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Uzbekistan, Medvedev chiede chiarezza

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 6, 2009

L’Uzbekistan è uno “swinging state” fondamentale per la Russia, con investimenti Gazprom di grande entità. Anche gli Stati Uniti hanno notevoli interessi militari e strategici.

I portavoce del governo russo hanno annunciato che i prossimi colloqui fra Dmitry Medvedev, i primi da quando è diventato presidente, e la controparte uzbeka Islam Karimov sono programmati per il prossimo maggio.
Gli accordi in programma prevedono un grande piano di investimenti e forti interessi commerciali di Mosca nel settore delle energie.

AFP PHOTO / MAXIM MARMUR

AFP PHOTO / MAXIM MARMUR

L’amicizia fra l’Uzbekistan e la Russia, infatti, si è rafforzata, a partire dal 2005. Anche se, a tutt’oggi, il Paese asiatico viene considerato uno swinging state: uno Stato diplomaticamente “oscillante”. In bilico fra Russia e Occidente.
All’inizio del 2000, il Paese era fortemente filo-occidentale e molti erano gli investimenti americani: da parte dell’Open Society Institute di George Soros, ad esempio: mentre risalivano al 1997 gli affari fra George Bush – quando era solo governatore del Texas –, Enron e il governo uzbeko, nella persona di Sadyq Safaev.

L’idillio si spezza nel 2005: Europa e America criticano fortemente Tashkent a seguito del massacro di Andijan, quando viene represso nel sangue un movimento di protesta popolare.
In quell’occasione, Karimov rifiutava di istituire la commissione d’inchiesta internazionale sul caso, come richiedevano Ue e USA, e chiudeva la base aerea di Karshi-Khanabad che era stata concessa a Washington nell’ambito dell’operazioni controterroristiche intraprese dall’amministrazione Bush.

L’Unione europea rispondeva con un piano di sanzioni contro l’Uzbekistan. Ne approfittava Mosca. Dal 2006, Tashkent entrava a far parte di organizzazioni regionali capeggiate dalla Russia, come l’Eurasian Economic Community (EurAsEC), e ratificava il Collective Security Treaty Organization (CSTO) con il Cremlino. Nonostante la forte presenza di investimenti americani a Tashkent nel settore dell’energia, la Russia diventava il primo investitore strategico nell’Uzbekistan.

Il Paese sembrava ritornato sotto l’ombrello di Mosca: ma, in realtà, non era così. Ad ottobre 2008, dopo che Bruxelles decideva di interrompere le sanzioni per il massacro di Andijan, Tashkent, prontamente, si autosospendeva dall’EurAsEC.
Nel prossimo incontro, ora, è certo che Medvedev vorrà parlare soprattutto dell’EurAsEC.
I russi non l’hanno presa bene. Vari deputati della Duma hanno, infatti, dichiarato ai media nazionali di ritenere inaccettabile l’atteggiamento di Tashkent: Konstantin Zatulin, riporta RFE/RL, ha bollato Karimov come «inaffidabile» e dallo stile «zig-zag».
D’altra parte, gli stessi americani non sono contenti di essere stati sbattuti fuori dalla base di Karshi-Khanabad.
L’intreccio di relazioni ed interessi è molto forte. L’Uzbekistan è ricco di energie, ma è lontano dai mercati – pur se in posizione baricentrica rispetto alle potenze Cina, India, Russia e Iran –. Subito dopo la caduta dell’URSS, il Paese ha guardato altrove. Una prima cooperazione con gli Stati dell’Asia centrale è stata indebolita, ad esempio, dalle guerriglie islamiste: i talibani entravano in Uzbekistan e Tashkent affidò la difesa del Paese al militare nazionalista Abdul Rashid Dostam.
L’Uzbekistan è stato ed è fondamentale per gli USA nel controllo del confine afgano. Da che parte deciderà di stare, ora, Karimov?

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Russia-Ucraina, la guerra del gas

Pubblicato da brasseriefoucault su Gennaio 14, 2009

La Russia ha praticato un trattamento di favore all’Ucraina per tenere Kiev nella sua sfera d’influenza; ma se cresce il partito filo Ue a Kiev, finiranno i prezzi politici.  Tutto sullo scontro Gazprom – Naftogaz.

