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Le relazioni pericolose di Berlusconi con Putin e Gheddafi

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 23, 2009

Perché l’Europa e l’America guardano con preoccupazione alle relazioni Italia-Russia-Libia. E perché anche i consumatori dovrebbero preoccuparsi.

Le partnership internazionali sulle quali Berlusconi ha più investito per implementare la politica di sicurezza energetica italiana sono quelle con la Russia e con la Libia.
Nella confusione fra ruolo pubblico e privato che coinvolge il nostro premier, si direbbe che Berlusconi abbia investito anche in modo extraprofessionale, compiacendosi di essere, addirittura, ottimo amico sia di Gheddafi che di Putin; al punto di concedere, al primo, un’irrituale tenda e di dedicare, al secondo, un “lettone” a Palazzo Grazioli.

berlusconi-putin

Ma proprio queste partnership, che dovrebbero rappresentare la punta di diamante della politica estera berlusconiana, attirano le più forti critiche da parte degli osservatori internazionali, a fronte delle discutibili credenziali democratiche di Putin e Gheddafi.
L’ultima frecciata è partita pochi giorni fa dalle pagine del Corriere della Sera, dove l’ambasciatore americano David H. Thorne, con tatto e diplomazia, ha lasciato intendere che dall’Italia, gli Usa, si aspetterebbero una politica diversa verso Libia e Russia.

D’altronde gli Stati Uniti sono inclini al realismo, abituati a stringere la mano ai dittatori quando servono gli interessi nazionali. “La patria è ben difesa in qualsiasi modo la si difenda” chiosava Machiavelli.

Ma siamo sicuri che l’interesse energetico nazionale italiano sia realmente difeso dalle partnership berlusconiane?
Allo stato attuale, Berlusconi sta facendo soprattutto gli interessi di Eni, né quelli dell’Italia, né quelli dell’Europa.
La strategia europea sulla sicurezza energetica è, infatti, volta a differenziare le fonti di approvvigionamento di gas naturale che, oggi, dipendono largamente dalla Russia che, come la crisi russo-ucraina dimostra, si trova in una situazione di quasi monopolio.
E’ per questo motivo che Bruxelles patrocina la pipeline Nabucco, in grado di portare in Europa risorse provenienti dalle regioni turcofone del Caspio.

Ma come può l’Italia appoggiare la politica comunitaria e giocare come battitore solitario con la Russia, entrando nel progetto Southstream, sponsorizzato da Mosca e diretto concorrente di Nabucco?
Southstream è, infatti, una joint venture Eni-Gazprom.
D’altronde Eni sembra sempre pronta a dare una mano al gigante russo, come il caso della vendita delle ex azioni Neft dimostra, quando Eni permise a Gazprom di mettere le mani sugli ex asset della Yukos, rivale di Gazprom e liquidata con il controverso arresto dell’ex proprietario (e nemico di Putin) Khodorkovskij.

Gli accordi con la Libia, infatti, rappresentano un ulteriore rafforzamento del duo Eni-Gazprom. L’impresa russa viene coinvolta anche in Elephant Oil Field, il giacimento libico di proprietà Eni, ed, in futuro, in Transmed e Greenstream, che porteranno petrolio dall’Africa all’Europa. Con i russi anche in Africa, il monopolio si rafforza.
Ci sono ottimi affari anche per gli altri, comunque.

Finmeccanica è fornitrice di aerei civili per Mosca, Impregilo è in pole per realizzare la litoranea africana promessa da Berlusconi a Gheddafi, quest’ultimo è azionista di Unicredit.

Ma perché gli interessi di queste aziende non coincidono con quello dell’Italia? Semplice: perché in economia i monopoli non funzionano.
All’Italia, infatti, la Russia garantisce un trattamento di favore nelle forniture: nel breve periodo, quindi, la nostra sicurezza energetica (a scapito di quella comunitaria) sembra rafforzata. Ma nel lungo periodo, anche all’Italia gioverebbe un mercato aperto, dove non c’è solo Mosca, e l’offerta energetica includa anche le fonti rinnovabili.

