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Accordo sul nucleare USA-Emirati

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 4, 2009

L’Iran è pronto ad andare avanti nell’arricchimento dell’uranio, nonostante le sanzioni ONU. Parte una escalation per il “nucleare civile”in Medioriente. Primo grattacapo per Obama

Gli Stati Uniti hanno recentemente siglato un accordo con gli Emirati Arabi Uniti per lo sviluppo congiunto del nucleare civile.
Il patto è stato firmato il 15 gennaio scorso fra Condoleezza Rice e la controparte Abdullah bin Zayed al-Nayhan. Un accordo fortemente voluto da George W. Bush.  Il “canto del cigno” o “il colpo di coda” dell’amministrazione uscente?
Allo stato attuale, dal mio punto di vista, ci sono molte perplessità. Come giudicare una presidenza che – a fine mandato – sarebbe dovuta restare in carica per l’ordinaria amministrazione e, invece, si è lanciata in un’operazione di tale portata internazionale, in un ambito dibattuto e controverso come il nucleare?
Il tutto dopo che Obama, nel suo programma di governo, aveva fissato come priorità il tema delle energie verdi.

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Inoltre, tale accordo può significativamente innescare una vera e propria escalation del nucleare civile nel Medioriente: dove molti Paesi già sono alle prese con i problemi creati dal programma nucleare iraniano; sul quale aleggiano dubbi e perplessità politiche, tecniche e di merito.
Molte segreterie mediorientali, inoltre, hanno da tempo assunto una posizione attendista, congelando i propri propositi di programmi nucleari a patto che anche le altre potenze seguissero scrupolosamente una condotta di non proliferazione.

Se Iran ed Emirati avranno il loro nucleare, non si vede perché non dovrebbero avercelo le altre nazioni della regione.
La stessa mossa di Bush, d’altronde, suona beffarda e provocatoria: mirata, soprattutto, a colpire lo stesso Obama.
La convenzione, infatti, è una patata bollente che dovrebbe essere approvata dalla prossima amministrazione. Nel tentativo di dare una certa continuità alla politica internazionale, di solito, i parlamenti subentranti ratificano gli accordi internazionali presi dalle amministrazioni precedenti.
Ma è ovvio che nel nuovo Congresso siederanno personalità assolutamente contrarie a questa scelta bushana.
Alcuni deputati Democratici già hanno chiesto ad Obama di schierarsi apertamente contro l’accordo; sembra che il nuovo presidente, per quanto contrarissimo, sia più sensibile al bon ton istituzionale, infatti. Per come si sono messe le cose, comunque andrà, per Obama, sarà un grattacapo.
Attualmente, la maggiore preoccupazione – che non riguarda solo la politica americana – è sul piano internazionale: l’Iran.
Nonostante i tre interventi di sanzioni promossi dalla Nazioni Unite, Tehran continua nel suo progetto di arricchimento dell’uranio. “Per scopi pacifici” – sostiene il governo Ahmadinejad – e senza violare il “trattato di non proliferazione”. Cosa ancora più paradossale è che gli Emirati sono il primo partner commerciale dell’Iran: e ci sono buone probabilità che il supporto logistico e tecnico fornito dagli Usa ad Abu Dhabi, da lì possa arrivare direttamente a Teheran.
Gli Emirati sono stati a lungo considerati, d’altronde – proprio dagli States – una terra d’elezione per il riciclaggio di danaro sporco e per il contrabbando di risorse e strumenti legati al nucleare.

Oggi le cose sono cambiate: Abu Dhabi è la capitale degli investimenti immobiliari e – sostengono i congressmen repubblicani – sono state implementate serie e severe misure fiscali e di sicurezza.
Secondo alcuni Repubblicani, l’accordo Zayed al-Nayhan-Rice dimostra che gli USA sono pronti ad aiutare col nucleare tutti i Paesi che si guadagnano la fiducia americana.
Mentre l’Iran crede solo si tratti di un’altra dimostrazione del doppio standard che utilizza l’Occidente.

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McCain Obama. Quali presidenze?

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 24, 2008

Sarah Palin ha la battuta pronta. Fantastica quella vibrata all’ultima convention repubblicana contro i Democratici: “C’è chi strumentalizza il cambiamento per promuovere la propria carriera, chi usa la propria carriera per promuovere il cambiamento”. Nel primo caso, il riferimento è Obama, nel secondo, è McCain. Ma, al di là dell’accezione di cambiamento che si sottende nell’uno e nell’altro caso, il cambiamento ci sarà. E consisterà, molto probabilmente, in uno spostamento a sinistra della politica. Ma le traiettorie di Obama o McCain, a seconda di chi sarà presidente, saranno molto diverse.

Obama starà molto più a destra di quanto molti oggi credano; nonostante il suo passato di attivista per i diritti civili e community manager nelle lotte alla povertà, Washington non è Chicago. E fare il presidente dell’impero americano non è come fare il senatore democratico dell’Illinois.

