmano trinciasse simili giudizi sulla religione cristiana. Non si tratta quindi di vacuo formalismo.

Noi non abbiamo confessioni da fare; né un’anima da denudare in pubblico; né una religione a cui aderire. Solo la voglia di discutere. Forse la nostra è un’ideologia: ma non la spacciamo per Verità.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi del 30/03/08)

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Padre Pio, Lenin e il corpo

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 27, 2008

Allo scienziato Aleksej Abrikosov non si ascrivono particolari meriti scientifici; ma almeno uno è stato tale da portare i malpensanti a credere stesse barando. Egli mummificò la salma di Lenin, esposta nel mausoleo suprematista di Aleksej Ščusev, dal 1924. Lo stato di conservazione del corpo era tanto perfetto da suscitare l’idea si trattasse di una statua di cera.

La cosa non deve stupire. Quando si è aperta la cripta di Santa Maria delle Grazie, anche l’arcivescovo Domenico D’Ambrosio, ha detto che il corpo di San Padre Pio era perfetto. Il corpo del campione, del leader, del santo, recano nella propria carne lo stigma della loro forza interiore, morale o fisica. Nella nostra mitologia dei corpi, è il corpo che dà forma alla bellezza e alla nobiltà dell’anima. E’ una cosa singolare. La nostra cultura crea i concetti di corpo e anima, dai quali discendono altre fondamentali categorie euristiche attraverso le quali pensiamo il mondo – come Ragione e Sentimento, Eros e Thanatos – ma sottomette la materia alla ragione dello Spirito, per provare attraverso l’unico dato certo, il corpo, l’esistenza del polo metafisico, il pneuma, il soffio vitale. Sembra, infatti, che l’invenzione dell’anima – e la sistematizzazione del polo opposto che in difetto precisa la prima, ovvero il corpo – risalga soprattutto a Sant’Agostino che importò nell’escatologia cristiana la distinzione di anima e corpo propria di Platone; ma ancora più probabilmente di Plotino.

Il termine ebraico con il quale si descriveva il corpo che rinasce con la Resurrezione, ad esempio, è nefas che descriveva, però, l’interezza dell’essere, non un corpo disgiunto dalla Spirito. Da quel momento in poi, però, la filosofia costruirà sempre di più la mitologia del corpo. Attorno alla quale, fra l’altro, in un incessante interscambio simbolico fra religione e politica, si struttureranno varie teofanie e teleologie. L’Eucarestia è il Corpo e il Sangue di Cristo che è consustanziale, cioè della stessa sostanza, rispetto al Padre e allo Spirito Santo. Il corpo eucaristico è tanto materico da poter essere manducato, mangiato simbolicamente dai fedeli. La manducazione del corpo (simbolico?) della divinità, d’altronde, si presenta come un archetipo universale, presente sia presso le mitiche popolazioni mediterranee pre-indoeuropee, come nell’antico rito miceneo della “manducazione del Re Saggio”, sia nelle popolazioni tribali, come attestano gli studi di Durkheim sull’intichiuma.

L’esposizione del corpo di Padre Pio, quindi, scava nelle viscere della Storia e ripropone un fenomeno molto arcaico, eppure attuale. Con lo Stato moderno il potere politico diventa essenzialmente un potere sul corpo, biopolitico. Con questo termine si descrive un nuovo Stato che, piuttosto che controllare i sudditi attraverso la minaccia della morte, controlla e disciplina con una serie di pratiche che hanno per oggetto il corpo e la vita; è in questo solco che nascono la fisiognomica, la psichiatria e l’antropologia. Un esempio lampante e attuale di questo trend sono le leggi sulla procreazione, sull’aborto, sull’eutanasia. Il corpo, così, non esce mai di scena è afferma un primato politico. I cittadini sono riuniti nel corpo politico; e il corpo del politico veicola la forza dello Stato. Sia il Mussolini a torso nudo a trebbiar grano, che il maschio proletario dell’iconografia comunista, che lo scattante Cavaliere dopo il lifting, sono accumunati da una mitologia del Corpo che – quale paradosso! – vuole incarnare la giovinezza e l’immortalità della’anima, alla quale si contrapporrebbe.