Invece, noi investiamo sul petrolio di Gazprom…

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Gli strani affari di Eni con la Russia

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 10, 2009

Eni vende azioni di Neft a Gazprom, potenziando il monopolista russo, mentre l’ex boiardo Khodorkovskij subisce persecuzioni politiche e marcisce in Siberia

L’Eni fa ancora affari in Russia. Il gruppo diretto da Paolo Scaroni rivende le azioni di Gazprom Neft a Gazprom per 4,2 miliardi di dollari, secondo quanto previsto da un discusso accordo che risale a due anni fa. La faccenda si iscrive, infatti, nel controverso caso Yukos: allora, una delle principali compagnie petrolifere al mondo, di proprietà dell’oligarca Mikhail Khodorkovskij, un ex boiardo di Stato che, come altri in Russia, era riuscito a mettere le mani su importanti asset ex pubblici. All’inizio del 2000, Khodorkovskij era l’uomo più ricco di Russia. Divenne presto inviso a Putin, anche per il suo progetto di scendere in politica.

mikhail Khodorkovski

Nel 2003, Khodorkovskij viene arrestato con le accuse di frode, evasione fiscale e riciclaggio di danaro sporco. Secondo diversi osservatori internazionali, Khodorkovskij è oggetto di un vero e proprio processo politico: viene sbattuto in Siberia in una zona avvelenata da scorie radioattive. In carcere subisce varie intimidazioni, si prende una coltellata e finisce in isolamento.
La Yukos, intanto, viene smantellata e gravata dalle (presunte) tasse arretrate, per 27,5 miliardi di dollari.

Ma, nella Yukos, c’erano anche capitali americani. La Russia si ritrova invischiata in un contenzioso internazionale. Un ramo d’azienda, la Yugansk, viene svenduta in un’asta pilotata alla Rosneft, diretta del vicepremier Igor Sechin.
Il Cremlino decide di organizzare un’altra asta per i rimanenti asset, in una farsa che Robert Amsterdam, legale di Khodorkovskij, definisce “illegale” e “primo caso di riciclaggio di asset internazionale”. Gazprom, infatti, se partecipasse direttamente all’incanto, sarebbe travolta da querele; prelevando, in seguito, i rami ex Yukos, la passerebbe, invece, liscia come “acquirente in buona fede”.

All’asta, partecipano Eni ed Enel. Nonostante le perplessità di Prodi e Bersani, allora al governo; prevale la linea Scaroni. Il manager vanta, infatti, consolidate amicizie in Russia con altri protagonista della faccenda, come con Gregorji Beryokzin di Esn.

Intanto, il tribunale di Houston sentenzia che Yukos non ha negli Stati Uniti una presenza sufficiente per usufruire della giurisdizione Usa. Putin può procedere alla fusione fra Gazprom con Rosneft. I tribunali di Mosca, nel frattempo, prolungano la detenzione di Khodorkovskij: infine, oggi, Eni e Enel vendono gli asset ex Yukos a Gazprom.

L’annuncio viene dato in occasione del Forum bilaterale russo italiano. Ma l’accordo si era già perfezionato un mese fa, fra Berlusconi e Putin.
Resta da chiedersi perché l’Italia si presti a rafforzare il monopolista Gazprom, non solo in patria, ma anche all’estero; come gli accordi fra Eni e il gigante russo in Libia e su South Stream – la pipeline competitor del progetto UE Nabucco – dimostrano. L’Italia, forse, spera in un atteggiamento di favore da parte russa. Mentre il Cremlino pratica brillantemente verso la Ue il “dividi et impera”. E’ paradossale che il nostro governo parli di “interessi comuni europei”, mentre aziende di Stato (il 30% di Eni è pubblico, infatti) perseguano altri scopi. All’ombra dei processi politici che funestano la Russia.

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Eni, affari in Libia con Gazprom

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 13, 2009

Piccola crisi diplomatica con gli USA, scontenti che i russi facciano affari in Africa grazie ad Eni

Eni si è rivelata una delle migliori aziende con cui fare affari, per la russa Gazprom. Lo scorso gennaio, il Washington Times ha rivelato che le due aziende energetiche stanno per chiudere una joint venture in merito allo sfruttamento di giacimenti petroliferi in Libia.

