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La Cina e la “battaglia legale”, cosa c’è dietro il caso Impeccable

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 22, 2009

Pechino vuole riscrivere il diritto del mare, mettere le mani su risorse e territori e rafforzare i propri confini

L’ultimo incidente, all’inizio del mese, fra alcune navi militari cinesi e l’incrociatore americano Impeccable, al largo dell’isola di Hainan, nel mar Cinese, è l’ultimo di una serie di conflitti che Pechino ha ingaggiato con la comunità internazionale sul diritto del mare e sulla titolarità di alcune isole del Pacifico.
Fonti americane parlano di intimidazione militare alla Impeccable. I cinesi avrebbero fisicamente bloccato la nave e le attività di posa di materiali tecnici sul fondale. Manovre americane senza permessi, ribatte Pechino: ed in una zona di giurisdizione esclusiva cinese.impeccable

Per Pechino, gli americani non avevano il diritto legale di stare lì. Ma cosa ci dice il diritto? Poco.
La Cina, infatti, è fra le potenze emergenti che vogliono riscrivere il diritto del mare. Per plasmarlo sui propri interessi. Partiamo da un dato geostrategico regionale. In quella parte del Pacifico, esistono molte isole il cui status territoriale è disputato. E’ il caso delle isole Diaoyu/Senkaku, rivendicate da Cina, Giappone e Taiwan; delle isole Curili, disputate fra Russia e Giappone; delle isole Paracel, contese fra Vietnam, Cina e Taiwan, ricchissime di petrolio e gas.

Le origini di questi contenziosi è legato al colonialismo. Francesi e inglesi, quando hanno abbandonato queste isole, le hanno alienate con accordi commerciali non rispettosi della storia o della composizione etnica dei territori. Alcune isole rivendicate dalla Cina, inoltre, sono state cedute al tempo dell’occupazione Giapponese o dal Kuomintang (il governo nazionalista precedente alla rivoluzione di Maozedong) e la legittimità di quelle scelte sono state sempre negate da Pechino. Piccolissime ma importantissime isole, quindi.

Oltre al gas, infatti, è attraverso la titolarità delle isole che si traccia la linea del “mare territoriale”, quella porzione di mare assimilabile alla terraferma per i poteri sovrani che lo Stato costiero può esercitare. Bisogna, quindi, capire come funziona il diritto del mare.

Il diritto internazionale, infatti, ha sempre postulato la libertà dei mari. All’epoca, gli europei, i più forti dal punto di vista tecnologico, erano gli unici che potevano godere di questa libertà.
Da quando le tecnologie hanno permesso lo sfruttamento delle risorse presenti sui fondali, il diritto si è spinto nella direzione della demanializzazione dei mari. Sono state soprattutto le ex colonie a spingere in questa direzione; giacché l’occidente faceva quello che voleva in tutte le acque.
Bisogna tenere presente, però, che gran parte del diritto del mare non è consuetudinario – cioè valevole per tutti – ma convenzionale, ovvero si applica solo a chi sottoscrive gli accordi. Scrivere un accordo bene, fra l’altro, è importante perché, laddove esista ciò che i tecnici chiamano opinio juris ac necessitatis, quella regola convenzionale si trasforma in diritto cogente e universale.

Oltre al mare territoriale, ci sono altri istituti giuridici. Come la piattaforma territoriale – il prolungamento della nazione sott’acqua – e la zee, zona economica esclusiva, estesa fino e 200 miglia marine dalla costa.
Il caso Impeccable è il seguente: la Cina sostiene di possedere, nella sua zee, il diritto di impedire il passaggio di navi militari straniere in missione.
Mentre l’opinione più diffusa è che le altre nazioni abbiano diritti di libertà di navigazione, di sorvolo, di posa di condotta di cavi sottomarini e financo di sfruttamento della pesca, qualora lo Stato titolare abbia già pescato quanto è nel suo fabbisogno (un dato che dovrebbe essere previsto dalle leggi nazionali, ma che tutti i Paesi si guardano bene dal fissare…).
L’incidente Impeccabile, dunque, sarebbe capitato proprio nella zee cinese.