L’anno nuovo ricomincia e una nuova “guerra del gas” si riscatena fra Russia e Ucraina. Mosca ha bloccato le esportazioni di energia dirette a Kiev.
Con l’80% del gas riservato al mercato Ue che passa per l’Ucraina, la crisi fra i due Paesi dell’Est ha, ovviamente, preoccupanti ripercussioni su tutta Eurolandia. Con alcuni Paesi, con minori riserve, già sull’orlo del baratro; come Polonia, Slovacchia e Ungheria.gazprom
Il gesto di Mosca si spiega perché l’Ucraina non avrebbe saldato il debito accumulato nei confronti di Gazprom, mentre la Naftogaz Ukraini sostiene di essere stata ”costretta” a prelevare ogni giorno 21 milioni di metri cubi del gas russo in transito attraverso i gasdotti ucraini e diretti verso i mercati Ue per pagarsi i costi di servizio.

Teoricamente la guerra fra Ucraina e Russia non dovrebbe coinvolgere l’Europa. Ma quando Mosca chiude per ritorsione il rubinetto del gas, Kiev si rifà prendendosi l’energia destinata alla Ue.

E’ da molti anni che esiste un aspro contenzioso fra i due Paesi. L’Ucraina è stata accusata anche di sottrarre indebitamente il gas russo che passa per le proprie condutture. A partire dal 21 giugno 2002 – a causa della fama di Kiev di essere un cattivo pagatore e per i debiti accumulati – Gazprom e Naftogaz si erano accordati su una specie di “baratto” che concedeva all’Ucraina il privilegio di trattenere il 15% del gas russo per il consumo interno.
Gli aspetti controversi sono molteplici. Da un lato la Russia ha praticato un prezzo favorevole al fine di “legare” politicamente a sé l’Ucraina, soprattutto dopo che, a seguito della rivoluzione arancione, Kiev aveva iniziato a ricollocarsi strategicamente nell’area Ue, cosa assolutamente invisa a Mosca.

D’altra parte, a causa dell’aumento generalizzato del gas, Gazprom ha cercato di risiglare un accordo con l’Ucraina ratificando dei  protocolli che prevedevano una serie di “baratti”.

Gli stessi scambi avrebbero potuto includere forniture militari russe all’Ucraina e le rinegoziazione del prezzo di concessione che Mosca paga a Kiev per la base russa di Sebastopoli in Crimea.
L’amministratore delegato di Naftogaz Ukraini, Oleg Dubina, ha già illustrato le controfferte di Kiev alle proposte russe: una tariffa di 235 dollari per 1.000 metri cubi di gas, mentre Mosca ne chiede 250; e un rialzo dei prezzi di transito da 1,7 a 1,8 dollari per 100 chilometri.
Gazprom è convinta che la crisi sia legata alla scena interna ucraina, allo scontro fra il presidente Iushenko e la premier Iulia Timoshenko.

Il 4 gennaio RosUkrEnergo – joint venture fra Svizzera, Gazprom e Turkmenistan – e Gazprom hanno citato l’Ucraina e Naftogaz al tribunale arbitrale della Camera di Commercio di Stoccolma, investita del potere di dirimire la questione.
E’ probabile che la Russia cerchi di usare l’energia come strumento di pressione su Kiev, sfruttandone la debolezza politica, istituzionale ed economica: anche se è indubbio che l’Ucraina ha avuto dei prezzi veramente vantaggiosi da Mosca. Ed è ugualmente legittimo che tale trattamento di favore sia stato praticato come merce di scambio.
E se l’Ucraina smette di essere filorussa, Mosca voglia dare un taglio a questi prezzi politici.

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Ex spia uzbeca accusa Karimov per la strage di Andijan

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 19, 2008

Cinquemila morti ammazzati, secondo gli abitanti di Andijan. A detta degli osservatori internazionali, parecchi di meno; circa 600. Sicuramente di più della conta ufficiale del governo uzbeco che, all’inizio, parlò di 187 morti. In ogni caso una strage. Il massacro di Andijan .
Radio Free Europe ha appena pubblicato un’intervista allo 007 uzbeco Ikrom Yakubov che accusa esplicitamente del massacro il presidente Islom Karimov. Accuse che fino ad oggi non erano mai state provate. L’ex spia avrebbe molte notizie utili; ed ora chiede asilo politico al Regno Unito. Secondo l’ex spia, fu Karimov ad ordinare scientemente quel massacro per consolidare il proprio dominio politico.

© 2005 Yola Monakhov, tratto da www.hrw.org

© 2005 Yola Monakhov, tratto da www.hrw.org

Era il 13 maggio del 2005; dei ribelli avevano cercato di liberare dalle carceri dei presunti terroristi islamici. Contemporaneamente, gli abitanti di Andijan avevano allestito una manifestazione di protesta contro il governo. Niente che avesse a che fare con l’estremismo islamico. Si trattava, piuttosto, di un movimento che rivendicava più democrazia e partecipazione; sulla scia delle rivoluzioni colorate, e più precisamente della rivoluzione dei Tulipani che all’inizio di quell’anno aveva infiammato il vicino Kyrgyzstan e che era partita proprio dal sud di quel Paese, a maggioranza uzbeca.
In quel periodo, in Uzbekistan, si coagulò un grande fronte interno di opposizione al governo del presidente Islom Karimov che andava dai liberali ai partiti islamici ed islamisti: la parte principale del movimento la incarnò Nigora Hidoyatova, la leader del partito degli agricoltori, con un grosso seguito anche fra gli studenti. Di fronte a quel fronte spontaneo e popolare di protesta contro il governo, il ministro degli esteri uzbeco decise di usare le maniere forti.