 AFP PHOTO/Ramzi HAIDAR

AFP PHOTO/Ramzi HAIDAR

Sono lontani i tempi in cui Gaetano Salvemini bollava il Paese africano, per gli interessi italiani, “una scatola di sabbia”.
Per adesso non ci sono state altre indiscrezioni. Quel che è certo è che, dopo 36 dalla rottura dei rapporti diplomatici a seguito dei fatti di Lockerbie, nel mentre Washington e Tripoli riallacciano le relazioni, la notizia è stata vissuta dalla diplomazia americana come una beffa. Gli interessi strategici americani inducono gli esperti a ritenere Gazprom una testa di ponte per la Russia in Libia. Il fatto che sia Eni a segnare l’ingresso dell’azienda russa in Africa del nord è ancora più preoccupante.

Eni, e l’Italia, sono dei partner strategici per Tripoli. Il Leone a sei zampe è il primo operatore estero del Paese, con 550.000 barili al giorno. Il WT ha descritto gli umori della diplomazia americana e ha parlato di “unfriendly maneuvering” da parte di un alleato storico. Troppo severi, dato che Eni è un’azienda e non un ministero: ma non ingenui, visto che gli accordi commerciali fra Italia e Libia – inclusa la recente liquidazione dei danni coloniali – sono volti a spianare la strada agli investitori strategici, dei quali Eni fa sicuramente parte. Allo stato attuale, infatti, il Libyan Energy Fund intende comprare il 10% di Eni, la qual cosa lo farebbe diventare il secondo maggiore azionista dopo lo Stato italiano, che ha circa il 20%.

La Libia, inoltre, è anche entrata col 5% in Unicredit. Per gli americani, invece, tutto era iniziato nel migliore dei modi, dopo che Condoleezza Rice era riuscita a portare a casa un risarcimento di 1,5 miliardi dollari: per le vittime sia del volo Pan Am abbattuto dai libici a Lockerbie che di altri attentati riconducibili alla Libia.

L’accordo con Gazprom, inoltre, coinvolge proprio Elephant oil field, “la gallina dalle uova d’oro”: il super giacimento scoperto dagli italiani, capace di sfornare 150.000 barili al giorno.
D’altro canto, le partnership Eni – Gazprom non sono una novità.
Eni, in modo particolare, è impegnata in due progetti di gasdotti che portano gas dall’Algeria e dalla Libia direttamente in Val Padana, passando dalla Sicilia. Transmed e Greenstream. Due progetti dove i russi non ci sono ancora.
E nei quali, c’è da giurarci, sicuramente sarebbero contenti di entrare.

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Siemens, accordo nucleare con la Russia

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 18, 2009

Dopo lo scandalo tangenti, Siemens ritorna in Russia per fare affari: dà una mano a Gazprom nel settore del gas naturale liquefatto e pianifica nuove centrali nucleari con Rosatom

Il gigante tedesco dell’elettronica Siemens ha siglato un nuovo grande piano industriale in Russia. L’azienda costruirà una fabbrica di trasformatori nella regione di Voronezh ed inaugurerà una partnership con il leader russo del settore energetico Gazprom, nel ramo delle LNG, il gas naturale liquefatto.

(Photo by Johannes Simon/Getty Images)

Il piano di investimento è stato reso pubblico, martedì scorso, dal presidente Siemens Peter Löscher, in visita a Mosca. La nuova fabbrica, prevista per il 2011, costerà 35 milioni di euro.

Il Moscow Times riporta la dichiarazione del portavoce del premier Putin, Dmitry Peskov, secondo il quale Löscher, martedì, ha incontrato al Cremlino lo stesso Capo di governo per discutere un nuovo piano di cooperazione sull’energia nucleare. All’incontro, ha partecipato anche Sergei Kiriyenko, capo della Rosatom, l’azienda di Stato russa specializzata sul nucleare.

Secondo il Frankfurter Allgemeine Zeitung, Siemens è interessata ad una joint venture con Atomenergoprom, controllata di Rosatom: la partnership prevedrebbe la costruzione di centrali nucleari.

Allo stato attuale non sono trapelate altre decisioni. Löscher, dal portale istituzionale Siemens, fa sapere che l’azienda ha avviato un piano di ricerca congiunto con Gazprom sull’LNG .
L’azienda tedesca gestirà alcune turbine di Mosenergo e OGK-2 (legate al gruppo Gazprom) e, in cambio, girerà macchinari a raggi X all’azienda medica Petromed.