Ma a chi giova una riforma della zee? Alla Cina, sicuramente.
Il governo cinese ha prodotto, infatti, un Libro bianco sulla Difesa dove punta molto su questa lawfare, o battaglia legale: parte integrante di un progetto di tutela degli interessi cinesi su scala globale.
Certamente, ci sono interessi economici dietro: ma non solo. Pechino, infatti, teme molto le Littoral Combat Ships ed il sistema americano di guerra anfibia: si tratta di una flotta che potrebbe sferrare un attacco micidiale sulla terraferma cinese, partendo proprio dalla zee di Pechino. Ecco perché è fondamentale che lì gli americani non possano vantare neanche servitù di passaggio, senza autorizzazione cinese.

Anche il problema degli isolotti contesi non è di poco conto: perché la zee si misura a partire dal mare territoriale che è delimitato dalle isole, non dalla costa. Non ostante gli attriti con Tokyo e Taipei, è, tuttavia, probabile che la Cina avvii un processo di distensione con gli altri attori asiatici. Per concentrare la propria strategia in chiave anti-americana. A giugno, ad esempio, i governi di Pechino e Tokyo hanno raggiunto un accordo storico per la delimitazione delle proprie piattaforme continentali e per lo sfruttamento congiunto delle riserve, a lungo contese, di Longjing.

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Osservatorio Pena di Morte: Cina, lo splendore dei supplizi

Pubblicato da brasseriefoucault su Gennaio 8, 2009

Pechino, disastro dei diritti umani, con processi-farsa e condanne a morte per tantissimi crimini, anche non violenti. E’ il volto truce di un Leviatano sulla via (lunga) della democratizzazione

La Cina è il primo Paese al mondo per numero di condanne a morte, persone in attesa di esecuzione, numero di crimini per i quali è prevista la pena capitale, rapidità di processo ed esecuzione.

La forza di questo “primato” è ancora più macabra se si pensa che i dati reali sono, con buona probabilità, almeno il doppio rispetto a quelli ufficiali.Ronda dei carcerati di V. van Gogh

Lo stesso governo cinese, infatti, mantiene il segreto di Stato su questa contabilità dell’orrore. 470 sono stati i giustiziati resi pubblici nel 2007 dalle autorità di Pechino; ma Amnesty International afferma che la cifra reale oscilla fra le 8.000 e le 15.000 unità.
La pena capitale, inoltre, è impartita per una pletora di crimini – circa 70 illeciti previsti dall’ordinamento – anche non violenti, come l’evasione fiscale e il falso in atto pubblico.

Come se tutto ciò non bastasse, le associazioni di diritti umani hanno accertato flagranti violazioni anche sul piano squisitamente processuale; come torture al fine di estorcere confessioni, impossibilità di organizzare la difesa e di contattare avvocati da parte dei condannati, etc.

Negli anni recenti è aumentata la pressione internazionale per spingere il governo cinese a rivedere la sua posizione sulla pena di morte.
Anche la autorità hanno palesato (a parole) una certa disponibilità a riformare il sistema.
Nel 2007, infatti, quel perverso meccanismo di automazione fra processo ed esecuzione è stato frenato con l’introduzione di un parere vincolante da parte della Corte Suprema di Pechino, prima che il boia entri in azione. Ciò non ostante, la realtà è ancora nascosta all’opinione pubblica mondiale; mentre i dati ufficiali continuano a non scalfire il macabro primato della Repubblica Popolare.

Tutto il sistema penale cinese, d’altronde, si regge su una vera e propria rappresentazione teatrale della morte che ha come unico protagonista uno Stato potente e assoluto come il Leviatano, esclusivamente interessato all’esercizio del potere per il potere.
Il processo cinese è anonimo ed impersonale come quello immaginato da Kafka, carnale e barocco come in quegli “splendidi supplizi” medievali descritti da Foucault in Sorvegliare e punire.
Mentre, infatti, altri regimi hanno visto un’evoluzione del proprio sistema carcerario – che si è gradatamente ispirato ai principi positivisti della proceduralizzazione e della medicalizzazione della morte – il tratto distintivo del sistema cinese è la “crudeltà nella morte”.