E’ proprio in base al primato politico del corpo che si inscrive l’esposizione o il vilipendio del corpo. Dalla bellezza de I funerali di Togliatti di Renato Guttuso, all’obbrobrio del corpo del Duce, appeso come al macello dai partigiani. E’ proprio grazie a questa centralità che il corpo diventa un oggetto sociale, al centro di densi discorsi estetici ed etici. Il corpo va depilato, rasato, profumato, scolpito, isolato, separato, segregato, abbellito, colorato, vestito, mostrato. Non si dice, forse, che la seduzione è l’arte del celare? Per poi mostrare il corpo ad un fortunato partner?

La storia sociale degli odori di Alain Corbin, ad esempio, mette in relazione la fisiologia dell’ordine sociale con gli odori, le strategie di purificazione dello spazio pubblico attraverso la deodorizzazione dei corpi. Per il razzista, il meridionale, il nero e il rom puzzano. Il loro corpo è diverso, anormale, rozzo, deforme, sporco. Non hanno il lindore, il profumo, la freschezza, la sinuosità di un corpo di una pubblicità di Dolce e Gabbana o Benetton. Il paradosso dell’uso politico del corpo, per quanto irriverente possa suonare, è che le logiche di esposizione di Padre Pio e di un poster di moda sono simili. Anche se la Chiesa, come nel caso della malattia di Wojtyla, sottolinea l’importanza di mostrare la sofferenza, piuttosto che la potenza del corpo, per marcare la propria diversità, sarebbe preferibile fare una sola cosa. Occultare i corpi.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi del 04/03/08)

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La società della gioventù

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 17, 2008

In quale età della vita noi ci troviamo? Giovinezza, maturità, vecchiaia? Cos’è la morte e quando accade inconfutabilmente? Non scambiate queste mie banali domande per delle fantasticherie New Age o solo per un mio improvviso inebetimento senile. Vari episodi di cronaca dimostrano che queste domande sono attuali. La Cassazione ha aperto, infatti, il caso di Eluana Englaro, creando uno spazio affinchè si ritorni a parlare di eutanasia. Il dibattito etico e scientifico dimostra che, incredibilmente, non c’è consenso sulla morte. Stato vegetativo, coma irreversibile, coma persistente? Un fatto apparentemente evidente è dibattuto.

E’ un paradosso della postmodernità. Norberto Bobbio notava come gli Stati Democratici moderni fossero, in pratica, più assoluti delle monarchie assolute seicentesche, proprio perché legislavano su aspetti della vita, un tempo, confinati nella sfera del privato: embrioni, staminali, morte. La politica estende la sua sfera di influenza sulla società e la assorbe interamente. Lo Stato contemporaneo esercita un potere sulla vita degli individui “biopolitico” che non può prescindere dalla determinazione del suo opposto: la morte. Anche l’età è un problema. Una determinazione storico-sociale, piuttosto che un dato biologico, si direbbe. Sorpresi? Padoa-Schioppa è recentemente scivolato sulla gaffe dei “bamboccioni”. Egli guardava attraverso le lenti di una società pre-moderna. I sociologi ci dicono che le difficoltà del mercato del lavoro, la lunghezza degli studi fra lauree di I e II livello, Specializzazioni, Master, Dottorati e Tirocini e l’impossibilità di emanciparsi economicamente dalle opulenti famiglie pasciute all’ombra di un paternalistico stato sociale keynesiano, espandono i confini dell’adolescenza fino ad i trent’anni (!). Achille guerreggiava con Troia a 15 anni (ma era un semidio, in fondo), Alessandro Magno conquistava il suo impero a 21, ma la maggior parte dei “ragazzi” italiani trentenni, fra contratti a termine e a progetto, prende ancora i soldi dalla “borsetta di mammà”. I conti, però, tornano: se Veltroni viene salutato come “il nuovo” alla guida del PD, è ovvio che un trentenne sia un pischello. Già; e la vecchiaia dov’è? Ai nostri arzilli vecchietti non basta più di essere definiti eufemisticamente “terza età”. Cedere il posto ad un anziano su un bus può costarvi l’ira del beneficiato della gentilezza. Ottuagenari protagonisti dello spettacolo, tirati in lifting e sotto abuso di Viagra e pillolame vario, dichiarano alle riviste di gossip di sentirsi giovani, scattanti, pronti a tuffarsi in nuove avventure lavorative ed amorose. Le conseguenze di queste improvvide dichiarazioni è che l’età pensionabile verrà alzata e i giovani bamboccioni moriranno sul posto di lavoro, se ce l’avranno mai. In fin dei conti il lavoratore intellettuale può lavorare fin quando le sue facoltà lo consentono, e la terza età di oggi non è la vecchiezza di un tempo. Certo: l’età è una variabile dipendente dalla società in cui viviamo. Le fresche fanciulle in età da marito dell’Ottocento hanno poi studiato per emanciparsi (e ancora si devono emancipare completamente, con buona probabilità) e l’età dei matrimoni e schizzata più in là. Vent’anni per una donna non sono più l’età del matrimonio. Stante le difficoltà lavorative odierne, c’è da aspettarsi che anche l’età per avere figli si sposti; grazie alla scienza che muove le lancette dell’orologio biologico. Ma mentre l’età si dilata, fedele all’assunto che il tempo è relativo, la grande assente è la morte. Lo “scandalo” della morte è da sempre elaborato psicoanaliticamente dalle società umane attraverso il rito. Lo stesso “senso della morte” nelle nostre società ha subìto delle profonde trasformazioni. Philippe Aries parla del passaggio fra medioevo ed età moderna, dalla “morte addomesticata”, alla “morte proibita”. La prima è una morte pubblica e preparata ritualmente; dove il guerriero si eterna e il religioso si sacrifica come Cristo in croce, attraverso “mortificazioni”, cilici e martiri. Anche l’eroe romantico emula la simbologia cristiana, perché Cristo si immola per l’amore dell’umanità e Werther per amore dell’amata; la morte è percepita come un evento naturale, al centro del discorso pubblico. La “morte proibita” è, invece, privata, occultata e temuta. Allo stesso malato terminale l’equipe medica nasconde la verità. Il moribondo è sottratto al teatro della tragica rappresentazione della dipartita. Muore nell’asetticità di una stanza illuminata dal neon. Viene poi truccato affinchè non lo si mostri come morto. La morte non deve essere vista, anzi l’uomo tenta di ingannarla, dissimularla. La contemporaneità segna un ulteriore passaggio. Mentre lo Stato normativizza il concetto (morte celebrale, testamento biologico o patrimoniale), la società degli “adolescenti trentenni”, dei “giovani cinquantenni”, dove il culto della bellezza e della giovinezza è officiato, non solo dalla cultura bassa della TV, ma dalla cultura alta, borghese e legittima, dove anziani-biologici leader politici si sottopongono al lifting e si fanno ritrarre con maglioncini sportivi su barche a vela, bene, questo mondo espunge la morte da ogni narrazione. La morte dolorosa e sofferente di Wojtyla è un’eccezione. La morte semplicemente non c’è più.