Anche se mancano ulteriori dettagli, è possibile chiarire gli aspetti politici della faccenda. Siemens, indirettamente, sta aiutando la Russia ad aumentare la sua influenza nel settore energetico; ogni nuova centrale nucleare significa, infatti, immettere nel mercato estero, per Mosca, più gas naturale da vendere.
Inoltre, Gazprom era abbastanza debole nel settore dell’LNG: potenziarsi in questo ramo, significa raggiungere un vantaggio competitivo notevole; soprattutto per il fatto di dipendere di meno dai gasdotti, spesso causa di instabilità geopolitica per i Paesi che ne sono attraversati.

Il procedimento LNG, infatti, permette di trasportare il gas in modo più economico, là dove non ci sono pipeline. Il gas, allo stato liquido, occupa circa 1/600 rispetto allo stato gassoso.
Siemens, d’altro canto, spera di recitare un ruolo importante nel mercato nazionale russo dell’energia, gestito in modo oligopolistico da pochi attori.
E’, inoltre, singolare che sia proprio Löscher a giocare questa partita in Russia. Peter Löscher, infatti, era stato parzialmente toccato dal grande scandalo dei slush fund utilizzati dalla Siemens per corrompere ufficiali pubblici, in vari Paesi mondo, al fine di vincere le gare.

La Russia è stata il secondo mercato della tangentopoli Siemens, dopo la Nigeria. Questo scandalo ha gettato, inoltre, un discredito generalizzato su tutto il sistema tedesco – da sempre campione di rigore morale – e tutta la dirigenza ne è uscita malconcia. Löscher, ora, si ributta in una nuova campagna di Russia: gioverà alla disastrata immagine della Siemens?

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Uzbekistan, Medvedev chiede chiarezza

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 6, 2009

L’Uzbekistan è uno “swinging state” fondamentale per la Russia, con investimenti Gazprom di grande entità. Anche gli Stati Uniti hanno notevoli interessi militari e strategici.

I portavoce del governo russo hanno annunciato che i prossimi colloqui fra Dmitry Medvedev, i primi da quando è diventato presidente, e la controparte uzbeka Islam Karimov sono programmati per il prossimo maggio.
Gli accordi in programma prevedono un grande piano di investimenti e forti interessi commerciali di Mosca nel settore delle energie.

AFP PHOTO / MAXIM MARMUR

AFP PHOTO / MAXIM MARMUR

L’amicizia fra l’Uzbekistan e la Russia, infatti, si è rafforzata, a partire dal 2005. Anche se, a tutt’oggi, il Paese asiatico viene considerato uno swinging state: uno Stato diplomaticamente “oscillante”. In bilico fra Russia e Occidente.
All’inizio del 2000, il Paese era fortemente filo-occidentale e molti erano gli investimenti americani: da parte dell’Open Society Institute di George Soros, ad esempio: mentre risalivano al 1997 gli affari fra George Bush – quando era solo governatore del Texas –, Enron e il governo uzbeko, nella persona di Sadyq Safaev.

L’idillio si spezza nel 2005: Europa e America criticano fortemente Tashkent a seguito del massacro di Andijan, quando viene represso nel sangue un movimento di protesta popolare.
In quell’occasione, Karimov rifiutava di istituire la commissione d’inchiesta internazionale sul caso, come richiedevano Ue e USA, e chiudeva la base aerea di Karshi-Khanabad che era stata concessa a Washington nell’ambito dell’operazioni controterroristiche intraprese dall’amministrazione Bush.

L’Unione europea rispondeva con un piano di sanzioni contro l’Uzbekistan. Ne approfittava Mosca. Dal 2006, Tashkent entrava a far parte di organizzazioni regionali capeggiate dalla Russia, come l’Eurasian Economic Community (EurAsEC), e ratificava il Collective Security Treaty Organization (CSTO) con il Cremlino. Nonostante la forte presenza di investimenti americani a Tashkent nel settore dell’energia, la Russia diventava il primo investitore strategico nell’Uzbekistan.