La pena capitale non è, infatti, comminata in modo indolore – con l’assistenza di medici, la somministrazione di sedativi e, magari, l’utilizzo dell’iniezione letale – ma attraverso i mezzi più violenti. Non solo il sistema più diffuso, infatti, è la fucilazione o il colpo alla testa, ma Amnesty ha anche verificato l’uso di proiettili dum-dum – banditi dalla Convenzione di Ginevra – che ti esplodono in corpo squarciandoti le membra.  Per di più, i parenti dello giustiziato sono tassati per le spese di esecuzione.

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War Games ai Caraibi

Pubblicato da brasseriefoucault su Ottobre 15, 2008

Esercitazioni navali delle flotte russa e venezuelana. Si rischia una nuova crisi?
E’ una semplice ritorsione contro gli Stati Uniti dopo le tensioni su Scudo spaziale, Kosovo e Georgia? La Russia sta allungando i suoi artigli sul Sud America. Ma, soprattutto, sta mettendo su un fronte la cui forza è il petrolio.

Vi sentireste al sicuro se il vostro vicino fosse un appassionato di giochi pirotecnici? E se nel suo cortile, dietro alla vostra casa, avesse un fantastico arsenale di petardi?

La situazione, per gli Stati Uniti, fra poco, sarà questa. La settimana scorsa i governi russo e venezuelano hanno messo a punto gran parte del programma di esercitazioni militari che le flotte dei due Paesi terranno congiuntamente, a novembre, nei Carabi.

Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, ha dichiarato alla ‘Rossiiskaya gazeta‘ che “Russia e Venezuela non hanno intenzione di attaccare nessuno, coopereranno sulla base del diritto internazionale” e il gesto non ha nessun significato aggressivo. Peccato che l’esercitazione avvenga in un mare considerato “il cortile” degli States, in ossequio alla dottrina Monroe per la quale l’emisfero Atlantico è di interesse strategico americano.

Il governo russo ha, inoltre, incominciato ad usare il potenziale energetico nazionale per tessere una nuova trama diplomatica con Paesi tradizionalmente vicini agli Stati Uniti, come Messico e Colombia; entrambi visitati da Lavrov in recentissimi incontri bilaterali. Nonostante le assicurazioni del ministro degli Esteri russo, quindi, gli americani hanno buon gioco nel sostenere si stia delineando una strategia per lo meno di provocazione, seppur non di aperta aggressività. E’ colpa, forse, degli stessi americani?

L’affaire dello Scudo spaziale, in fin dei conti, è stato portato avanti unilateralmente dal governo Bush; gli americani hanno siglato gli accordi con Polonia e Repubblica Ceca, portando “i loro fuochi pirotecnici” nel cortile russo.
In realtà già oggi l’America Latina è il terzo più grande mercato per la Russia; la degenerazione dei rapporti russo-americani, in seguito all’indipendenza del Kosovo, alla crisi georgiana e allo Scudo spaziale, non po’ quindi da sola spiegare interamente il forte interesse di Mosca per il Sud America.

Di certo, oggi, il Cremlino può impudicamente controbattere ai colpi di forza statunitensi, dichiarando “punteremo i missili russi sull’Europa”, anche grazie alla condotta hawkish dell’amministrazione Bush. Ma non è neanche plausibile ipotizzare ci sia stata scientemente una strategia russa di “invadere il cortile americano” in Sud America.

Gli States, già da alcuni anni, avevano allentato i propri legami con l’emisfero Sud.
Robert Munks, del Jane’s Information Group, ha infatti dichiarato a Radio Free Europe che “Quello a cui stiamo assistendo è che, quando l’egemonia regionale incomincia a diminuire, c’è un processo naturale di riempimento di vuoti da parte di quelle nazioni che stanno cercando di sfruttare le opportunità che sono emerse con il ritiro statunitense dalla regione”.

Un vuoto che fisiologicamente viene riempito? Soltanto?
Venezuela, Russia, Cina ed Iran condividono un progetto di nuovi equilibri multipolari. Ma se esiste un asse così forte fra questi Paesi, e non con il Brasile di Lula, ad esempio, che pure condivide un progetto strategico multipolare, un motivo ci sarà.