A seguito della riprovazione della comunità internazionale per la strage, il presidente uzbeco si difese: dietro la protesta c’erano i partiti islamisti e terroristi dell’Hizb ut-Tahrir e del Movimento Islamico dell’Uzbekistan. Molte fonti avrebbero appurato che, quel 13 maggio, di islamisti non c’era neanche l’ombra. Anzi, i presunti terroristi detenuti erano, in realtà, degli imprenditori vicini all’ex governatore della regione di Andijan, Kobiljon Obidov, che era stato sostituito con un’accusa di impeachment da Karimov, in quanto non rispondente più ai propri interessi. A seguito del massacro, l’autocrate uzbeco chiudeva la base americana di Karshi-Khanabad (fondamentale per attaccare i talibani), interrompeva i rapporti diplomatici con l’Occidente e rafforzava le relazioni con Cina, Russia e India, le sole potenze ad aver appoggiato l’operato del governo, fino a quel momento.
In Uzbekistan, come in altre zone dell’Asia e per gli altri Paesi sorti dalla dissoluzione dell’impero sovietico, il nodo centrale era, ed è, infatti, il rapporto fra questi nuovi Stati con Mosca e i tentativi di Washington di attrarre queste regioni nella propria sfera d’influenza. Forti sono gli indizi che i sostenitori dell’abortita rivoluzione del cotone uzbeca siano stati aiutati dagli States attraverso l’Open Society Institute di George Soros che era attiva, difatti, a Tashkent, come in tutte le nazioni dove ha soffiato il vento delle rivoluzioni colorate.

Da quel fatidico 13 maggio, la UE ha lanciato un embargo armi contro l’Uzbekistan per “uso sproporzionato della forza”, anche se la responsabilità certa dell’esecutivo e la dinamica dei fatti non sono stati accertati. Le organizzazioni internazionali affermano di avere assistito a torture, massacri, uccisioni casuali di donne e bambini. Il governo uzbeco ha sempre risposto che sono stati uccisi solo i militanti islamisti: le donne e i bambini coinvolti sono imputabili ad Hizb ut-Tahrir, in quanto i terroristi si facevano scudo col corpo degli inermi. In realtà, una vera commissione di indagine internazionale non si è potuta insediare per l’opposizione di Russia e Cina. Mosca è ben felice di avere un governo amico. La Cina, d’altronde, sa che l’Uzbekistan è effettivamente una fucina di islamisti che attenta alla propria integrità territoriale, alimentando il separatismo nello Xinjiang musulmano. Poi c’è il problema energia. Per l’Uzbekistan passerà il gasdotto Central Asia – China che porterà dal Turkmenistan gas alla Cina (giungendo proprio nello Xinjiang) e verrà costruito dai cinesi e dalla Stroytransgaz russa, società del gruppo Gazprom di cui, fino alle ultime elezioni, era presidente l’attuale Capo di Stato russo Medvedev.

E’ ovvio che l’intervista di Yakubov non faccia piacere né ai russi, né ai cinesi, oltre che, ovviamente, a Karimov. L’ex 007 riferisce a RFE che il governo uzbeco “montava” abitualmente gli episodi di terrorismo ad arte, per legittimare interventi brutali e violenti atti, in realtà, a fiaccare l’opposizione e consolidare il dominio del presidente. Ad Andijan, quel giorno le cose non andarono diversamente: fu una strage pianificata; ed il numero degli ammazzati, poi ammassati nelle fosse comuni, ammonta addirittura a circa 1500 civili. L’ex spia avalla in toto l’analisi di Human Right Watch e di osservatori oculari da sempre vicini alle istanze di quella martoriata provincia, come Craig Murray, l’ex ambasciatore inglese a Tashkent.