Ma come può una società che non elabora la morte pensare la vita?

 

Alessio Postiglione

(pubblicato su Notizie Verdi)

 

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Aborto: quando la società espropria l’individuo

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 13, 2008

La proprietà privata può essere espropriata in casi di pubblica utilità. Esiste una ragione per la quale possiamo espropriare la donna del suo corpo? Che ruolo hanno i saperi, le scienze e la morale nel controllo delle coscienze?

L’aborto, l’individuo e la morale hanno sempre combattuto una battaglia biopolitica, e non è un caso che il tema sia ancora al centro del dibattito.

Ferrara ha confessato che porterà avanti la sua campagna pro-life, anche senza il placet del Centro-Destra, perchè si tratta di una battaglia superpolitica, etica. Questa constatazione non fa che preoccuparci ancora di più, giacchè la subordinazione delle donne nelle nostre società è stata resa possibile e socialmente accettabile attraverso meccanismi di spersonalizzazione del dominio che, di volta in volta, assumevano i connotati di categorie trascendenti quali morale, Stato, buon costume, Natura. Ferrara dice di non essere contro le donne, ma di essere contro un modello culturale edonista che rimuove l’assassinio che si cela nell’aborto e ne tace le caratteristiche di selezione della razza che sempre più spesso assume. L’abile polemista gioca con le parole: eu-ge-ne-ti-ca, scandisce; con-ce-pi-men-to, insiste. L’aborto, a suo dire, si è trasformato da lecito in moralmente legittimo e, soprattutto, in procedura eugenetica.