Oltre alla fisiologia delle cose, la spiegazione la si può trovare anche nella volizione dei leader di questi Paesi. Terzomondismo, una nuova caricatura del socialismo reale o semplice antiamericanismo? Forse, solo capacità di fare bene i conti.
Russia, Cina, Iran e Venezuela sono rispettivamente il secondo, il quarto, il quinto e il nono produttore di petrolio al mondo. Questi Paesi, ad eccezione della Cina, sono anche degli ottimi esportatori; la Russia è il secondo maggiore esportatore dopo l’Arabia Saudita. La forza di quest’asse, quindi, è soprattutto petrolifera. E petrolifera è la maggiore debolezza degli USA: a causa di un sistema economico che brucia di più di quanto può permettersi. Nonostante gli Stati Uniti siano il terzo maggior produttore di oro nero, sono anche il maggior importatore al mondo. Il consumo totale di barili al giorno, infatti, è per gli Stati Uniti quasi di 21.000. Al secondo posto è la Cina ma solo con solo 7.200 barili. Ecco perché l’idea che il Messico, sesto maggiore produttore di petrolio al mondo, si segga al tavolo con Medved e Chavez leva il sonno a Washington.

Alessio Postiglione - pubblicato su Notizie Verdi

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Ex spia uzbeca accusa Karimov per la strage di Andijan

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 19, 2008

Cinquemila morti ammazzati, secondo gli abitanti di Andijan. A detta degli osservatori internazionali, parecchi di meno; circa 600. Sicuramente di più della conta ufficiale del governo uzbeco che, all’inizio, parlò di 187 morti. In ogni caso una strage. Il massacro di Andijan .
Radio Free Europe ha appena pubblicato un’intervista allo 007 uzbeco Ikrom Yakubov che accusa esplicitamente del massacro il presidente Islom Karimov. Accuse che fino ad oggi non erano mai state provate. L’ex spia avrebbe molte notizie utili; ed ora chiede asilo politico al Regno Unito. Secondo l’ex spia, fu Karimov ad ordinare scientemente quel massacro per consolidare il proprio dominio politico.

© 2005 Yola Monakhov, tratto da www.hrw.org

© 2005 Yola Monakhov, tratto da www.hrw.org

Era il 13 maggio del 2005; dei ribelli avevano cercato di liberare dalle carceri dei presunti terroristi islamici. Contemporaneamente, gli abitanti di Andijan avevano allestito una manifestazione di protesta contro il governo. Niente che avesse a che fare con l’estremismo islamico. Si trattava, piuttosto, di un movimento che rivendicava più democrazia e partecipazione; sulla scia delle rivoluzioni colorate, e più precisamente della rivoluzione dei Tulipani che all’inizio di quell’anno aveva infiammato il vicino Kyrgyzstan e che era partita proprio dal sud di quel Paese, a maggioranza uzbeca.
In quel periodo, in Uzbekistan, si coagulò un grande fronte interno di opposizione al governo del presidente Islom Karimov che andava dai liberali ai partiti islamici ed islamisti: la parte principale del movimento la incarnò Nigora Hidoyatova, la leader del partito degli agricoltori, con un grosso seguito anche fra gli studenti. Di fronte a quel fronte spontaneo e popolare di protesta contro il governo, il ministro degli esteri uzbeco decise di usare le maniere forti.

A seguito della riprovazione della comunità internazionale per la strage, il presidente uzbeco si difese: dietro la protesta c’erano i partiti islamisti e terroristi dell’Hizb ut-Tahrir e del Movimento Islamico dell’Uzbekistan. Molte fonti avrebbero appurato che, quel 13 maggio, di islamisti non c’era neanche l’ombra. Anzi, i presunti terroristi detenuti erano, in realtà, degli imprenditori vicini all’ex governatore della regione di Andijan, Kobiljon Obidov, che era stato sostituito con un’accusa di impeachment da Karimov, in quanto non rispondente più ai propri interessi. A seguito del massacro, l’autocrate uzbeco chiudeva la base americana di Karshi-Khanabad (fondamentale per attaccare i talibani), interrompeva i rapporti diplomatici con l’Occidente e rafforzava le relazioni con Cina, Russia e India, le sole potenze ad aver appoggiato l’operato del governo, fino a quel momento.
In Uzbekistan, come in altre zone dell’Asia e per gli altri Paesi sorti dalla dissoluzione dell’impero sovietico, il nodo centrale era, ed è, infatti, il rapporto fra questi nuovi Stati con Mosca e i tentativi di Washington di attrarre queste regioni nella propria sfera d’influenza. Forti sono gli indizi che i sostenitori dell’abortita rivoluzione del cotone uzbeca siano stati aiutati dagli States attraverso l’Open Society Institute di George Soros che era attiva, difatti, a Tashkent, come in tutte le nazioni dove ha soffiato il vento delle rivoluzioni colorate.

