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La guerra e l’Europa

Pubblicato da brasseriefoucault su Dicembre 5, 2008

Ma c’è davvero la pace in Europa?
Dall’Irlanda a Cipro, dall’Ossezia del Sud ai Paesi Baschi, tutte le micce della polveriera

Con la dichiarazione del 9 maggio 1950 di Robert Schuman e Jean Monnet nasceva l’idea di una casa comune europea e di un futuro di pace. Non siamo certi che la pace sia stata realizzata nell’Europa politica. Di sicuro non c’è nell’Europa geografica.

rosa

Alcuni conflitti ci vengono raccontati come lontani, esotici, stigma dell’arcaicità degli altri. In realtà riguardano noi, il qui e l’ora. Il conflitto è endemico: è presente nel centro Cipro, Irlanda, Paesi Baschi, Balcani – e nella periferia Caucaso, problema Curdo. A volte è solo una tensione identitaria, come nel caso delle piccole patrie. O solo un problema geopolitico: come per le basi russe disseminate fra Crimea, Kaliningrad e Moldavia. Ma tensione e conflitto sono i due estremi di una situazione che è permanente.


I conflitti periferici dell’Est, in particolare, sono centrali dal punto di vista energetico. Partiamo dal Caucaso; una regione estremamente ricca di risorse naturali: gas, petrolio, ma anche zinco, oro, carbone, uranio. Il mosaico etnico e religioso dell’area è estremamente vario. Ci sono cristiani – ortodossi e armeni – e musulmani – sciiti, sunniti e salafiti. Popolazioni di ceppo caucasico – come i Georgiani o i Daghestani –, indoeuropeo – Persiani, Curdi, Greci, Slavi -, gruppi turcofoni e mongoli.

L’ultimo conflitto in ordine di tempo è quello russo-georgiano per Abcazia e Sud Ossezia. Con l’autonomia de facto di queste due enclavi russe, Mosca ha ottenuto tre obiettivi strategici.

  1. Rafforzare il proprio confine con la costruzione di due nuove basi militari che apriranno nel 2009, a Gudauta e Tskhinvali.
  2. Circondare i giacimenti di gas e gli oleodotti Azeri sul Mar Caspio di “territori filo-russi” e spingere l’Azerbaigian filo-americano verso Mosca.
  3. Frustrare i tentativi europei di costruire la pipeline Nabucco, costretta a fare zigzag fra Ossezia, Abcazia e Nagorno, altro territorio instabile a causa di un conflitto armeno-azero.

La cifra comune dei conflitti nella periferia Est è quella di essere legata al desiderio di Mosca di proteggere le proprie risorse energetiche dall’Europa Occidentale e rafforzare i propri confini in chiave anti turca – la Turchia ha interessi transcaucasici ed affinità linguistica con Uzbekistan, Kazakistan e Turkmenistan – ed anti iraniana.

Il fronte iraniano, inoltre, è la concausa dei conflitti ciscaucasici. Teheran è indiziata di essere fra i finanziatori dei movimenti jihadisti protagonisti del conflitto ceceno: l’Emirato Caucasico, dichiarato dal movimento islamista separatista nel 2007, includerebbe Cecenia, Daghestan, Inguscezia, Stavropol, Kabardin-Balkar, Krasnodar, Karachai-Circassian, Nord-Ossezia and Adighezia.

Per fortuna della Russia, anche Turchia e Iran hanno i loro problemi, soprattutto divisioni religiose ed etniche. Basti pensare ai Curdi presenti in Turchia o agli Azeri di Persia, che sono giusto il doppio di quelli che vivono in Azerbaigian. La politica Russa verso Occidente, che è lo speculare rovescio del tedesco Drag nach Osten, continua verso nord, fino al Baltico, in Lettonia e Lituania, dove le consistenti minoranze russofone ereditate dallo stalinismo cominciano ad alzare la voce.

Anche l’involuzione della Rivoluzione Arancione ucraina è legata agli interessi di Mosca che continua a destabilizzare il Paese attraverso la rivendicazione della proprietà della Crimea.
Il Cremlino, inoltre, non ha problemi a riconoscere l’indipendenza della Transnistria dalla Moldavia; anche lì, ci sono basi militari russe. Le basi, sparse da Kaliningrad alle isole Curili, riproducono esattamente i vecchi confini dell’URSS.

La “finestra sul Baltico” della Russia, inoltre, è destinata guadagnare sempre maggiore centralità geopolitica.
Per rispondere all’istallazione delle basi americane in Boemia e Polonia relative allo scudo spaziale, il Cremlino ha intenzione di istallare i propri missili proprio a Kaliningrad.

Ma le guerre europee non si limitano agli strascichi lasciati dalla dominazione sovietica. Se la divisione in due di Cipro e la questione nordirlandese viaggiano a rapidi passi verso una soluzione politica definitiva, nei Paesi Baschi la lotta armata separatista ha ripreso vigore in assenza di un processo di pace condiviso: mentre il Kosovo rimane un grande punto interrogativo piantato nel cuore dei Balcani, laddove si trascinano le infinite dispute tra Croazia e Serbia, giunte fino alla Corte Internazionale dell’Aja.

Fuochi sotto la cenere covano invece in Sardegna e Corsica dove violenze quasi quotidiane hanno il sapore di una guerriglia a bassissima intensità, non per questo meno pericolosa. Non è certo il caso di strapparsi le vesti per qualche bomba carta, almeno fin quando i radicati sentimenti identitari non si sentiranno minacciati dall’incapacità dei governi di rispondere ai bisogni dei territori.

Alessio Postiglione & Bruno Picozzi


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Georgia: Saakashvili ancora presidente

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 13, 2008

Dopo la risicata vittoria delle ultime recenti presidenziali, il Presidente Mikheil Saakashvili è obbligato a cercare un dialogo costruttivo con l’opposizione. Egli fu fra i protagonisti della Rivoluzione Rosa che nel 2003 avrebbe dovuto traghettare la Georgia verso un nuovo futuro “Occidentale” di benessere, prosperità e democrazia. E soprattutto lontano dalla sfera di influenza di Mosca: che non si arrendeva all’idea di abbandonare una delle nazioni strategicamente più importanti del Caucaso. Da qui passano i gasdotti dell’heartland: non solo quelli del mar Caspio, dove se scavi con le mani nelle a terra ti ritrovi i polpastrelli unti e tinti del nero del petrolio; ma anche le pipeline che corrono verso l’Estremo Oriente, le vene nere di terre martoriate e sbandate, dove i vecchi parlavano tutti russo e i giovani, pur fregandosene di Mosca, devono capire ancora da che parte stare. La Georgia è vitale per Putin; e lo è anche per l’Europa. I gasdotti georgiani sboccano in Turchia sul Bosforo e possono bypassare Mosca, rendendo l’Ue più indipendente dagli umori del Cremino. O, viceversa, la Russia può blindare con Tblisi tutti gli approvvigionamenti europei che provengono dall’Asia, affermando la propria supremazia energetica, almeno quella basata su questi paradigmi.
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