In modo specularmene opposto si comporterebbe McCain, qualora dovesse vincere la Casa Bianca. Il senatore dell’Arizona è un veterano ed un militare. Ma è soprattutto un Repubblicano liberal. Nonostante la Palin, con le sue credenziali di ultraconservatrice, limitate, però, soprattutto alla sfera civile o privata – fino ad ora la governatrice dell’Alaska non ha fatto un solo discorso di politica internazionale od economia – McCain starà più a sinistra di quanto non ti aspetteresti da un esponente del GOP.

Gli indizi, per Obama e McCain, di questa trasformazione che li attende qualora dovessero trasferirsi sulle rive del Potomac, non mancano.

A chi gli chiedeva del problema dei ragazzi di colore nei ghetti, Obama ha risposto molto bruscamente. Basta con i gangsta rapper, l’hip hop e le partite di basket. Il candidato Democratico non è sembrato per nulla indulgente. Anzi, ha aspramente criticato un certo lassismo ed una certa tolleranza liberal. Per farcela, quei ragazzi, devono dismettere la sottocultura del ghetto e percorrere quella strada che Obama e sua moglie, ad esempio, hanno già percorso. Al di là dei torti e delle ragioni, Obama ha dato una risposta wasp.
Così, sulla politica estera, il senatore dell’Illinois ha fugato l’immagine di colomba. Ha preso le distanze dal militarismo imperiale dei neocon, ma ha fatto capire che può gestire una crisi con l’Iran. Proprio come Kennedy seppe fare con la crisi missilistica a Cuba.

Dall’altra parte, ecco McCain. Mai una parola su Bush. L’endorsement del presidente in carica è arrivato alla convention repubblicana per telefono. Anche per McCain, quindi, il “cambiamento” è diventato il mantra.

Il candidato Repubblicano ha fatto capire che le lobby dei falchi verranno marginalizzate. Una eventuale amministrazione McCain sarà certamente alla sinistra di quelle di Bush. E non è un caso che i neocon non siano di buonissimo umore, in questo momento.
Solo due fattori potrebbero venir loro in aiuto. La Russia e l’Iran.

(Pubblicato su Notizie Verdi)

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Repubblicani, Obama e il voto latino

Pubblicato da brasseriefoucault su Agosto 26, 2008

La caccia al voto latino è cominciata. Non ci riferiamo alle preoccupazioni adolescenziali di Obama e McCain per le versioni di Cicerone, ma al “peso” complessivo della comunità Spanish-speaker che è sempre più determinante in alcuni stati chiave. Le statistiche parlano del 12% dei votanti del Colorado e del Nevada, del 14% in Florida e del 37% in New Mexico.

Ma chi sono i Latinos e qual è il loro comportamento elettorale?
Anche se alcuni giornali americani trattano i Latinos come un soggetto sociale chiaro e ben definito, le cose stanno diversamente. Il gruppo è accomunato dalla lingua spagnola, ma è composto da varie comunità. In gran parte si tratta di esuli cubani e di messicani, ma altre nazioni latinoamericane stanno aumentando la loro presenza.

L’orientamento politico di questi gruppi non è omogeneo. Tradizionalmente gli esuli cubani sono sempre stati repubblicani radicali: votavano a destra e spingevano per un attacco statunitense contro il regime di Castro.
Diverso è il caso dei messicani. La politica repubblicana di “tolleranza zero” verso gli immigrati clandestini, in gran parte provenienti dal vicino Messico, ha assunto, a volte, un atteggiamento antimessicano tale da portare molti votanti a sinistra.
In America si è sempre sostenuto che i Latinos erano conservatori e, anche se non lo fossero stati, mai avrebbero votato un nero. Ma con Obama queste certezze stanno venendo meno.

Solo nel 2004 George Bush vinse la presidenza grazie proprio a questi Stati. Il presidente in carica ha sempre ostentato una certa familiarità con la comunità latina parlando in spagnolo. La dinastia Bush ha seminato bene. Il fratello del presidente e governatore della Florida, Jeb Bush, sposò addirittura un’ispanica. Ma quei giorni sembrano lontani.
La comunità messicana non ha apprezzato la stretta del Gran Old Party sull’immigrazione clandestina e certe dichiarazioni dei falchi conservatori che hanno paragonato i messicani ai terroristi. Il fronte latino-repubblicano si è spaccato. Non è detto che Obama saprà mantenere le preferenze dei messicani delusi, ma ora le poll sembrano dargli ragione. Eppure, durante le primarie democratiche, gli ispanici si erano espressi chiaramente per la Clinton. E’ probabile che oggi l’America possa eleggere un presidente nero: ma può fare altrettanto la comunità ispanica? Quel che è certo è che per McCain i peggiori incubi stanno diventando realtà. Trattare gli ispanici come un feudo conservatore non è più possibile.
Gli errori dei repubblicani sono stati grossolani. All’inizio, infatti, Obama era apertamente inviso ai latinos. Troppi atteggiamenti liberal, percepiti come anti-patriottici, gli avevano completamente alienato le simpatie degli ispanici, molto sensibili all’iconografia nazionalista dell’American Dream. Gli analisti avevano addirittura inizialmente ipotizzato che McCain avrebbe potuto surclassare la performance elettorale di Bush.
In poche settimane la situazione è cambiata. Sicuramente la volatilità delle proiezioni degli orientamenti di voto rende sempre più difficile fare previsioni. Ma la sensazione è che i messicani preferiranno il gospel nero al country bianco.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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Bush e l’ambientalismo: scetticismo o cinismo?