Da quel fatidico 13 maggio, la UE ha lanciato un embargo armi contro l’Uzbekistan per “uso sproporzionato della forza”, anche se la responsabilità certa dell’esecutivo e la dinamica dei fatti non sono stati accertati. Le organizzazioni internazionali affermano di avere assistito a torture, massacri, uccisioni casuali di donne e bambini. Il governo uzbeco ha sempre risposto che sono stati uccisi solo i militanti islamisti: le donne e i bambini coinvolti sono imputabili ad Hizb ut-Tahrir, in quanto i terroristi si facevano scudo col corpo degli inermi. In realtà, una vera commissione di indagine internazionale non si è potuta insediare per l’opposizione di Russia e Cina. Mosca è ben felice di avere un governo amico. La Cina, d’altronde, sa che l’Uzbekistan è effettivamente una fucina di islamisti che attenta alla propria integrità territoriale, alimentando il separatismo nello Xinjiang musulmano. Poi c’è il problema energia. Per l’Uzbekistan passerà il gasdotto Central Asia – China che porterà dal Turkmenistan gas alla Cina (giungendo proprio nello Xinjiang) e verrà costruito dai cinesi e dalla Stroytransgaz russa, società del gruppo Gazprom di cui, fino alle ultime elezioni, era presidente l’attuale Capo di Stato russo Medvedev.

E’ ovvio che l’intervista di Yakubov non faccia piacere né ai russi, né ai cinesi, oltre che, ovviamente, a Karimov. L’ex 007 riferisce a RFE che il governo uzbeco “montava” abitualmente gli episodi di terrorismo ad arte, per legittimare interventi brutali e violenti atti, in realtà, a fiaccare l’opposizione e consolidare il dominio del presidente. Ad Andijan, quel giorno le cose non andarono diversamente: fu una strage pianificata; ed il numero degli ammazzati, poi ammassati nelle fosse comuni, ammonta addirittura a circa 1500 civili. L’ex spia avalla in toto l’analisi di Human Right Watch e di osservatori oculari da sempre vicini alle istanze di quella martoriata provincia, come Craig Murray, l’ex ambasciatore inglese a Tashkent.

Quando le carte di Yakubov verranno rese note, Karimov dovrà lavorare parecchio per convincere l’UE che lui non ne sapeva niente.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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La nuova ALBA del Sol dell’Avvenir

Pubblicato da brasseriefoucault su Luglio 16, 2008

Puno, nel Perù meridionale, non lontano dai confini con la Bolivia, non è sicuramente una meta turistica. Non perché il posto non lo meriti: sorge nelle montagne, nel cuore dell’impero Incas, sulle sponde del lago Titicaca, non lontano da Machu Picchu. Ma, a Lima, sembrano essersi dimenticato di questo pueblo indio devoto alla Santìsima Virgen Marìa de la Candelaria che, durante la festa patronale, viene scorrazzata per le strade, addobbata con piume d’aquila come un imperatore quechua, facendo slalom fra le buche; a Puno, infatti, mancano anche i servizi più basilari come l’acqua e l’elettricità. Il paese versa in condizioni pietose ed i collegamenti con Lima sono solo tre volte alla settimana. Eppure su questo quarto stato creolo brilla l’alba di un nuovo sol dell’avvenir.


ALBA è l’acronimo che campeggia su più di 100 strutture a Puno. La prima casa ALBA risale solo al 2004. In quattro anni questa associazione ha raggiunto una presenza capillare sul territorio. Proprietà immobiliari ed un giro d’investimenti di capitali stranieri da lasciare di stucco: ma di che si tratta?

