Pubblicato da brasseriefoucault su Luglio 11, 2008
La strada che conduce all’inferno è lastricata di buone intenzioni, dicono gli inglesi. E la politica non fa eccezione. Il ruolo giocato dai biocarburanti – che a questo punto si potrebbero benissimo ribattezzare tanatocarburanti – nella recente biocarburanti sembra essere un buon esempio.
La faccenda ci consente di sostenere come l’ambiguità delle politiche possa dispiegare effetti assolutamente contrari alle premesse di partenza. E, là dove l’ambiguità è voluta, ciò è possibile attraverso la machiavellica capacità dei decisori di manipolare il capitale simbolico dei gruppi di pressione di opposizione. Facciamo il punto. Come già sostenuto su queste pagine, l’amministrazione americana aveva avuto un’inaspettata svolta verde. Basta petrolio, guerre per il petrolio, eccetera. Puntiamo sui carburanti ecologici per sottrarci al ricatto degli Stati canaglia produttori di greggio. Un buon modo per quadrare il cerchio fra le esigenze di realpolitik, la riduzione dell’inquinamento legata ai combustibili fossili, soddisfare un’opinione pubblica sensibile alle tematiche verdi.

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Oggi, ahinoi, nel valutare gli effetti di queste misure, ci accorgiamo che gli obiettivi sono stati assolutamente disattesi, al meno per quanto riguarda gli aspetti che erano stati patrocinati dai gruppi progressisti ed ambientalisti. Il recente aumento nella produzione di biocarburanti è, infatti, una concausa della crisi dell’aumento del prezzo del cibo. La riconversione di terre destinate alla produzione agricola alla produzione di biofuel ha ingenerato una riduzione dell’offerta della materia prima ed un aumento del prezzo del bene finale.
Ma il gioco non è semplicemente “ambiente Vs poveri”, come già successo altre volte nelle relazioni internazionali fra Stati eco sensibili perché ricchi e i Paesi di più recente industrializzazione pronti a devastare l’ambiente pur di veder migliorare le proprie condizioni di vita. Vari studi stanno evidenziando come il ciclo totale di produzione dei biocarburanti attualmente in uso generi più gas serra rispetto ai combustibili fossili. Le colture utilizzate per il biofuel, infatti, assorbono meno CO2 rispetto le altre coltivazioni che rimpiazzano. Insomma, una politica che doveva essere ambientalista e progressista si svela regressiva ed inquinante. Come è possibile? Grazie all’intrinseca ambiguità delle politiche.
Lungo l’iter decisionale, gli attori impegnati nel policy making possono manipolare il provvedimento a vari livelli fino a cambiarne sostanzialmente la natura, grazie ad una ambiguità politica che, lungi dall’essere avversata dalla classe dirigente, è incoraggiata, anche se “sotto banco”. I politici, in genere, hanno due obiettivi: mantenere la poltrona il più a lungo possibile ed implementare le politiche che favoriscano il gruppo d’interesse di cui sono espressione.
Sono, quindi, a loro agio in un ambiente decisionale fumoso che consenta loro di approvare provvedimenti che poco o nulla hanno a che fare con “il bene comune” e che renda impossibile una chiara imputazione delle responsabilità da parte dell’opinione pubblica che, da parte sua, si trova in una chiara situazione di asimmetria informativa cronica.
Venendo all’Italia, un buon esempio è proprio il decreto sicurezza, dove Berlusconi ha cercato di infilare norme ad personam per risolvere i suoi guai giudiziari.
Il caso del biocarburante, però, ci dice di più. Bush è riuscito a manipolare un capitale simbolico ambientalista e di sinistra per raggiungere obiettivi di segno completamente opposto. Partiamo da Bush perché il cuore della crisi è negli States. Gli Stati Uniti sono il più grande produttore globale di biocarburanti, quindi, a meno che l’amministrazione attuale non inverta la rotta, nulla o poco cambierà sul prezzo del cibo. Ma se ora l’appoggio dei progressisti e degli ambientalisti è venuto meno, l’opzione biofuel ha già saldato le file dei soli veri beneficiari.