Il Paese sembrava ritornato sotto l’ombrello di Mosca: ma, in realtà, non era così. Ad ottobre 2008, dopo che Bruxelles decideva di interrompere le sanzioni per il massacro di Andijan, Tashkent, prontamente, si autosospendeva dall’EurAsEC.
Nel prossimo incontro, ora, è certo che Medvedev vorrà parlare soprattutto dell’EurAsEC.
I russi non l’hanno presa bene. Vari deputati della Duma hanno, infatti, dichiarato ai media nazionali di ritenere inaccettabile l’atteggiamento di Tashkent: Konstantin Zatulin, riporta RFE/RL, ha bollato Karimov come «inaffidabile» e dallo stile «zig-zag».
D’altra parte, gli stessi americani non sono contenti di essere stati sbattuti fuori dalla base di Karshi-Khanabad.
L’intreccio di relazioni ed interessi è molto forte. L’Uzbekistan è ricco di energie, ma è lontano dai mercati – pur se in posizione baricentrica rispetto alle potenze Cina, India, Russia e Iran –. Subito dopo la caduta dell’URSS, il Paese ha guardato altrove. Una prima cooperazione con gli Stati dell’Asia centrale è stata indebolita, ad esempio, dalle guerriglie islamiste: i talibani entravano in Uzbekistan e Tashkent affidò la difesa del Paese al militare nazionalista Abdul Rashid Dostam.
L’Uzbekistan è stato ed è fondamentale per gli USA nel controllo del confine afgano. Da che parte deciderà di stare, ora, Karimov?

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il cannocchiale

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Nabucco, non canta piu?

Pubblicato da brasseriefoucault su Ottobre 24, 2008

Nabucco potrebbe essere l’unico gasdotto per l’Ue ad utilizzare gas non russo. Ma il progetto si arena. Tutto dipende dalla crisi del Caucaso e dalle scelte politiche degli swingin’ states. Sullo sfondo, gli interessi di Russia e Usa. La Bulgaria sembra puntare su South Stream.

Prendere una stecca all’opera può risultare fatale. I Paesi europei che si erano dimostrati inizialmente interessati a partecipare alla gasdotto Nabucco, incominciano, ora, a manifestare molte perplessità: perché i gas dell’Azerbaigian, dopo il conflitto russo georgiano, hanno iniziato ad essere dirottati attraverso Russia ed Iran.

Foto di Svetla Marinova, EurasiaNet

La bulgara Bulgargas, proprietaria la 16,7 per cento di Nabucco, sta negoziando con Gazprom per partecipare al progetto russo-italiano South Stream, il grande hub alternativo e rivale alla pipeline “verdiana”.

Il ministro degli Esteri di Sofia, Milen Keremidchiev, ha dichiarato a Rfe che il futuro di Nabucco è “lontano”, mentre South Stream è l’opzione più realistica.

La Bulgaria, come la maggior parte dei Paesi europei, desidera emanciparsi dal giogo energetico russo. Ma presta molta attenzione a non indispettire Mosca, dalla quale dipende per le forniture energetiche.

La cosa più interessante è che le assicurazioni di Putin e Medvedev sulla Georgia sono state smentite dai fatti.
All’indomani del conflitto per Abcazia ed Ossezia, il Cremlino subito precisava che le aree dove passava il gasdotto Transcaucasico – destinato ad alimentare Nabucco – non erano state coinvolte dalle operazioni militari, né alcun tipo di danno era stato causato alle condotte. Una sorta di excusatio non petita:

Mosca era consapevole che la Ue, fra le cause del conflitto, riteneva ci fosse il desiderio di bloccare i tentativi occidentali di costruire un’alternativa energetica alle forniture russe.

Il Cremlino, invece, sin da subito, puntava il dito contro la condotta scellerata della Georgia, per la quale le truppe russe erano state “costrette ad intervenire”. Ma, alla fine, la realtà dei fatti è un’altra. A prescindere dall’ipotesi che la Russia sia intervenuta in Georgia con l’idea di bloccare o meno Nabucco, la pipeline europea smette di “cantare”.

La situazione di grande instabilità territoriale del Caucaso – presente dai tempi del crollo dell’URSS, ma acuitasi in seguito alla guerra russo-georgiana – frena i progetti europei.

Visto che è lecito supporre una relazione fra conflitti, gas-oliodotti e geopolitica, vale la pena disegnare la mappa delle pipeline nella regione.