L’Alternativa Bolivariana para los pueblos de nuestra Amèrica (ALBA) non si discosta da altri gruppi di estrema sinistra latinoamericani; ha un forte background culturale basato su marxismo, terzomondismo e panamericanismo. Un calderone con dentro Francisco de Miranda, Simon Bolivàr e Che Guevara che dovrebbe operare attraverso il principio cooperativo, come una sorta di associazione transnazionale che promuove self-help e reti di solidarietà, fornendo le comunità locali di servizi primari. Già nel nome, infatti, si gioca con le parole in opposizione all’ALCA,

l’Area de Libre Comercio de las Americas, accordo di libero scambio patrocinato dagli States e criticato da molte sinistre latinoamericane come l’ennesima operazione neoliberista, ossequiosa della dottrina Monroe, che null’altro interesse se non quello delle elites latifondiste può realisticamente perseguire. ALBA, d’altronde, è penetrata nel Perù a seguito di un progetto benemerito a latere del quale si forniscono cure sanitarie per i non abbienti.

Peccato che sull’organizzazione pesi come un macigno il fatto di essere una creatura del ministero per il commercio estero venezuelano e di essere presieduta da Hugo Chavez. Una commissione d’indagine del Congresso peruviano avrebbe scovato una rete dentro ALBA che lega il presidente venezuelano, Evo Morales e Fidel Castro direttamente con Sendero Luminoso e Tupac Amaru, fra i gruppi rivoluzionari di ispirazione comunista più sanguinari del Perù. Ovviamente quando si analizza la storia di questi gruppi ci si confronta con situazioni di estrema complessità .

Sendero Luminoso, ad esempio, è un gruppo maoista-polpottista (!) che alle operazioni di guerrilla affiancava una fitta rete di solidarietà volta ad assistere i più umili, tanto da essere considerato interlocutore per alcuni gruppi religiosi ed aver financo ricevuto – a detta del Congresso USA – finanziamenti dai gesuiti inglesi. In quegli anni, inoltre, era presidente del Perù Alberto Fujimori, attualmente detenuto in un carcere di massima sicurezza cileno e in attesa di giudizio per casi di violazione di diritti umani di rara atrocità. Anche su Sendero Luminoso, d’altronde, pesano gravi accuse, come l’aver ucciso molti innocenti e vari missionari dell’operazione Mato Grosso, nonostante i presunti legami con la chiesa. Da questo punto di vista ALBA sarebbe un cavallo di Troia attraverso il quale la nuova leadership latinoamericana coagulatasi attorno a Chavez cerca di destabilizzare gli altri Paesi.

La rete del presidente venezuelano è a maglie larghe. Soprattutto gli Stati Uniti sono convinti che i suoi finanziamenti spazino dalle FARC, IRA, ETA fino alle varie sigle islamiste presenti dalla Cecenia all’Iraq. Il Venezuela, d’altronde, ha siglato un importantissimo accordo con la Cina e l’Iran per lo sfruttamento dei giacimenti di Yadavaran.
Nel frattempo si è acuita la frattura fra le varie sinistre latinoamericane, divise fra Lula – oramai filoamericano – la riformista Michelle Bachelet ed il terzomondismo radicale di Chavez.

Di certo a Puno, in un distretto dove la povertà supera il 75% della popolazione, secondo un indagine del giornale El Universàl, cresce la fiducia dei cittadini verso ALBA e verso il presidente venezuelano. Interrompere le attività dell’associazione sarà molto difficile, anche qualora si dovesse svelare incontrovertibilmente la natura di copertura di attività terroristiche legate a Sendero Luminoso.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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Iran-Russia. Alleanza stabile?

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 17, 2008

Putin a Tehran. Un’attesa durata 40 anni ed anticipata dalle terribili notizie che il leader russo avrebbe rischiato un attentato. Ma l’incontro s’è fatto; e non poteva essere altrimenti. Due attori strategici fondamentali nello scacchiere asiatico e sulla scena globale, grazie ad un patrimonio energetico invidiabile, capace di essere “pesato” su ogni bilancia diplomatica, sia per l’UE che per l’ONU.