Ed il nulla di fatto raggiunto nell’ultimo G8 sul prezzo del cibo ne è la prova. Per l’UE e l’America i sussidi pubblici per il biofuel non sono stati altro che una distorsione di mercato per proteggere il settore agricolo dei Paesi industrializzati. Una politica che, notoriamente, danneggia i Paesi del Sud del mondo e che molte lobby occidentali perseguono grazie all’ambiguità politica. Una strategia che potremmo riassumere nel principio secondo il quale va praticato il liberismo solo nei settori dove siamo forti ed il protezionismo in tutti gli altri. Non c’è nulla di male che i governi perseguano interessi di parte. Ma, per cortesia: smettiamola con la menzogna dei politici di destra che fanno politiche progressiste ed ambientaliste.
Alessio Postiglione
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Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 15, 2008
La stragrande maggioranza degli osservatori concordano su un punto. L’obiettivo della Sicurezza Nazionale, sulla quale Bush jr ha costruito la sua fortuna politica, è stato ampiamente mancato dall’attuale governo americano. Possiamo affermare senza paura di essere smentiti che tutte le politiche militari statunitensi dell’attuale amministrazione siano state un fallimento. D’altronde Jeremy Rifkin ha recentemente fatto i conti sulla guerra in Iraq, svelando le colossali cifre buttate dal governo. Ma per quanto costosa ed immorale, la guerra avrebbe potuto avere un senso, almeno per i cittadini americani, se avesse garantito un rafforzamento della Sicurezza Nazionale. La Patria è ben difesa, in qualsiasi modo la si difenda, chiosava Machiavelli. Ma, anche qua, i machiavellici neocon mentori delle politiche di Bush, hanno toppato. I realisti sostenitori della teoria per la quale le democrazia si potrebbe esportare manu militari non sono mai domi, però. Il loro pallino ha un nome e cognome: David Petraeus. Bush, dopo aver registrato incredibili insuccessi nel tentativo di stabilizzare il Medioriente con le strategie fin a quel momento implementate, il gennaio dell’anno scorso decide di cambiare tutto. S’erano da poco concluse le elezioni di midterm che la leader democratica Nancy Pelosi aveva definito un “referendum sull’Iraq”: una sonora sconfitta per i Repubblicani. Era chiaro che il Paese voleva ritirarsi dall’Iraq. George W. Bush pensò bene che il fallimento della strategia militare americana non era legata al fatto che c’erano troppi americani nell’area, ma troppo pochi. Ed ecco che dava il ben servito al generale George Casey ed incardinava David Petraeus. Effettivamente, si trattava di un’altra musica. Mentre Casey e i suoi uomini erano completamente all’oscuro dei problemi ambientali – in pratica si trattava di militari tout court che ignoravano tutto della scena irachena e sparavano qualsiasi cosa si muovesse come in un film di Tarantino – Petraeus è un plurilaureato alfabettizato anche su problematiche di tipo sociale ed antropologico. Ciò non di meno, in soldoni, quella che è stata definita variamente “dottrina Petraeus” o “surge” era un aumento quantitativo, anche se qualitativo, delle truppe. Mentre i Repubblicani gongolavano incensando la sensibilità da orientalista del nuovo generale, infuriavano le polemiche.
La Casa Bianca e il generale stesso producevano report che evidenziavano una riduzione nelle perdite umane ed un aumento della sicurezza, mentre stampa, indipendenti e Democratici dicevano che si trattava di fandonie, dati manipolati, cherry picking. Con il surge, Bush sperava di raccogliere qualche risultato, anche solo un nuovo sostegno da parte dell’opinione pubblica americana alle strategie militari in atto. La verità viene fuori ora con l’uscita dell’ultimo report Confidence in U.S. Foreign Policy Index (CFPI) elaborato da Public Agenda e dalla Ford Foundation. Il lavoro copre ogni aspetto della politica estera statunitense ed ha messo a punto degli indici in grado di restituirci gli “indicatori d’ansia” degli elettori in modo da tracciare le opinioni dei cittadini riguardo i temi chiave, a partire dal senso di sicurezza e dalla valutazione dell’azione governativa. Per Bush è una bocciatura. Gli americani avvertono un crescente senso di insicurezza nazionale e nutrono una crescente sfiducia verso tutti i tipi di azioni militari in Iraq, siano esse soft, come nel caso del surge, o hard, come quelle neocon precedenti.
“Il Congresso e l’Amministrazione sembrano essere isolati dal pubblico”, nota Daniel Yankelovich di Public Agenda (Fonte: Public Agenda). Il CFPI dimostra che un possibile effetto Petraeus su un cambio di valutazione da parte dell’opinione pubblica riguardo la presenza americana in Iraq è minimo, se non nullo. Ma i bocconi amari per Bush non finiscono qua. Il senso di insicurezza cresce anche per la sfiducia degli elettori verso altre policies, tradizionalmente considerate “repubblicane”, clamorosamente toppate dal Presidente: come quelle concernenti un maggiore rigore sull’immigrazione clandestina, la riduzione della dipendenza energetica e financo il “military edge”, che significa investimenti e ricerca nel settore militare.