Foto di proprietà dell’Economist

La rete nasce a Baku, in Azerbaigian. Da lì parte la South Caucasus pipeline che bypassa l’Armenia – altro Paese ritenuto instabile dal punto di vista politico ed in conflitto con l’Azerbaigian per il Nagorno-Karabach – ed attraversa la Georgia, passando a sud di Tblisi.

Non siamo né in Ossezia, né in Abcazia: ciò non ostante anche la Georgia non sembra più un posto così sicuro per far passare un gasdotto strategico. Il South Caucasus, lasciatosi alle spalle la Georgia entra in Turchia: da qui potrebbe raggiungere l’Europa via mare, attraverso il porto di Cehyan, o immettendosi, all’altezza di Erzurum, finalmente, dentro Nabucco.

Il progetto prevede che Nabucco attraversi il Bosforo e, passando per Bulgaria, Romania, Ungheria, arrivi a Baumgarten an der March, in Austria.

Se Nabucco frena, l’unica alternativa sarà South Stream; si tratta di un ambizioso progetto russo-italiano, compartecipato da Eni e Gazprom; in questo caso le fonti energetiche russe passano per i fondali del Mar Nero e, giunti in Bulgaria, si immettono in due bretelle.

La rotta nord passa per Serbia, Ungheria e Slovenia; quella Sud giunge in Puglia, passando per Macedonia ed Albania.

Vale la pena notare che solo la coppia Nabucco-Trans Caucasian pipeline permetterebbe all’Ue di approvvigionarsi di risorse non russe. Attraverso la bretella del mar Caspio, infatti, Baku è direttamente collegata con gas e petrolio provenienti dal Medioriente.

Il destino energetico dell’Ue, quindi, passa dal Caucaso; ma non solo. Gli swingin’ states (ovvero i Paesi che oscillano ancora fra Occidente e Russia) sono fondamentali: si tratta di Ucraina, Moldavia, Bulgaria, Paesi Baltici e tutto il mosaico balcanico, diviso fra Serbia, fedele a Mosca, e Kosovo o Slovenia filoamericane.
Ma c’è di più. Nabucco, attraverso la Trans-Caspian pipeline, pomperà anche il petrolio dall’Iran. E questo agli USA non piace.

Alessio Postiglione – pubblicato su Notizie Verdi

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Ex spia uzbeca accusa Karimov per la strage di Andijan

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 19, 2008

Cinquemila morti ammazzati, secondo gli abitanti di Andijan. A detta degli osservatori internazionali, parecchi di meno; circa 600. Sicuramente di più della conta ufficiale del governo uzbeco che, all’inizio, parlò di 187 morti. In ogni caso una strage. Il massacro di Andijan .
Radio Free Europe ha appena pubblicato un’intervista allo 007 uzbeco Ikrom Yakubov che accusa esplicitamente del massacro il presidente Islom Karimov. Accuse che fino ad oggi non erano mai state provate. L’ex spia avrebbe molte notizie utili; ed ora chiede asilo politico al Regno Unito. Secondo l’ex spia, fu Karimov ad ordinare scientemente quel massacro per consolidare il proprio dominio politico.

© 2005 Yola Monakhov, tratto da www.hrw.org

© 2005 Yola Monakhov, tratto da www.hrw.org

Era il 13 maggio del 2005; dei ribelli avevano cercato di liberare dalle carceri dei presunti terroristi islamici. Contemporaneamente, gli abitanti di Andijan avevano allestito una manifestazione di protesta contro il governo. Niente che avesse a che fare con l’estremismo islamico. Si trattava, piuttosto, di un movimento che rivendicava più democrazia e partecipazione; sulla scia delle rivoluzioni colorate, e più precisamente della rivoluzione dei Tulipani che all’inizio di quell’anno aveva infiammato il vicino Kyrgyzstan e che era partita proprio dal sud di quel Paese, a maggioranza uzbeca.
In quel periodo, in Uzbekistan, si coagulò un grande fronte interno di opposizione al governo del presidente Islom Karimov che andava dai liberali ai partiti islamici ed islamisti: la parte principale del movimento la incarnò Nigora Hidoyatova, la leader del partito degli agricoltori, con un grosso seguito anche fra gli studenti. Di fronte a quel fronte spontaneo e popolare di protesta contro il governo, il ministro degli esteri uzbeco decise di usare le maniere forti.