Quando le carte di Yakubov verranno rese note, Karimov dovrà lavorare parecchio per convincere l’UE che lui non ne sapeva niente.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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Russia: vittoria di Medvedev

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 9, 2008

Già il poster dice tutto. Nel manifesto elettorale si vede un compassato, imbolsito, grigio burocrate, affianco ad un giovane ed energico atleta in giubbotto di pelle che lo precede. Il primo è Medvedev, il secondo Putin. D’altronde quest’ultimo già era stato immortalato dai paparazzi a torso nudo, a caccia, nella gelida steppa o vestito da campione di arti marziali. Insomma, l’iconografia autocratica c’era tutta; come nei servizi dell’Istituto Luce dove Mussolini trebbiava il grano del Tavoliere. Un leader maschio che possiede una Patria femmina. Questo manifesto elettorale che ha tappezzato i muri della città russe ci racconta due cose. Che il vero leader è sempre lui: Putin. E che il delfino, la cui iconografia è diversa, potrebbe rappresentare un cambiamento, per quanto piccolo ed impercettibile.

Le elezioni in Russia sono state registrate in Europa per il loro discutibilissimo carattere plebiscitario che ci descriverebbe un Paese che ha abbondantemente eroso i confini di una qualche decenza democratica: Dmitry Medvedev ha conquistato circa il 70 per cento dei consensi. Una vittoria che non sarebbe altro che il successo personale di Putin; il sistema politico gli impedisce di concorrere per un altro mandato ed egli “si accontenterebbe” di fare il primo ministro; sperando in un riaggiustamento semipresidenziale che gli consentirebbe sempre più poteri, anche ora che la sua esperienza presidenziale si è conclusa. Eppure, anche se la caratura democratica della Russia lascia l’amaro in bocca agli osservatori, giova ricordare che gli antagonisti di Medvedev erano assolutamente meno presentabili. Il comunista Ghennadi Zjuganov, che si è fermato al 17 per cento dei voti, e l’ultranazionalista Zhirinovskij, avrebbero mai potuto avere maggiori credenziali democratiche? Queste elezioni, anche senza brogli, avrebbero certificato, comunque, la vittoria di Putin. L’oramai ex presidente è stato “person of the year” per Time magazine: questo non edulcora la sua cifra autocratica. Ma fa capire come goda di un vasto consenso. E, tutto sommato, egli sta favorendo una lenta trasformazione del sistema in senso meno autocratico. La così detta guerra siloviki (NdA, l’elite di mandarini nei posti chiave del Paese) che è implosa l’anno scorso ha mostrato come il blocco di potere che sorreggeva Putin non fosse, poi, così compatto e come poteva ingenerare un’involuzione ancora più totalitaria del sistema politico: da una parte il capo del Sevizio Federale antidroga, Viktor Cherkesov, dall’altra Nikolai Patrushev, capo della Sicurezza e, soprattutto, Igor Sechin, capo staff di Putin e colui che più di ogni altro voleva un colpo di mano dal Presidente per cambiare al volo il sistema politico e consentirgli di tenere la presidenza per un altro mandato. Se questa fronda di burocrati sono le redini di Putin per domare Medvedev, attorno al neopresidente si potrebbero coagulare forze più liberali tali da consentirgli maggiore autonomia, come il ministro delle Finanze Aleksei Kudrin e il capo della Unified Energy Systems Anatoly Chubai. Il rapporto fra Putin e il suo delfino, infatti, potrebbero rivelarsi molto complicato: è vero che fra i due, sin da quando lavoravano insieme al Comune di Sanpietroburgo, si è creato un legame personale molto forte. Ma è anche vero che la formazione di Medvedev è abbastanza eterodossa; è un uomo colto e di idee abbastanza liberali. Se si può generare una competizione nella nomenclatura russa, a questo punto, è perché Putin ha concesso questo grazioso dono all’establishment; consentendo la formazione di gruppi che, forse, per bocca di Medvedev, non giungeranno a minacciare di “puntare i missili sull’Europa”, come lo scatenato Presidente aveva fatto in occasione della questione Scudo spaziale. Il vero problema per Medvedev è, allora, che per smarcarsi da Putin, ha bisogno di appoggiarsi a quella parte di nomenclatura – i siloviki, ma anche i governatori federali, di nomina centrale – che, per quanto più liberali, sono essi stessi la causa del problema, non la soluzione. Secondo l’economista Vladislav Inozemtsev (fonte: Global Affairs Journal), la burocrazia si è gonfiata fino a raggiungere la mostruosa cifra di 1,45 milioni di persone e, anche grazie ai meccanismi immanenti di corruzione che presiedono al suo funzionamento, essa pesa circa il 3 per cento all’anno del PIL russo. La stessa enorme partecipazione elettorale riscossa in queste ultime elezioni è stata possibile attraverso un ciclo economico elettorale imponente. Fin quando ci sarà abbastanza crescita e abbastanza consenso il sistema si auto sosterrà con solo leggere e piccole modifiche.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)

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