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

Il cinico conosce il prezzo delle cose,

ma ne ignora il valore (Oscar Wilde).

La peggiore ingenuità che possa commettere un detrattore delle politiche ambientali americane sotto la presidenza di George W. Bush è quella di ritenere l’amministrazione in carica semplicemente antiambientalista o analfabeta dal punto di vista ambientale. In realtà la politica di Bush ha una sua (inquietante) organicità; il suo approccio lo potremmo definire ambientalista scettico, in omaggio al discusso best seller di Bjorn Lomborg, The Skeptic Environmentalist.

Nell’arco di due mandati Bush ha implementato una serie impressionante di politiche ambientali, tutte volte ad una spinta deregulation che liberasse le aziende dagli oneri connessi alle loro attività produttive/inquinanti. Il numero di contenziosi che hanno visto il governo come ricorrente in giudizi che vertevano sulla praticabilità o meno del NEPA (il rivoluzionario statuto ambientale americano firmato da Nixon) in un’ottica di limitazione dei casi in cui era doveroso ricorrere alle valutazioni ambientali è senza precedenti. Inutile, poi, soffermarsi sull’arcinota ostilità nei riguardi del protocollo di Kyoto, riaffermatasi nell’ultimo G8, anche se con piccole aperture. Il caso di Philip A. Cooney, nominato capo del Consiglio per la Politica Ambientale della Casa Bianca ed ex lobbista della Exxon presso l’American Petroleum Institute è stato sicuramente la prova del nove per chi sostiene che ci troviamo di fronte ad governo in mano ai gruppi d’interesse.

Eppure tutto questo fa parte di un preciso disegno. L’ambientalismo scettico si basa su una serie di postulati molto controversi, ma che devono essere presi seriamente dagli ambientalisti nel tentativo di contribuire alla chiarezza del dibattito e di svelare tutto il pressappochismo dell’amministrazione Bush.

Vediamoli. 1) La maggior parte dei problemi ambientali, come la deforestazione e il surriscaldamento, potrebbero essere allo stato attuale sovrastimati; 2) Non è sicuro che il surriscaldamento del pianeta sia un effetto di comportamenti collettivi non virtuosi; 3) Tutti i problemi, ambientali inclusi, si risolvono con la crescita economica: lo stop alla crescita che certe politiche ambientali imporrebbero rappresenta, quindi, un freno alla soluzione di questi stessi problemi; 4) Le politiche ambientali costano troppo: queste risorse potrebbero essere utilizzate per risolvere altre tragedie come la denutrizione e l’AIDS.

Per quel che riguarda le obiezioni di tipo scientifico ambientale circa la non correlazione fra inquinamento e surriscaldamento del pianeta va innanzitutto detto che esse sono di gran lunga minoritarie in campo scientifico: Lomborg è stato, infatti, accusato di disonestà intellettuale da un comitato accademico danese (e solo parzialmente prosciolto) e Cooney si è dovuto dimettere per aver patrocinato pseudostudi che avvaloravano questa tesi tramite manipolazione dei dati. Anche qualora la comunità scientifica non potesse dimostrare il rapporto causale inquinamento-danni ambientali irreversibili oltre ogni ragionevole dubbio, inoltre, dovrebbe valere il principio di precauzione e non inquinare.

Con riferimento alla tesi che possa esistere una crescita illimitata, anche desiderabile dal punto di vista degli avanzamenti politici e sociali che ciò comporta, è ragionevole sostenere che la paura di stagnazioni malthusiane non si siano rivelate ineluttabili, ma è ovvio che ci troviamo, anche in questo caso, nell’ambito delle ipotesi non verificabili.

L’argomentazione più seria, alla fine, è quella dei costi delle politiche ambientali, che si pone ai margini del dibattito scientifico ambientale per coinvolgere valutazioni economico-politiche. In termini di analisi-costi benefici Kyoto et similia distraggono risorse che potrebbero essere occupate in modo socialmente più profittevole in altri modi? Anche qui la controprova latita: siamo sicuri che in assenza di gruppi di pressione ambientalisti i soldi che le politiche verdi assorbono sarebbero utilizzati in modo più efficiente? Sembra, invece, molto difficile valutare economicamente tutti i danni che tale laissez faire ambientale potrebbe causare sulla salute di tutti: danni difficilmente risarcibili quando è in ballo la nostra salute.

In realtà il punto debole e paradossale di quest’impostazione è che vuole monetizzare, cioè dare un prezzo, ai beni senza mercato, come i beni ambientali; cosa ottima per stimare il danno ambientale, ma meno auspicabile quando si tratta di considerare il pianeta come un bene sostituibile. Il valore dell’ambiente è maggiore del suo prezzo.

 

Alessio Postiglione

(pubblicato su Notizie Verdi del 07/06/2007)

 

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