A seguito della riprovazione della comunità internazionale per la strage, il presidente uzbeco si difese: dietro la protesta c’erano i partiti islamisti e terroristi dell’Hizb ut-Tahrir e del Movimento Islamico dell’Uzbekistan. Molte fonti avrebbero appurato che, quel 13 maggio, di islamisti non c’era neanche l’ombra. Anzi, i presunti terroristi detenuti erano, in realtà, degli imprenditori vicini all’ex governatore della regione di Andijan, Kobiljon Obidov, che era stato sostituito con un’accusa di impeachment da Karimov, in quanto non rispondente più ai propri interessi. A seguito del massacro, l’autocrate uzbeco chiudeva la base americana di Karshi-Khanabad (fondamentale per attaccare i talibani), interrompeva i rapporti diplomatici con l’Occidente e rafforzava le relazioni con Cina, Russia e India, le sole potenze ad aver appoggiato l’operato del governo, fino a quel momento.
In Uzbekistan, come in altre zone dell’Asia e per gli altri Paesi sorti dalla dissoluzione dell’impero sovietico, il nodo centrale era, ed è, infatti, il rapporto fra questi nuovi Stati con Mosca e i tentativi di Washington di attrarre queste regioni nella propria sfera d’influenza. Forti sono gli indizi che i sostenitori dell’abortita rivoluzione del cotone uzbeca siano stati aiutati dagli States attraverso l’Open Society Institute di George Soros che era attiva, difatti, a Tashkent, come in tutte le nazioni dove ha soffiato il vento delle rivoluzioni colorate.

Da quel fatidico 13 maggio, la UE ha lanciato un embargo armi contro l’Uzbekistan per “uso sproporzionato della forza”, anche se la responsabilità certa dell’esecutivo e la dinamica dei fatti non sono stati accertati. Le organizzazioni internazionali affermano di avere assistito a torture, massacri, uccisioni casuali di donne e bambini. Il governo uzbeco ha sempre risposto che sono stati uccisi solo i militanti islamisti: le donne e i bambini coinvolti sono imputabili ad Hizb ut-Tahrir, in quanto i terroristi si facevano scudo col corpo degli inermi. In realtà, una vera commissione di indagine internazionale non si è potuta insediare per l’opposizione di Russia e Cina. Mosca è ben felice di avere un governo amico. La Cina, d’altronde, sa che l’Uzbekistan è effettivamente una fucina di islamisti che attenta alla propria integrità territoriale, alimentando il separatismo nello Xinjiang musulmano. Poi c’è il problema energia. Per l’Uzbekistan passerà il gasdotto Central Asia – China che porterà dal Turkmenistan gas alla Cina (giungendo proprio nello Xinjiang) e verrà costruito dai cinesi e dalla Stroytransgaz russa, società del gruppo Gazprom di cui, fino alle ultime elezioni, era presidente l’attuale Capo di Stato russo Medvedev.

E’ ovvio che l’intervista di Yakubov non faccia piacere né ai russi, né ai cinesi, oltre che, ovviamente, a Karimov. L’ex 007 riferisce a RFE che il governo uzbeco “montava” abitualmente gli episodi di terrorismo ad arte, per legittimare interventi brutali e violenti atti, in realtà, a fiaccare l’opposizione e consolidare il dominio del presidente. Ad Andijan, quel giorno le cose non andarono diversamente: fu una strage pianificata; ed il numero degli ammazzati, poi ammassati nelle fosse comuni, ammonta addirittura a circa 1500 civili. L’ex spia avalla in toto l’analisi di Human Right Watch e di osservatori oculari da sempre vicini alle istanze di quella martoriata provincia, come Craig Murray, l’ex ambasciatore inglese a Tashkent.

Quando le carte di Yakubov verranno rese note, Karimov dovrà lavorare parecchio per convincere l’UE che lui non ne sapeva niente.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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Premiata ditta Putin

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 17, 2008

Putin è indubbiamente un uomo forte. Di sicuro più a suo agio nell’azione o nella repressione, piuttosto che nella reazione, come le poche cose fatte dopo il massacro di Beslan dimostrano. Ma, nonostante l’immagine del potere russo all’esterno sia di una forte leadership personale, e la dimensione carismatica sia un’evidenza incontrovertibile, egli non governa da solo. Alcuni giornali russi hanno parlato di Korporatsiya, corporazione. Una struttura piramidale dominata da ex veterani del KGB che hanno saldato il potere politico a quello economico.