Le poll dicono che due terzi degli americani si vogliono ritirare dall’Iraq, di cui il 48 per cento entro un anno e il 19 per cento subito. Il 60 per cento non crede che la sicurezza nazionale dipenda da come vadano le cose in Iraq ed il 52 per cento è convinto assolutamente che il governo abbia mentito su tutta la linea.
La dottrina Petraeus è servita.
Alessio Postiglione
(Pubblicato su Notizie Verdi)
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Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008
Il piano del Presidente Bush di realizzare lo Scudo Spaziale, o meglio quella parte dello SDI, Strategic Defensive Initiative, previsto in Europa, è stato bloccato al Congresso.
Le camere hanno tagliato 139 milioni di dollari dai 310 che servirebbero per realizzare lo scudo. Ciò significa che le postazioni radar in Repubblica Ceca si faranno; ma il sistema di intercettamento missilistico che si sarebbe dovuto realizzare in Polonia, ovvero la parte più controversa e per la quale si è accesa la polemica con Putin, non si realizzerà. Almeno per ora. Il presidente della Commissione Parlamentare che ha bloccato i fondi, John Murtha, ha detto che Bush deve convincere il Congresso che questo fantasmagorico sistema antimissile sia utile. L’arma del veto sui budget è il mezzo che le Camere hanno negli USA per influenzare la politica di Bush. Questo stop al Congresso pesa molto su un progetto politico discutibile e che ha sollevato molte tensioni internazionali. I parlamentari, infatti, piuttosto che sostenere un programma di difesa i cui benefici sarebbero nella lunga durata, sembrano più propensi a finanziare progetti a breve termine. Necessari, non solo nell’ottica della costruzione del consenso o per scopi elettorali, ma soprattutto per porre rimedio ad una serie di emergenze sociali che conseguono all’essere un paese in guerra. Il Congresso è infatti attualmente orientato nel migliorare l’assistenza sanitaria per i reduci ed ad aumentare gli stipendi dei soldati. Lo scandalo dei marines ammalati di cancro per l’uranio impoverito o abbandonati al loro ritorno in patria, commesso in occasione delle ultime guerre in cui sono stati impegnati gli USA, è assolutamente un errore da evitare.
Allo stato attuale, con la bocciatura dello scudo in Polonia, il governo procede in modo casuale con singoli accordi bilaterali. Per ora Bush ha ottenuto dal Regno Unito l’autorizzazione a potenziare la base di Menwith Hill nello Yorkshire e il via libera su un progetto che prevede la costruzione di una nuova stazione radar nelle vicinanze della stessa base. Le due strutture sarebbero parte dello Scudo Spaziale; certo, senza la Polonia, il progetto resta monco e per ora rappresenta solo un aggravio di costi. Fra l’altro, la boutade di Putin, tanto contrario al progetto americano al punto di dichiarare che avrebbe puntato i suoi missili contro l’Europa, continua a pesare. Non è semplice, quindi, prevedere un futuro roseo per il programma di Bush. Il Presidente, in base al sistema politico americano, potrebbe superare il veto parlamentare, ma è improbabile che lo faccia: la fronda congressuale è, infatti, bipartisan. I Rappresentanti sono più consapevoli dei rischi che l’unilateralismo di Bush comporterebbero per la nazione e, ora che i falchi neocon volano basso dopo tutte le batoste prese sull’Iraq, considerata unanimamente un’avventura fallimentare, sembra giunta l’ora di rimettere in discussione anche lo scudo. Almeno questo progetto, senza il consenso di Mosca. Il tentativo di convincere Putin che lo scudo è progettato unicamente contro il pericolo nucleare iraniano e non anche contro la Russia, sono caduti nel vuoto.
Stretto fra la bocciatura al Congresso e l’ostilità del Cremlino, la non-strategia di implementare in modo casuale uno scudo che scudo non è, potrebbe essere un altro cattivo esempio, da parte di Bush, di come scialacquare i soldi dei contribuenti. E si sa che gli americani sono sempre molto sensibili su come si spendono i loro soldi.
Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi il 29 07 07)
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