I sindaci sono diventati i veri protagonisti della cronaca politica. Dicono, propongono, fanno, disfano: sembrano dotati di un potere normativo quasi legislativo e taumaturgico, a giudicare dai proclami che accompagnano le loro ordinanze. L’immagine del “sindaco mediatore” del nostro dopoguerra, pacioso e pronto a soddisfare le più svariate richieste della cittadinanza, anche a costo di prosciugare le casse pubbliche, sembra ormai eclissata di fronte ai nuovi sindaci dal cipiglio impositivo-autoritativo, favorevoli ad innescare un’alta conflittualità pubblica ed amministrativa, ogni qual volta si tratti di istituire aree pedonali invise ai commercianti o a vietare la vendita di alcolici fuori i luoghi di ritrovo giovanile.
Nervo scoperte della nostra società, il tema sicurezza viene manipolato simbolicamente dai nostri amministratori attraverso delle misure per le quali la stampa prontamente li ribattezza sindaci-sceriffo. Leggi il seguito di questo post »

















Regioni e Comuni, un problema del Pd
Pubblicato da brasseriefoucault su Dicembre 11, 2008
Verrà elaborato il lutto della stagione dei sindaci? Per il Pd, le esperienze amministrative locali hanno smesso di rappresentare un esempio virtuoso e sono solo un grattacapo.
E’ la nemesi. La stagione dei sindaci e dei governatori, che aveva fatto da vòlano per i governi di Centrosinistra, si sta ritorcendo contro il Pd.
Dopo anni in cui le autonomie locali avevano rappresentato un esempio virtuoso di governance dal basso, la periferia si è lentamente trasformata in una sorta di zavorra per il Pd, in ambito nazionale.
Il maggior beneficiario della legge per l’elezione diretta dei sindaci del 93, infatti, era stato proprio il Centrosinistra. Era anche grazie alle esperienze amministrative locali dei Bassolino, Rutelli, Cacciari, Illy che Prodi riusciva a vincere le elezioni del 96.
Il sogno del governo amministrativo depoliticizzato è stato, d’altronde, una chimera per quella parte del Centrosinistra che si voleva scrollare di dosso la pesante eredità del Pci.
L’idea che la periferia potesse servire da trampolino di lancio per il governo nazionale è stata, infatti, cullata sia da Rutelli che da Bassolino e da Veltroni.
In realtà, Veltroni e Rutelli hanno perso tutte le elezioni quando si sono candidati come premier; e l’esperienza da ministro di Bassolino si è infelicemente interrotta con il suo ritorno in Campania alla guida della Regione.
Qualche mese fa, Franceschini, ancora, testardamente proponeva l’adozione del modello semipresidenziale francese con lo slogan “il sindaco d’Italia”; non cogliendo, quindi, che la coppia “sindaci-Centrosinistra” non funziona più.
La situazione, infatti, per il Pd è un’altra. Tranne alcune eccezioni, il partito di Veltroni, oggi, si deve “smarcare” da esperienze amministrative travolte da piccoli e grossi scandali che hanno, soprattutto, minato quel “complesso dei migliori” a cui ha recentemente alluso Luca Ricolfi ne Perché siamo antipatici? La Sinistra e il complesso dei migliori. Un complesso che, nel nostro caso, coincideva con la presunzione che il Centrosinistra avrebbe amministrato senza ricorrere alle pratiche clientelari della I Repubblica. In questo momento, l’Abruzzo, Napoli e la Campania, sono travolti da inchieste giudiziarie.
Veltroni, pur di togliere da mezzo un ingombrante Bassolino, sembrava addirittura disponibile a dargli una buona-uscita con una candidatura alle europee: cosa che, fra l’altro, avrebbe degradato il parlamento europeo non solo a ciambella di salvataggio dei “trombati” nazionali, ma anche degli indesiderati.
Il Lazio non sta molto meglio: è probabile che il caso di Manlio Cerroni – con il suo monopolio esercitato con la discarica di Malagrotta – abbia ricadute negative per Marrazzo.
Le elezioni di Roberto Morassut a segretario regionale del Pd, senza ricorrere alla primarie, la scorsa settimana, e l’uscita del rutelliano Giacchetti sono i segnali di un’altra situazione scivolosa.
In Sardegna, Soru si è dimesso perché colpito dai franchi tiratori legati al suo rivale di partito Antonello Cabras.
Altrettanto ingarbugliata è la situazione primarie a Firenze.
Mentre Dominici si incatena fuori la sede romana de la Repubblica per protestare contro le inchieste de L’Espresso che lo dipingerebbero come un traffichino amico dei palazzinari, quattro sono i candidati-successori: Renzi, Lastri (in quota D’Alema), Pistelli (sostenuto dai veltroniani) e Cioni, assessore anti-lavavetri, intanto indagato per corruzione.
Lo scenario è che il Pd, in questo momento, non può più richiamarsi ad una virtuosa esperienza amministrativa locale, con la periferia o dilaniata da conflitti interni o nell’occhio delle procure.
C’è una sola cosa da fare affinché la positiva dinamica centro-periferia non imploda in tali spinte centrifughe. Rafforzare le leadership centrali. Una cosa semplice eppure molto difficile: quando il leader non ha consenso.
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