La Russia e l’Iran condividono anche l’infelice condizione di essere due sistemi sociopolitici instabili, con evidenti deficit di democrazia. I due paesi si dichiarano amici; ma è la loro alleanza veramente stabile? La storia ci dice di no.

L’ultimo leader del Cremlino a giungere in Persia fu Leonid Brezhnev, nel 1963. Allora i due Stati erano rivali. Troppi interessi in conflitto, lungo il cordone degli Stati cuscinetto turcofoni satelliti di Mosca e l’Afganistan. L’antagonismo fra i due Paesi risale all’Ottocento. A quell’epoca le truppe zariste combattevano i persiani per sloggiare la loro influenza dal Caucaso. La Russia si alleò, poi, con l’Inghilterra per cercare di assoggettare la Persia ai propri interessi coloniali. Le due potenze europee, durante la II Guerra Mondiale, invasero l’Iran per impossessarsi del petrolio. L’URSS ha cercato lungamente di instaurarvi uno stato fantoccio ed ancora in occasione della guerra Iran-Iraq aiutò Saddam.

Ma oggi è tutto diverso. Mosca appoggia il programma nucleare iraniano ed ha estensivamente utilizzato il proprio potere di veto in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per bloccare qualsiasi risoluzione utile contro Tehran.

I due paesi condividono molti interessi; innanzitutto sarebbero entrambe nazioni asiatiche, come ha sottolineato Ahmadinejad per rinsaldare simbolicamente l’alleanza. La doppia natura euroasiatica della Russia è la sua croce e delizia. Asiaticità rinfacciata dalle potenze europee antirusse, mentre l’elites di Mosca hanno sempre esaltato il carattere occidentale e bizantino (la III Roma) della propria cultura. Tehran e Mosca, indubbiamente, sono contro il potere unipolare degli USA. Va detto, tra l’altro, che è proprio l’embargo statunitense ad aver spinto i capitali persiani a Mosca.

Russe sono le aziende che forniscono armi, aerei civili e che hanno costruito la centrale di Bushehr.

Ma il futuro è incerto; il Presidente russo è stato messo all’angolo da Sarkozy nel loro ultimo incontro bilaterale. Il Capo di Stato francese ha espresso una posizione di grande rigore e severità verso il programma nucleare iraniano che lo stesso Putin – abituato a minacciare di puntare missili contro l’Europa, nel caso dello Scudo Spaziale – non s’aspettava. Una vittoria importante per l’Eliseo che si inserisce in un cambiamento diplomatico verso Mosca che dalle pagine di Notizie Verdi già avevamo auspicato. Ciò significa che Putin potrebbe sganciarsi dalla Cina, assolutamente contro le sanzioni all’Iran, qualora gli ispettori dell’IAEA (l’agenzia atomica delle Nazioni Unite) reportassero negativamente al Palazzo di Vetro circa la collaborazione di Tehran con gli ispettori.

A quel punto USA ed UE lancerebbero il terzo round di sanzioni, ancora più dure, e Putin potrebbe cedere. Forse, proprio per evitare di essere stretto fra due fuochi, il Presidente Russo può giocare il ruolo decisivo per far sgonfiare le tensioni fra Iran ed Occidente.

 

Alessio Postiglione

pubblicato su Notizie Verdi del 18/10/2007

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I piedi d’argilla della Cina

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 13, 2008

Come in un film di Bruce Lee. Non è infrequente imbattersi, a Pechino come a Shangai, in gruppi di persone che, all’aperto, amabilmente si esercitano in arti marziali. Salti, flessioni, scatti. Un inno all’armonia del corpo, alla forza e alla giovinezza; si direbbe. Peccato che questi sportivi siano spesso e volentieri vecchi, ma proprio vecchi. Altro che il gioco delle bocce praticato dai nostri pensionati!

Questi anziani – ancorché più arzilli degli europei – potrebbero essere la causa per la quale la Cina non diventerà mai la prima superpotenza del pianeta.

Nessuna popolazione nella storia è mai invecchiata così rapidamente come quella cinese e c’è il rischio che la struttura demografica esploda prima che ricchezza e democrazia si siano adeguatamente distribuite nel Paese. Leggi il seguito di questo post »

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