Ferrara ha avuto buon gioco nel portare acqua al suo mulino informando i lettori del Foglio su cosa sia la sindrome di Klinefelter che affliggeva il feto abortito e poi sequestrato dalla polizia di Napoli. Si tratta di una alterazione cromosomica che fa nascere bambini affetti da ipogonadismo, ovvero testicoli piccoli. Esistono delle probabilità, stimabili intorno al 40%, che i soggetti affetti da questa sindrome sviluppino dei ritardi mentali; sono più inclini ad ammalarsi di diabete e di osteoporosi; ma è ancora più probabile che siano degli individui come tutti gli altri, anche se necessitano di un particolare supporto medico e psicologico. Ferrara incalza: è ammissibile abortire per non mettere al mondo un figlio che, forse, non è un malato cronico e disperato, ma solo un diverso, con meno muscoli e meno peli di un maschio normale? Sono argomentazioni interessanti: peccato che Ferrara, parlando di eugenetica e morale, operi quelle stesse rimozioni che imputa alle femministe.

L’aborto e l’infanticidio sono una pratica bi millenaria ed un campo di battaglia della guerra ombra, silenziosa, fra individuo, non solo le donne, e la società, al fine di determinare i limes fra pubblico e privato.

L’antropologia e la storia ci spiegano che esistono ed esistevano civiltà che permettevano e legittimavano queste pratiche, altre che le avversavano. Questo perché tutte le società tendono a rendere pubblico il sesso che deve essere sottratto alla sfera privata nella misura in cui dalla normazione delle attività sessuali individuali, dipendono i benefici collettivi della comunità. Nelle società della scarsità e della povertà – che sono tutte le società della Storia, con l’eccezione di quelle Occidentali dal Novecento in poi – c’erano gruppi che, in tempo di carestie, ricorrevano all’infanticidio come pratica volta a mantenere il controllo demografico. Per quanto la cosa possa essere repellente, era, ed ancora è lo stato delle cose, per chi vive nei loculi del Cairo o nelle favelas di Rio.

Il paradigma dominante, comunque, accolto nel Cristianesimo e nell’Islam, ad esempio, è quello della proibizione dell’aborto e dell’infanticidio; carestie e guerre mietono molte vittime nell’Europa del Medioevo. Fate dieci figli, tanto ne diventeranno adulti forse tre. La società, per sopravvivere, deve sconsigliare agli individui di sbarazzarsi dei nascituri. “I popoli forti, sono popoli fecondi”, diceva Mussolini: infatti, fino al Novecento, si è convinti che la quantità è la forza di una Nazione; gli uomini sono carne da cannone e anche ai proletari è resa più tollerabile la loro condizione nella misura in cui hanno una ricchezza: la prole, dalla quale prendono il nome.

La crescita democratica e liberale dello Stato e le trasformazioni sociali occorse nel dopoguerra, reintegrano le donne della responsabilità sul proprio corpo. Le logiche economiche favoriscono differenti politiche demografiche. Ma ciò non di meno, continuano ad esserci centri di produzione del sapere che, anche inconsciamente, non sono disponibili a cedere quello che avevano espropriato. Il controllo del corpo coincide con il controllo della mente e quello sociale. La controbattaglia sull’aborto è, quindi, parte di un progetto di restaurazione ad opera di quei gruppi che si sono indeboliti con l’avvento del liberalismo: che, d’altronde, fu avversato e anche scomunicato.

Ritorniamo, allora, al merito delle obiezioni di Ferrara. Quando nasca la vita, e l’aborto sia assimilabile ad un omicidio, pertiene al campo delle ipotesi. Ogni religione ha un’idea, e lo stesso dibattito è attivo fra gli scienziati. Parlare di assassinio è fuorviante ed è basato solo su una in-ter-pre-ta-zio-ne personale. La società compie aborti eugenetici? Io chiederei a Ferrara: può la società imporre morali, i cui costi ricadono sugli individui? Non dubito che ci siano gli imbecilli che sono pronti ad abortire bambini solo perché non siano belli e perfetti. Nelle nostre società, i bambini, come le mogli/mariti, come i cani e le macchine possono essere uno status symbol. Ferrara, però, prima di parlare di “assassinio a Napoli” dovrebbe chiedersi: le cure, l’impegno, i soldi e l’attenzione di cui un piccolo affetto dalla sindrome di Klinefelter necessita, erano nelle disponibilità della donna di Napoli? Che, fra l’altro, era sola; del padre non vi è traccia.

Nella nostra società iniqua, la maternità, qualsiasi maternità, è diventato un diritto che costa caro. Non è né può essere un dovere pubblico.

Chi ha cuore i diritti dei nascituri, dovrebbe porre prima il problema dei diritti dei nati.

“I cattolici rivendicano le loro libertà in base ai principi nostri e negano le nostre libertà in base ai principi loro”. Gaetano Salvemini

Alessio Postiglione

(pubblicato su Notizie Verdi)

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