La comunicazione pubblica istituzionale è incentrata sulla figura carismatica di Putin, ma ogni decisione, anche quella apparentemente più legata all’arbitrio di un uomo di potere che ha spostato la propria dimensione istituzionale da primus super partes a quasi quella di legibus solutus, è collegiale. Anche la recente scelta a sorpresa di incaricare lo sconosciuto Viktor Zubkov come Primo Ministro è stata presa da questa corporazione. Olga Kryshtanovskaya, direttrice del Centro di Studi Superiore dell’Accademia Russa di Sociologia ha pubblicamente sostenuto che questo direttorio è composto da quattro persone, tutte amiche di Putin da vari anni, come lui nativi di Sanpietroburgo; provenienti dallo stesso contesto e che condividono col Presidente la stessa visione strategica sulla Russia. Si tratta di Igor Sechin, Viktor Ivanov, Sergei Ivanov e di Nikolai Patrushev. Provengono tutti dagli ex servizi segreti sovietici e occupano posizioni di rilievo nello staff del Cremlino. E’, quindi, Putin un nostalgico dell’Unione Sovietica? Putin, e la corporazione, hanno rimodernato l’inno nazionale sovietico, ristabilito i gruppi di “gioventù pro Cremlino” e c’è una continuità, è vero, fra le due classi dirigenti. Ma queste sono semplicemente delle strategie di costruzione identitaria e politica. Questa elite è meno interessata al potere burocratico degli ex gerarchi del PCUS e guarda di più al potere economico. Anzi, essi sono l’economia russa. In un certo qual senso, ci troviamo di fronte ad un gruppo che è patriotticamente realmente interessato allo sviluppo economico della nazione. Sono dei modernizzatori, non c’è dubbio. Ma sono dei modernizzatori autoritari. Da questo punto di vista condividono un approccio realista, machiavellico ed antiumanitario con la tradizione comunista leninista. Per raggiungere un fine nobile ed emancipatore dell’umanità qual è il comunismo, si possono sacrificare kulaki, dissidenti e i marinai di Kronstadt. C’è, quindi, una continuità con la storia russa recente; ci troviamo di fronte ad una sorta di staliniana modernizzazione forzata, un piano quinquennale.

La corporazione è un club di industriali, non di burocrati. Sechin, per esempio, siede nel consiglio di amministrazione della Rosneft, un’importante azienda energetica. Sergei Ivanov è a capo della potente United Aircraft Company. Viktor Ivanov è nel consiglio direttivo della Almaz-Antei, un’azienda di produzione missilistica, e della Aeroflot, la compagnia aerea di bandiera. Dmitry Medvedev, altra figura di spicco del Cremino, anch’egli siede nel consiglio di amministrazione della Gazprom. Ci troviamo di fronte al conflitto d’interessi eletto a sistema. Proprio come è successo in USA con i “padroni del petrolio”. Questi industriali, poi, a capo di aziende di stato, ne sono, in pratica, quasi diventati i proprietari; tutti condividono un preciso progetto politico dove ci sia più spazio per il capitalismo in un mercato oligopolistico bloccato. Con lo stato che protegge i loro interessi.

C’è, quindi, il tentativo di costruire una tecnostruttura modernizzante e moderna ma espungendo la democrazia (forse mai del tutto attecchita) dal sistema politico russo. La Kryshtanovskaya ha dichiarato a Radio Free Europe che la corporazione sta chiaramente perseguendo una strategia di concentrazione dei poteri inconciliabile con uno stato di diritto. Putin, giunto al suo ultimo mandato, starebbe infine per realizzare una mossa astuta e perversa. Non contento di mettere un uomo di sua fiducia al Cremlino, egli sta cercando di completare una riforma istituzionale attraverso la quale il sistema politico russo si trasformerebbe da presidenziale in un premierato, con il ruolo del presidente depotenziato. Ineleggibile come Presidente, Putin non lo sarebbe come Primo Ministro.

Alessio Postiglione

Pubblicato su Notizie Verdi del 16-08-07

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